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Les Miserables

By Victor Hugo

(65)

| Paperback | 9780140444308

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Book Description

Now a major musical film from Oscar-winning director Tom Hooper ("The King's Speech"), starring Hugh Jackman, Russell Crowe and Anne Hathaway, and also featuring Amanda Seyfreid, Helena Bonham-Carter and Sacha Baron-Cohen, Victor Hugo's "Les Miserabl Continue

Now a major musical film from Oscar-winning director Tom Hooper ("The King's Speech"), starring Hugh Jackman, Russell Crowe and Anne Hathaway, and also featuring Amanda Seyfreid, Helena Bonham-Carter and Sacha Baron-Cohen, Victor Hugo's "Les Miserables" is one of the great works of western literature. Now in a new translation from the French by Christine Donougher, "Les Miserables" is at once a thrilling narrative - part comedy, mystery, romance and tragedy - and a social document of France's turbulent revolutionary history. Victor Hugo's tale of injustice, heroism and love follows the fortunes of Jean Valjean (Hugh Jackman), an escaped convict determined to put his criminal past behind him. But his attempts to become a respected member of the community are constantly put under threat: by his own conscience, when, owing to a case of mistaken identity, another man is arrested in his place; and by the relentless investigations of the dogged Inspector Javert (Russell Crowe). It is not simply for himself that Valjean must stay free, however, for he has sworn to protect the baby daughter of Fantine (Anne Hathaway), driven to prostitution by poverty.
Victor Hugo (1802-85) wrote volumes of criticism, Romantic costume dramas, satirical verse and political journalism but is best remembered for his novels, especially "Notre-Dame de Paris" (1831), also known as "The Hunchback of Notre-Dame" and "Les Miserables" (1862) which was adapted into one of the most successful musicals of all time. "All human life is here". (Cameron Mackintosh, producer of the musical "Les Miserables"). "One of the half-dozen greatest novels of the world". (Upton Sinclair). "A great writer - inventive, witty, sly, innovatory". (A. S. Byatt, author of "Possession").

580 Reviews

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    "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior"

    Mi perdonerà Victor Hugo se, per introdurre le mie riflessioni su Les Misérables, invece di citare le sue parole, prendo in prestito quelle di Fabrizio De André, ma durante la lettura di questo caposaldo della letteratura francese, a tornarmi ...(continue)

    Mi perdonerà Victor Hugo se, per introdurre le mie riflessioni su Les Misérables, invece di citare le sue parole, prendo in prestito quelle di Fabrizio De André, ma durante la lettura di questo caposaldo della letteratura francese, a tornarmi ripetutamente alla memoria è stato proprio il famoso verso di "Via del Campo".
    La ragione è semplice: nelle oltre 1300 pagine del suo romanzo, Hugo ci regala un vivido e minuzioso affresco della Francia della Restaurazione vista con gli occhi dei bisognosi, dei deboli e degli emarginati, e presentandoci, una dopo l'altra, tutte le facce della miseria, ci dimostra come spesso proprio questa povertà materiale si accompagni ad un'insospettata, e perciò ancor più sorprendente e preziosa, ricchezza interiore.
    I temi della colpa, del pentimento, del perdono, della fede e della redenzione, sono al centro di quest'opera monumentale, che pagina dopo pagina, partendo da tali premesse, riesce a toccare, in modo singolarmente esaustivo, un po'tutti gli ambiti del sapere umano: la religione, la filosofia, la politica, la giustizia, la Storia... Ma a farla da padrone è ancora una volta quel sentimento unico che racchiude in sé tutto il senso della vita: l'amore. Amore che apre all'essere umano nuove prospettive, diventando sacrificio, compassione, forza d'animo, e perfino riscatto; che spinge gli uomini a compiere grandi gesti, e che rende grande anche il gesto più semplice. Un amore che, anche quando costretto ad abbassarsi e a farsi calpestare, mantiene sempre, nella sua onestà, la più immacolata dignità.
    E nell'opera di Hugo, l'amore, sincero e disinteressato, rappresenta anche lo strumento attraverso cui le anime perdute, proprio quando ogni speranza sembra ormai vana, hanno l'opportunità di ritrovare la strada. E questo è un po'quel che accade allo stesso protagonista del romanzo: l'ex forzato Jean Valjean.
    Dopo quasi vent'anni di prigione, Valjean, appena riconquistata la libertà, deruba il vescovo di Digne, che lo aveva accolto in casa. Quando però quest'ultimo, invece di denunciarlo, lo difende di fronte ai gendarmi, facendogli anche dono di due candelieri d'argento, Jean, a seguito di una profonda crisi spirituale, e dopo un ultimo sconsiderato furto, si converte e decide di cambiar vita.
    Assunta una falsa identità, egli diviene quindi sindaco del paesino di Montreuil-sur-mer, dove si guadagna la stima e il rispetto della gente. Le sue gesta, però, e soprattutto la sua inusuale forza fisica, attirano l'attenzione dell'integerrimo ispettore Javert, che convinto di aver riconosciuto nell'uomo l'ex forzato Valjean, non esita a dargli la caccia.
    Così per Jean, diviso tra la propria coscienza e la parola data a Fantine, una giovane prostituta morente accolta in casa tempo prima, ha inizio una lunga fuga, la cui prima tappa sarà Montfermeil, il luogo in cui, presso la locanda dei loschi Thénardier, vive infelice e maltrattata la piccola Cosette, figlia di Fantine.

    Di fronte allo spessore di questo romanzo, all'indiscutibile grandezza letteraria e intellettuale di Hugo, e alla portata delle sue osservazioni, resterebbe ben poco da dire. Ciò nonostante, i miei sentimenti durante la lettura, sono stati parecchio contrastanti. In realtà un po'me l'aspettavo: la conoscenza già piuttosto approfondita della trama (che tra l'altro mi ha del tutto privata del gusto per i colpi di scena, e dell'interesse rispetto a gran parte delle vicende narrate), e una pregressa esperienza infelice con l'autore, mi avevano infatti preparata.
    Da un lato ho provato sincera ammirazione per la scrittura di Hugo, e per i contenuti da lui affrontati; dall'altro, il senso di indicibile stanchezza per le chilometriche digressioni, e la mia difficoltà ad entrare in sintonia tanto con lo scrittore quanto coi protagonisti, hanno senza dubbio pregiudicato il pieno apprezzamento dell'opera.

    Fantine, il primo dei cinque libri in cui è suddiviso il romanzo, ha rappresentato per me, il momento migliore della lettura. Dopo un inizio un po'lento, dedicato alla vita e alle gesta del buon Monsignor Bienvenue, veniamo infatti introdotti nell'infelice mondo di Jean Valjean, ne conosciamo i trascorsi, la lenta e inarrestabile rovina, e diventiamo così partecipi dei suoi tormenti, dei suoi dubbi e della sua conversione, così ben evocati dalla penna, senz'altro prolissa ma stilisticamente ineccepibile, dello scrittore.
    È in questa porzione della storia che, come da titolo, facciamo la conoscenza di uno dei personaggi più toccanti: Fantine, appunto. Non si tratta certo di una figura particolarmente approfondita (molti altri esempi di femmes perdues mi hanno colpita maggiormente nella mia esperienza di lettrice), ma la sua tragedia, la sua inesorabile caduta, e i suoi ultimi istanti di vita sono stati indubbiamente uno dei frangenti più memorabili e commoventi dell'intera opera.

    Conclusasi la prima parte, purtroppo, anche il mio entusiasmo ha iniziato ad affievolirsi progressivamente, soprattutto perché, pagina dopo pagina, è venuto alla luce quello che, a parer mio, rappresenta uno dei maggiori punti deboli del romanzo: i personaggi.
    Con l'eccezione di Jean Valjean e di Eponine (potenzialmente un buon personaggio, ma di fatto una specie di clone femminile, peraltro meno interessante, del dickensiano Sydney Carton), essi infatti, sono per lo più figure unidimensionali, facilmente inquadrabili in ben noti cliché (Javert, i Thénardier, Gillenormand), o come nel caso della stessa Fantine e di Gavroche, destinati ad incarnare, sia pur in modo significativo, uno dei tanti volti della miseria, con una valenza prettamente simbolica.
    Inoltre, anche lo stesso Valjean, l'analisi della cui travagliata interiorità, costituisce l'aspetto di maggior pregio della prima metà del romanzo, nella seconda parte, tra siparietti sentimentali e barricate, passa un po' in secondo piano, ricordandomi infine, con tutti i suoi scrupoli, e il suo ingiustificato senso d'inferiorità, la povera Ruth Hilton di Elizabeth Gaskell.

    Col procedere della narrazione, come accennavo, indiscusse protagoniste dell'opera diventano le complesse, articolate, ed interminabili digressioni relative ai molteplici aspetti (conventi, guerre, sommosse, società segrete, dialetti, e molto altro ancora) della Francia, e soprattutto della Parigi del tempo. Tematiche di per sé interessanti, se opportunamente dosate ed integrate nel corso dei capitoli, ma che così concepite, assumono piuttosto i tratti di autentici saggi a sé stanti, di certo profondamente rilevanti sul piano storico e sociologico, ma altrettanto pesanti e, per i miei gusti, eccessivi, nel contesto di un romanzo.
    E se all'inizio, le sia pur impegnative divagazioni dell'autore, conferivano fascino e spessore alla lettura, man mano che si procede, districandosi tra le infinite pagine di nozioni politiche, filosofiche e architettoniche (a volte persino più vicine ad un puro, per quanto riuscitissimo, esercizio di stile), e le pedanti prediche traboccanti di morale cattolica, si ha l'impressione che la trama vera e propria, ovviamente spezzata dai sopra citati interventi dell'autore, si sia via via trasformata in un mero intermezzo al servizio della lunga lezione che Hugo, dall'alto della sua innegabile cultura, tenta di impartire ai lettori.
    Perché il buon Victor, diversamente da un Charles Dickens, appare privo di una dote fondamentale: quella di denunciare, criticare, e sensibilizzare, senza diventare didascalico. Il tono sermoneggiante, e talvolta fastidiosamente presuntuoso, di cui egli invece si serve, mi hanno reso davvero impossibile entrarvi in sintonia.
    Ho trovato, inoltre, non poche difficoltà a simpatizzare con alcune delle sue stesse idee: dalla concezione incredibilmente maschilista e superficiale circa la figura della donna ("...uno dei due germi che devono riempire tutta la vita della donna: la civetteria. L'altro è l'amore."; e ancora: "Una bambina senza bambola, è quasi altrettanto infelice ed impossibile quanto una donna senza figli": frasi sufficientemente esaustive per comprenderne la mentalità), all'evidente propensione alla generalizzazione, spesso addirittura accompagnata da un irritante buonismo che, personalmente, sopporto poco nella mentalità comune, e riesco ad apprezzare ancor meno in un intellettuale del calibro di Hugo.

    Egli, tra le altre cose, rivela un'idea dei rapporti tra le diverse generazioni, alquanto discutibile ("I rami, senza staccarsi dal tronco, se ne allontanano. Non è colpa loro. La gioventù va dove è la gioia, alle feste, alle vive luci, agli amori. La vecchiaia va verso la fine."), giustificando bonariamente l'egoistico, e ingiustificabile, disinteresse dei giovani nei confronti dei genitori: nello specifico, il deplorevole atteggiamento di una Cosette, ormai felicemente sposata, verso quel padre adottivo che per lei aveva dato tutto.
    E proprio Cosette, insopportabile ragazzina immatura, dalla scarsa volontà, e l'ancor più scarso intelletto, è stata uno dei principali motivi della mia insofferenza rispetto alla seconda parte del romanzo, di cui lei, insieme al degno Marius, è il personaggio principale.
    Cosette, inizialmente omologo femminile (ma decisamente più incolore) dello sfortunato Oliver Twist, per due terzi del romanzo apre bocca ben di rado; quando poi, finalmente, comincia a parlare, è davvero difficile non rimpiangerne i ben più gradevoli silenzi.
    Sono tante, senza dubbio troppe, le pagine che Hugo dedica agli stucchevoli (a tratti, oserei dire perfino nauseanti) sproloqui sentimentali tra i due giovani innamorati. Sguardi rubati che si protraggono per svariati capitoli; incurabili tormenti amorosi ad elevatissimo tasso glicemico; e persino la trascrizione, per filo e per segno, dei versi d'amore che Marius, poco prima della tanto agognata dichiarazione, recapita alla sua dolce metà, di cui, per inciso, ignora persino il nome, non avendole mai rivolto la parola neppure per un istante - il che, più che rendere romantica la vicenda, la fa apparire piuttosto ridicola.
    Probabilmente apparterrò a quella categoria (cito testualmente), di persone "imbecilli e cattive" che non si emozionano di fronte alle "fanciullaggini, ripetizioni, risate per nulla, futilità, sciocchezze, che escono dalla bocca di due innamorati, (...) senza cui essi non sono niente", resta il fatto che l'idea di amore romantico proposto da Hugo, e la sua convinta apologia del colpo di fulmine, da lui giudicata come l'unica autentica forma d'amore tra uomo e donna, a me (e sto usando un eufemismo) fanno decisamente storcere il naso, rendendo addirittura piacevoli, al confronto, perfino i dettagliatissimi capitoli sulla storia della fognatura.

    Al termine della lettura, fatica e perplessità a parte, tra tutte le scene memorabili e i momenti di pathos vissuti nel corso della narrazione, restano impresse due immagini in particolare: quella dei due candelieri accanto al morente Valjean; e quella di una tomba spoglia, nel cimitero del Père-Lachaise, in cui riposa un uomo, uno come tanti, che nella miseria è stato spinto al peccato, ma che nell'amore e nella fede, ha ritrovato la santità.

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    Camelia said on Sep 11, 2014 | 6 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    5 stelle se solo ci fossero meno divagazioni

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    Anna said on Sep 11, 2014 | Add your feedback

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    Libro che ho adorato insieme a tutti i personaggi; l'unico difetto che riesco a trovare è che spesso Hugo divaga e divaga e divaga dedicando interi capitoli a Waterloo, ai monelli, al gergo, alle fogne di Parigi ecc, che sono tutti approfondimenti mo ...(continue)

    Libro che ho adorato insieme a tutti i personaggi; l'unico difetto che riesco a trovare è che spesso Hugo divaga e divaga e divaga dedicando interi capitoli a Waterloo, ai monelli, al gergo, alle fogne di Parigi ecc, che sono tutti approfondimenti molto più che interessanti, ma che stonano in quel momento lì della storia.

    Sconsiglio questa edizione in particolare: molte canzoni/filastrocche/frasi sono buttate lì senza un briciolo di spiegazione a piè pagina per cogliere le varie sfumature linguistiche (il club degli ABC, Grantaire ecc).

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    citizen erased said on Sep 9, 2014 | Add your feedback

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    Fenomenal

    Un libro fascinante, merefce la pena leerlo. Yo decidi leerlo por ir a ver el musical, y me ha encantado, no puedes parar de leerlo para saber lo que va a pasar. Los personajes son excelentes.

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    Nevilo said on Sep 7, 2014 | Add your feedback

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    LA GRANDEZZA DEI CLASSICI

    Non sempre la lettura di un classico ottocentesco mi lascia soddisfatto. Tutto evolve, anche la letteratura e la scrittura. Ci sono modi di esprimersi del XIX secolo che nel XXI non risultano più gradevoli. Eppure ci sono opere che hanno fatto storia ...(continue)

    Non sempre la lettura di un classico ottocentesco mi lascia soddisfatto. Tutto evolve, anche la letteratura e la scrittura. Ci sono modi di esprimersi del XIX secolo che nel XXI non risultano più gradevoli. Eppure ci sono opere che hanno fatto storia e che sono tuttora da non perdere.
    Complice la pausa estiva e un lungo viaggio in treno, sono riuscito a completare la lettura, fino a poco fa solo avviata, del capolavoro francese di Victor Hugo “I miserabili”.
    Non ci sono dubbi che quest’opera monumentale (940 pagine, di quelle belle fitte, nell’edizione Newton Compton che ho letto) abbia alcuni punti morti, ma nel complesso rimane un lavoro estremamente coinvolgente con dei notevoli personaggi, una bella trama ricca di colpi di scena, un’ambientazione interessante e una scrittura matura.
    Partiamo dai, pochi, difetti. Per scrivere mille pagine non bastano una trama articolata e un buon numero di personaggi descritti in dettaglio, dunque Hugo spesso fa delle digressioni. Alcune sono interessanti. Lo sono state per me, per esempio, quella sulla vita conventuale delle suore e quelle su Napoleone Bonaparte. Altre, invece, lo sono meno, come la descrizione del sistema fognario parigino e, forse, persino l’indagine sul dialetto “argot”.
    Anche togliendo le digressioni, comunque, il tomo rimarrebbe voluminoso, segno questo che il loro peso complessivo è ridotto.
    In ogni caso, è anche grazie a esse che l’opera si trasforma in romanzo storico, non limitandosi a descrivere le vicende di alcune persone a Parigi negli anni della caduta di Napoleone, ma fornendo un affresco storico e ambientale che ci insegna su quegli anni quanto un saggio.
    Non pretendo qui di inquadrare il romanzo nella storia della letteratura o fare paragoni con altre opere del periodo, ma non posso non notare quanto lo spirito cristiano, che permea tutte le pagine, sia qualcosa di diverso dalla Provvidenza manzoniana.
    Il vero protagonista, tra tanti personaggi, è Jean Valjean, un uomo la cui giovinezza fu segnata da una miseria che lo portò in galera, ma anche da un incontro illuminante con il buon vescovo Charles-François - Bienvenu Myriel, la cui generosità nei suoi confronti lo cambierà, facendone un uomo nuovo, quasi che la bontà si possa trasmettere da uomo a uomo, per il solo suo esprimersi. Lo stesso Jean Valjean dimostrerà la medesima capacità di perdono, mutando chi ne sarà beneficiato. La colpa giovanile, però, continuerà a pesare sulla sua coscienza e Jean Valjean, pur continuando a compiere opere di bene, si sentirà sempre un galeotto.
    Dio qui non è presente come deus-ex-machina, come risolutore delle vicende umane o come destino, ma come coscienza. Dio parla attraverso la coscienza degli uomini, quella del citato vescovo di Digne e quella del ex-forzato Jean Valjean. Dio esiste attraverso gli uomini.
    Anche l’antagonista, l’ispettore Javert ha una sua coscienza. Non quella che mira al Bene, ma quella che mira al Giusto, al rispetto delle norme e della Legge. La Legge è il suo Dio.
    I soli che sembrano non aver coscienza sono gli altri antagonisti, i Thénardier, eppure anche loro sono capaci di gesti buoni, almeno ogni tanto, come il salvataggio del colonnello o l’aiuto dato a Marius da una delle due figlie.
    Dio è presente ma lo è nell’uomo. La religiosità è nell’animo umano. È la morale la vera forza. La Morale diventa il nuovo Dio illuminista. La cosa che forse stupisce di più un lettore italiano del terzo millennio è proprio questa morale, questa coscienza, che sembriamo aver smarrito. Il senso della colpa e della sua espiazione è qualcosa che non appartiene più alla nostra società, dove gente macchiata delle peggiori colpe ricopre cariche pubbliche o continua a far parte impunemente della vita sociale, dove i delinquenti, invece ci marcire in qualche prigione a pentirsi della propria sciaguratezza, si trasformano in star televisive, dove uomini che con la propria vigliaccheria hanno causato danni enormi e la morte delle persone loro affidate, hanno il coraggio di rilasciare interviste e persino di tenere lezione su quello che non hanno saputo fare!
    È questa morale, per noi perduta, che dà peso e spessore al romanzo, ma anche la ricchezza emotiva e di vita dei personaggi.

    Tempo fa avevo esaminato gli elementi presenti in un moderno bestseller fantasy (il ciclo di Harry Potter). Quando leggo un romanzo avvincente, mi chiedo se queste componenti ci siano.
    Gli “ingredienti” individuati nella saga della Rowlings erano:
    • trama;
    • strutturazione;
    • ambientazione costante;
    • ripetitività e ritualità;
    • magia come estraneamento dalla realtà;
    • mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
    • amicizia;
    • lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
    • compenetrazione tra il Bene e il Male;
    • tanti nemici, grandi e piccoli;
    • un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
    • spettacolarità;
    • competizione;
    • mistero;
    • suspance;
    • paura;
    • avventura;
    • iniziazione e crescita verso l’età adulta.
    • morte

    Considerato che alcuni elementi della precedente lista sono tipici del genere esaminato (magia, paura) o di una saga (costanza dell’ambientazione, ripetitività), occorre però dire che ne “I miserabili” ritroviamo:
    • una trama complessa, con più vicende intrecciate, con alcuni personaggi le cui vite si incrociano più spesso di quanto il calcolo delle probabilità farebbe ritenere plausibile, con le molteplici trasformazioni di Jean Valjean (che cambia spesso anche nome), ma anche di Cosette e del signor Thénardier;
    • dunque non manca una struttura articolata;
    • l’ambientazione è quella parigina nella prima metà del XIX secolo, senza voli temporali in altre epoche, ma con lo scorrere degli anni dal 1815 al 1848;
    • ci sono amicizie, ma ognuno sembra solo con se stesso e con la propria coscienza;
    • la lotta tra Bene e Male è lo scontro tra uomini la cui malvagità è spesso involontaria e uomini la cui bontà nasce dal male che hanno fatto e subito, ma anche dal bene ricevuto;
    • Bene e Male sono in effetti, anche qui, compenetrati;
    • gli avversari, a differenza dal fantasy, sono tutti umani, ma il grande avversario è la Coscienza, non possiamo però certo considerarla un nemico;
    • se Harry Potter si scopre potente grazie alla magia, Jean Valjean si scopre buono grazie al perdono e alla generosità, Marius e Cosette, da poveri e sventurati che erano, si scoprono ricchi e felici; tutti e tre si scoprono migliori;
    • la spettacolarità è data dal grande affresco di Parigi, della Francia e delle guerre napoleoniche e della Restaurazione;
    • le avventure di Jean Valjean per sfuggire alla giustizia, di Marius e degli altri “miserabili” per sopravvivere creano suspance;
    • l’identità mutevole del protagonista crea mistero;
    • la crescita riguarda la piccola Cosette, ma soprattutto l’adulto Jean Valjean e il giovane Marius.

    Dunque anche in un classico, quando è opera di successo e quando risulta ancora godibile al giorno d’oggi, ritroviamo molti degli elementi costitutivi di un bestseller moderno, a conferma che sono questi a contribuire all’empatia con il lettore.

    Hugo però riesce a essere moderno anche in altri modi, non voglio qui indagare alcuni aspetti certo meglio trattati da altri come la capacità di approfondimento dei personaggi, ma limitarmi a segnalare alcune intuizioni come la riflessione ecologista:
    “Si spediscono con ingenti spese delle flottiglie al polo australe per raccogliere gli escrementi delle procellarie e dei pinguini e si butta in mare l’incalcolabile elemento di ricchezza che abbiamo sottomano. Tutto il concime umano e animale che il mondo perde, se fosse reso alla terra invece di essere gettato nell’acqua basterebbe a nutrire il mondo.” (pag. 815)

    Cinquale 11/08/2014

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    Carlo Menzinger said on Sep 2, 2014 | Add your feedback

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