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Le stelle fredde

Di

Editore: Arnoldo Mondadori Editore

3.5
(115)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 232 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000168420 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Collana Scrittori Italiani e Stranieri. La copertina dell'edizione in parola è identica all'edizione con ISBN 8804393165
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  • 3

    "Vivevo dentro un movimento di soli - lune - alberi - piogge - esseri vivi e morti - eventi vicini e lontani - ma dalla loro parte; catalogavo tutti; ricuperavo tutto"

    Si muove in direzione opposta a Savinio, Piovene, e con una forza che, se non proprio palesemente contraria a quella dello scrittore greco, bisogna almeno riconoscere diversa. Se infatti il primo ...continua

    Si muove in direzione opposta a Savinio, Piovene, e con una forza che, se non proprio palesemente contraria a quella dello scrittore greco, bisogna almeno riconoscere diversa. Se infatti il primo faceva muovere i mobili, instillando in loro qualche goccia di vita umana (ricordo poltrone pudiche, pianoforti prolifici), il secondo trascina lentamente (vorrei dire degrada, ma sarebbe parola sbagliata per il valore negativo che porta con sé: minore azione esteriore non significa necessariamente una più povera vita interiore; è lecito, anzi, credere che sia il contrario: l'energia risparmiata per effetto di un'azione non compiuta può essere proficuamente impiegata nell'introspezione) l'uomo (nel caso specifico il suo protagonista) al livello degli oggetti (apparentemente) inanimati (così alla forza vitale di Savinio, si contrappone la progressiva inerzia fotografata, non celebrata, da Piovene). Nell'ossessione della catalogazione che seduce, e infine domina, il protagonista si nasconde la voglia di trovare il proprio posto nel mondo, di scoprire, in mezzo a piante, elementi di arredo, animali, uno spazio vuoto che abbia esattamente la sua forma, nicchia piccola e perfetta, destinata da sempre ad accogliere lui e lui soltanto. E la sua voglia di annullarsi (ma si tratta di un annullamento puramente sociale: egli si annulla per gli altri esseri umani, negandosi agli occhi di una realtà che lo vorrebbe artificialmente felice, ma soprattutto produttivo) è cedere, forse, all'ordine naturale delle cose, in un universo dominato dalla legge dell'eterno ritorno, dal nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma di Lavoisier, principio dal quale deriva necessariamente che tutto ciò che è stato è ancora e c'è ancora (per quanto invisibile allo sguardo), tutto ciò che sarà è già e c'è già (invisibile anche in questo caso): i morti sono ancora (qui) e non è escluso che possano ritornare visibili, palesarsi (Piovene, ad esempio, fa tornare Dostoevskij), mentre un ciliegio sradicato e abbattuto può continuare a spargere nel vento il profumo dei suoi fiori.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro che viene dallo spazio profondo, eppure è anche ancorato alla terra. Mi chiedo se oggi un libro del genere, così lontano da canoni editoriali, riuscirebbe a essere pubblicato e a vincere ...continua

    Un libro che viene dallo spazio profondo, eppure è anche ancorato alla terra. Mi chiedo se oggi un libro del genere, così lontano da canoni editoriali, riuscirebbe a essere pubblicato e a vincere un premio come lo Strega. Altra Italia, altro mondo, altra letteratura.

    ha scritto il 

  • 4

    Piovene inganna: una visita dall'otorino, una bambina che non percepisce il movimento, un licenziamento immotivato, tutto fatto di dialoghi surreali, metafisici, una gita dal padre, e poi il giallo; ...continua

    Piovene inganna: una visita dall'otorino, una bambina che non percepisce il movimento, un licenziamento immotivato, tutto fatto di dialoghi surreali, metafisici, una gita dal padre, e poi il giallo; e il romanzo si tinge di “normalità”. E proprio quando siamo delusi da questo annientamento del surreale, ecco il più grande scrittore russo nel suo più estenuante monologo «raccontato male» e nella devastazione noi sorridiamo.

    ha scritto il 

  • 0

    Chi me l’ha regalato (ancora grazie!) mi ha scritto che si tratta di un libro “necessario”. È anche un libro difficile, che forse avrebbe meritato meno caldo e soprattutto una testa un po’ ...continua

    Chi me l’ha regalato (ancora grazie!) mi ha scritto che si tratta di un libro “necessario”. È anche un libro difficile, che forse avrebbe meritato meno caldo e soprattutto una testa un po’ meno ingombra di pensieri e code da fare. Nonostante questo – e nonostante mi riservi una rilettura per tempi migliori – non posso che confermare la forza e la densità di quest’opera. Ti fermi spesso, a riflettere non tanto su quello che avviene al protagonista, ma su quello che vivi (e hai vissuto). E questo per un libro credo sia la cosa migliore si possa dire. Vino in abbinamento. Esiste un vino necessario? No. Esistono però dei vini da assaggiare almeno una volta nella vita, per mettere dei paletti nel percorso di degustazione di ognuno. E non è necessario si tratti di grandi vini, almeno all’inizio (che poi è li che si arriva). L’elenco sarebbe lunghissimo, come quello dei libri necessari, d'altronde. E sarebbe altrettanto opinabile. Cinque nomi: un Barolo, un Chianti di quelli veri (dove si senta il Sangiovese), un Pinot Nero e uno Chardonnay di Borgogna, un Riesling della Mosella.

    ha scritto il 

  • 4

    Strano romanzo, dalla trama inconsistente ma dalle molte figure simboliche originali, che si presentano sulla scena per poi sparire, ognuna un episodio, un racconto a se stante, che puo' leggersi da ...continua

    Strano romanzo, dalla trama inconsistente ma dalle molte figure simboliche originali, che si presentano sulla scena per poi sparire, ognuna un episodio, un racconto a se stante, che puo' leggersi da solo, slegati gli uni dagli altri come le pezze di un patcwork, nella cornice di una diserzione dalla vita da parte del protagonista, un pubblitario di quarantanni, che abbandona tutto dopo che la sua donna ha abbandonato lui. Il racconto è anche un giallo metafisico - perchè c'è anche un omicidio con tanto di inchiesta da parte di un poliziotto filosofo - dove fantasia, ricordi, pensieri si fondono con una realtà sempre più evanescente e lontana, immutabile come il mondo intorno alla bambina del parco giochi che vede intorno a se tutti fermi come morti. E c'è un secondo delitto che addolora il protagonista più del primo, lo sradicamento dello splendido ciliegio sotto le cui ampie fronde lui amava perdersi, nato con una voglia di vivere prepotente e non cosciente da un seme caduto in un muro. E c'è Fedor Dostoevskij, lo scrittore preferito dell'autore (e mio), che ritorna dall'aldilà, mortificato perchè ha perso la sua fantasia e non ha una storia da raccontare ma un sacco di ricordi della sua esperienza nell'oltretomba, al quale l'autore affida una interpretazione originale ed inquietante della vita dopo la morte, con i suoi morti incitatori e parassiti oppositori che lottano tra il bene e il male e le interminabili discussioni sull'immortalità, su Dio e i disegni divini sullo scopo dell'uomo e delle sue azioni, o la loro inutilità; un aldilà dove non solo Dostoevskij, ma nessuno dei grandi della storia, cominciando da Virgilio e Omero, vivono su un piedestallo osannati da tutti, non più di quanto lo siano i calzolai. E c'e' la donna morente che nell'incoscienza ripercorre tutta la propria vita come se la volesse iniziare di nuovo correggendola, e l'attività frenetica e sistematica con cui il protagonista alla fine del romanzo cataloga tutto ciò che esiste.Strano romanzo, con diverse figure simboliche che si presentano brevemente sulla scena per poi sparire, apparentemente slegate tra di loro come le pezze di un patchwork, con sullo sfondo un paesaggio che è un tutt'uno con il mutevole tono della narrazione, e dove la natura, le piante, le luci degli astri si conformano all'umore del narratore del momento, sia esso il protagonista o Dostoevskij.

    ha scritto il 

  • 0

    Il vizio eterno della letteratura italiana, il grottesco.

    Ed è impressionante ritrovarlo nella stessa identica forma che ha dominato almeno gli anni 80 e 90 anche in questo romanzo del 1970. Anche qui, come troppo spesso, si parte da una situazione narrata ...continua

    Ed è impressionante ritrovarlo nella stessa identica forma che ha dominato almeno gli anni 80 e 90 anche in questo romanzo del 1970. Anche qui, come troppo spesso, si parte da una situazione narrata anche abbastanza bene, per di più realistica, e poi improvvisamente non si sa bene per quale ragione ti ritrovi nel fantasy più assurdo. Per me la colpa è sempre della lingua, che scava una distanza fra lo scrittore e la cosa narrata. E la presenza della chiesa, ovvio, che ha creato una generazione di autori senza palle, che non vivevano e che per questo non sapevano raccontare la vita. Comunque per restare in questo romanzo, la vicenda del protagonista che senza ragioni apparenti o approfondite abbandona lavoro e luogo dove vive per ritornare nella casa paterna, dove è indesiderato e odiato, è narrata molto bene, sempre con quella lingua italiana scolastica popolare negli anni '70, ma comunque efficace. Poi sfuggono le ragioni per cui ci troviamo a dialogare con Dostojevski non che con altre improbabili figure degne di uno zoo e non della storia che stavamo vivendo. Però questo è quello che succede e per questo Piovene riceve il Premio Strega. Giusto per far capire a chi si lamenta dell'oggi, che lo ieri poteva anche essere peggio.

    ha scritto il 

  • 4

    Un catalogo di difficoltà comunicative: sordità, allucinazioni, fraintendimenti, menzogne… Un protagonista svuotato, senza intenzioni e in fuga dalla vita — non perché qualcuno o qualcosa ...continua

    Un catalogo di difficoltà comunicative: sordità, allucinazioni, fraintendimenti, menzogne… Un protagonista svuotato, senza intenzioni e in fuga dalla vita — non perché qualcuno o qualcosa muovendo da quegli spazi lo insidî (ché anzi la sua era una vita di successo), bensì per ritrarsi come da un’insensatezza, tornando addirittura nella vecchia casa, in campagna, dal padre, dove lo attendono le reticenze di quest’ultimo e, deciso a vendicarsi, l’uomo al quale ha portato via la compagna. Quando la morte violenta dell’antico rivale costringe il protagonista, sospettato, a fuggire una seconda volta — non perché lo si voglia catturare, ma solo perché gli sono venute a noia le domande — la vicenda svolta verso il metafisico, il fantastico, infine il sovrannaturale — e si fa meno interessante, direi, con un Dostoevskij redivivo che racconta le proprie deludenti esperienze nell’oltretomba: un regno di ombre pudiche e incerte — a suo modo una prospettiva che dovrebbe raccogliere la simpatia del protagonista ma il cui racconto ben presto lo annoia; tanto che si accoglie — pardon: ho accolto con sollievo la scomparsa dell’ingombrante scrittore. Il romanzo si estingue nelle procedure di spersonalizzazione — queste sì interessanti — ideate dal protagonista nel tentativo, credo, di riagganciarsi alla realtà. «Mi occorreva parlare, ma con una lingua diversa e ascoltatori diversi che nel passato. Nella mia carriera trascorsa la mia specialità erano i brevi aforismi pubblicitari: ne avevo derivato una piega mentale che mi portava a modellare i miei pensieri in quello stampo. Avevo allora l’abitudine di farmi preparare un mazzetto di schede (c’era nelle schede l’idea di una diligenza e di una precisione eccitanti) per passare dall’una all’altra la massima perfezionata, dal primo abbozzo ridondante alla forma definitiva. Immaginai di applicare lo stesso metodo per il mio nuovo scopo, ma non avevo carta. […] L’essere uscito subito dalla mia camera in cerca di fogli di carta […] mi aveva suggerito una serie di schede, forse più facile delle altre, su cui mi proponevo di farmi la mano. Era un censimento e una descrizione completa dei mobili e degli oggetti mancanti per le vendite di mio padre, ma indipendentemente l’uno dall’altro, una scheda ciascuno. […] Qualcosa cominciò a mutare nel mio catalogo. Gli oggetti, anche rimanendo tutti autonomi e pari, diventavano popolati. Ognuno conteneva una storia, fatti e persone, un evento della mia vita o delle vite altrui; anzi, se esaminati a lungo, contenevano tutto e tutti, benché in diversa prospettiva. Le stesse cose qui apparivano di faccia e in primo piano, lì in secondo piano e di sbieco, e altrove baluginavano appena in una lontananza incerta. Questa memoria degli oggetti non li portava però mai fuori del loro colore e della loro forma e non diminuiva l’autorità della loro presenza. Si fondeva con gli elementi della loro composizione, ne faceva una parte della morfologia del mondo.»

    ha scritto il 

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