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Le ultime parole di Falcone e Borsellino

A vent'anni dalle stragi

Di ,

Editore: Chiarelettere (Reverse)

4.4
(28)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 118 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8861903134 | Isbn-13: 9788861903135 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Antonella Mascali ; Prefazione: Roberto Scarpinato

Genere: Crime , Non-fiction , Political

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Descrizione del libro
In questo libro gli interventi, le interviste, le parole di Giovanni Falcone (1939-1992) e Paolo Borsellino (1940-1992), due servitori dello Stato, a vent'anni dalla loro morte. Un omaggio doveroso e un necessario ritorno alle fonti, a ciò che veramente hanno detto e scritto, ora che stanno venendo alla luce quelle verità per le quali entrambi hanno sacrificato la vita.
"La realtà che abbiamo vissuto e sofferto con Giovanni e Paolo racconta che, diversamente da quanto si ripete nelle cerimonie ufficiali, il male di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche 'tra noi'. Racconta che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d'oro, personaggi apicali dell'economia e della finanza e molti altri. Tutte responsabilità penali certificate da sentenze definitive, costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche eccezioni, illumina a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti, elevando una parte a simbolo del tutto."
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  • 5

    5 stelle perchè Falcone e Borsellino sono 2 eroi nazionali.
    Nelle nostre scuole dovrebbero studiare le gesta di questi uomini con la schiena dritta che hanno pagato con la vita il voler cambiare in meglio il nostro Paese.

    ha scritto il 

  • 5

    « Io accetto, e l'ho sempre accettate insieme al rischio, le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre que ...continua

    « Io accetto, e l'ho sempre accettate insieme al rischio, le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro. »

    Io rimango sempre senza parole di fronte a queste parole...
    Io mi chiedo sempre se avrei mai avuto quel coraggio e quella consapevolezza e non riesco a darmi una risposta. O forse non voglio darmi una risposta. Perché non sarebbe quella che Paolo Borsellino ci ha dato.
    Leggere i documenti di Falcone riempie la mente di concetti fondamentali. Leggere Borsellino, tocca il cuore e l'anima.
    Amo tantissimo la sua spiegazione di come si sviluppa e si combatte la mafia in un incontro con studenti a Vicenza. E mi commuove tanto la lettera per scusarsi della sua assenza ad un altro incontro con gli studenti scritta la mattina del giorno in cui è stato assassinato. Una persona così impegnata e occupata che si scusa per non aver potuto essere presente ad un incontro con gli studenti, nuovamente in Veneto. E poche ore dopo la fine...
    Leggere questo libro è importante per tutti.

    ha scritto il 

  • 4

    Ogni parola sarebbe futile per commentare la grandezza di uomini quali Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e, prima di loro, di Boris Giuliano, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Ninni Cassarà e tutte le altre anime coraggiose e sole che si sono battute nella travagl ...continua

    Ogni parola sarebbe futile per commentare la grandezza di uomini quali Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e, prima di loro, di Boris Giuliano, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Ninni Cassarà e tutte le altre anime coraggiose e sole che si sono battute nella travagliata e sanguinosa lotta per debellare il male di mafia. Un male che, come ricorda il giudice Scarpinato nella sua prefazione, "non è affatto solo fuori di noi, è anche tra noi. [...] gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. [...]: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi apicali dell’economia e della finanza e molti altri".

    ha scritto il 

  • 4

    Scrive nella prefazione il giudice Roberto Scarpinato:
    “Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D'Amelio. La retorica di stato ha i suoi rigidi proto ...continua

    Scrive nella prefazione il giudice Roberto Scarpinato:
    “Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D'Amelio. La retorica di stato ha i suoi rigidi protocolli ed esige che il discorso pubblico venga epurato da ogni sconveniente riferimento alle travagliate vicende che segnarono le vite di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, preparandone lentamente la morte.
    Relegando nel fuori scena della storia quelle vicende, questa forma di autocensura consegna così alla memoria collettiva una narrazione tragica e, nello stesso tempo, semplice e pacificata, che si può riassumere nei seguenti termini: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono assassinati perchè con il loro lavoro di integerrimi magistrati, culminato nelle condanne inflitte con il maxiprocesso, erano il simbolo di uno stato che aveva sferrato un colpo mortale a cosa nostra, mandando in frantumi il miti della sua invincibilità ”.
    E, continua più avanti l'autrice Antonella Mascali
    “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono eroi. E non volevano essere eroi. Erano e volevano essere servitori dello Stato. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono diventati martiri della Patria perchè sono stati lasciati soli. Perchè, come dice il procuratore Gian Carlo Caselli, ciascuno di noi non ha fatto il proprio dovere fino in fondo. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano magistrati isolati. Ostacolati. Calunniati.”

    Qual'è allora, il modo migliore per ricordare veramente cosa sono stati Falcone e Borsellino, e tutti gli altri servitori dello Stato, morti nella battaglia per la legalità? Ricordare le loro parole, i loro discorsi, le loro interviste (che molte polemiche suscitarono), gli articoli sulle riviste.
    L'autrice ha voluto mettere insieme diversi interventi scritti negli anni dalla metà degli anni '80 fino al 1992: l'unica modo per comprendere meglio cosa intendessero Falcone e Borsellino quando parlano di giustizia, pentitismo, di lotta alla mafia, della mafia al nord, di credibilità di uno Stato e di questione meridionale è proprio rileggersi le loro parole.

    Oggi in troppi riutilizzano la loro figura in contrapposizione di “eroi dell'antimafia” per metterli in contrasto a quei magistrati che, sempre nell'ennesima solitudine, stanno facendo oggi il loro dovere di uomini dello Stato. Penso a Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia, a Sergio Lari, Nino Di Matteo, Domenico Gozzo: Falcone sì che era garantista, che portava a processo prove certe che arrivavano a sentenza e non “teoremi”.

    In realtà in questo libro se ne trovano due : l'introduzione del giudice Scarpinato è ben più della solita prefazione che apre saggi del genere, ma bensì una ricostruzione storica e politica della lotta alla mafia in Italia.
    Una lotta che è stata portata avanti sempre con mezzi e leggi di emergenza, poiché la mafia non è mai stata estranea al sistema di potere (criminale) delle nostre classi dirigenti.
    Più che di lotta alla mafia bisognerebbe infatti parlare di contenimento della mafia: la “convergenza di interessi” tra sistema politico e sistema mafioso ha partorito quei nefasti intrecci che poi (con grave ritardo) le sentenze della magistratura hanno stabilito.
    Negli anni '80, a seguito dei cadaveri eccellenti nelle istituzioni (Reina, Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, ma anche il giudice Terranova, il colonnello dei carabinieri Russo e il capitano Basile, il capo della squadra Mobile Boris Giuliano), a Palermo iniziò una stagione formidabile di inchieste, portate avanti dai magistrati del pool. Erano inchieste in cui la magistratura per la prima volta rivendicava un ruolo attivo (da “magistrati sceriffo” si disse) nel seguire le indagini sulla mafia criminale ma anche della mafia economica. Falcone seguì la pista dei soldi, partendo dalle indagini sul costruttore Spatola, per arrivare ad individuare le tracce del traffico di droga di cosa nostra con gli Stati Uniti.
    Per la prima volta lo Stato e le istituzioni e la magistratura sembravano voler riconquistarsi quella credibilità, quella terzietà, quel ruolo che la Costituzione sancisce.
    Erano finiti i “bei tempi” in cui il giudice istruttore non scopre nulla, che al massimo condanna qualche ruba galline, in cui si inauguravano gli anni giudiziari sostenendo la non esistenza della mafia.
    Il pool scoprì (ma forse questa è una parola grossa) quel “Contesto”, per dirla alla Sciascia fatto da amministratori, politici locali e nazionali, prefetti e questori, avvocati e imprenditori, mafiosi e collusi coi mafiosi, tutti a braccetto in un unica foto.
    Da qui partirono gli attacchi al pool e ai singoli magistrati: Torquemada, attentatori all'economia dell'isola, giudici politici che vogliono attaccare la Democrazia Cristiana, giudici sceriffi.
    Sembra incredibile, ma a Falcone e Borsellino, quelli che oggi vengono ricordati in pompa magna, negli anni '80 furono vittime di richiami dal CSM, di volgari campagne stampa. Attaccati sui giornali dal corvo (uno che sapeva troppe cose) e da comuni cittadini che rivendicavano un po' di quiete, senza quelle sirene.

    Falcone, lo stesso che oggi viene messo ad esempio, in contrapposizione ai magistrati giustizialisti e presenzialisti, fu bocciato alla nomina di giudice istruttore, fu bocciato al Csm, alla carica di Ispettore anti mafia, alla carica di superprocuratore.
    Borsellino, se ne andò a Marsala ad aprire anche in quella parte dell'isola il filone delle inchieste sulle cosche, mai esplorato prima.
    E dopo la morte di Falcone, rimase ancora più solo: escluso dalle indagini dal capo Giammanco, non fu mai sentito dai pm di Caltanissetta. Quelli che poi seguirono la falsa pista Scarantino.

    Conclude Scarpinato:

    "La realtà che abbiamo vissuto e sofferto con Giovanni e Paolo racconta che, diversamente da quanto si ripete nelle cerimonie ufficiali, il male di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche 'tra noi'. Racconta che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d'oro, personaggi apicali dell'economia e della finanza e molti altri. Tutte responsabilità penali certificate da sentenze definitive, costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche eccezioni, illumina a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti, elevando una parte a simbolo del tutto."

    L'elenco degli interventi raccolti:

    Cose di cosa nostra, Giovanni Falcone
    Discorso agli studenti dell'istituto tecnico di Bassano del Grappa tenuto da Paolo borsellino il 26 gennaio 1989 (un pezzo del video).
    La lettera ad una professoressa che Borsellino scrisse alle 5 di mattina il 19 luglio 1992.
    Recensione di Giovanni Falcone del libro di Saverio Lodato “10 anni di mafia” (qui il link per ordinare l'ultimo volume di Lodato).
    La mafia come antistato, intervento di Falcone al convegno “I problemi della criminalità organizzata” 1989.
    Intervento di Giovanni Falcone al dibattito organizzato a Palermo il 17 dicembre 1984 da Unità per la Costituzione.
    Contributo di Giovanni Falcone al titolo “Valutazioni probatorie relative al pentitismo” tenuto nel 1986 a Torino da parte dell'ANM.
    Il diario di Falcone, pubblicato da Liana Milella sul Sole 24 ore.
    L'articolo uscito nel 2002 su l'Unità di Saverio Lodato, sull'ultimo incontro con Falcone “La solitudine di Giovanni Falcone”.
    Prefazione di Falcone al libro “Estorti e riciclati”, libro bianco della confesercenti a cura di MassimoCecchini, Milano 1992.
    Intervista rilasciata da Paolo Borsellino ad Attilio Bolzoni “Il pool antimafia smantellato” (link); intervista rilasciata da Borsellino a Saverio Lodato il 20 luglio 1988 “Vogliono smantellare il pool antimafia” (link).
    Veglia per Giovanni Falcone, 23 giugno 1992, Palermo.
    Discorso tenuto alla biblioteca comunale di Palermo, il 25 giugno 1992.
    L'ultima intervista di Paolo Borsellino ai giornalisti Calvi e Moscardo il 21 maggio 1992.
    Intervista al TG5 con Lamberto Sposini il 25 giugno 1992.
    Discorso di commiato tenuto alla Procura di Marsala il 4 luglio 1992 “Me ne sono andato in punta di piedi”.

    ha scritto il 

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