Le terre del Sacramento

Di

Editore: Einaudi

3.7
(187)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 269 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806135333 | Isbn-13: 9788806135331 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Rilegato in pelle , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura

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    "Piansero e cantarono gran parte della notte, rimandandosi le voci, parlando tra loro con ritmo lungo, promettendo tutto il loro dolore ai morti"

    Racconto corale di tempo (gli anni Venti del secolo scorso) e luoghi (un Abruzzo di cafoni ed intriganti, di superstizioni e fede, di raggiri e coraggio), più che di personaggi, Le terre del Sacrament ...continua

    Racconto corale di tempo (gli anni Venti del secolo scorso) e luoghi (un Abruzzo di cafoni ed intriganti, di superstizioni e fede, di raggiri e coraggio), più che di personaggi, Le terre del Sacramento è opera che Jovine orchestra con un perfetto senso della misura, riuscendo a conciliare, in un pianissimo vivacizzato da picchi improvvisi, un'attendibile cronaca storica (il diffondersi del fascismo nelle zone rurali, le rivolte contadine, i maneggi dei potenti per la conservazione dello status quo) con un'atmosfera di leggenda (grazie non soltanto a ciò che racconta, ma anche per il linguaggio che usa, lirico ed aulico soprattutto nelle descrizioni).
    E se gli antagosti non ci sono, o sono troppi (più per ignavia, superficialità, interesse personale, che non per autentica malvagità), l'eroe c'è (Luca Marano), bellissimo nella sua incoscienza, nel suo idealismo, nella purezza di ogni sua intenzione, nella violenza di ogni sua rabbia verso le storture del mondo, gli egoismi, le vigliaccherie, i soprusi, ed ispira e commuove.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Un libro molto bello, dal quale si può comprendere tutto l'ardore e la speranza e la fiducia dei vent'anni di un ragazzo nato umile, povero, che si apre al mondo - o per lo meno ci prova - attraverso ...continua

    Un libro molto bello, dal quale si può comprendere tutto l'ardore e la speranza e la fiducia dei vent'anni di un ragazzo nato umile, povero, che si apre al mondo - o per lo meno ci prova - attraverso lo studio e il desiderio di emancipazione, per sè e per la gente, la classe alla quale appartiene. Ci si nutre dei sogni di Luca, si prova dolore per l'inganno che gli viene teso e lo straziante canto funebre delle ultime pagine diventa anche nostro. Commovente.

    ha scritto il 

  • 4

    Importante testimonianza della questione meridionale

    Dopo decenni di giacenza nella mia raccolta ho deciso di leggere questo romanzo storico. Avevo trascurato per tanto tempo una pregevole testimonianza letteraria della nostra storia del novecento. Il r ...continua

    Dopo decenni di giacenza nella mia raccolta ho deciso di leggere questo romanzo storico. Avevo trascurato per tanto tempo una pregevole testimonianza letteraria della nostra storia del novecento. Il racconto segue le vicissitudini di una comunità contadina molisana che si trova ad affrontare lo sfruttamento del latifondismo e l'insorgere del fascismo.

    ha scritto il 

  • 5

    Ho assegnato il massimo dei voti ad un romanzo che, a mente lucida, mi appare non scevro da difetti.
    Perché? In parte a causa del fascino del protagonista, Luca Marano, figura di grandezza eroica sia ...continua

    Ho assegnato il massimo dei voti ad un romanzo che, a mente lucida, mi appare non scevro da difetti.
    Perché? In parte a causa del fascino del protagonista, Luca Marano, figura di grandezza eroica sia in senso fisico (alto e bello) e sia senso morale. Luca Marano, superandone la schiera di tutta una testa e sapendo leggere e scrivere, giganteggia sui suoi compaesani di Morutri, ma si distingue altresì dai suoi concittadini e suoi coetanei di Calena (il capoluogo del circondario di Morutri e scena principale del romanzo) per ideali, ambizioni e desideri.
    Luca Marano, in realtà, tende a differenziarsi in ogni ambiente, dal seminario di gioventù, da cui fugge per una crisi morale, all’Università di Napoli, dove frequenta la facoltà di giurisprudenza non solo con profitto, ma anche con talento direttamente proporzionale alle difficoltà di nutrire l'anima in una provincia ancora immersa in un feudalesimo culturale e sociale. Ma se questo costante divergere dalla norma rappresenta un’incognita per un giovane che voglia raggiungere un futuro di successo o quanto meno assicurarsi una placida carriera in campagna (alla don Abbondio), diventa un pericolo quando è frutto di autentica curiosità intellettuale e un azzardo in un periodo storico – il fascismo sorgente – in cui l’omologazione si appresta a diventare legge.
    Al contempo, Luca non è un eroe moocorde da romanzo medievale, ma un essere umano carico di pregi come di difetti: talvolta scontroso, altre volte timido, sempre ingenuo, pesce fuor d’acqua quando nella metropoli, umorale e incapace di trattenersi, pronto a reagire coi pugni (tant’è che è soprannominato il Toro), del tutto inconsapevole delle se qualità intellettuali.
    Personaggio affascinante al punto che lo stesso autore sembra innamorarsene e ne fa il motore dell’intero romanzo, dimenticando i personaggi che aveva (peraltro sapientemente) costruito e introdotto nella prima parte del romanzo e che costituiscono l’ordito di caratteri su cui si innesta la vicenda delle terre del Sacramento. Jovine dimentica, altresì, colui che aveva eletto a protagonista nella prima metà del romanzo, ossia l’avv. Cannavale, il quale lentamente svanisce dalla narrazione travolto dalal sua ignavia. È questo uno dei grandi difetti di cui in premessa, insieme al minimo rilievo concesso alla promettente figura di Clelia, all’eccessiva velocità con cui l’inghippo giuridico si manifesta e allo scarso nitore della sua descrizione, alla catsrante conclusione data al rapporto umano ed alla tensione erotica tra Luca e Laura, al peso eccessivo di alcuni episodi di sfondo religioso.
    Ma è il prezzo da pagare per un romanzo che è insieme mirabilmente compatto (perché in 250 pagine offre un ritratto completo e credibile di una città, una regione, forse anche una nazione, e una straordinaria vicenda romanzesco) e policentrico, a causa delle molteplici ambientazioni e delle decine di personaggi e di temi affrontati.
    Temi che mantengono tuttora la loro forza: dal tedio-forza magnetica della vita sempre uguale della provincia (l’unica fuga possibile, l’America), al bizantinismo della legge, a quello fondamentale dell’immobilismo gattopardiano della Nazione, dove non c’è speranza di miglioramento o di redenzione ed ogni tentativo di mutare l’esistente è preludio alla tragedia: se il presente è di fame, il futuro non potrà che essere peggiore.
    Luca (e per esteso il suo censo) è la vittima inconsapevole, la cui colpa non è tanto il tentativo di migliorare la vita propria e dei compaesani (obiettivo che alcuni dei suoi carnefici affrontano quantomeno con sincero interesse), ma di farlo con onestà, riconoscendo la primazia dei padroni. La sua vera colpa è di voler rinunciare allo scontro, alla contrapposizione o al sotterfugio, di voler cercare una diversa via tra il conflitto degli operai comunisti e la rivoluzione borghese dei fascisti, che è poi una strada costruita sul lavoro, sullo studio, sulla fatica, sul diritto. Valori oggi come allora per lo più invisi in Italia.
    Luca ha, in realtà, a portata di mano un avvenire personale di media prosperità, a contatto con i padroni e con facoltà di sottrarre loro parte dei guadagni. Essi lo invitano persino alla loro tavola: ma Luca non sa o non vuole accorgersi delle possibilità offertegli. Ha nelle mani la prosperità futura di tutti i suoi commensali, esercita un fascino carnale (e non solo) sulla donna che muove le redini della vicenda, ma china il capo di fronte ai propri limiti, si fa infinocchiare ed si flagella costringendosi (inconsapevole) ad avere quale unico sfogo una sveltina su un covone con una “vecchia puttana”, nobildonna che vede in lui l’avventura folkloristica nel meridione remoto.
    Originale e spiazzante è, poi, il punto di vista adottato per descrivere l’ascesa del fascismo, il cui successo sembra non risieda nella capacità persuasiva e nell’appetibilità delle idee propugnate e degli ideali sovversivi (sconosciute a tutti i calenesi), ma solo nella forza e nell’irregimentazione, nella carriera facile costruita sull’obbedienza acritica, nell’acquisizione del diritto di prevaricazione, facili "valori" tanto più appetibili quanto maggiore è l’immobilità della società.

    ha scritto il 

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