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Les Chants de Maldoror et autres textes

By

Editeur: LGF

4.4
(162)

Language:Français | Number of pages: 446 | Format: Paperback | En langues différentes: (langues différentes) Portuguese , English , Italian , Spanish

Isbn-10: 2253160733 | Isbn-13: 9782253160731 | Publish date: 

Aussi disponible comme: Others

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Science Fiction & Fantasy

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Description du livre
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  • 5

    Un'opera incredibile, unica, che chiunque ama la letteratura dovrebbe almeno provare a leggere: basta infatti affrontare la prima pagina per capire se il caleidoscopio di allucinazioni e immagini da incubo, che si fondono e si trasformano l'una nell'altra senza soluzione di continuità, sarà il go ...continuer

    Un'opera incredibile, unica, che chiunque ama la letteratura dovrebbe almeno provare a leggere: basta infatti affrontare la prima pagina per capire se il caleidoscopio di allucinazioni e immagini da incubo, che si fondono e si trasformano l'una nell'altra senza soluzione di continuità, sarà il gorgo che vi risucchia fino alla fine o la parete invalicabile.

    Per me, la lettura ha rappresentato un'esperienza sconvolgente e fascinosa, soprattutto per il magnetismo che Lautréamont riesce a infondere in ogni pagina, con la sua alchimia di repellenza, profondità concettuale e complessità stilistica.

    dit le 

  • 0

    un bastone calato sull'acqua

    perché cerchiamo la verità, proviamo ad inseguire il senso di un evento con le parole, il gesto del corpo con una spiegazione, con una giustificazione. invece poi succede che ci capita fra le mani questo libro, conoscendo o meno l'autore la sua breve vita si è attratti dal titolo maldoror, che c ...continuer

    perché cerchiamo la verità, proviamo ad inseguire il senso di un evento con le parole, il gesto del corpo con una spiegazione, con una giustificazione. invece poi succede che ci capita fra le mani questo libro, conoscendo o meno l'autore la sua breve vita si è attratti dal titolo maldoror, che cosa vuol dire? forse è un luogo come la duino di rilke.
    questo libro ha una selvaggia stranezza, un linguaggio che imprime alle nostre orecchie un senso di stranezza, di incertezza.
    maldoror è un uomo che colpito da una malattia che potremmo chiamare 'secolo', spinge la sua vita dentro quell'inquietudine sacrilega che divora la sua stessa esistenza lasciando spazi di humor nero.

    'se vuoi seguire le mie istruzioni, la mia poesia t’accoglierà a braccia aperte, così come un pidocchio recide coi suoi baci la radice d’un capello...'

    una continua e vivente metamorfosi, ingegnose dislocazioni e stupefacenti proliferazioni del io del poeta, seguono, affollano in una allegorica eterogenea il dilagante pullulìo, del polpo e la piovra, il grillo, i cani impazziti, la foca e l’elefante, il pesce martello, la razza, la tarantola e il ragno, l’avvoltoio, il pellicano, il capodoglio e l’ippopotamo, la rana, il coccodrillo, il gabbiano e l’airone, la lumaca, il millepiedi e la chiocciola, la torpedine, l’anarnak groelandese e lo scorfano-orribile, il nibbio, il bozzagro e, giunto dall’inferno e covato dall’uomo, il diabolico pidocchio alleato della sporcizia.
    il carnefice diventa una divinità un arcangelo de-generato dalla presupposta sapienza dell'uomo orfano del divino adolescente che è stato. la lingua trascina sul pavimento tutti si suoi sensi che vengono coperti da quella che potremmo chiamare verità che qui pesa come un mantello.

    dit le 

  • 5

    Erano anni che lo prendevo in mano ma, assecondandone le avvertenze che, nella sua prima pagina, rivolge al lettore, ogni volta “dirigevo i miei calcagni indietro e non in avanti”. Ma ora un’urgenza più forte di me, più forte di quella stessa avvertenza, mi ha gettato inerme e desideroso fra le s ...continuer

    Erano anni che lo prendevo in mano ma, assecondandone le avvertenze che, nella sua prima pagina, rivolge al lettore, ogni volta “dirigevo i miei calcagni indietro e non in avanti”. Ma ora un’urgenza più forte di me, più forte di quella stessa avvertenza, mi ha gettato inerme e desideroso fra le sue braccia.
    E non ho resistito al desiderio di leggere una delle cose più incontenibilmente, violentemente e visionariamente belle di sempre: I Canti di Maldoror di Isidore Ducasse conte di Lautréamont.

    Isidore – Lucien Ducasse nasce a Montevideo (Uruguay) il 4 Aprile 1846 da Francois Ducasse, prima scrivano, poi cancelliere presso il consolato di Francia e da Jacquette – Celestine Daverzac, ventiquattrenne, la quale, secondo Pichon – Riviere (Revista de Psicoanalisi, N° 4, 1947) si sarebbe suicidata l’anno stesso del battesimo del figlio il 1847.
    Un Atto di decesso redatto il 24 Novembre 1870 a Parigi è l’unico documento che parli della morte di Isidore Ducasse, senza peraltro citarne la causa, il che ha convalidato l’ipotesi del suicidio ma ha anche lasciato aperta l’altra ipotesi quella di una morte precoce dovuta a tumore cerebrale, date le forti emicranie da cui era afflitto.
    ( dalla Nota introduttiva pgg. 1 – 2)

    Nel 1869, quindi all’età di 23 anni, un anno prima della sua morte, Isidore Ducasse consegna l’intero manoscritto dei sei Canti, all’editore Lacroix, versando un anticipo di 400 franchi per le spese di stampa e diffusione. Ma la diffusione dei Canti da parte dell’editore Lacroix non avverrà a causa dei timori che questi ha per le possibili reazioni del “procuratore generale” data l’estrema violenza espressiva del testo. L’editore Lacroix stamperà solo una ventina di copie ad uso dell’autore. Solo nel 1874 viene diffusa, in Belgio, la prima edizione non clandestina dei Canti.
    (dalla Nota introduttiva pgg. 14 – 15)

    Le comte de Lautréamont, pseudonimo di Isidore Ducasse, appare per la prima volta nell’edizione Lacroix di cui sopra. Lo pseudonimo Lautréamont è una variante del nome che dà il titolo a un romanzo di Eugene Sue, l’autore dei Misteri di Parigi, pubblicato nel 1837: Latréaumont
    (dalla Nota introduttiva pg. 15)

    Secondo Marcelin Pleynet ( M. Pleynet, Lautreaumont per lui-meme, ed. du Seuil, Paris, 1967) Maldoror è presumibilmente la trascrizione di “Mal d’aurore”
    ( dalla Nota introduttiva pg. 31)

    Dal Canto primo

    “Piaccia al cielo che il lettore, reso ardito e fatto momentaneamente feroce come ciò che legge, trovi, senza disorientarsi, il suo cammino scosceso e selvaggio, attraverso le paludi desolate di queste pagine scure e piene di veleno; poiché, a meno che egli non introduca nella sua lettura una logica rigorosa e una tensione di spirito simile almeno alla sua diffidenza, le emanazioni mortali di questo libro gli imbeveranno l’anima come l’acqua lo zucchero. Non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; pochi, soli, assaporeranno questo frutto senza pericolo. Di conseguenza anima timorata, prima di penetrare oltre in simili lande inesplorate, dirigi i tuoi calcagni indietro, e non in avanti. Ascolta bene ciò che io ti dico: dirigi i tuoi calcagni indietro e non in avanti”

    “E, quando vago intorno alle abitazioni degli uomini, durante le notti tempestose, gli occhi ardenti, i capelli flagellati dal vento delle tempeste, isolato come una pietra in mezzo alla strada, mi copro la faccia strapazzata con un pezzo di velluto, nero come la fuliggine che ricopre l’interno dei camini: non bisogna che gli occhi siano testimoni della bruttezza che l’Essere supremo, con un sorriso di odio potente, ha depositato su di me. Ogni mattina, quando il sole si alza per gli altri, diffondendo la gioia e il calore salutare della natura, mentre nessuno dei miei tratti si muove, guardando fissamente lo spazio colmo di tenebre, accovacciato verso il fondo della mia caverna amata, in una disperazione che mi inebria come il vino, ferisco con le mie mani potenti il mio petto, riducendolo in brandelli. Eppure sento che non sono preso dalla rabbia! Eppure sento che non sono il solo a soffrire! Eppure sento che respiro!”

    “Colui che dorme emette gemiti, simili a quelli di un condannato a morte, fino a quando non si risveglia e non si accorge che la realtà è tre volte peggio del sogno”

    “Quando un giovanotto vede tra le braccia dell’amico una donna che idolatrava, si mette a fumare un sigaro; non esce da casa sua, e si lega d’un’amicizia indissolubile col dolore; quest’atto si capisce. Quando un allievo interno, in un liceo, è governato per anni, che sono dei secoli, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, da un paria della civiltà, che gli tiene costantemente gli occhi addosso, sente i flutti tumultuosi di un odio vivissimo salire, come un fumo sospeso, al suo cervello, che gli sembra in procinto di scoppiare. A partire dal momento in cui è stato gettato in questa prigione, fino a quello, imminente, in cui ne uscirà, una febbre intensa gli ingiallisce la faccia, gli avvicina le sopracciglia, gli scava gli occhi. Di notte riflette, perché non vuol dormire. Di giorno, il pensiero si slancia al di sopra delle mura della dimora dell’abbrutimento, fino al momento in cui fugge, o in cui lo si espelle, come un appestato, da quel chiostro eterno; quest’atto si capisce”

    “quando colui che regge la zappa, con le sue mani tremanti, dopo aver palpato convulsamente, tutto il giorno, le guance degli ex viventi che rientrano nel suo regno, vede, la sera, di fronte a sé, scritto a lettere di fuoco, su ogni croce di legno, l’enunciato del problema spaventoso che l’umanità non ha ancora risolto: la mortalità o l’immortalità dell’anima. Il creatore dell’universo: sempre gli ho conservato il mio amore; ma se, dopo la morte, dobbiamo non più esistere, perché, per gran parte delle notti, vedo tutte le tombe aprirsi e i loro abitanti sollevare dolcemente i coperchi di piombo, per andare a respirare l’aria fresca?” ”

    Dal Canto secondo

    “Razza stupida e idiota! Ti pentirai di comportarti così. Io te lo dico. Te ne pentirai, và!, te ne pentirai. La mia poesia consisterà soltanto nell’attaccare, con tutti i mezzi, l’uomo, questa bestia selvaggia, e il Creatore, che non avrebbe dovuto generare una simile gentaglia. I volumi si accumuleranno sui volumi, fino alla fine della mia vita, e tuttavia, ci si vedrà soltanto
    quest’unica idea, sempre presente alla mia coscienza”

    “Ragazzina, tu non sei un angelo e diventerai, insomma, come le altre donne. No, no, te ne supplico; non comparire più davanti alle mie sopracciglia aggrottate e fosche. In un attimo di smarrimento, potrei prenderti le braccia, torcerle come uno straccio lavato da cui si sprema l’acqua, o romperle con rumore, come due rami secchi, e poi fartele mangiare, usando la forza. Potrei, prenderti la testa fra le mie mani con un’aria carezzevole e dolce, affondare le mie dita avide dentro i lobi del tuo cervello innocente, per estrarne, col sorriso sulle labbra, un grasso efficace, che lavi i miei occhi, indolenziti dall’insonnia eterna della vita. Potrei, cucendo le tue palpebre con un ago, privarti dello spettacolo dell’universo, e metterti nell’impossibilità di trovare la tua strada; non sarò certo io a farti da guida. Potrei, sollevando il tuo corpo vergine con un braccio di ferro, afferrarti per le gambe, farti turbinare intorno a me, come una fionda, concentrare le mie forze descrivendo la circonferenza estrema, e lanciarti contro il muro. Ogni goccia di sangue schizzerà su un petto umano, per spaventare gli uomini e porre loro di fronte l’esempio della mia malvagità! Si strapperanno senza tregua brandelli e brandelli di carne, ma la goccia di sangue resta indelebile, sempre allo stesso posto, e brillerà come un diamante. Stai tranquilla, darò a mezza dozzina di domestici l’ordine di custodire i resti venerati del tuo corpo, e di preservarli dalla fame dei cani voraci. Senza dubbio, il corpo è rimasto incollato sul muro, come una prugna matura e non è caduto a terra; ma i cani sanno compiere salti molto alti, se non ci si bada”

    ”A cosa pensi ragazzino?”
    “Pensavo al cielo”
    “Non è necessario che tu pensi al cielo; è già abbastanza pensare alla terra. Sei stanco di vivere tu che sei appena nato?”
    “No, ma chiunque preferisce il cielo alla terra.”
    “Bè, io no. Perché, siccome il cielo è stato fatto da Dio, come la terra, stai pur sicuro che ci incontrerai gli stessi mali di quaggiù. Dopo la tua morte, non sarai ricompensato in base ai tuoi meriti; perché, se ti infliggono ingiustizie su questa terra (come imparerai, per esperienza, più tardi), non c’è ragione per cui, nell’altra vita, non ti si debbano infliggere più. Quel che puoi fare di meglio, non è di pensare a Dio, è di farti giustizia da te, poiché ti viene rifiutata. Se uno dei tuoi compagni ti offendesse, non saresti forse felice di ucciderlo?”
    Ma è proibito!”
    “Non è tanto proibito quanto credi. Si tratta soltanto di non lasciarsi beccare. La giustizia che viene dalle leggi non vale nulla; è la giurisprudenza dell’offeso che conta”

    “Ora, è finita da tempo; da tempo non rivolgo la parola a nessuno. O voi, chiunque siate, quando sarete accanto a me, che le corde della vostra glottide non si lascino sfuggire intonazione alcuna;….e voi, dal canto vostro, non cercate in alcun modo di farmi conoscere la vostra anima per mezzo del linguaggio. Serbate un religioso silenzio, che da nulla sia interrotto”

    “Tu sei l’Onnipotente; non ti contesto questo titolo perché, tu solo, hai il diritto di fregiartene e i tuoi desideri, dalle conseguenze funeste o felici, non hanno altro termine fuori di te. Ecco precisamente perché sarebbe per me doloroso camminare al fianco della tua crudele tunica di zaffiro, non come tuo schiavo ma come chi può diventarlo da un momento all’altro”

    “ I miei anni non sono molti, e tuttavia già sento che la bontà non è altro che un insieme di sillabe sonore; non l’ho trovata in nessun luogo”

    “Cercavo un’anima che mi somigliasse, e non riuscivo a trovarla. Frugavo tutti i recessi della terra; la mia perseveranza era inutile. Eppure non potevo rimanere solo. Occorreva qualcuno che approvasse il mio carattere; occorreva qualcuno che avesse le mie stesse idee…..Allora di comune accordo…scivolarono l’uno verso l’altra, con reciproca ammirazione, la femmina di pescecane scostando l’acqua con le sue pinne, Maldoror battendo l’acqua con le sue braccia; e trattennero il respiro, in una profonda venerazione, ciascuno desideroso di contemplare, per la prima volta, il proprio ritratto vivente. Giunti a tre metri di distanza, senza compiere il minimo sforzo, caddero bruscamente l’uno contro l’altra, come due amanti, e si baciarono con dignità e con riconoscenza, in una stretta tenera quanto quella di un fratello e di una sorella. I desideri carnali seguirono da vicino questa dimostrazione di amicizia…..in mezzo alla tempesta che continuava a imperversare; nella luce dei lampi; avendo come letto di nozze l’onda schiumeggiante, trascinati da una corrente sottomarina come in una culla, rotolando, su se stessi, verso le profondità ignote dell’abisso, si unirono in un accoppiamento lungo, casto e schifoso!…Finalmente avevo trovato qualcuno che mi rassomigliava!…Ormai non ero più solo nella vita!…Lei aveva le mie stesse idee!…Ero al cospetto del mio primo amore!”

    “Tesi una mano, e sotto le mia dita stritolai gli artigli; essi caddero in polvere, sotto la pressione crescente di quel mortaio di nuovo genere. Tesi l’altra mano e gli strappai la testa. Poi scacciai, fuori dalla mia casa, quella donna, a colpi di frusta, e non la rividi più. Ho conservato la sua testa in ricordo della mia vittoria…Con una testa in mano, di cui rodevo il cranio, sono rimasto ritto, su un piede solo, come l’airone, sull’orlo del precipizio scavato nel fianco della montagna. Mi hanno visto scendere nella valle, mentre la pelle del mio petto era immobile e calma, come il coperchio di una tomba! Con una testa in mano, di cui rodevo il cranio, ho nuotato nei flutti più pericolosi, ho costeggiato gli scogli mortali, e mi sono tuffato più fondo delle correnti, per assistere, come un estraneo, ai combattimenti dei mostri marini; mi sono allontanato dalla riva, fino a perderla di vista, dalla mia vista penetrante; e le piovre schifose, col loro magnetismo paralizzante, ronzavano intorno alle mie membra, che fendevano le onde con movimenti vigorosi, e non osavano avvicinarsi. Mi hanno visto tornare, sano e salvo, sulla riva, mentre la pelle del mio petto era immobile e calma, come il coperchio di una tomba! Con una testa in mano, di cui rodevo il cranio, ho valicato i gradini ascendenti di una torre elevata. Sono arrivato, con le gambe stanche, sulla piattaforma vertiginosa. Ho guardato la campagna, il mare; ho guardato il sole, il firmamento; respingendo col piede il granito, che non arretrò, ho sfidato la morte e la vendetta divina con un supremo grido di scherno, e mi sono precipitato, come una pietra, nella bocca dello spazio.”

    Dal Canto terzo

    “Ho ricevuto la vita come una ferita e ho vietato al suicidio di guarire la cicatrice. Voglio che il Creatore ne contempli in ogni ora della sua eternità la crepa spalancata. E’ questo il castigo che gli infliggo.”

    Dal Canto quarto

    “Io non saprei ridere. Non sono mai riuscito a ridere, benchè molte volte abbia cercato di farlo. E’ molto difficile imparare a ridere. O, meglio, credo che una sensazione di ripugnanza nei confronti di codesta mostruosità costituisca una caratteristica essenziale del mio carattere”

    “Racconterai a tuo figlio quel che hai visto; e, prendendolo per mano, fagli ammirare la bellezza delle stelle e le meraviglie dell’universo, il nido del pettirosso e il tempio del Signore. Sarai stupito di vederlo così docile ai consigli della paternità, e lo ricompenserai con un sorriso. Ma quando verrà a sapere di non essere osservato, getta gli occhi su di lui, e lo vedrai sputare bava sulla virtù.”

    Dal Canto quinto

    “ Ciò che nessuno si augurerebbe per la propria esistenza , mi è stato assegnato da un destino ingiusto. Non che il mio corpo nuoti nel lago del dolore; sarebbe poca cosa. Ma la mente si prosciuga attraverso una riflessione condensata e continuamente tesa; urla come le rane di una palude, quando una truppa di fiammanti voraci e di aironi famelici viene ad abbattersi sui giunchi delle sue sponde”

    “ Sono più di trent’anni che non dormo. Dal giorno impronunciabile della nascita, ho giurato un odio irreconciliabile alle tavole del sonno. L’ho voluto io; nessuno sia accusato…..Fintanto che un residuo di linfa bruciante scorrerà nelle mie ossa, come un torrente di metallo fuso, non dormirò affatto. Ogni notte, costringo il mio occhio livido a fissare le stelle, attraverso i vetri della finestra”

    "Và...cammina sempre innanzi a te. Ti condanno a diventare errante. Ti condanno a restare solo e senza famiglia. Cammina costantemente finchè le tue gambe ti rifiutino il loro sostegno. Attraversa le sabbie dei deserti fino a quando la fine del mondo non inghiotta le stelle nel nulla."

    "Ho notato che quando bevo dal collo il sangue di coloro che si coricano al mio fianco (è a torto che mi suppongono vampiro, perchè così si chiamano i morti che escono dalla loro tomba; io, invce, sono vivo), l'indomani ne vomito una parte dalla bocca: ecco la spiegazione della saliva infetta. Cosa volete che ci faccia, se gli organi, indeboliti dal vizio, si rifiutano di compiere le funzioni della nutrizione? Ma non rivelate a nessuno le mie confidenze.Non è per me che vi dico questo; è per voi e per gli altri affinchè il prestigio del segreto trattenga entro i limiti del dovere e della virtù quelli che, calamitati dall'elettricità dell'ignoto, sarebbero tentati d'imitarmi."

    "Voi non sembrate dubitare che costui, che la malattia costrinse a non conoscere altro che le prime fasi della vita, e che la fossa ha appena accolto nel suo seno, è indubbiamente il vivo; ma sappiate, almeno, che quello, di cui scorgete la sagoma equivoca trasportata da un cavallo nervoso, e su cui vi consiglio di fissare al più presto possibile gli occhi, poichè non è più che un punto, e presto sparirà nella brughiera, benchè abbia molto vissuto, è il solo vero morto"

    Dal Canto sesto

    "Benchè non si fossero mai visti si riconobbero! Veramente, era commovente vedere quei due esseri, separati dall'età, avvicinare le loro anime con la grandezza dei sentimenti. Questa, almeno, sarebbe stata l'opinione di coloro che si fossero fermati davanti a questo spettacolo, che più d'uno, anche con una mente matematica, avrebbe trovato commovente. Mervyn, col volto in lacrime, rifletteva che, per così dire sull'entrata della vita, incontrava un prezioso sostegno nelle future avversità. Siate pur certi che l'altro non diceva nulla. Ecco cosa fece: spiegò il sacco che portava, ne slegò l'apertura e, afferrando l'adolescente per la testa, ne fece entrare il corpo intero nell'involucro di tela. Col fazzoletto annodò l'entrata che serviva da introduzione. Poichè Mervyn lanciava acute grida, sollevò il sacco, come un fagotto di biancheria e con esso colpì più volte il parapetto del ponte. Allora, il paziente, essendosi accorto dello scricchiolare delle proprie ossa, tacque. Scena unica che nessun romanziere saprà mai trovare."

    dit le 

  • 4

    Un libro complicato, che contiene moltissimo e che concede poco al puro piacere del lettore. Una prova titanica di scrittura e di lettura. Riscoperto dai surrealisti 50 anni dopo l'uscita manca di un'interpretazione definitiva.

    dit le 

  • 5

    Lo rileggerò ancora e ancora e ancora, fino a che non lo avrò imparato a memoria.
    O piuttosto, come direbbe Maldoror, fino a che le sue scaglie infrangibili non avranno lasciato eterne cicatrici nei fetidi e maleodoranti abissi della mia mente.

    dit le 

  • 5

    " Sono sporco. Roso dai pidocchi... Io non conosco l'acqua dei fiumi, né la rugiada delle nubi. Sulla nuca, come su un létamaio, mi cresce un fungo enorme... Seduto sopra un mobile informe, non muovo le membra da quattro secoli. I miei piedi hanno messo radice nel suolo, e compongono, fino al mio ...continuer

    " Sono sporco. Roso dai pidocchi... Io non conosco l'acqua dei fiumi, né la rugiada delle nubi. Sulla nuca, come su un létamaio, mi cresce un fungo enorme... Seduto sopra un mobile informe, non muovo le membra da quattro secoli. I miei piedi hanno messo radice nel suolo, e compongono, fino al mio ventre, una sorta di viva vegetazione, piena d'ignobili parassiti, che, senza derivare ancora dalla pianta, non è già più carne. Tuttavia il mio cuore batte. Ma come potrebbe battere, se il marciume e le esalazioni del mio cadavere (non oso dire corpo) non lo nutrissero abbondantemente? Sotto l'ascella sinistra, ha preso residenza una nidiata di rospi, e quando qualcuno di essi si muove, mi fa il solletico. BADATE che non ne scappi fuori uno e non venga a grattarvi con la bocca l'interno dell'orecchio: sarebbe poi capace d'entrarvi nel cervello "

    dit le 

  • 5

    Vischiso..

    ...profondo e altissimo come un maelstrom del cielo. Il capello di Dio, il Vecchio Oceano, la deformità, il Sonno e l'Oblio, il Male, la Crudeltà, la Grotta. Una scrittura per immagini. Immagini potenti.

    dit le