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Le mas des alouettes

Il était une fois en Arménie

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Editeur: Points

4.0
(1841)

Language:Français | Number of pages: 245 | Format: Mass Market Paperback | En langues différentes: (langues différentes) English , Italian

Isbn-10: 2757804359 | Isbn-13: 9782757804353 | Publish date: 

Translator: Nathalie Bauer

Category: Biography , Fiction & Literature , History

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Description du livre
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  • 0

    Il viaggio senza meta

    Quello armeno è un popolo pacifico. Vive tra i monti dell'Asia Occidentale ed è una minoranza etnica e religiosa in territorio turco.

    Le famiglie descritte da Antonia Arslan sono spesso ricche e colte ...continuer

    Quello armeno è un popolo pacifico. Vive tra i monti dell'Asia Occidentale ed è una minoranza etnica e religiosa in territorio turco.

    Le famiglie descritte da Antonia Arslan sono spesso ricche e colte, con antiche tradizioni. All'inizio del Novecento i Turchi iniziano la deportazione di questo popolo. Molti uomini sono uccisi immediatamente, mentre donne, bambini, vecchi cominciano una lunga marcia forzata verso il nulla. Sì, perchè non esistono campi di concentramento da raggiungere, in cui sostare, in cui riposare almeno per un po': i campi di concentramento sono una "mera illusione": vero scopo degli oppressori è quello di causare la morte degli Armeni per sfiancamento.
    E così sarà. Ne moriranno circa 1.500.000.

    Un bel libro, per non dimenticare un altro inutile genocidio.

    dit le 

  • 5

    "C'è un momento nella vita di ogni donna armena, in cui la responsabilità della famiglia cade sulle sue spalle. Noi moriremo, per evitare questo peso alle nostre perle, alle nostre rose di maggio: e infatti moriamo:"

    Un libro bellissimo e tristissimo, una vera testimonianza storica, quella della deportazione ed uccisione di massa del popolo armeno nel 1915 mentre nel mondo si iniziava a combattere la prima guerra ...continuer

    Un libro bellissimo e tristissimo, una vera testimonianza storica, quella della deportazione ed uccisione di massa del popolo armeno nel 1915 mentre nel mondo si iniziava a combattere la prima guerra mondiale.
    La scrittrice Antonia Arslan racconta in maniera diretta, chiara e tagliente la storia della sua famiglia, dei suoi avi che morirono per mano degli ittihadisti che volevano eliminare la razza armena dal mondo e che ordinarono di fare un lavoro pulito e sistematico: prima uccidere gli uomini, poi deportare bambini, donne e vecchi fino nel deserto di Des-es-zor, sperando che la maggior parte morisse durante la traversata a causa degli stenti, delle privazioni, degli attacchi da parte dei predoni curdi, se fosse rimasto vivo ancora qualcuno là avrebbero trovato comunque la loro fine.
    "Ancora per questa volta: Sempad e i suoi avranno sepoltura cristiana. A tutti gli altri armeni che perderanno la vita in quei mesi funesti, trucidati, morti di sete e di fame lungo le strade anatoliche, con scherno coerente sarà negato anche ogni funebre rito. O meglio: non ce ne sarà bisogno. Un singolo morto era prima un essere che respirava, era vivo, e la sua spoglia è un cadavere che può essere onorato: centomila morti sono un mucchio di carne in putrefazione, un cumulo di letame, più nulla del nulla, un'immonda realtà negativa di cui disfarsi."
    Il libro ci racconta anche del dolore di coloro che sono rimasti perchè scappati dall'Anatolia in cerca di fortuna e di ricchezza e che non hanno più una Patria alla quale far di nuovo ritorno, il dolore di chi ha perso gli odori, i sapori, le usanze ed i costumi, la sua gente ed i suoi cari, la gioia, la consolazione e la nostalgia per il loro Paese di Origine.
    Magnifico il ricordo delle donne armene: madri che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia perchè pur soffrendo atrocemente, hanno lottato ed usato qualsiasi espediente per cercare di salvare i loro figli unica salvezza affinché un'intera etnia non rischiasse di scomparire.
    Un libro che ci porta a riflettere, a pensare, doloroso, drammatico e triste, a 100 anni da quei fatti drammatici, dove alcuni uomini decisero le sorti di un'intera etnia, quella armena, spesso affermiamo che la storia si ripete ed è purtroppo vero, basta aspettare la seconda guerra mondiale dove furono gli ebrei a dover subire la stessa identica sorte. La deportazione armena purtroppo è stata ricordata meno di quella degli ebrei, ma entrambe sono un atto terribile, crudele ed inspiegabile: perché si sono uomini che possono decidere il destino e la vita di altri uomini? Perché è necessario trovare folle da sacrificare per godere poi del loro sangue? Domande alle quali è difficile rispondere, perché non è capibile l'odio ed il desiderio che porta a dover uccidere persone uguali a noi, ma con tradizioni, religioni ed costumi diversi.
    "Qui si incide un bubbone, hanno spiegato gli ittihadisti, senza rancori personali, per far guarire il corpo ammalato della nazione, per fare pulizia. E a coloro che opereranno bene, molto sarà perdonato, e dato il libero godimento da questa impura sottorazza di preti e di trafficanti."
    Consiglio vivamente a chiunque di leggerlo per non dimenticare fin dove può portare la crudeltà umana.

    dit le 

  • 4

    Perdonare forse sarà possibile, ma dimenticare? La famosa “comunità internazionale” ci si è messa di impegno a dimenticare, non parlare, non accennare, per non urtare gli alleati turchi, perfino Israe ...continuer

    Perdonare forse sarà possibile, ma dimenticare? La famosa “comunità internazionale” ci si è messa di impegno a dimenticare, non parlare, non accennare, per non urtare gli alleati turchi, perfino Israele che dovrebbe avere almeno un moto di simpatia parla di “immane tragedia”, non di genocidio.
    Il 24 aprile 2015 ero in piazza Syntagma, ad Atene. Una mostra fotografica, crudissima, ricorda i 100 anni esatti dell’inizio dello sterminio, genocidio per essere esatti (anche se ai turchi e a Erdogan dà fastidio la parola), visto che si è trattato del tentativo di cancellare un popolo. Tentativo quasi riuscito, 1.200.000 armeni si sono dissolti in una serie di marce forzate verso il deserto. Pochissime voci si sono levate per condannarlo o anche solo per parlarne. Werfel nel 1939 scrisse i 40 giorni del Mussa Dagh, forse colpito dal parallelismo di quello che stava facendo Hitler (all’inizio in modo più dilettantesco rispetto ai turchi, che con poche forze ottennero quasi il 100% del risultato in soli due anni, due anni!).
    Gli armeni non hanno avuto alcun riconoscimento, non una Patria a cui tornare, non risarcimenti, non le scuse, non il cordoglio. Hanno dovuto aspettare 100 anni perché il Papa alzasse la voce (e sì che sono cristiani pure loro) e riconoscesse quel che era stato.
    Arslan ha il merito di scrivere un libro asciutto e non romanzato (e sì che con la materia che aveva per le mani ci poteva cavare un bel drammone da 700 pagine!). Narra la felicità e il dolore, intesse piccole storie alla grande Storia, senza farsi prevaricare da quest’ultima. Tiene dritta la stella polare della sua narrazione, portandola a compimento. Gli occhi sono asciutti, non cerca né le nostre lacrime né la nostra commozione. Perfino nelle scene più cruente e sanguinose è rispettosa, forse perché narra della sua famiglia, e questa storia ci ha messo quasi cento anni a essere scritta.
    Penna lieve, ma dritta al cuore.

    dit le 

  • 4

    Dopo aver letto questo commovente romanzo autobiografico, che ha ben poco di fantastico, sono passato a SURVIVORS che espone scientificamente e in maniera documentata il genocidio degli armeni di cui ...continuer

    Dopo aver letto questo commovente romanzo autobiografico, che ha ben poco di fantastico, sono passato a SURVIVORS che espone scientificamente e in maniera documentata il genocidio degli armeni di cui si parla troppo poco. Coinvolgente.

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  • 5

    Bello e commovente fino alle lacrime. Tutto vero, tutto successo. E l'orrore della fine e' amplificato dalle tranquille scene iniziali che raccontano un mondo gia' perduto. Ben scritto, si sente la ra ...continuer

    Bello e commovente fino alle lacrime. Tutto vero, tutto successo. E l'orrore della fine e' amplificato dalle tranquille scene iniziali che raccontano un mondo gia' perduto. Ben scritto, si sente la radice autobiografica che lo rende ancora piu' vero.

    dit le 

  • 1

    Vicenda assolutamente interessante perchè dolorosamente vera. Lo sterminio degli Armeni durante la prima guerra mondiale, vicenda di cui personalmente al liceo venni a conoscenza solo grazie ad un min ...continuer

    Vicenda assolutamente interessante perchè dolorosamente vera. Lo sterminio degli Armeni durante la prima guerra mondiale, vicenda di cui personalmente al liceo venni a conoscenza solo grazie ad un minuscolo trafiletto di approfondimento nel manuale di storia.
    Purtroppo, dal punto di vista letterario, è davvero un libro noioso e monotono, scialbo, lento, ripetitivo. Purtroppo non vedevo l'ora di finirlo, non posso quindi fare altro che dare una stellina.

    dit le 

  • 3

    Una storia autobiografica dentro la storia terribile del popolo Armeno . Qualche pecca però c'è, il linguaggio un po' troppo ricercato dà leggermente fastidio e la parzialità del racconto ti lascia un ...continuer

    Una storia autobiografica dentro la storia terribile del popolo Armeno . Qualche pecca però c'è, il linguaggio un po' troppo ricercato dà leggermente fastidio e la parzialità del racconto ti lascia un forte senso di incompiutezza.

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  • 2

    Antonia Arslan ha il grande merito di raccontare, attraverso le memorie di famiglia, il genocidio armeno del 1915.
    La scrittura, però, non convince e l'uso esasperato del tempo presente - secondo me - ...continuer

    Antonia Arslan ha il grande merito di raccontare, attraverso le memorie di famiglia, il genocidio armeno del 1915.
    La scrittura, però, non convince e l'uso esasperato del tempo presente - secondo me - appiattisce la narrazione senza riuscire ad essere coinvolgente.

    dit le 

  • 2

    Il soggetto, avventuroso e tragico insieme, avrebbe meritato una scrittura letterariamente più elaborata. Ad esempio: invece degli scipiti corsivi con funzione di anticipazione temporale, maggiore eff ...continuer

    Il soggetto, avventuroso e tragico insieme, avrebbe meritato una scrittura letterariamente più elaborata. Ad esempio: invece degli scipiti corsivi con funzione di anticipazione temporale, maggiore efficacia si sarebbe ottenuta col "montaggio" di sequenze con scarto cronologico (stile Vargas Llosa, per intenderci). Ma non si può chiedere a un autore più di quanto ha voluto fare. Un altro difetto è l'indugio (che non riesce mai a essere affettuoso o a suscitare sympatheia nel lettore) sugli oggetti "di squisita fattura" appartenenti ai personaggi. Insomma manca la vis narrativa e risulta impari rispetto alla tragicità del soggetto. Inutilmente (e fastidiosamente) personalizzati con particolari superflui i ringraziamenti finali. Un unico merito riconosco a questo libro: di avermi spinto a cercare il non facilmente reperibile "I quaranta giorni del Mussa Dagh" di Werfel (quello sì un capolavoro!).

    dit le 

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