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Le onde

By Virginia Woolf

(377)

| Paperback | 9788806177577

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Book Description

Sei amici si alternano in un monologo. Nei loro soliloqui "dicono" fatti e vite, e "pensano" riflessioni e sogni: la scuola e i giochi, i segreti e gli abbandoni, le rispettive famiglie e i desideri. Le voci si confondono in un unico fiato, come un'o Continue

Sei amici si alternano in un monologo. Nei loro soliloqui "dicono" fatti e vite, e "pensano" riflessioni e sogni: la scuola e i giochi, i segreti e gli abbandoni, le rispettive famiglie e i desideri. Le voci si confondono in un unico fiato, come un'onda che racconta l'esistenza di ciascuno dei sei, e non solo la loro. Le onde sono la forma di questo romanzo: le onde del mare, della luce, del tempo, dell'emozione, dei gesti e dei dolori.

135 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Mi sentivo impotente a fermare le oscillazioni del gelido acciaio

    Ho frequentato di rado le letture di Virginia Woolf, un proposito giovanile non mantenuto, e per una serie di circostanze casuali, solo oggi, in età matura, mi è dato capire come ci sia un filo sottile che a partire da noi stessi dilata le sue maglie ...(continue)

    Ho frequentato di rado le letture di Virginia Woolf, un proposito giovanile non mantenuto, e per una serie di circostanze casuali, solo oggi, in età matura, mi è dato capire come ci sia un filo sottile che a partire da noi stessi dilata le sue maglie sottili fini a invadere gli spazi nebulosi del mondo circostante. E di colpo sono qui con in mano questo piccolo grande capolavoro. Non saprei definirlo. Anzi, non saprei finirlo. Ripiegata l’ultima pagina e richiusa la copertina del libro, la lettura può riprendere dalla prima riga e così via via sino all’infinito, volendo. Cosa che ho fatto, per il vero, leggendolo una seconda volta, parendomi, con mia sorpresa, un altro testo. E una terza ancora: stavolta, però, una lettura più sincopata, saltando paragrafi e capitoli, un levarsi e un cadere, un silenzio e un urlo, un incontrarsi e allontanarsi.
    È una non-storia: i sei personaggi, ognuno ben distinto dall’altro, sono seguiti non per le azioni che compiono ma per i pensieri che li accompagnano dall’infanzia sino alla maturità. È il moto perpetuo delle onde (della vita che scorre) che movimenta il loro agire sino al concetto del fluire, come flusso di immagini che scivolano a ritmo una dietro o avanti l’altra.
    Le onde è un libro sul tempo, dice l’ottima Nadia Fusini, che introduce il testo per l’edizione 2011 dell’Einaudi. Dunque, un libro sulla vita come puro passaggio, il suo impalpabile eterno consumarsi e conservarsi. E il tempo non è scandito dal logico prodursi e riprodursi di una storia cronologicamente logica, con un inizio uno svolgimento e una fine, ma da un chiarore che irraggia e da un’ombra che illanguidisce. Un eterno ritorno ciclico. Consiglio vivamente per una lettura che ha da essere niente altro che consapevole.

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    Marco Casula said on Jun 4, 2014 | Add your feedback

  • 7 people find this helpful

    Sublime

    Parto con una premessa: sono sempre più convinta che Virginia Woolf sia come uno di quei luoghi (sempre più rari, al giorno d’oggi) non ancora stuprati dal turismo, quei luoghi a cui è difficile accedere (vuoi perché non sono così pubblicizzati, vuoi ...(continue)

    Parto con una premessa: sono sempre più convinta che Virginia Woolf sia come uno di quei luoghi (sempre più rari, al giorno d’oggi) non ancora stuprati dal turismo, quei luoghi a cui è difficile accedere (vuoi perché non sono così pubblicizzati, vuoi perché per raggiungerli occorre uno sforzo reale, fisico) e che per questo conservano ancora intatti la loro bellezza originaria, il loro incanto. Nel commentare questo romanzo, non ho lo scopo di convincere quanta più gente possibile a leggerlo o a riscoprire l’eccezionale valore di questa scrittrice... innanzitutto perché Virginia Woolf non è per tutti (e, credetemi, non lo dico con arroganza: è questione di empatia, non di “bravura”), e poi perché, se lo diventasse, perderebbe gran parte della sua bellezza e del suo fascino.

    Non a caso paragono Virginia Woolf a un luogo... tale è per me. Non tanto una scrittrice, quanto un “ambiente” da esplorare, da vivere: vento che accarezza il viso, luce che avvolge, suoni, colori, il contatto con la terra... Virginia Woolf non va capita, va percepita. In modo istintuale, quasi “animalesco” (ho trovato questa espressione in un’altra recensione e l’ho trovata calzante).
    E questo romanzo, il più sperimentale dell’autrice in quanto a lingua e struttura, è in assoluto l’apice di questo tipo di approccio, così impegnativo, così difficile... e per questo così appagante! Non esiste trama in questo libro: sei amici si alternano in un monologo tutto interiore. Alcuni passaggi sono pura lirica, non tutti sono facilmente comprensibili, ma non ha importanza. “Leggere significa anche questo: essere sommersi dall’onda di una lingua che ci travolge. Non dobbiamo sempre capire. V’è una conoscenza che si forma nell’incomprensione, nell’urto con le difficoltà”, scrive Nadia Fusini nella sua bellissima prefazione.

    Il vero soggetto di questo libro sono il tempo e la voce. Il tempo non è kronos, il tempo che scorre indifferenziato, ma rythmos: in questo caso il moto ripetitivo, incessante e oscillatorio delle onde. Questo continuo andare e venire, dilatarsi e contrarsi, è il filo conduttore che attraversa a vari livelli tutta l’opera.
    Vi è poi la voce, anzi, le voci. Ognuna definisce un carattere diverso, che impariamo a conoscere e riconoscere pagina dopo pagina: Rhoda, la “ninfa delle sorgenti”, che non ha una forma propria ma è come “la schiuma che precipita a riva”; Susan, la madreterra, che vive di amore e odio e di “felicità naturale”; Jenny, la cui “bellezza è fatta di carne, materia”; Louis, “scolpito nella roccia, statuario”, la cui vocazione è di “riportare tutti all’ordine”; Neville, “tagliente come le forbici, preciso”, che respinge “l’orrore dell’informe” e Bernard, colui che inventa storie: “la mia sola misura è la frase”. Vi è infine un settimo personaggio, Percival, il quale non è dotato di voce propria ma che vive attraverso la coscienza dei suoi amici: a lui è legato il tema fondamentale della vita e della morte.

    A questo coro di voci è affidato il compito di esprimere, e contraddire, il concetto di individualità, e persino di identità, la quale non è data in modo unico e finito – una sostanza solida, della forma di un globo, che si possa rigirare tra le dita e offrire agli altri come si offre un frutto – bensì è materia plasmata dal contatto continuo con altri individui, in special modo coloro con cui si condivide parte della propria vita (così i sei amici, l’uno per l’altro).
    Benché tutti, in modo diverso, incarnino questa consapevolezza, una voce si eleva sulle altre e si fa veicolo principale del cuore di questo libro: si tratta di Bernard. In lui mi sembra di leggere Virginia stessa; lui, che (come Virginia) conosce il potere creativo e generativo della parola (“una bella frase mi sembra abbia una sua esistenza autonoma”), lui, più degli altri, è colui che non può fare a meno di entrare in contatto col mondo e con le altre coscienze. Lui, che vive di storie, sa che non potrebbe esistere se non in continua osmosi con la vita, fatta di cose reali, concrete – “la mente mi si riempie di qualsiasi cosa sia contenuta in una stanza, in uno scompartimento di treno, al modo in cui una penna si intinge di inchiostro”, “mi piace l’aspetto copioso, informe, caldo, non troppo intelligente, ma estremamente facile, e piuttosto grossolano, della realtà” – e con le altre persone – “per essere me stesso (noto) ho bisogno della luce che viene dagli occhi altrui, e perciò non sono affatto sicuro di chi sono veramente”, “non sono una persona sola, sono molte persone. Nè saprei distinguere la mia vita dalla loro.

    Per questa ragione, alla voce di Bernard, che più degli altri necessita del contatto col mondo per definire la propria identità, è attribuita la percezione del tempo quale lo abbiamo descritto prima: un continuo andare e venire, perdersi, annullarsi fino a raggiungere uno stato di contemplazione simile all’estasi (nella quale si perde coscienza di sé per sentirsi parte del tutto) per poi rientrare in se stessi, richiamati alla vita (e alla propria individualità) dalla percezione di un suono, di un’immagine, di un evento che ha il potere di richiamarci al mondo reale. Può essere il rumore della natura o il frastuono del traffico... non ha importanza: è la vita che riprende il sopravvento. Vorremmo poter isolare quel momento, fermare il tempo – “se quella nuvola celeste restasse così per sempre; se quest’attimo durasse per sempre” – ma non è possibile: “ecco come torno in me stesso. Perché non sono un mistico, c’è sempre qualcosa che mi afferra – la curiosità, l’invidia, l’ammirazione, l’interesse per i parrucchieri, sì, cose del genere mi riportano in superficie.

    E’ la seduzione della vita, della “felicità naturale”, a cui Virginia, nonostante la sua natura così fragile, non ha mai saputo resistere (in questo mi ricorda tantissimo Robert Walser). Ed è per questo che la amo così tanto, è per questo che quando la leggo non posso fare a meno di entrare in perfetta sintonia con lei e di farmi trasportare in quel luogo, dipinto da lei, che è lei, in cui tutto è poesia.

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    newlife said on Mar 24, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Libro che si presta a innumerevoli letture. Romanzo, sì, ma anche poema, una lunga poesia o una raccolta di poesie. Spesso si perde il filo del racconto per lasciarsi incantare dal ritmo della scrittura, dove le parole sono scelte e dosate senza lasc ...(continue)

    Libro che si presta a innumerevoli letture. Romanzo, sì, ma anche poema, una lunga poesia o una raccolta di poesie. Spesso si perde il filo del racconto per lasciarsi incantare dal ritmo della scrittura, dove le parole sono scelte e dosate senza lasciare nulla al caso.
    Vino in abbinamento. Ci sono vini che dovrebbero essere bevuti e goduti senza troppi sofismi e tecnicismi. Ne scelgo uno bevuto da poco (ne ho parlato altrove, m qui è un’altra storia): il Barolo La Serra 1981 di Marcarini.

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    Mario Bevione said on Dec 30, 2013 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    ...

    La coscienza diviene movimento e crescita. Questo testo "sperimentale" non è certo per tutti ma parla di tutti. Virginia conosce l'animo umano ed in una quasi "non trama", in un pensiero molto spesso inafferrabile, costruisce e al fine fortifica nell ...(continue)

    La coscienza diviene movimento e crescita. Questo testo "sperimentale" non è certo per tutti ma parla di tutti. Virginia conosce l'animo umano ed in una quasi "non trama", in un pensiero molto spesso inafferrabile, costruisce e al fine fortifica nella lettura ogni personaggio, ogni cuore.

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    Infinitopiu1 said on Oct 7, 2013 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Splendore estetico

    La più sublime opera d'arte letteraria del XX secolo. Fortunatamente pochi l'hanno compresa e continuano ad idolatrare Joyce.

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    浪人 said on Aug 18, 2013 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    Tenetemi lontano dai playpoem

    Ho sempre trovato Virginia Woolf di una scorrevolezza e chiarezza incredibile, poesia in prosa, e tempo due libri (La signora Dalloway e Al faro) ero già pronto a considerarla una delle mie autrici preferite. Anche Orlando era mo ...(continue)

    Ho sempre trovato Virginia Woolf di una scorrevolezza e chiarezza incredibile, poesia in prosa, e tempo due libri (La signora Dalloway e Al faro) ero già pronto a considerarla una delle mie autrici preferite. Anche Orlando era molto bello. Premetto questo per sfatare il mito di "Virginia Woolf si ama o si odia": Virginia Woolf si può smettere di amare tranquillamente se di mezzo c'è più sperimentazione del solito.
    Nelle Onde sei amici si alternano in soliloqui e ogni tanto i soliloqui vengono interrotti da degli interludi di una noia mortale, «prose liriche in corsivo». Niente più flusso di coscienza, misto di narrazione e pensieri, pensieri palesemente della Woolf, ma che comunque legano il tutto e rendono l'esperienza di lettura finalizzata allo scopo. I soliloqui sono tutti rivolti a loro stessi, sono criptici, difficili da leggere e da comprendere. Nella prefazione la Fusini dice: «Non dobbiamo sempre capire», che con tutto il rispetto è un'affermazione che mi fa cascare le braccia: se qualcosa non si capisce le cose sono due, o è difficile e c'è bisogno di più impegno o è nonsenso. Qui molto spesso mi è sembrato di leggere nonsenso. Ci sono passi di chiarezza, lucidità, splendore, che mi facevano pensare: «Ecco la Virginia che conosco!», ma perlopiù è stato un continuo rileggere, cercare di seguire, avere una vaga idea o andare avanti scrollando le spalle. Perché, cara Virginia, hai dovuto scrivere una cosa del genere?
    Al di là dell'esilissimo filo conduttore (lo scorrere del tempo, la vita dei sei personaggi) e di concetti belli e scritti bene, a volte le poche cose chiare sono ripetitive all'ennesima potenza. Per dire, quante volte viene ripetuto che Louis ha l'accento australiano perché il padre fa il banchiere a Brisbane? A finire il libro ci si arriva per sfinimento con in testa sei nebulosissime macchie che dovrebbero essere i protagonisti e la loro vita.
    Altra cosa che non mi è piaciuta: quando negli altri romanzi la Woolf descrive i pensieri dei personaggi si vede che c'è la sua mano e il suo filtro, e va benissimo; ma da dei soliloqui mi aspettavo qualcosa di diverso, sei voci differenti, quando invece quello che dicono i protagonisti e il modo in cui lo dicono è comunque filtrato da lei, ognuno vede gli altri e se stesso con estrema lucidità, come se fossero dentro la testa della stessa persona (e lo sono!).
    Mesi fa mi sono trovato a parlare di onde usandole come metafora della depressione. Da questo libro devo ammettere che mi aspettavo qualcosa del genere, qualcosa di catartico che mi avrebbe segnato come Al faro, e invece no. Le onde rappresentano lo scorrere del tempo. Ed è triste perché nella prefazione ho scoperto che la Woolf la pensava esattamente come me: «Oh, comincia, arriva — l'orrore — fisicamente è come un'onda di dolore che monta intorno al cuore e mi aggredisce».
    Se questo è quello a cui la Woolf voleva arrivare, direi che per i suoi prossimi libri procederò a ritroso. Un pizzico di sperimentale va bene, ma dio me ne scampi, mai più playpoem.

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    Eustachio said on Aug 2, 2013 | Add your feedback

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