Le confessioni di un italiano

Di

Editore: De Agostini

4.1
(623)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 677 | Formato: Rilegato in pelle | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese

Isbn-10: A000127502 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Cofanetto , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 5

    Il grande capolavoro della letteratura italiana dell'Ottocento

    Questo romanzo è immenso: è un poderoso affresco storico, è una delle più commoventi storie d'amore che siano mai state scritte, è l'Italia, è un compendio filosofico, è il ricordo di una lunga vita s ...continua

    Questo romanzo è immenso: è un poderoso affresco storico, è una delle più commoventi storie d'amore che siano mai state scritte, è l'Italia, è un compendio filosofico, è il ricordo di una lunga vita scritto da una persona che sembra averne vissute dieci, e che invece perì a trent'anni!
    Narrato in prima persona, il romanzo ripercorre quasi un secolo di storia di Venezia e dell'Italia fra Sette e Ottocento.
    I primi capitoli, estremamente lunghi e placidi, a tratti quasi soporiferi, sembrerebbero preludere al mattonazzo, ma non è affatto così.

    "Il tempo non è tempo ma eternità, per chi si sente immortale"

    La lentezza iniziale, che corrisponde all'infanzia del protagonista, è l'allegoria dello stato d'inerzia quasi moribondo in cui versava la Serenissima alla fine del Settecento (in buona compagnia con molti altri Stati italiani), e che sarebbe stata squassata e spazzata via dal "liberatore dei popoli", il quale si divertì in più occasioni, fra le speranze e le delusioni del protagonista, a plasmare l'Italia a proprio gusto.
    Lettura fondamentale se si vuole capire cosa rappresentò, nel bene e nel male, Napoleone per l'Italia, e scoprire anche che molti degli odierni vizi nostrani hanno origini antiche e profonde.
    E poi c'è la Pisana! Uno dei personaggi più belli di tutta la letteratura mondiale!

    Dato il periodo storico in cui fu scritto, il paragone con I promessi sposi è inevitabile.
    E sicuramente Nievo non evita il confronto con Manzoni, ma anzi, lo cerca e lo accentua, per esempio, mettendo in bocca alla Pisana un discorso sulla Divina Provvidenza che è una sottile presa in giro della concezione manzoniana della mano di Dio, oppure asserendo che quella di Napoleone, senza dubbio fu vera gloria, nonostante tutti gli errori fatti, rispondendo così al più celebre degli interrogativi di Manzoni.

    Dal canto mio, ritengo che il romanzo di Nievo batta quasi su tutto quello di Manzoni: è molto più avvincente, molto più ironico, molto più palpitante e presenta dei valori nei quali mi riconosco di più. L'unica pecca, forse, sta in uno stile di scrittura ed una lingua oggi più che mai desueti, ma Nievo non ebbe il tempo materiale di "sciacquare i panni in Arno", preferì partecipare alla spedizione dei Mille; superato l'urto iniziale, con l'evolversi dell'intreccio il libro si lascia leggere con estrema facilità e diventa difficile staccarsene.

    ha scritto il 

  • 0

    Io nacqui veneziano al 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista San Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.
    Mi domando ...continua

    Io nacqui veneziano al 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista San Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.
    Mi domando se di questo caposaldo della letteratura italiana ci si ricordi ancora; sicuramente non era nella lista dei libri che mi consigliarono al liceo; è un peccato perché è una di quelle storie che, al termine, danno l’impressione di lasciare un amico, anzi: molti amici, i personaggi con cui si sono condivise tante pagine corrispondenti a intere vite con cui l’autore ha messo i lettori in sintonia. Oscurato dall’ingombrante manzoniano coetaneo, il romanzo di Nievo non vede riconosciuti i suoi meriti, che sono molti, a partire dai temi trattati: il completamento del processo di decadenza in corso da secoli con la fine del mondo feudale nella Repubblica veneta; l’arrivo delle idee rivoluzionarie in Italia e il loro tradimento da parte di chi le aveva propagate; le prime istanze risorgimentali; l’affermazione di nuovi modi di pensare; moltissime riflessioni sul carattere italico che, come accade con gli scrittori che divagano verso un moralismo scettico [1][2], sono valide tuttora (la mancanza di disciplina militare non è un problema assillante ai nostri giorni ma come negare, al netto di semplificazioni e stereotipi, la tendenza italiana a risolvere tutto con un certa furberia?). Ancora, dal punto di vista della mera letteratura: una trama complessa con personaggi indimenticabili, un tassello fondamentale nella nascita di una lingua letteraria nazionale.
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    Questo era il frutto della nullaggine politica di tanti secoli: non si credeva più di essere al mondo che per guardare; spettatori e non attori.
    Carlino è colui che sceglie di essere attore e non spettatore (favorito certamente dalla mancanza di legami familiari e obblighi sociali e dalla libertà di movimento che gli permette di esaminare tutte le istanze in campo e decidere a quali aderire). Vi è certamente la visione retrospettiva di Nievo che, scrivendo quando l’epopea risorgimentale non è più solo un’ipotesi astratta (con un po’ di malizia si può dire: raccontando rivoluzioni, insurrezioni, moti a cui ha partecipato Carlino, vuole spiegare ai suoi contemporanei come non si fanno rivoluzioni, insurrezioni, moti, pena un ulteriore scacco), esalta il ruolo di Roma capitale d’Italia e vuole che, sull’esempio di altre Nazioni europee, gli Italiani diventino popolo.
    I popoli soli nella storia moderna vivono, combattono, e se cadono, cadono forti e onorati, perché certi di risorgere.
    (Guardando la Storia a posteriori si potrebbe anche rabbrividire a questa visione romantica, ingenua della nascente idea di popolo, sapendo quanto poi si corruppe nel giro dei decenni causando due guerre mondiali.)
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    Così adoperarono coloro verso Venezia che avea difeso per tanti secoli tutta la cristianità dalla barbarie mussulmana. Ma quei maiali non leggevano storie; preparavano orrendi capitoli alle storie future.
    Non va per il sottile, Carlino, girando in indignazione la delusione, il senso di tradimento causato dal trattato di Campoformio (quello che aveva obbligato al riposizionamento Foscolo, di cui vi sono alcuni camei nel racconto di Nievo). Non rimpiange il passato, Carlino, ma non è per il futuro da prendere senza condizioni: il nuovo che avanza non è sempre migliore (eufemismo) del vecchio di cui si è sbarazzato. Mi pare piuttosto che Nievo veda un’ineluttabilità del futuro: il processo è in corso e non può essere arrestato; i guai, semmai, arrivano distruggendo tutto il vecchio prima di gettare le basi del nuovo. Del resto, l’auspicio di Carlino / Nievo è che gli Italiani smettano di dipendere dagli altri, su cui si può fare affidamento solo sul breve termine, per costruire il proprio destino. Per questo, è con una logica di “male necessario” che Carlino giudica la vicenda napoleonica (pure l’imperatore ha un incontro col protagonista) in Italia.
    Napoleone, colla sua superbia, coi suoi errori, colla sua tirannia, fu fatale alla vecchia Repubblica di Venezia, ma utile all’Italia.
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    Attenzione però. Nella vastità del romanzo può accadere che Nievo sia di tanto in tanto contraddittorio. Può darsi: mi pare comunque che non sia incoerente. Anche se, tramite Carlino, ci dice che per lui il futuro è… il futuro, come ho già scritto, non se lo immagina roseo. Gli auspici di Carlino all’educazione dei giovani, all’assunzione di responsabilità, all’uscita dall’egoismo che fa curare solo il proprio particulare sono un impegno che richiede a chi verrà (il narratore delle Confessioni è un uomo che ha vissuto e sente avvicinarsi la fine): se il futuro arriva necessariamente, non è così per il bene, che richiede l’impegno dell’uomo. Avendo visto furbastri e opportunisti salire sul carro della rivoluzione veneziana, mette in guardia. E avverte che il mondo che è stato distrutto potrebbe riformarsi, anche se sotto apparenze diverse.
    Ho gran paura che avremo di qui a qualche anno superbamente insediata un’aristocrazia del denaro, che farà desiderare quella di nascita. Presto conosceranno la mostruosità d’una potenza che non s’appoggia ad alcun merito né presente né passato, ma solamente al diritto del danaro che è tutt’uno con quello della forza. Che chi ha danaro se lo tenga e lo spenda e ne usi; va bene; ma che con esso si comperi quell’autorità che è dovuta solamente al sapere e alla virtù, questa non la potrò mai digerire.
    ---

    Meglio la fede anche ignorante che il nulla vuoto e silenzioso. Vi sono ora leggiadre donzelle e giovinotti di garbo le cui mire son tutte volte ai godimenti materiali. Del resto la mente di costoro non conosce diletti che sieno veramente suoi. E se l’osassero avrebbero a scegliere fra la pistola, suicidio del corpo, e il fastidio della vita, suicidio dell’anima. Questo è il destino dei più forti o dei più sventurati.
    Nel narrare un’epoca di cambiamento, Nievo non si limita alle questioni sociali e politiche, ma riflette sui nuovi modi di pensare, specialmente sul rapporto, di cui mi pare non siamo ancora venuti a capo, tra fede e ragione. Carlino si confronta con la fede, che non ha, che stigmatizza nelle sue declinazioni bigotte e al servizio di interessi particulari, ma che ammira e rispetta in chi la vive in modo semplice e profondo, provandone una grande nostalgia e osservando, con un ragionamento in grande anticipo sui tempi, che i compagni non credenti sono, in generale, portatori di un pensiero debole. Il pievano lo mette in guardia da materialismo e positivismo, che conducono a una libertà che, alla lunga, si rivela schiavitù. Ma è nel vecchio amico Martino che Carlino ritrova la fede degli umili, quella di cui vorrebbe avere il dono lui stesso.
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    Le donne superiori a noi! Sì, fratellini miei; consentite questa stranezza in bocca d’un vecchio che ne ha vedute molte. Sono superiori a noi nella costanza dei sacrifizi, nella fede, nella rassegnazione; muoiono meglio di noi: ci son superiori insomma nella cosa più importante, nella scienza pratica della vita, che, come sapete, è un correre alla morte.
    Occorre tenersi alla larga dai luoghi comuni romantici e anche dalle altrettanto spontanee obiezioni sul personaggio per concludere: la Pisana è una donna straordinaria. Non perché angelica o priva di difetti, ma perché capace di vivere, di esprimere sacrificio e abnegazione che la affrancano dalla sua incostanza. Paradossalmente, l’unico luogo comune letterario che incarna è quello della donna che ama troppo il suo uomo per risolversi a passare la vita con lui. Nonostante i rospi che gli tocca ingollare, è dalla Pisana che Carlino apprende l’ammirazione e il rispetto per tutte le donne (con un panegirico delle donne italiane che, ai nostri giorni, lungi dall’essere apprezzato, immagino faccia storcere il naso).
    Le donne poi, oh le donne si somigliano tutte dall’Alpi al Lilibeo! Sono tagliate sul vero stampo della donna donna, non della donna automa, della donna aritmetica, e della donna uomo che si usano in Francia in Inghilterra in Germania.
    La cugina continua a scomparire dalla storia e a riapparirvi talora per far disperare Carlino, talora per aiutarlo, fino all’ultimo incontro quando con una frase struggente rilegge la storia di una vita.
    Perdonami di averti amato alla mia maniera.
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    APPUNTI SPARSI. Carlino ultrà di Dante in anticipo su una piena e consapevole riscoperta del Sommo Poeta. L’amicizia di cane e gatto al castello di Fratta, deliziosa e commovente. Forse il personaggio “minore” più bello, e più struggente: Leopardo. Il saccheggio del patrimonio artistico italiano da parte dei Francesi. La controrivoluzione nel Mezzogiorno già allora presa in mano dal brigantaggio: il male del Sud riassunto nella ridotta dimensione della sua élite e nell’ignoranza del popolo. Carlino si proclama precursore delle idee di Azeglio (sic) e Balbo. La lotta, carica di simbolo, per la libertà della Grecia, che non era vista di buon occhio in giro per l’Europa.
    ---

    [1] L’incancrenirsi di siffatti costumi sotto l’orpello luccicante della nostra civiltà è la sola causa per cui la volontà è diventata aspirazione, i fatti parole, le parole chiacchiere; e la scienza si è fatta utilitaria, la concordia impossibile, la coscienza venale, la vita vegetativa, noiosa, abbominevole.
    ***

    E per dirla meglio, tutte le grandi gioie si somigliano nei loro effetti, a differenza dei grandi dolori che hanno una scala di manifestazioni molto variata. Le anime hanno un centinaio di sensi per sentir il male, ed uno solo pel bene.
    ***

    Tutti abbiamo durante il giorno il nostro quarto d’ora di minchioneria.
    ***

    Io invidio ai morti veneziani questo postumo viaggio; se un lontano sentore di vita rimane in essi, come pensa l’americano Poë, deve giungere ben soave ai loro sensi assopiti il dolce molleggiar della gondola.
    [Impossibile non sentire l’assonanza tra le suggestioni di Nievo e quelle che saranno di Thomas Mann nel raccontare il viaggio in gondola di von Aschenbach.]
    ***

    È un difetto grave negli uomini di pretendere le uguali opinioni da un grado diverso di coltura; come è errore massiccio e ruinoso nei politici appoggiare sopra questa manchevole pretensione le loro trame, i loro ordinamenti!
    ***

    Unico esempio di inflessibilità italiana in quel tempo di continui mutamenti, di sùbite paure; e fu Pio VI.
    ***

    La religione cattolica non è né arcigna né selvatica né inesorabile; infatti se volete trovare l’obesità, la rigidezza e lo spleen bisogna andare fra i protestanti.
    ***

    Il mistico Alessandro chiamò alle armi la santa Russia, oppose alla guerra dell’ambizione la guerra del popolo. Quarantamila italiani insanguinarono delle proprie vene le nevi della Russia per assicurare la ritirata agli avanzi dispersi della grande armata. Ma il bollettino che annunziava l’immenso disastro conchiudeva: “La salute di Sua Maestà non fu mai migliore.”
    [Un’altra assonanza, questa volta con Tolstoj. E, per noi che conosciamo la Storia che venne dopo, il ricordo di altri Italiani che, oltre un secolo dopo, insanguinarono delle proprie vene le nevi della Russia.]
    ***

    [2] “Prima che la statistica aprisse i suoi registri” disse un ottimo pubblicista “ciascun paese credeva d’essere quello che avrebbe voluto essere.”

    ha scritto il 

  • 3

    L'Italia del Risorgimento - dalla prospettiva laica e di sinistra

    Un classico dell'Ottocento rivisto a distanza di anni dalle sue precedenti letture - mai però consecutive - può far scattare illuminazioni impreviste.
    In questo caso, purtroppo no.
    Il romanzo di Niev ...continua

    Un classico dell'Ottocento rivisto a distanza di anni dalle sue precedenti letture - mai però consecutive - può far scattare illuminazioni impreviste.
    In questo caso, purtroppo no.
    Il romanzo di Nievo conferma quel che già sapevo e avevo capito.
    Carlo è un bel protagonista e il racconto della sua infanzia ancora appassionante.
    La Pisana e
    è un grande personaggio femminile e la storia d'amore con lei attraversa tutta la vita del nostro Carlino, dando vita all'ideale dell'amore eterno ma senza lieto fine (e forse proprio per questo dura tutta una vita).
    Ci sono pagine di storia risorgimentale. Non ne mancano di bellissime - tra le mie preferite: il suicidio dell'amico Leopardo.
    Ma nel libro ci sono più romanzi. E non tutti sullo stesso piano.
    Il destino gli fu nemico - ancorché Eco ci abbia suggerito un'ipotesi più inquietante sulla sua morte.
    Povero Ippolito. Avrebbe avuto la stoffa per diventare un grande

    ha scritto il 

  • 4

    Postmoderno ante litteram

    Straordinario mix di arcaica modernità in questo romanzo, a mio avviso più geniale, ancorché meno "ripulito" de I Promessi Sposi.
    Se vogliamo capire ili "postmoderno" in letteratura non dobbiamo ricor ...continua

    Straordinario mix di arcaica modernità in questo romanzo, a mio avviso più geniale, ancorché meno "ripulito" de I Promessi Sposi.
    Se vogliamo capire ili "postmoderno" in letteratura non dobbiamo ricorrere solo ai contemporanei, ai "cannibali", alla "new epic", o a certi acclamati scrittori americani.
    Basta leggere queste "Confessioni".
    Vi troviamo romanticismo, lirismo (echi foscoliani sono percepibili), epica, commedia di costume, avventura, appendice, romanzo storico, di formazione e memoriale.
    Tuttavia ciò che rende attualissima e innovativa quest'opera è la connessione tra tessuto narrativo e riflessione morale, la commistione tra eventi narrati e digressioni storiche, filosofiche, giuridiche (persino una trattazione sui diritti feudali legati al castello di Fratta...).
    Dunque un testo ricco, che si dilata nel tempo, che ci accompagna da fine Settecento a metà Ottocento, e che ci proporne una follia straordinaria di personaggi, nella quale anche i minori spiccano e diventano indimenticabili.
    Pisana poi è forse la figura femminile più affascinante della letteratura italiana .
    Se Nievo avesse rivisto e limato questo libro ne sarebbe uscito un capolavoro di livello mondiale.
    Anche così ci cattura

    ha scritto il 

  • 4

    Il romanzo storico italiano

    Premetto: consiglierei ai docenti di far leggere "Le confessioni di un italiano" (I. Nievo), magari al posto dei "soliti" Promessi sposi. L'opera di Nievo è sicuramente lunga, complessa, ricca di avve ...continua

    Premetto: consiglierei ai docenti di far leggere "Le confessioni di un italiano" (I. Nievo), magari al posto dei "soliti" Promessi sposi. L'opera di Nievo è sicuramente lunga, complessa, ricca di avvenimenti sociali e storici italiani dell'800, in pieno clima di unificazione, con tutte le lotte e le speranze che il periodo ha portato e il protagonista ne è parte, con i suoi pregi, i suoi ideali di eroismo e i suoi difetti e debolezze. Le più noiose parti storiche si mescolano con quelle più interessanti delle confessioni della vita del protagonista, in particolare del suo amore con la cugina Pisana che vivono sin dall'infanzia in maniera più o meno tormentata, a causa del carattere volubile della giovane. E' davvero una bella storia d'amore e che verso la fine commuoverà...ma non voglio anticipare più nulla!

    ha scritto il 

  • 4

    Se il suo autore lo avesse risciacquato in Arno appena un po’ (tanto per togliere le meno potabili fra le espressioni arcaiche o dialettali) e si fosse ricordato che anche la punteggiatura è important ...continua

    Se il suo autore lo avesse risciacquato in Arno appena un po’ (tanto per togliere le meno potabili fra le espressioni arcaiche o dialettali) e si fosse ricordato che anche la punteggiatura è importante evitando di tralasciare qualche virgola di troppo, questo monumentale romanzo, invece di finire quasi dimenticato, avrebbe il posto che si merita nella storia della letteratura italiana. Perché nel suo scorrere torrenziale ci sono la passione (amorosa e politica) e il tradimento, la meschinità e il coraggio, l’opportunismo e il disinteresse, la guerra e la quotidianità: si potrebbe andare avanti ancora elencando e aggiungere pure la marea di personaggi delineati con cura tra pregi e difetti, ma soprattutto ci sono il passato e il futuro. Carlo (non ancora) Altoviti cresce nella sonnacchiosa campagna friulana della seconda metà del Settecento: il suo destino di servo di piccoli nobilotti di provincia parrebbe immutabile come la società che lo circonda, dominata dagli stanchi riti del bel mondo in una cadente Repubblica di Venezia. Invece il vento delle rivoluzioni prende a soffiare, facendo crollare le istituzioni ormai marce e ribaltando anche la vita del protagonista che, fra alte speranze e cocenti disillusioni, attraversa tutte le fasi politiche a cavallo dei due secoli finendo per fare anche una sorta di giro d’Italia della ribellione regolarmente soffocata più una quasi inevitabile esperienza di esule a Londra. Qui si sublima il suo rapporto con la Pisana, figlia dei suoi castellani per la quale prova un sentimento (ricambiato) che si può etichettare come ‘amore della sua vita’, ma che, pur nato in pratica nella culla, per un motivo o per l’altro non giunge a compiersi mai: il percorso capriccioso di lei e la mancanza di coraggio di lui sono concause di una tensione che accompagna l’intera loro esistenza. Alla loro storia si affiancano altre del pari indimenticabili: fra di esse, vanno almeno citati il rapporto tra Doretta e Leopardo che nasce idilliaco alla Fontana di Venchieredo e si conclude tragicamente in una buia stanza veneziana oppure l’amore senza speranza tra Clara e Lucilio, negato in modo impietoso più dalla meschinità umana che dalle circostanze. Avendo come contrappeso viscidi lealisti come gli Ormenta o padre Pendola, Lucilio si erge dalla cintola in su fra le figure secondarie grazie alla volontà che lo trascina sia nella passione amorosa, sia in quella civile: molti altri preferiscono lasciarsi sedurre dalle lusinghe di una vita più comoda o, comunque, normalizzata. In fondo, è quello che capita anche a Carlo, tra i soldi di un padre ritrovato mezzo turco e la parentela con una benestante famiglia greca, la quale però trascina lui e i suoi figli nella lotta per la liberazione di quel Paese. Aggiunto che, per non farsi mancare nulla, un altro rampollo finisce in Sud America, va sottolineato come la vita del protagonista alterni a momenti luminosi una bella serie di dolori che egli rivede con la serenità dell’ultraottantenne: il libro è infatti costruito come se fosse lo stesso Carlo a rievocare la propria eistenza calibrando l’irruenza della gioventù con la serenità della vecchiaia. Purtroppo questa meditazione all’indietro lo fa sbandare a volte in lunghi pistolotti morali sugli argomenti più svariati che costituiscono gli unici momenti davvero deboli del libro quasi azzerandone qua e là la tensione narrativa: difetto peraltro compensato dallo spessore di una narrazione che Nievo scrisse venticinquenne a metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento e fu pubblicata postuma. Chi volesse proprio fare il noioso potrebbe poi evidenziare come la seconda metà sia meno appassionante delle pagine che l’hanno preceduta, in special modo quelle freschissime del giovane Carlino a contatto con la rigogliosa campagna friulana, ma il romanzo resta comunque un esperienza che si rivela, a sorpresa, molto coinvolgente nel suo essere racconto di formazione di un uomo e di un intero Paese. Succede così che, dopo qualche settimana di intensa frequentazione, si senta la mancanza di Carlo Altoviti e si consideri la sua lingua retrò come un piacevole tratto distintivo di un libro che meriterebbe di stare fianco a fianco con gli altri monumenti letterari che hanno visto la luce – non solo in Italia - nello stesso secolo.

    ha scritto il 

  • 5

    Perché non studiarlo a scuola?

    La differenza fra la scuola di oggi e quella di una volta? Mio padre ha studiato in un perito tecnico negli anni '60, e l'insegnante di italiano fece leggere interamente questa opera, mentre io ho fre ...continua

    La differenza fra la scuola di oggi e quella di una volta? Mio padre ha studiato in un perito tecnico negli anni '60, e l'insegnante di italiano fece leggere interamente questa opera, mentre io ho frequentato il liceo classico negli anni 2000, senza che Nievo fosse mai citato nelle lezioni di letteratura, interamente saltato il capitolo a lui dedicato nel libro di italiano, cosa che ho poi riscontrato anche parlando con altri miei coetanei.
    Questo è il vero libro del risorgimento italiano, è leggendo quest'opera che si può capire realmente lo spirito che contraddistingueva i giovani dell'epoca, i sognatori che speravano in un'Italia diversa e unita!
    Come si può cancellare la lettura di questo capolavoro dai programmi scolastici? Non fosse morto misteriosamente, Nievo oggi probabilmente sarebbe valso un Manzoni, e non è detto che le Confessioni non valgano i Promessi Sposi, è solo questione di pubblicità e di caparbietà degli insegnanti.
    Peccato davvero che sia poco conosciuto.

    ha scritto il 

  • 5

    Un vero capolavoro! Un'opera che è contemporaneamente un romanzo storico dell'Italia di fine '700- metà '800, un libro di avventura, una storia di passione civile e di passioni affettive. Il personagg ...continua

    Un vero capolavoro! Un'opera che è contemporaneamente un romanzo storico dell'Italia di fine '700- metà '800, un libro di avventura, una storia di passione civile e di passioni affettive. Il personaggio della Pisana, con le sue mille contraddizioni, rimane indelebile nella memoria.

    ha scritto il 

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