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Le sorelle Materassi

Di

Editore: Mondadori Scuola

4.0
(877)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 288 | Formato: Altri

Isbn-10: 8824706568 | Isbn-13: 9788824706568 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Humor

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Descrizione del libro
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  • 4

    Era la vita, quella, o si recitava una commedia? L’una cosa nell’altra: tutte e due le cose insieme.

    Chissà cosa mi aspettavo esattamente da questo romanzo. Sarebbe un esercizio interessante quello di cercare di scrivere due righe sulle mie aspettative prima di iniziare un libro nuovo. I primi capito ...continua

    Chissà cosa mi aspettavo esattamente da questo romanzo. Sarebbe un esercizio interessante quello di cercare di scrivere due righe sulle mie aspettative prima di iniziare un libro nuovo. I primi capitoli non mi hanno appassionato, in parte per il linguaggio impegnativo, arcaico, con dei periodi lunghi, difficili da seguire. Palazzeschi inizia con una descrizione minuziosa di Firenze, di Santa Maria a Coverciano, il paesello in cui si ambienterà la storia. Poi pian piano si rivolge ai personaggi, e mi sembra che il linguaggio si semplifichi, diventi bello, espressivo. Un’altra caratteristica riscontrata inizialmente e poi dispersa, è la somiglianza con Canne al vento della Deledda. Le somiglianze ci sono, ma anche innumerevoli differenze: tutto sommato qui Remo rappresentare il vento della novità, di un mondo più vitale (anche se in realtà Remo è anche descritto come tutto apparenza e gesti, niente sentimenti ma nemmeno pensieri, convinzioni, etica – quindi non un personaggio positivo). In ogni caso rispetto alla Deledda pesa meno il cuore: la storia di Palazzeschi è sì tragica, ma anche tragicomica. E il finale per quanto farsesco si può comunque leggere come una specie di distorta vittoria, o per lo meno con una risata di sottofondo (proprio così termina infatti il romanzo: "Ah! Ah! "Ah! Ah!")

    Questa è la trama: le sorelle Materassi sono due sorelle zitelle, Teresa e Carolina che, lavorando come schiave come cucitrici di bianco, hanno riscattato tutti i beni dilapidati dal padre (e faticosamente ammassati dal nonno) e sono diventate, ebbene sì, ricche. Eppure continuano a lavorare indefessamente, la biancheria di fino che cuciono e ricamano per le grandi signore rimane la loro ragione d'essere.

    Pervenute all’apice della loro vita professionale e di ogni segreta e confessata aspirazione, rientrate da alcuni anni nel possesso completo delle loro proprietà le cui rendite sarebbero bastate a farle vivere con larghezza, seguitavano a lavorare con la febbre delle ore tristi, e nemmen mai prospettandosi una vita diversa pareva non si fossero accorte del miracolo operato dalle loro piccole dita, e che riconquistare la serenità e una posizione legittima non fosse la mèta. […] non avevano mai pensato a distaccarsi da quella forma di vivere, rallentarne il ritmo per godere un istante di riposo, di benessere e di gioia, concedersi uno spasso, uno svago, fare un piccolo viaggio, perseguire un lavoro meno intenso e incalzante: la sua durezza era la sua essenza stessa, il mezzo divenuto fine. Se questo pensiero fosse balenato nella mente avrebbero sentito il vuoto innanzi a loro, si sarebbero sentite infelici per la prima volta, e quasi che tutto fosse finito con lo scopo raggiunto, si sarebbero trovate con un pugno di mosche.

    Esse vivono fuori dalla realtà, a cui si affacciano solo occasionalmente e con grandi tremori, mutandosi all'istante in risibili macchiette, nonostante tutte le loro affettazioni e pretese di nobiltà (Ci tenevano troppo a dimostrare che costituivano un mondo che con quello dei contadini non aveva nulla da spartire, quasi fossero uscite dalla costola di un re.). In casa vivono con la sorella Giselda, fuggita da un cattivo matrimonio (e se il matrimonio aveva indispettito e ingelosito le sorelle maggiori, il suo fallimento le aveva riappacificate con la sorella, che pure trattano a metà tra famiglia e servitù – la sua posizione nella casa falsa, falso il tono di vivere, quello del muoversi e del parlare: una creatura stridente, fuori di posto, incapace a ricostruirsi una vita da sé e a procacciarsi il pane) e la domestica Niobe, uno di quei personaggi 'larger than life', popolana verace e senza (o quasi) vergogne (Essendo la vita tanto bella non poteva rattenere un grido di compiacenza e di solidarietà per coloro che se la succhiano senza discrezione.)

    C'è poi una quarta sorella, Augusta, anch'essa sposatasi ma dimessamente, con un poveraccio. Vive ad Ancona e solo quando è morente chiama al capezzale le sorelle e affida loro il figlio quattordicenne, Remo, che sta per rimanere solo al mondo. Teresa e Carolina tornano a Santa Maria comprese del loro ruolo di benefattrici, ma ignare di chi si stanno portando a casa. Perché Remo, pur così giovane, è un furbastro. Un dandy di provincia, che ama vivere, divertirsi, giocare e scherzare senza sprecare nessun pensiero per il domani. Egli sfrutta la sua bellezza e il suo ascendente presso le ingenue zie (La verità si è che tutte e due conoscevano gli uomini per sentito dire, per il più vago e lontano sentito dire. Non era facile, mi penso, trovarne altre due che li conoscessero meno) e pure presso la domestica Niobe per fare la bella vita e dilapidarne le sostanze. L'unica nemica è Giselda, che però in casa Materassi non conta nulla. Fuori di casa, ci sono altre donne da sfruttare, amici con cui divertirsi, e soprattutto l'onnipresente Palle, un giovanotto poco sveglio del popolino a cui Remo si è affezionato immensamente, per grande stizza delle zie e delle loro pretese sociali.

    Palazzeschi racconta la sua storia con poco amore per i suoi personaggi, che sbeffeggia immensamente, rivelandone senza pietà i difetti, scoperchiando gli altarini e non concedendo quasi nessuna empatia. Nonostante tutto, i personaggi risultano anche simpatici: le zie sono completamente perse e verrebbe voglia di prenderle a sprangate per riportarle alla ragione, eppure fanno anche tenerezza, a tratti sembrano più felici, o per lo meno più vive, grazie a Remo, anche se la sua vitalità fa loro realizzare quanto poco abbiano vissuto. Anche Remo, con tutte le sue macchinazioni e sopraffazioni, fa rabbia, eppure non lo si può accusare di vera cattiveria: con il suo modo di fare pacato e noncurante, esternando sempre, fra quelli che per l’esistenza si dilaniano da mattina a sera, il proprio convincimento che la vita è facile; sorridendo dell’inutilità delle loro fatiche) pare navigare le onde della vita senza troppi crucci, atteggiamento in parte ammirevole. Quello che contava era il presente: l’attimo che fugge, ed era nato apposta per saperlo cogliere, per viverlo con splendore, quello che appena caduto nella botola non esiste più. Insieme a Palle, Remo conquista il mondo con la sua spensieratezza, se lo gode appieno:

    Erano davanti al mondo coi suoi voli prodigiosi per la cui grandezza anche il pensiero della morte sparisce; le sue corse vertiginose, la sua ebbrezza di velocità. Respiravano nell’atmosfera di febbre generata da esse, dalle dispute, dal bisogno di osare, di correre, di correre sempre più forte: la volontà, la forza, la destrezza, tutto, tutto per correre. […] Questo senso agonistico della vita era il loro senso, della vita alla giornata, e dava ai due giovani una possibilità di eroismo che era per essi quotidiana, fisica, normale; e che disgraziatamente non si presentava quanto era l’aspirazione. Domani, richiesti, ognuno sarebbe stato capace di audacie grandi che li avrebbero fatti operare solo rivolti alla bellezza dell’atto, senza che neppure si affacciasse nella mente l’ombra del sacrificio o dell’interesse.

    Anche le sue zie, che Remo chiama scimmie ammaestrate, vengono da lui coinvolte nella girandola che è la sua vita, e che le porta a ribaltare la loro stessa esistenza:

    Le recluse videro il mondo, la vita, videro dove e come si muovessero le donne che portavano sotto la veste il frutto delle loro fatiche, del loro amore, e che da quarant’anni servivano con fedeltà cieca. Ne rimasero abbagliate e sgomente, attratte e scoraggiate. […] Quelle fughe affascinanti e misteriose che aprivano loro gli occhi facendo vedere tante cose, le invecchiavano, toglievano la freschezza, la forza, la fede, e lavorando si sentivano indifferenti, distratte, il pensiero vagava lontano […] trattavano il lavoro con freddezza, avvertendone il peso, simile al giogo, come la fonte indispensabile dei guadagni […] come la persona che si è amata troppo, con tutto l’essere, e per cui ad un certo momento sia cessato l’amore. […]

    Eppure, come ragiona Niobe, a volte vera filosofa: non sono a questo modo proprio quelli che ci piacciono di più? Di quelli perbene, in fondo, non ce ne importa niente, ci lasciano apatiche, preferiamo romperci la testa con questi accidenti, è il nostro destino, sono questi che ce la fanno girare, e dopo ci conciano per il dì delle feste. Riflessione che non condivido ma che non può che essere l’unica spiegazione di certe relazioni che a tutti noi sarà capitato di osservare (se non di vivere).

    ha scritto il 

  • 4

    Esageratamente descrittivo quasi fine a se stesso nella prima parte, dove il libro stenta a decollare. Poi l’intensità cresce, i personaggi sono molto caratterizzati e riesci ad affezionarti a tutti l ...continua

    Esageratamente descrittivo quasi fine a se stesso nella prima parte, dove il libro stenta a decollare. Poi l’intensità cresce, i personaggi sono molto caratterizzati e riesci ad affezionarti a tutti loro con i loro pregi ed i loro difetti, molto umani e senza tempo, nei quali puoi riconoscere persone che ci sono più o meno vicine nella vita quotidiana.

    ha scritto il 

  • 3

    I paradossi degli affetti familiari...

    Un grande classico della letteratura italiana.
    Con ironia ed arguzia l'autore ci presenta la vicenda di queste due figure femminili collocate in un'altra epoca, tuttavia non troppo lontana da noi che ...continua

    Un grande classico della letteratura italiana.
    Con ironia ed arguzia l'autore ci presenta la vicenda di queste due figure femminili collocate in un'altra epoca, tuttavia non troppo lontana da noi che allevano un nipote e che investono nell'affetto di lui tutte le loro possibilità ed energie...
    L'ingrato nipote le spoglierà poi di tutte le loro sostanze, del loro denaro accumulato faticosamente negli anni con il lavoro di ricamatrici...per poi fuggire all'estero con un'ereditiera americana...lasciandole sole e senza una lira in tasca...
    Il paradosso dell'affetto sta proprio nel costruire questa storia che prosegue fra luci ed ombre, nel rimpianto, nella nostalgia quando ormai ogni illusione fugge e tutto ciò che si credeva netto e sicuro, ha svoltato inequivocabilmente l'angolo per lasciare posto alla decadenza e alla solitudine...
    La lezione di questo libro è proprio questa: non è detto che il dare tutto ci dia la sicurezza di ricevere altrettanto nell'amore, nei soldi, nella sollecitudine, nell'attenzione verso l'altro, si può anche dispensare ogni cosa per ritrovarsi poi in fondo con un pugno di mosche...
    Che tristezza...
    Storie di questo tipo avvengono anche oggi, in cui parenti avidi
    spogliano di ogni ricchezza i poveri vecchietti, tranne parcheggiarli poi in ospedali ed ospizi perchè gli recano noie...
    Un elogio quindi per lo spirito innovativo dell'autore che ha saputo raccontare una storia che può essere collocata senza problemi in ogni epoca.
    Consigliato.
    Saluti.
    Ginseng666

    ha scritto il 

  • 4

    Non sembra scritto nel secolo scorso tanto risulta attuale.
    Con ironia pungente e amara Palazzeschi ci permette di entrare nella vita di Teresa, Carolina e Giselda “le Materassi” di professione ricama ...continua

    Non sembra scritto nel secolo scorso tanto risulta attuale.
    Con ironia pungente e amara Palazzeschi ci permette di entrare nella vita di Teresa, Carolina e Giselda “le Materassi” di professione ricamatrici.
    Zitelle, dedite e molto serie nel lavoro, quanto sciocche e infantili nella vita quotidiana, estranee alla vita, che investiranno il giovane nipote Remo di tutte speranze che hanno solo sognato.
    Un ritratto lucido e amaro di quanto siano distanti a volte i sogni e la realtà, l'illusione dell'affetto in cambio di cose materiali e del comportamento cinico di chi non si fa scrupolo ad approfittarsi dei più deboli.

    ha scritto il 

  • 5

    i promessi sposi del ventesimo secolo?

    Mi è venuta questa analogia per la bellezza della lingua e l'abbondanza di sentimento popolare declinato in infinite sfumature.
    Uno straordinario acquarello di vita, una scena teatrale che a forza esc ...continua

    Mi è venuta questa analogia per la bellezza della lingua e l'abbondanza di sentimento popolare declinato in infinite sfumature.
    Uno straordinario acquarello di vita, una scena teatrale che a forza escono da queste pagine immortali e ti avvinghiano, costringendoti a leggere fino all'ultima goccia, stupefatto dalla ricchezza di variabili di sentimenti, soprattutto "bassi" che l'uomo possa esprimere.
    Ottimo anche lo sviluppo della storia.
    A mio avviso, capolavoro!!!

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Una bella sorpresa. Mi sa che Palazzeschi è sottovalutato.
    Inizialmente, trenta minuti di descrizione, tutt’altro che noiosi, partendo da uno sguardo ampio sulle colline fiorentine e avvicinandosi, co ...continua

    Una bella sorpresa. Mi sa che Palazzeschi è sottovalutato.
    Inizialmente, trenta minuti di descrizione, tutt’altro che noiosi, partendo da uno sguardo ampio sulle colline fiorentine e avvicinandosi, come planando dall’alto, ai luoghi della vicenda, fino all’abitazione delle due sorelle a Santa Maria di Coverciano. Poi la storia. Il tutto raccontato con una lingua che mi è piaciuta tantissimo, molto articolata, lessicalmente ricca, forse un po’ toscaneggiante ma, secondo me, sempre un bel esempio di scrittura. E pare che l’autore sorrida divertito di ciò che narra. Sorridevo anch’io, almeno per i primi due terzi del libro, poi un po’ meno vedendo le due sorelle cadere gradualmente nel disastro finanziario e nel ridicolo a causa del nipote e della propria cecità. Finale che lascia un po’ scontenti ma tutto sommato coerente, con Teresa e Carolina che, lavoratrici indefesse, si risollevano dalle ambasce economiche ma, zitelle sognatrici, non si emancipano dall’adorazione cieca per il nipote.
    Paolo Poli, ti adoro!

    “Poi c’è una villa sempre chiusa, cinta da un muro rotondo, molto arretrata e circondata di piante, in riserbo, che sta come una vecchia dama in poltrona con la sottana ampissima e la scuffia. E davanti, quasi sulla strada, un villino moderno, civettuolo, sfacciatello, che guarda, come la nuora petulante e dispettosa, la suocera austera e brontolona e le fa schizzare come dita negli occhi, le rose da un cancelletto bianco, atto, più che a nasconderlo, a metterlo in luce.”

    Ah ecco, è lo stesso autore di “Rio Bo” e “La fontana malata” :)
    [Radio 3. Ad alta voce. Tempo 7 ore e mezza. Lettura di Paolo Poli.]

    ha scritto il 

  • 4

    Una stella in più per il bellissimo stile con il quale è stato scritto, una stella in meno per il finale non troppo convincente...Bella l'idea del gigolò specialmente ambientato in quegli anni. ...continua

    Una stella in più per il bellissimo stile con il quale è stato scritto, una stella in meno per il finale non troppo convincente...Bella l'idea del gigolò specialmente ambientato in quegli anni.

    ha scritto il 

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