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Le mosche - Porta chiusa

By Jean-Paul Sartre

(133)

| Others | 9788845210976

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Book Description

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    Capire il senso

    Sartre non è Shakespeare ma il senso dietro ogni sua piece è di natura filosofica(cosi come lo era stato il romanzo La nausea)

    "Ho voluto dire: 'l'inferno, sono gli altri'.
    Ma 'l'inferno, sono gli altri' è sempre stato frainteso.
    Si è pensato che vo ...(continue)

    Sartre non è Shakespeare ma il senso dietro ogni sua piece è di natura filosofica(cosi come lo era stato il romanzo La nausea)

    "Ho voluto dire: 'l'inferno, sono gli altri'.
    Ma 'l'inferno, sono gli altri' è sempre stato frainteso.
    Si è pensato che volessi con questo dire che le nostre relazioni con gli altri sono sempre avvelenate, che si tratta sempre di rapporti infernali.
    In realtà, quello che voglio dire è un'altra cosa..
    Voglio dire che, se i nostri rapporti con gli altri sono intricati, viziati, allora l'altro non può che essere l'inferno.
    Perché? Perché gli altri sono fondamentalmente ciò che c'è di più importante in noi stessi per la nostra conoscenza di noi stessi.
    Quando noi ci pensiamo, quando cerchiamo di conoscerci, in fondo noi utilizziamo quelle conoscenze che gli altri hanno già di noi.
    Noi ci giudichiamo con i mezzi che gli altri hanno, ci (corsivo mio, ndt.) hanno. dato per giudicarci.
    Qualsiasi cosa io dica su di me, c'è sempre dentro il giudizio degli altri.
    Ciò significa che, se i miei rapporti sono cattivi, mi metto in totale dipendenza dagli altri.
    E allora davvero sono all'inferno.
    E c'è una quantità di gente nel mondo che è all'inferno, perché dipende troppo dal giudizio degli altri.
    Ma questo non vuol dire assolutamente che non si possano avere rapporti differenti con gli altri. Sottolinea semplicemente l'importanza capitale di tutti
    gli altri per ognuno di noi.
    La seconda cosa che vorrei dire è che questi personaggi non sono simili a noi.
    I tre protagonisti che sentirete recitare in A porte chiuse non ci assomigliano perché noi siamo vivi e loro sono morti. Naturalmente, qui, 'morto' simboleggia qualcosa.
    Quello che ho voluto dimostrare è proprio che molte persone sono incrostate in abitudini e comportamenti che esse stesse disprezzano, ma che non cercano nemmeno di provare a cambiare.
    E queste persone sono come morte.
    In questo senso non possono rompere la gabbia delle loro problematiche, delle loro preoccupazioni, dei loro comportamenti, e sono spesso vittime di giudizi espressi da altri su di loro.
    Da questo punto di vista, è ovvio che siano vigliacchi o cattivi, per esempio. Se hanno cominciato a essere vigliacchi, non interviene nulla a cambiare il loro essere vigliacchi.
    E' per questo motivo che sono morti, è un modo per dire che essere circondati dalla preoccupazione eterna e da azioni che non si vogliono cambiare, è una morte vivente
    Ma siccome, in realtà, noi siamo vivi, ho voluto mostrare, per assurdo, l'importanza della nostra libertà, vale a dire l'importanza di cambiare gli atti degli altri atti .
    Qualunque sia il cerchio dell'inferno nel quale viviamo, penso che noi siamo liberi di romperlo.
    E se una persone non lo rompe, è ancora liberamente che sceglie di restarvi,
    al punto di mettersi liberamente all'inferno.
    Quindi, ecco: rapporti con gli altri, abitudini incrostate e libertà, e libertà come altra faccia, appena suggerita, della medaglia; questi sono i tre temi del dramma.
    Vorrei che questo venisse ricordato quando sentirete dire: 'l'nferno, sono gli altri' "
    J.P.Sartre

    Porta chiusa
    http://www.unibg.it/dati/corsi/67055/59082-Sartre%20Hui…

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    Rustyjamesrumblefish08 said on Jul 12, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    "È dunque nuocere agli uomini, dar loro libertà di spirito?" (Le mosche, p. 18)

    "È questo dunque l'inferno? Non lo avrei mai creduto. Vi ricordate? Il solfo, il rogo, la graticola... buffonate! Nessun bisogno di graticole; l'inferno, sono gli ...(continue)

    "È dunque nuocere agli uomini, dar loro libertà di spirito?" (Le mosche, p. 18)

    "È questo dunque l'inferno? Non lo avrei mai creduto. Vi ricordate? Il solfo, il rogo, la graticola... buffonate! Nessun bisogno di graticole; l'inferno, sono gli Altri." (Porta chiusa, p. 165)

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    NULLA_DIES_SINE_LINEA said on Apr 22, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    “La parola conclusiva sul suo stesso lavoro merita di essere proprio quella di Jean-Paul Sartre, raccolta nella citata introduzione introduzione al testo registrata nel 1965, e qui integralmente riportata in italiano e - in nota - in francese: “Quand ...(continue)

    “La parola conclusiva sul suo stesso lavoro merita di essere proprio quella di Jean-Paul Sartre, raccolta nella citata introduzione introduzione al testo registrata nel 1965, e qui integralmente riportata in italiano e - in nota - in francese: “Quando si scrive una pièce, vi sono sempre cause occasionali e problematiche più profonde. La causa occasione era che, nel momento in cui ho scritto Huis clos, tra il 1943 e l'inizio del 1944, avevo tre amici e volevo scrivere per loro una pièce nella quale nessuno avesse più spazio dell'altro. In altre parole, volevo che restassero tutto il tempo in scena. Perché mi sono detto: 'Se uno deve uscire di scena, penserà che gli altri hanno un ruolo migliore dal momento che lui è stato fatto uscire...'. Volevo quindi tenerli insieme. E ho pensato: 'Come possiamo mettere insieme tre persone senza mai farne uscire una di scena, e tenerli sul palco fino alla fine, come fosse per sempre?' E' lì che mi è venuta l'idea di metterli all'inferno e di fare in modo che ciascuno fosse il carnefice degli altri due. Questa è la causa occasionale. Successivamente però, devo dire, questi tre amici non hanno recitato la pièce e, come sapete, sono stati Vitold, Tania Balachova e Gaby Sylvia, che la hanno recitata. Ma c'erano a quei tempi problematiche più vaste con cui fare i conti, e così ho voluto esprimere nel testo qualcosa di diverso rispetto quello che la semplice occasione mi dava. Ho voluto dire: 'l'inferno, sono gli altri'. Ma 'l'inferno, sono gli altri' è sempre stato frainteso. Si è pensato che volessi con questo dire che le nostre relazioni con gli altri sono sempre avvelenate, che si tratta sempre di rapporti infernali. In realtà, quello che voglio dire è un'altra cosa.. Voglio dire che, se i nostri rapporti con gli altri sono intricati, viziati, allora l'altro non può che essere l'inferno. Perché? Perché gli altri sono fondamentalmente ciò che c'è di più importante in noi stessi per la nostra conoscenza di noi stessi. Quando noi ci pensiamo, quando cerchiamo di conoscerci, in fondo noi utilizziamo quelle conoscenze che gli altri hanno già di noi. Noi ci giudichiamo con i mezzi che gli altri hanno, ci (corsivo mio, ndt.) hanno. dato per giudicarci. Qualsiasi cosa io dica su di me, c'è sempre dentro il giudizio degli altri. Ciò significa che, se i miei rapporti sono cattivi, mi metto in totale dipendenza dagli altri. E allora davvero sono all'inferno. E c'è una quantità di gente nel mondo che è all'inferno, perché dipende troppo dal giudizio degli altri. Ma questo non vuol dire assolutamente che non si possano avere rapporti differenti con gli altri. Sottolinea semplicemente l'importanza capitale di tutti gli altri per ognuno di noi. La seconda cosa che vorrei dire è che questi personaggi non sono simili a noi. I tre protagonisti che sentirete recitare in A porte chiuse non ci assomigliano perché noi siamo vivi e loro sono morti. Naturalmente, qui, 'morto' simboleggia qualcosa. Quello che ho voluto dimostrare è proprio che molte persone sono incrostate in abitudini e comportamenti che esse stesse disprezzano, ma che non cercano nemmeno di provare a cambiare. E queste persone sono come morte. In questo senso non possono rompere la gabbia delle loro problematiche, delle loro preoccupazioni, dei loro comportamenti, e sono spesso vittime di giudizi espressi da altri su di loro. Da questo punto di vista, è ovvio che siano vigliacchi o cattivi, per esempio. Se hanno cominciato a essere vigliacchi, non interviene nulla a cambiare il loro essere vigliacchi. E' per questo motivo che sono morti, è un modo per dire che essere circondati dalla preoccupazione eterna e da azioni che non si vogliono cambiare, è una morte vivente Ma siccome, in realtà, noi siamo vivi, ho voluto mostrare, per assurdo, l'importanza della nostra libertà, vale a dire l'importanza di cambiare gli atti degli altri atti . Qualunque sia il cerchio dell'inferno nel quale viviamo, penso che noi siamo liberi di romperlo. E se una persone non lo rompe, è ancora liberamente che sceglie di restarvi, al punto di mettersi liberamente all'inferno. Quindi, ecco: rapporti con gli altri, abitudini incrostate e libertà, e libertà come altra faccia, appena suggerita, della medaglia; questi sono i tre temi del dramma. Vorrei che questo venisse ricordato quando sentirete dire: 'l'nferno, sono gli altri'. Il disvelamento dell'apparente paradosso portato da 'l'inferno sono gli altri', fa pensare oggi che, sartrianamente parlando, esso non poteva essere svolto che come poco sopra descritto dal maestro […]”

    Opera che racchiude la più famosa frase di Sartre, ci troviamo di fronte a tre personaggi: Garcin, Inés e Estelle che sono rinchiusi in una stanza senza via d’uscita condannati per l’eternità per la loro cattiva condotta terrena. Loro sono ossessionati dalla costruzione di un loro sé soddisfacente, la stanza è illuminata e ciò da modo al lettore di leggere nelle emozioni dei personaggi. Due elementi sono fondamentali: lo sguardo e lo specchio. Lo sguardo da modo ai personaggi di vedere cosa succede nella vita terrena e di dare al lettore il leitmotiv per comprendere le crisi, e i dolori esistenziali dei personaggi; lo specchio è la controprova e la negazione di quanto ormai il proprio sé è compromesso, e niente e nessuno può rimediare alla loro ragion d’essere. Un testo modernissimo che parla delle guerre giornaliere del mondo, che sia in casa, al lavoro, nel sepolcro, sempre si torna a fare i conti sé stessi. senza mai riuscendo in modo assoluto ad ignorare gli altri. Noi siamo i boia degli altri, e gli altri sono i boia di noi.

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    Jack said on Oct 2, 2013 | Add your feedback

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    «Le secret douloureux des Dieux et des rois c’est que les hommes sont libres»

    Sartre è il mio filosofo preferito, da sempre. Penso che l’ultima vera, grande svolta al pensiero occidentale l’abbia impressa lui. Dal momento che commentare le sue opere maggiori richiederebbe mesi di studio e la scrittura di una sorta di tesi di l ...(continue)

    Sartre è il mio filosofo preferito, da sempre. Penso che l’ultima vera, grande svolta al pensiero occidentale l’abbia impressa lui. Dal momento che commentare le sue opere maggiori richiederebbe mesi di studio e la scrittura di una sorta di tesi di laurea, questa volta recensisco una sua breve opera teatrale alla quale sono particolarmente legata perché me ne sono occupata all'università e perché riprende un altro dei miei principali interessi, il teatro greco. Infatti Les Mouches sono la versione sartriana dell’Orestea di Eschilo, rilettura che porta a un interrogativo fondamentale : in un mondo in cui gli dei si rivelano non essere altro che la rappresentazione che gli uomini si fanno di loro, è legittimo interrogarsi su quale funzione e legittimità possa assumere il tragico. La risposta ci viene dallo stesso Sartre : «Non mi è parso impossibile che si potesse scrivere una tragedia della libertà, perché il fato antico è solo il contrario della libertà». Ed è proprio su questa contrapposizione fra libertà e fato che si basa il fascino di quest’opera.

    continua qui : http://comnenacorner.blogspot.it/2013/01/les-mouches-je…

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    Anna Scherbatsky said on Jan 31, 2013 | 1 feedback

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    -> Le mosche.
    Riscrittura delle "Coefore" di Eschilo. Bella scrittura e varie letture: libertà e desiderio di appartenenza, scelta e responsabilità, il senso di colpa come strumento di controllo sociale, lo scetticismo verso le credenze come orig ...(continue)

    -> Le mosche.
    Riscrittura delle "Coefore" di Eschilo. Bella scrittura e varie letture: libertà e desiderio di appartenenza, scelta e responsabilità, il senso di colpa come strumento di controllo sociale, lo scetticismo verso le credenze come origine di serenità o destabilizzante generatore di angoscia.
    "Giove: Hanno la coscienza sporca, hanno paura e la paura, la coscienza sporca hanno un aroma per le narici degli Dei. Sì, piacciono agli Dei, queste anime misere. Vorreste toglier loro la protezione divina? E che cosa gli dareste in cambio? Digestioni tranquille, la pace tetra della provincia e la noia, ah!, la noia quotidiana della felicità."
    "Oreste: Ah, non il minimo ricordo. [...] Un cane, un vecchio cane che si scalda, disteso vicino al focolare, e che si solleva un poco, quando entra il suo padrone, gemendo dolcemente per salutarlo, un cane ha più memoria di me. [...] Ci sono uomini che nascono impegnati: non hanno scelta, sono stati gettati su una via, in fondo alla via c'è un atto che li aspetta, il loro atto; essi vanno, e i loro piedi nudi premono fortemente la terra e si spellano sui ciottoli. Ti pare volgare, a te, la gioia di andare da qualche parte? [...] Ma io... Io sono libero, grazie a Dio. Ah! Come sono libero. E che superba assenza è la mia anima. [...] Ah! Se ci fosse un atto, vedi, un atto che mi desse diritto di cittadinanza fra loro; se io potessi impadronirmi, fosse pure con un delitto, dei loro ricordi, del loro terrore e delle loro speranze per colmare il vuoto del mio cuore, dovessi pure uccidere mia madre..."
    "Elettra: Non voglio ascoltarti più, mi hai fatto molto male. Sei venuto coi tuoi occhi avidi nel dolce viso di ragazza, e mi hai fatto dimenticare il mio odio: io ho aperto le mani e ho lasciato scivolare ai miei piedi il mio unico tesoro. Ho voluto credere di poter guarire la gente di qui con le parole. Hai visto cos'è accaduto: amano il loro male, hanno bisogno di una piaga familiare e la custodiscono accuratamente grattandola con le unghie sporche."
    "Giove: Io non amo nessuno. [...] I delitti non mi dispiacciono tutti in modo uguale. [...] Il primo delitto fui io a commetterlo creando gli uomini mortali. Dopo di ciò, che potevate fare, voialtri, gli assassini? Dare la morte alle vostre vittime? Ma via! La portavano già in sè; tutt'al più potevate affrettarla. Ma il tuo delitto mi serviva. [...] E' perchè tu lo espii che mi serve; io amo i delitti che espiano. [...] Per un uomo morto, ventimila altri uomini immersi nel pentimento, ecco il bilancio. Non ho fatto un cattivo affare. [...] Guardami. Ti ho detto che sei fatto a immagine mia. Facciamo tutt'e due regnare l'ordine, tu in Argo, io nel mondo; e lo stesso segreto preme pesantemente nei nostri cuori. [...] Il doloroso segreto degli Dei e dei re: è che gli uomini sono liberi. Sono liberi, Egisto. Tu lo sai, e loro non lo sanno."
    "Egisto: Sono quindici anni ch'io recito la commedia per nascondere ad essi il loro potere. [...] Ma sono io stesso la mia prima vittima: io non mi vedo che come loro mi vedono. [...] Chi sono, io, se non la paura che gli altri hanno di me? [...] L'ordine. E' vero. E' per l'ordine che sedussi Clitemnestra, per l'ordine che uccisi il mio re; volevo che l'ordine regnasse e che regnasse grazie a me. Sono vissuto senza desideri, senza amore, senza speranza: ho fatto ordine. Oh passione terribile e divina!"
    "Prima Erinni: Tu hai bisogno di noi, Elettra, sei creatura nostra. Hai bisogno delle nostre unghie per frugare la tua carne, hai bisogno dei nostri denti per mordere il tuo petto, hai bisogno del nostro amore cannibale per distoglierti dall'odio che hai per te, hai bisogno di soffrire nel corpo per dimenticare le sofferenze dell'anima."
    "Oreste: Sino a ieri tu eri un velo sui miei occhi, un tappo di cera nelle mie orecchie; ieri sì avevo una scusa: tu eri la mia scusa di esistere, perchè mi avevi messo al mondo per servire i tuoi disegni e il mondo era una vecchia mezzana che mi parlava di te continuamente. [...] Ma, ad un tratto, la libertà è piombata su di me e mi ha agghiacciato, la natura è saltata indietro, e io non ho più avuto età, e mi sono sentito completamente solo, in mezzo al tuo piccolo mondo benigno, come uno che abbia perduto la propria ombra; e non c'è più nulla in cielo, nè Bene nè Male, nè nessuno che possa darmi ordini. [...] Straniero a me stesso, lo so. Fuori dalla natura, contro la natura, senza scusa, senz'altro aiuto che in me. Ma non tornerò sotto la tua legge: io sono condannato a non avere altra legge che la mia. Non tornerò alla tua natura: mille strade vi sono tracciate che conducono verso di te, ma io posso seguire soltanto la mia strada. Perchè sono un uomo, Giove, e ogni uomo deve inventare la propria strada. [...] Tu sei un Dio e io sono libero: siamo ugualmente soli e la nostra angoscia è uguale."

    -> Porta chiusa.
    Un ipotetico inferno che rimanda continuamente alla vita reale.
    "Nessuno di noi può salvarsi da solo; dobbiamo perderci insieme o cavarcela insieme. Scegliete." dice uno dei personaggi. La possibilità per ognuno di essere artefice di paradiso. Ma qui no: ogni personaggio sembra prigioniero di un se stesso immutabile, condannato a fare/farsi del male per l'eternità. E così si arriva alla famosa affermazione: "L'inferno sono gli Altri". Uno sguardo senza speranza sull'umanità.
    Si apprende però dalla prefazione che Sartre, parlando di quest'opera vent'anni dopo averla scritta, abbia detto di essere stato capito male, che i personaggi sono morti viventi i cui rapporti sono viziati e incrostati dalle abitudini, "coscienze morte", ma che esistono altri rapporti e che è possibile rompere il cerchio infernale.

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    Escamar said on Apr 6, 2012 | 1 feedback

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    Premessa - Ho letto solo A porte chiuse, non ho l'edizione che comprende anche Le mosche.

    Garcin, Estelle, Inez, morti, vengono accompagnati da un cordiale valletto in una stanza arredata in stile Secondo Impero. Come, è questo l'inferno? Niente car ...(continue)

    Premessa - Ho letto solo A porte chiuse, non ho l'edizione che comprende anche Le mosche.

    Garcin, Estelle, Inez, morti, vengono accompagnati da un cordiale valletto in una stanza arredata in stile Secondo Impero. Come, è questo l'inferno? Niente carnefici, nessuna macchina di tortura? Il valletto sorride diabolicamente, tace, lascia i tre sconosciuti da soli. Il primo in vita era un giornalista sempre pronto a battersi per nobili cause, la seconda una brava signora dell'alta società parigina. A sentir loro. Inez è l'unica a dichiararsi per quello che è, una crudele manipolatrice. Gli altri due non si riveleranno da meno.

    Un testo ipnotico. Ho provato un senso di sdoppiamento nel leggerlo, mi è venuto automatico immedesimarmi nell'unico personaggio maschile, con il quale per altro condivido alcune caratteristiche, e quindi adottare il suo punto di vista, o meglio quello dell'attore che deve interpretarlo. Questo mi ha permesso di esserne sensibilmente coinvolto, curioso in prima persona di conoscere le due compagne, scoprire il loro peccato, la loro natura. Per presto rendermi conto che anch'io, pur tentando a tutti costi, come Garcin, nella sua situazione non sarei riuscito ad evitare la trappola, la ragnatela i cui fili sono le relazioni sociali.
    Ma ho mantenuto anche il punto di vista esterno da lettore-spettatore, una visione globale e forse morbosa della tortura che più procede più si fa intensa. Inizialmente rassicurante, ma è solo un'illusione, non basta non aver fatto quello di cui si sono macchiati i personaggi per sentirsi diversi ed esenti dal flagello. O dal ruolo di carnefice, immediatamente confermato dall'impulso di elevarsi a giudici.

    Nonostante le angoscianti implicazioni, o magari proprio a causa di esse, è una lettura godibilissima, da dimenticarsi di respirare. La cosa peggiore è che una volta terminata l'opera, la finta stanza infernale prende le sembianze di quella reale nella quale ci troviamo. Ma su essa, il sipario non cala.

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    Irimias said on Apr 3, 2012 | Add your feedback

Book Details

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  • Others 186 Pages
  • ISBN-10: 8845210979
  • ISBN-13: 9788845210976
  • Publisher: Bompiani
  • Publish date: 1984-01-01
  • Also available as: Paperback , Softcover
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