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Le benevole

Di

Editore: Einaudi

4.0
(1290)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 943 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo , Catalano , Tedesco , Inglese , Svedese , Portoghese , Finlandese , Ceco , Olandese

Isbn-10: A000036385 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Margherita Botto

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Altri

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
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  • 4

    Orrore puro e necessario

    Orrore puro. Lettura lunga, densissima e faticosa da sopportare. Qualche notte insonne. Eppure è un libro "necessario" che ha incrinato dentro di me tante certezze (ammesso di averne ancora). E resta ...continua

    Orrore puro. Lettura lunga, densissima e faticosa da sopportare. Qualche notte insonne. Eppure è un libro "necessario" che ha incrinato dentro di me tante certezze (ammesso di averne ancora). E resta la terribile domanda: noi al posto di Aue cosa avremmo fatto?

    ha scritto il 

  • 2

    Prolisso

    Il protagonista è detestabile, tollerabile solo quando ha dei rari momenti di umanità. Il libro è di una verbosità quasi intollerabile, si possono salvare solo alcune parti relative alla guerra e alla ...continua

    Il protagonista è detestabile, tollerabile solo quando ha dei rari momenti di umanità. Il libro è di una verbosità quasi intollerabile, si possono salvare solo alcune parti relative alla guerra e alla descrizione dell'organizzazione dei campi. Inutilmente lungo e spesso inverosimili le avventure del protagonista.

    ha scritto il 

  • 4

    La domanda da farsi prima di affrontare la lettura de “Le benevole” di Jonathan Littell è: “Perché dovrei affrontare la lettura di quasi 1.000 pagine di purissimo orrore?”.
    E’ una domanda lecita. Il p ...continua

    La domanda da farsi prima di affrontare la lettura de “Le benevole” di Jonathan Littell è: “Perché dovrei affrontare la lettura di quasi 1.000 pagine di purissimo orrore?”.
    E’ una domanda lecita. Il protagonista, Maximilien Aue, è un criminale di guerra, una ex-SS che si nasconde sotto falso nome in Francia, e che giunto alle soglie dell’abbandono del mondo terreno decide di scrivere le sue memorie. E non risparmia nulla.

    La narrazione è tragicamente, orrendamente, terribilmente iperrealistica. Definirlo semplicemente un “romanzo sull’Olocausto” non è sufficiente: con il suo fluire lento, i continui riferimenti militari, le citazioni colte, e soprattutto con l’anima del lettore che si crepa nel racconto dettagliato dei crimini più tremendi, “Le benevole” costringe a un impegno emozionale difficile da riscontrare nella moderna letteratura.

    Ma resta la domanda: “Perché dovrei affrontare la lettura di quasi 1.000 pagine di purissimo orrore?”

    Credo che la risposta stia nel percorso stesso di Maximilien Aue: un uomo orripilante, incapace di ribellarsi al Male assoluto, che pagina dopo pagina – e ti disgusti di te stesso – cominci a sentire più vicino. Ti accorgi che nel rimpianto del protagonista, che afferma di rimpiangere “quello choc iniziale, quella sensazione di una frattura, di uno squassarsi infinito di tutto il mio essere”, ritrovi il tuo lento ma inesorabile scivolare verso l’anestesia.

    Immagino fosse l’intento dell’autore, forse persino uno dei principali: dimostrare che per quanto si viaggi verso l’inumano, per quanto ci si avvicini e si superi il confine con il purissimo orrore, ci sarà sempre una giustificazione, una sensazione di ineluttabilità, una qualsiasi scorciatoia che consente all’essere umano di guardare oltre e sopravvivere mentalmente alle sue azioni.

    “Le benevole” va letto, per guardare dentro l’orrore assoluto e scoprire che contiene uno specchio. A noi l’impegno di renderlo opaco, spezzarlo, farlo in mille pezzi, e sotterrare le schegge.

    --- da http://www.masedomani.com/2015/05/29/recensione-romanzo-le-benevole-di-jonathan-littell/ ---

    ha scritto il 

  • 5

    “«È necessario, capisce? In tutto questo la sofferenza umana non deve contare niente». «Sì, ma comunque qualcosa conta». Era questo che non riuscivo ad afferrare: l’enorme, assoluta sproporzione tra l ...continua

    “«È necessario, capisce? In tutto questo la sofferenza umana non deve contare niente». «Sì, ma comunque qualcosa conta». Era questo che non riuscivo ad afferrare: l’enorme, assoluta sproporzione tra la facilità con cui si può uccidere e la grande fatica che si deve fare a morire. Per noi era un’altra sporca giornata di lavoro; per loro la fine di tutto.”

    ha scritto il 

  • 0

    Quelli che uccidono sono uomini, come quelli che vengono uccisi, è questa la cosa terribile. Non potete mai dire: “Non ucciderò”, è impossibile, tutt’al più potete dire: “Spero di non uccidere”.

    Quest ...continua

    Quelli che uccidono sono uomini, come quelli che vengono uccisi, è questa la cosa terribile. Non potete mai dire: “Non ucciderò”, è impossibile, tutt’al più potete dire: “Spero di non uccidere”.

    Questa considerazione, che sarebbe piaciuta a (o forse è mutuata da) Zygmunt Bauman, può essere una chiave di lettura di questo libro che viaggia sul crinale pericoloso di chi vuole accostarsi al Male, osservandolo talmente da vicino da rischiare di rimanerne contaminato.

    Si può andare nelle pagine di Wikipedia dedicate al romanzo e leggere tutte le polemiche e le critiche che ha generato. Personalmente ritengo che sulla qualità del libro non ci sia da discutere.
    Piuttosto credo che la domanda fondamentale sia: a che cosa serve questo libro? C’è molta letteratura, di guerra e concentrazionaria, che racconta gli orrori del nazismo. E, soprattutto, ci sono analisi storiche, sociologiche, psicologiche che cercano di interrogarsi sul fenomeno più oscuro, e inafferrabile, del Novecento.

    Littell attinge a un repertorio di materiale noto e lo rielabora per costruire la sua opera. Un volume di quasi mille pagine, un romanzo di esordio che non sceglie la via facile del polpettone storico, d’avventura o thriller.
    Per di più è il risultato di una cernita: le vicende di Maximilian Aue sono legate alla guerra sul fronte russo e alla soluzione finale. Credo che Littell abbia accettato l’idea che la perversa epopea nazista si sia giocata su questi due aspetti: la guerra in Africa, nei Balcani, in Italia, perfino il fronte francese con lo sbarco in Normandia sono solo corollari di una questione storica che ha avuto la sua caratterizzazione identitaria nella corsa distruttiva verso est.
    Aue non partecipa all’epica di Stalingrado, vi giunge solo per assistere alla fine. Che è poi l’inizio della fine della Germania nazista.

    L’elemento più disorientante del libro è la figura di Aue. Che non fa parte della massa di “padri di famiglia” che Himmler considerava l’elemento portante della macchina bellica tedesca.
    Si pone un primo interrogativo: Aue sarebbe stato una figura tragica anche senza essere un SS? La risposta è verosimilmente: sì.
    Suppongo che, avendo voluto scrivere un’epopea tragica, cosa rara in un tempo come il nostro in cui il senso del tragico si è perduto, Littell l’abbia costruita di proposito attorno a un personaggio tragico, già “non puro” in partenza, la madre è francese, e condizionato da una vita sessuale costruita sul tabù dell’incesto e su un’omosessualità scelta quasi per protesta contro un destino che gli impediva di avere quanto desiderava.

    Del resto, al trionfo della morte si lega al trionfo dell’eros incontrollato, Pasolini con il suo “Salò” sarà stato pur osceno ma aveva intuito come le due forze vadano insieme. La Haus delle SS di Cracovia divenuta tempio di orge è un’assonanza fortissima.
    Per non parlare dei giorni di Aue nella casa della sorella, in cui realtà e visione si mescolano per rendere definitiva una sessualità distruttiva, il cui unico scopo è insozzare il mondo e ridurre allo stremo chi ne è portatore.
    Esattamente come la partecipazione alla macchina della morte nazista.

    Littell non fa nulla per semplificare il mostruoso apparato burocratico e organizzativo in cui si mescolano partito, esercito, polizie varie, SS, ciascuna con i propri uffici dalle competenze quasi sempre in conflitto fra di loro. Non ci sono spiegazioni – salvo un non esaustivo glossario nell’edizione italiana.
    Credo che sia l’aspetto della storia che più immerga il lettore nella realtà, la presenza (o l’appartenenza diretta) a un sistema incomprensibile, in cui il ruolo del singolo è ridotto al massimo della specializzazione, e che si regge sul funzionamento di ogni tassello, ingranaggio, meccanismo.
    Quella sorta di distribuzione “equa” delle responsabilità per cui un singolo non può fermare l’intera macchina e ciascuno ha il suo grado di colpevolezza, è più o meno complice, che sia il sadico assassino, il convinto antisemita, il freddo burocrate, il soldato esecutore di ordini, o il civile che costruisce la propria esistenza guardando da lontano a tutto questo, per non mettere a fuoco le singole parti, e specialmente quelle più fastidiose, insomma: le stragi, l’uccisione delle donne e dei bambini, dei disabili e dei prigionieri.

    Il secondo interrogativo che la lettura suscita è: la Germania ha scatenato una guerra per vincere e conquistare oppure per distruggere gli Ebrei? Nel romanzo “I simulacri”, Philip K. Dick propendeva per la seconda ipotesi già cinquant’anni fa.
    E, a ben guardare, potrebbe essere anche l’idea di Littell. Certo, la guerra. Un enorme esercito che si espande per l’Europa, e soprattutto verso la Russia, quasi a voler chiudere un conto millenario. L’epica terribile di Stalingrado, il più grave errore di Hitler e l’inizio della fine.
    Ma su tutto la questione ebraica. Un minuto dopo i soldati, anche nel più piccolo villaggio conquistato, arrivano le SS per occuparsi del più aberrante progetto di distruzione mai concepito dall’uomo.
    E anche quando le ragioni economiche vorrebbero che le vite dei prigionieri fossero risparmiate per alimentare l’industria bellica, la macchina non si ferma, incarnata da Eichmann, tutt’altro che “banale”, pronto invece a fare qualunque cosa per eseguire il suo mansionario.
    Dalle prospettive gloriose di un Reich padrone del mondo all’accettazione della disfatta, pur di distruggere gli Ebrei.

    La storia personale di Maximilian Aue, per il quale, fidatevi, non proverete nessuna empatia o simpatia a dispetto di una delle critiche rivolte a Littell, non è destinata a finire con il nazismo.
    La visione di Hitler trasformato in Ebreo ortodosso. La grottesca banda di bambini, assetati di sesso e di sangue. La possibile salvezza offerta da Hélène. La misteriosa morte della madre e del patrigno. Le ferite di guerra. Un lavoro che costringe all’equilibrismo tra poteri e potenti in contrasto fra di loro. E ancora Hitler, lontano, al di sopra di tutto, quasi un’entità più che un essere umano.
    Ma, soprattutto, quel senso di determinismo, di ineluttabile, che il nazismo condivide con il comunismo, ed è in fin dei conti l’essenza del tragico.

    Non si ritrova niente di tutto questo nell’Aue sopravvissuto, borghese e padre di famiglia in Francia. Perseguitato per sempre dalle Benevole, certo. Ma rileggere alla fine della storia, quando nella Berlino caduta Aue inizia a costruirsi il futuro, e non certo in modo edificante, il capitolo introduttivo, pur con le sue riflessioni forti e disorientanti, confonde definitivamente le idee.
    Perché, pur conoscendo la Storia, arrivati a pagina novecentoquarantatre si desidera solo che tutto finisca. D’accordo, Aue è salvo, inizia la sua fuga, ma non può farla franca. È necessario che la tragedia abbia un ultimo atto, che colpisca e ristabilisca un minimo di umanità.
    È in questo momento che ci si ricorda che c’è un capitolo introduttivo, la Toccata secondo lo schema della suite (di Bach o, più verosimilmente, di Rameau) seguito da Littell.
    Quello in cui Maximilian Aue è vivo, perseguitato dalle Benevole, ma vivo, “normale”. Costretto a ricordare (sì, lo stesso obbligo che ha colpito, anche mortalmente, i sopravvissuti che stavano dall’altra parte, uno su tutti: Primo Levi) ma vivo. Chi lo incontra non legge la tragedia.
    Per quanto sia stata sconvolgente, abbia fatto esplodere cielo e terra, abbia dato voce a milioni di morti che continuano a gridare e ad accusare, chi incontra il borghese Aue non sente nulla.
    L’ultima beffa della Storia, la vera tragedia, quella di noi che ci troviamo “da questa parte”, che vorremmo liberarci di quel passato. C’è chi è sopravvissuto, malgrado tutto, malgrado qualsiasi logica di giustizia lo avrebbe condannato e distrutto.
    E la tragedia non si è chiusa, non si è risolta. Non è finita su un ponte di Berlino come ci si augurerebbe, con la logica e con il senso morale, chiudendo il volume. È troppo forte la tentazione di tornare a quella Toccata, almeno nella speranza di trovare il senso di tutto.
    Per non trovarlo.

    Anzi.

    Trovarci il peggio che possiamo trovare. L’idea che sarebbe potuto toccare anche a noi. L’insinuazione che per quanto possiamo giurare e spergiurare non è detto che possa capitare a noi.
    E questa non è una giustificazione che vuole accordare attenuanti che non ci sono. E non è nemmeno empatia per il nazista.
    È il Male, che percorre il tempo e la storia. E può chiedere a chiunque di cedergli. Certo, ci sono momenti in cui gli si spiana la strada.
    Una guerra, poi, è forse il suo ambiente ideale.
    Ma non solo. E ce lo ricorda Aue che la sua personale lotta con il Male ce l’aveva in corso ben prima.
    E allora, a che cosa serve un libro come questo, quasi mille pagine che raccontano in fondo storie già raccontate?
    A comprendere un po’ di più le maschere, le sfaccettature, le sfumature del Male. Anche se comprendere è forse il verbo meno adatto per “Le Benevole”.

    ha scritto il 

  • 0

    Lettura faticosa, romanzo impegnativo, spesso discontinuo nello stile e nei contenuti. Non mi ha convinto del tutto.
    Prendo a prestito da Binet: " Le Benevole è Houellebecq tra i nazisti, sempliceme ...continua

    Lettura faticosa, romanzo impegnativo, spesso discontinuo nello stile e nei contenuti. Non mi ha convinto del tutto.
    Prendo a prestito da Binet: " Le Benevole è Houellebecq tra i nazisti, semplicemente"

    "Dottore, soffro solo di una malattia, sessualmente trasmissibile e irrimediabilmente fatale: la vita!"

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo molto complesso che ci fa discendere nell'orrore del nazismo secondo un punto di vista interno.
    Devo ammettere che ho faticato a decollare: l'orrore e le logiche sono davvero insostenibili.
    In ...continua

    Romanzo molto complesso che ci fa discendere nell'orrore del nazismo secondo un punto di vista interno.
    Devo ammettere che ho faticato a decollare: l'orrore e le logiche sono davvero insostenibili.
    Interessante il quesito iniziale: siamo davvero sicuri che, al posto del protagonista, ci saremmo comportati in maniera differente? Forse, realmente, nessuno di noi può rispondere a questa domanda.
    Sconvolgente anche come, a lungo andare, anche nel lettore l'orrore diventi routine e gli eccidi si susseguano l'uno all'altro identici ed immutabili.
    Un libro che fa riflettere: con ennesimo orrore finale.

    ha scritto il 

  • 4

    Un'opinione dalla parte dei carnefici...

    Prima di iniziare il commento sul libro vorrei effettuare alcune considerazioni sul titolo, poichè prima di leggere questo libro, mi sono chiesta molte volte che significato avesse "Le benevole" in un ...continua

    Prima di iniziare il commento sul libro vorrei effettuare alcune considerazioni sul titolo, poichè prima di leggere questo libro, mi sono chiesta molte volte che significato avesse "Le benevole" in un argomento che di benevolo non ha proprio nulla...
    Le Eumeidi o Erinni erano considerate nella mitologia greca le personificazioni femminili della vendetta, dette anche "Furie" nella mitologia romana. Si tratta di tre sorelle demoniache abitatrici degli inferi "Aletto, Megera e Tisifone". Secondo la più accreditata interpretazione, esse rappresentavano il lancinante rimorso che scaturiva nella mente dell'uomo dopo aver commesso i fatti di sangue più efferati; al fine di placarle vennero chiamate anche "Eumenidi" ossia "Le benevole".
    Il protagonista, un ufficiale delle SS ci narra in prima persona gli orrori del Nazismo che ha commesso durante la guerra per obbedienza, come se fossero delle azioni perfettamente normali che chiunque secondo lui, avrebbe potuto effettuare se si fosse trovato nella sua situazione...
    Ma all'inizio del libro lui afferma di non pensare al suicidio come soluzione dei suoi delitti, segno tangibile, che il peso di quelle azioni grava comunque su di lui come un macigno... anche se egli vuole cacciarlo via con scuse e vane giustificazioni.
    Pensando che l'autore di questo libro è un ebreo, direi che forse il suo scopo è di far vedere il comportamento del carnefice sotto la luce più odiosa e la più scandalosa verità.
    Nt. per i contenuti e la violenza si sconsiglia questa lettura ai ragazzini e alle persone impressionabili.
    Consigliato a tutti coloro che vogliono conoscere la storia da tutte le angolazioni...
    Saluti.
    Ginseng666

    ha scritto il 

  • 3

    Un ritratto del nazismo dall'interno

    E' un romanzo complesso, anche se non perfettamente riuscito. Sia dal punto stilistico che della struttura generale manca a volte di profondità e coerenza. Eppure il tentativo di descrivere la vita ed ...continua

    E' un romanzo complesso, anche se non perfettamente riuscito. Sia dal punto stilistico che della struttura generale manca a volte di profondità e coerenza. Eppure il tentativo di descrivere la vita ed i pensieri di uno dei "burocrati del male" ha un suo fascino. E' riuscito a tenermi avvinta anche nelle pagine di descrizione più lunghe, perché l'orrore si mescolava al desiderio di conoscere meglio certi meccanismi e alcuni particolari della guerra. La descrizione delle battaglie del fronte orientale è davvero impressionante, così come sono sorprendenti le spiegazioni della logica che ha portato alla creazione dei campi di concentramento. Non so quanto siano davvero informazioni fondate storicamente, ma appaiono credibili e allo stesso tempo terribili. Era difficile rendere un personaggio così compromesso con il Male senza farne una apologia, ma anche senza renderlo solo un robot. L'autore ci è riuscito, in parte.

    ha scritto il 

  • 0

    Una omologodiarrea...

    piuttosto sconclusionata (da copia incolla?) di uno pseudo scrittore del quale il meglio che si possa dire è che sia rimasto fermo allo stadio sadico-anale. Scomodare nomi di grandi autori del passat ...continua

    piuttosto sconclusionata (da copia incolla?) di uno pseudo scrittore del quale il meglio che si possa dire è che sia rimasto fermo allo stadio sadico-anale. Scomodare nomi di grandi autori del passato è solo indice del degrado culturale (o della fine della letteratura?) in cui ormai siamo sprofondati.

    ha scritto il 

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