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Le voci della sera

Di

Editore: Einaudi (ET scrittori; 1073)

3.9
(206)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 158 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806189697 | Isbn-13: 9788806189693 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Italo Calvino

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
"Le voci della sera" è un breve romanzo del 1961, scritto durante il soggiorno londinese della Ginzburg e alla vigilia del ritorno in Italia. Con uno stile spoglio, fedele al rigore delle notazioni oggettive, la scrittrice esprime in questo romanzo il senso delle storie familiari, la presenza dei vecchi, il crescere doloroso dei giovani, l'allacciarsi e il mutare degli amori e delle amicizie. Della taciturna ragazza che scrive in prima persona il lettore soffre le speranze e le delusioni senza una riga di commento o giudizio o introspezione. L'introduzione è firmata da Italo Calvino.
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  • 4

    La Ginzburg, con il suo modo di scrivere così scarno ed essenziale, ha la capacità di creare ambienti ed atmosfere e delineare con pochi tratti i personaggi più complessi.
    Mi piacciono le storie familiari e lei le descrive e racconta con maestria anche in questo breve romanzo.

    ha scritto il 

  • 5

    La nostalgia

    L'atmosfera è crepuscolare, lo stile diretto, asciutto e gli interni familiari. La Ginzuburg dipinge l'affresco di un mondo che pian piano sbiadisce, le tinte tenui diventano opaca e ci si continua a domandare insieme con i personaggi "perché abbiamo sciupato tutto?". Bello, intenso e appassionat ...continua

    L'atmosfera è crepuscolare, lo stile diretto, asciutto e gli interni familiari. La Ginzuburg dipinge l'affresco di un mondo che pian piano sbiadisce, le tinte tenui diventano opaca e ci si continua a domandare insieme con i personaggi "perché abbiamo sciupato tutto?". Bello, intenso e appassionato il personaggio di Elsa protagonista di uno spaccato molto realistico e veritiero sui rapporti uomo-donna. Lei stessa si rivela essere una donna moderna che si ribella alle convenzioni borghesi in nome dell'amore. Questo libro è un gioiellino, si legge in poche ore e induce alla riflessione. Da leggere accanto al fuoco, con la luce soffusa sul far della sera.

    ha scritto il 

  • 3

    Accade, quando s'inizia ad aver letto un numero considerevole di opere di uno stesso autore, che s'inneschi un meccanismo di paragoni interni via via più intransigenti e cavillosi; ed ecco che libri che pure ti son piaciuti - come questo - impallidiscono a confronto coi più amati e si beccano tre ...continua

    Accade, quando s'inizia ad aver letto un numero considerevole di opere di uno stesso autore, che s'inneschi un meccanismo di paragoni interni via via più intransigenti e cavillosi; ed ecco che libri che pure ti son piaciuti - come questo - impallidiscono a confronto coi più amati e si beccano tre sole stelline, poverini.

    Letto con piacere (con quel sottile vibrato tra sorriso e desolazione che sempre mi provoca l'inconfondibile disincanto della Ginzburg), lo trovo comunque un gradino sotto il Lessico e Caro Michele; due abbondanti sotto Tutti i nostri ieri.

    ha scritto il 

  • 5

    “E quando si vedono le cose future con tanta chiarezza, come se già stessero succedendo, allora è segno che non devono succedere mai. Perché son già successe, in un certo senso, nella nostra testa, e non è più consentito di provarle davvero.”

    ha scritto il 

  • 4

    "Ma non sapevo, allora, che la vita potesse avere un altro passo. Lo immaginavo, così, vagamente, ma non lo sapevo. - Non sapevo, - dissi - che la vita potesse andare di corsa, suonando il tamburo"

    Quanta delicata sobrietà usa, la Ginzburg, per raccontarci di questa sua piccola gente di paese (al centro del libro le vicende dell'infelice stirpe dei Balotta, i signori del borgo: della Gemmina, la maggiore dei cinque figli Balotta, provata da un amore disperato per il Nebbia, del Vincenzino, ...continua

    Quanta delicata sobrietà usa, la Ginzburg, per raccontarci di questa sua piccola gente di paese (al centro del libro le vicende dell'infelice stirpe dei Balotta, i signori del borgo: della Gemmina, la maggiore dei cinque figli Balotta, provata da un amore disperato per il Nebbia, del Vincenzino, del Mario, della Raffaella, il maschiaccio, e poi del Tommasino, il minore, o ancora dei genitori, degli zii, e del Purillo, quel nipote che, nonostante la sua adesione al fascismo, è come un figlio per il capofamiglia), perennemente proiettata fuori di sé, in un mondo futile, fatto di pettegolezzi, di chiacchiere inutili (non è un caso, poiché nulla, nei libri della Ginzburg, è un caso, che il racconto inizi e si concluda con un soliloquio-fiume dell'ipocondriaca madre della protagonista; e mi viene in mente il "eh, si fa per ciacerar" di mia nonna), di cose di poca, pochissima importanza (cappotti e divani, matrimoni e funerali, tra le altre cose).
    Il paese (un misero pugno di case sparso tra le montagne come semi gettati in un campo, a germogliare), d'altra parte, familiare ma non caro (della nostalgia pavesana per la terra d'origine non sopravvive, nella Ginzburg, che una pallida eco; lei, polemica, insofferente, sognatrice, vorrebbe buttar fuori di lì la sua protagonista, salvarla da quella realtà piccola, tentacolare, frustrante), non più soltanto luogo di vita, di morte, di ricordi comuni, di storia (come sono, per definizione, i paesi), si prefigura soprattutto come un'ingombrante e soffocante cornice per un amore (quello di Tommasino per Elsa, la narratrice-protagonista) che è ardito, libero e bello solo nei sogni (chissà, forse Tommasino avrebbe saputo amarla davvero se solo non fosse venuta, come lui, dal paese, se, da piccoli, non avessero giocato insieme e se non avesse imparato a conoscerla con addosso quei ridicoli grembiuli che le arrivano alle caviglie; avrebbe continuato ad amarla, di quell'amore che, per quanto fragile era pur sempre qualcosa, e, protetto, sarebbe sopravvissuto di certo, se si fossero incontrati sempre in città, in quella camera che gli sembrava d'aver affittato solo per poterci portare lei, ogni tanto, a prendere un tè, a parlare di tutto, e gli sarebbe rimasta cara se non avesse voluto provare a vederla nella sua cornice, e a vedere sé stesso accanto a lei, in mezzo alle parole, dette per forza ma senza significato, della pettegola, superficiale madre di lei), mentre, in realtà, pallido, quasi esangue, nasconde a sé stesso la propria miseria (e solo lei ha il coraggio, infine, di rinunciare ad un matrimonio che capisce essere una violenza per lui, uomo debole, ignavo, senza sangue né sugo), e si illude che la felicità possa nascere da un semplice atto di correttezza (perché Tommasino, nella sua ignoranza, nel suo inscalfibile individualismo, non sa che non esiste nulla di più terribile di una felicità inautentica, simulata, artificiale).
    Splendido il personaggio della protagonista-narratrice, delineato dalla Ginzburg con l'usuale, ruvida, essenziale dolcezza: l'introspezione, ci fa capire Natalia, è inutile quando l'interiorità è indossata dal carattere in questione, nonché riflessa nelle sue parole, nei suoi rossori, nel suo pianto (espressione sincera di uno strazio di per sé inesprimibile, che è lo strazio di chi ha smesso di sognare l'amore, e, con esso, la vita, di chi, con pacata rassegnazione, si prepara ad avvizzire in solitudine, dopo aver vissuto l'inebriante gioia dell'innamoramento).
    Impietosa, invece, è la rappresentazione del matrimonio (matrimonio che diventa legame silenzioso, scontato, fatto di sciocchezze e di banalità), che m'ha ricordato alcune terribili scene di "Due per la strada", bel film di Donen con A. Hepburn e A. Finney.

    p.s.: La canzone per accompagnare questo libro c'era (era "L'attesa", della straordinaria Giuni Russo), ma, scandalosamente, non è presente su You Tube.

    p.s.2: Qualcuno sa se esiste veramente il film "Tenebre di fuoco"?

    ha scritto il 

  • 4

    Pochi scrittori come la Ginsburg sanno raccontare in modo così lieve la fragilità dei sentimenti,l'intrico di speranze e delusioni che affollano tante storie familiari e le difficoltà di tante vite che spesso "non si incontrano"!

    ha scritto il 

  • 4

    Un realismo elegico

    E' sempre bello leggere il dramma di una famiglia durante i vari periodi della storia e vedere come il suo all'inizio successo e prosperità arrivi inevitabilmente allo sfacelo e la disgregazione totale del nucleo famigliare. Ancora più bello è quando lo scrittore è fedele ai fatti senza tentare d ...continua

    E' sempre bello leggere il dramma di una famiglia durante i vari periodi della storia e vedere come il suo all'inizio successo e prosperità arrivi inevitabilmente allo sfacelo e la disgregazione totale del nucleo famigliare. Ancora più bello è quando lo scrittore è fedele ai fatti senza tentare di rabbellirli, o di somministrarci qualche colpo di pathos. In questo la Ginzburg ci fa da maestra. Realismo puro, essenziale, basico. Elegico.

    ha scritto il 

  • 4

    Pensieri sotterrati

    Una storia piacevole da leggere, che racconta, ancora una volta, di un gruppo familiare e di “un amore molto leggero e molto fragile” …quello tra Elsa e Tommasino.
    Vite spesso noiose e annoiate, abitudinarie, che cercano stimoli fuori dal proprio ambiente o in città, perché spesso si pensa ...continua

    Una storia piacevole da leggere, che racconta, ancora una volta, di un gruppo familiare e di “un amore molto leggero e molto fragile” …quello tra Elsa e Tommasino.
    Vite spesso noiose e annoiate, abitudinarie, che cercano stimoli fuori dal proprio ambiente o in città, perché spesso si pensa di essere liberi solo fuori dal paese o tra persone che non si conoscono.
    In realtà ciò che manca è la passione e forse un grande amore, per questo poco alla volta si iniziano a sotterrare i pensieri, si rimane zitti anche quando si sta insieme e l’incomunicabilità diventa abissale.

    http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=47752#new_thread

    p.s. Questa volta la Ginzburg, nel descrivere la piccola borghesia piemontese e le scelte fatte per “essere come tutti e per fare quello che tutti si aspettano”, mi ha ricordato molto la Austen.

    ha scritto il