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Les misérables

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4.5
(4150)

Language:Nederlands | Number of Pages: 320 | Format: Others | In other languages: (other languages) Italian , English , Chi simplified , Chi traditional , Spanish , German , French , Portuguese , Swedish , Turkish , Polish , Hungarian , Czech

Isbn-10: 9022984176 | Isbn-13: 9789022984178 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature , History , Social Science

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Book Description
Een voormalige galeislaaf probeert eerlijk te leven, ondanks de barre
omstandigheden voor de armen in Frankrijk in het begin van de 19e eeuw.
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  • 4

    Nulla è più imminente dell'impossibile

    Mi ero ripromessa di leggere ‘ I miserabili’ già l’anno scorso, appena terminata la lettura de ‘Notre Dame de Paris’ ma si sa il tempo vola e spesso e volentieri non si hanno tanti momenti da dedicare ...doorgaan

    Mi ero ripromessa di leggere ‘ I miserabili’ già l’anno scorso, appena terminata la lettura de ‘Notre Dame de Paris’ ma si sa il tempo vola e spesso e volentieri non si hanno tanti momenti da dedicare i nostri hobby e quindi spesso e volentieri il tempo dedicato al dovere supera di netto quello dedicato al piacere…

    Così ad un anno di distanza finalmente, riesco a parlarvi del romanzo che probabilmente ha consacrato Victor Hugo nell’Olimpo degli scrittori francesi, la sua opera probabilmente più amata e conosciuta per l’appunto ‘I Miserabili’.
    Inizierò subito con il dire che ho amato tantissimo ‘Notre Dame de Paris’ e che quindi le mie aspettative su questo romanzo erano davvero altissime. Conoscevo in parte la sua trama proprio perché essendo un romanzo davvero conosciuto è stato riprodotto in numerosi film e serie televisive. Credo inoltre di aver visto anche un cartone animato anni ed anni fa. Quindi mi sembra eccessivo dire che conoscevo a menadito la trama ma comunque ne avevo già un idea, anche se devo sottolineare che leggere il libro è davvero tutt’altra cosa rispetto ad un film, od una serie televisiva anche se ben fatta.

    Chi di voi ha letto qualcosa di Hugo, conoscerà senza dubbio la sua scrittura e il suo caratteristico modo di descrivere i contorni e gli angoli meno conosciuti della sua città. Se in ‘Notre Dame de Paris’ la vera protagonista era Notre Dame ed in via più generale la città di Parigi, nei ‘Miserabili’ protagonista è la storia di Francia, ovvero non mancano descrizioni quanto mai accurate della città e dei suoi cambiamenti, ma il vero perno attraverso cui ruota tutta la trama è la storia che ha caratterizzato quegli anni. Siamo nel periodo successivo a Napoleone, i vari personaggi si muovono tra scenari politici a loro del tutto nuovi e così scorrendo le righe riscopriamo vecchi estimatori della monarchia, altri legati a quanto sognato da Napoleone ed in contemporanea riusciamo ad intravedere una vena politica totalmente nuova che cerca di emergere tra una piega e l’altra della storia di tutti i giorni.
    Il romanzo è proprio questo uno spaccato della vita parigina di quel periodo, tra la giustizia che fa fatica a farsi largo fra la massa di persone oneste e disoneste, tra forzati a cui si è tolto il passato ed i giovani che non avranno un domani, tra la ricca borghesia e la povera gente che fatica ad avere un pasto caldo. Il romanzo è una storia collettiva e credo sia restrittivo parlare di un unico protagonista, in quanto i protagonisti sono tanti e sono quelli che tutti insieme riescono a dare una visione precisa ed impietosa di un periodo che altrimenti sarebbe difficile da immaginare. Come avevo fatto l’anno scorso essendo una trama molto conosciuta preferisco parlarvi un po’ dei protagonisti principali e delle impressioni che mi hanno dato. Ovviamente l’impressione può essere diversa a seconda dello spirito con cui venga letto un libro, e non vi consiglierei di leggere questo romanzo soltanto per qualche personaggio perché è davvero tutto il mondo circostante che rende il libro un testo che rimane attuale nonostante la data di pubblicazione.

    Il primo personaggio di cui vi voglio parlare è senza dubbio Jean Valjan. Sono i suoi passi, infatti, quelli che seguiamo per tutto il romanzo ed è anche grazie al suo sguardo lontano che riusciamo ad arrivare fino all’ultima pagina. Di Jean Valjan ovviamente saprete tutto ed ancora di più, è difatti il protagonista indiscusso di tutte le riduzioni che ne hanno fatto in questi anni…Jean Valjan è un uomo che ha il coraggio di cambiare una vita grazie alle parole di un vecchio vescovo, ovvero grazie alla fiducia che l’anziano ripone in lui e nella sua trasformazione. E’uno dei personaggi più onesti che ho incontrato nelle mie letture, ma al contempo è uno dei meno fortunati. A mio parere le ricompense riconosciute a quest’uomo sono infinitesimali rispetto tutto il bene ‘gratuito’ che ha fatto nei confronti degli altri, ma probabilmente questa era una visione precisa che l’autore voleva lasciare trapelare nel suo libro. Il pensiero della vita di Jean Valjan in qualche modo mi mette tristezza, anche perché comunque gli attimi di gioia sono davvero pochi rispetto a tutto il tempo passato tra la paura e la solitudine, e dispiace perché davvero un protagonista dal cuore generoso.
    Jean Valjan è tristemente braccato da un commissario che è davvero ossessionato dalla sua persona, il commissario Javert. Egli non crede nella riabilitazione di un uomo e non crede che una persona dopo un errore possa cambiare. È quanto di più integerrimo si possa trovare, è rigido ed è fisso verso la sua particolare idea di giustizia senza perdono. Chiederei a chi vuole gustare il libro di non leggere le frasi sottostanti, perché non vorrei rovinarvi il finale, e quindi vi consiglierei di passare direttamente al trafiletto che parla di Fantine. Javert è un personaggio che nonostante l’aspetto ottuso che lo caratterizza per gran parte del libro ho apprezzato soprattutto alla fine. Difatti nonostante l’ottusità che lo acceca per gran parte del romanzo alla fine riesce comunque a capire il suo errore, e ne paga le conseguenze, scegliendo così la propria fine. Comprende dopo tanto tempo che il suo concetto di giustizia è errato, e che ha portato con se per tantissimo tempo un idea completamente sbagliata ed è costretto a cercare la sua fine, proprio (per come l’ho intesa io) perché si rende conto di aver adoperato male i suoi strumenti e le sue opportunità, di aver seminato odio e rancore anzichè perdono e pace.

    Eccoci finalmente al trafiletto di Fantine che ho voluto inserire subito proprio perché un personaggio che mi è davvero piaciuto per la sua forza ed intensità. E’ il personaggio che probabilmente rimane di più nella memoria, perché tendenzialmente il più tragico. Ad un tratto Jean Valjan dice a Cosette, che lei avrà in dono tutto l’amore e la fortuna che è stata tolta alla madre. Il solo pensare alla vita ed alle miserie sostenute da questa donna, mi fa ancora venire i brividi (ad almeno un paio di settimane dal termine della mia lettura), e sarò sincera sono stata costretta a saltare un paragrafo proprio perché il pensare alle parole che c’erano in quelle frasi mi faceva star troppo male. L’intensità caratteriale di Fantine e la sua tremenda sfortuna probabilmente ne fanno uno dei personaggi più tragici che ho incontrato nel mio percorso di lettore. La sua caduta inizia lentamente ma la poverina finisce sempre più in basso, per indifferenza e disattenzione degli altri ma anche per una grande sfortuna (che si tramuta in fortuna per la figlia, ovviamente).
    Cosette, come avrete capito dal trafiletto precedente probabilmente non è il mio personaggio preferito del romanzo. Credo che la mia antipatia derivi proprio dalle grandi sciagure che ha dovuto subire la madre e dal contrasto con la fortuna della figlia. Ovvio che non sia colpa di questo personaggio, ma per me, è comunque uno dei personaggi più vuoti ed insipidi dell’intero romanzo, trovo infatti che sia addirittura inconfrontabile con il coraggio che dimostra sua sorellastra Eponine. La povera e disperata Eponine infatti, nonostante le brevi apparizioni ha saputo lasciarmi molto di più che le pagine e pagine utilizzate per gli struggimenti (tra l’altro inutili) della candida e ‘ingenua’ Cosette.

    Marius, devo sottolineare come anche questo personaggio sia inserito soltanto per dovere di cronaca. Come per Cosette trovo che sia uno dei personaggi che mi ha lasciato meno, è il classico eroe che riesce bene in tutto quello che fa, peccato che in questo caso, le sue azioni siano quasi sempre fallimentari. Attenzione, come prima vi chiederei di saltare la prossima frase se non volete anticipazioni e passare quindi direttamente al paragrafo successivo. Di Marius non ho apprezzato la sua estrema sicurezza e pedanteria e ad essere sincera trovavo piuttosto noiose le sue parti. Sempre dietro la gonnella di quell’angelo di Cosette oppure a guardare di sbieco Jean Valjan, e poi ho trovato sgradevole il considerarlo eroe, quando spinto dalla ‘disperazione’si inserisce nella barricata. Così ‘eroe’ da essere l’unico che si salva grazie all’aiuto di altri (non sarebbe stato in grado di salvarsi da sé). Essendo un classico eroe romantico avrei visto di buon occhio anche una sua eventuale dipartita sul campo, ma si vede che doveva creare problemi fino all’ultimo, dando origine a fastidi e tribolazioni a tutti gli altri personaggi che aveva intorno (scriverei a FFOrde (‘persi in un buon libro’- ‘il pozzo delle trame perdute’) per sottoporgli il caso di Marius, perché se Heathcliff era ingeneroso e cattivo, questo Marius è proprio un inetto…).
    Ma lasciamo Marius e veniamo alle parti che ho apprezzato di più del romanzo che sono comunque legate ai personaggi minori, quindi da citare il piccolo Gavroche, che ho adorato per la sua spavalderia e la sua voglia di rendersi utile alla sua nazione. Le parti di Gavroche erano senza dubbio le più tristi ma allo stesso tempo quelle per cui vi consiglio di leggere questo libro, se i personaggi precedenti non vi hanno convinti (soprattutto gli ultimi due immagino), prendete in mano il romanzo per questo ragazzino che corre cantando insolente tra le barricate, è un personaggio che rimane davvero nel cuore ed impossibile da dimenticare. Un altro personaggio che porterò con me è il vecchio papà Mabeuf e la sua biblioteca, la tenerezza di quest’uomo amante del giardinaggio e dei libri è un'altra ragione che vi spingerà a leggere ‘I Miserabili’. Questi due personaggi rappresentano il coraggio di una nazione, il giovane e l’anziano che combattono sulla stessa linea contro la povertà e l’ingiustizia. Gavroche combatterà con la spavalderia della sua giovane età mentre papà Mabeuf combatterà con la rassegnazione di chi non può più tornare indietro. Il futuro ed il passato si mescolano in questi due personaggi che agli occhi del lettore assumono quasi lo stesso profilo. In ultimo tra i personaggi che compaiono meno (il termine ‘minori’ mi sembrerebbe quasi un insulto) vi voglio parlare di Eponine. Conoscere la fortuna e poi quasi immediatamente la miseria, dev’essere ben peggio che conoscere la miseria e poi la fortuna, perché non puoi rimpiangere quello che non hai assaporato o comunque non sei in grado di fare paragoni. Proprio per questo ho scritto di preferire un milione di disperate Eponine rispetto un'unica soave Cosette. Mi dispiace ma trovo che il solo paragone sia impietoso per Cosette, e credo che probabilmente fosse anche nelle intenzioni dell’autore inserire una differenza così evidente fra questi due personaggi. Mentre Cosette è incessantemente baciata dalla fortuna, Eponine continua a muoversi in un abisso disperato di povertà ed ingiustizie. Mentre per Cosette la via di uscita è stata l’amore di un uomo, per Eponine l’unica via d’uscita consiste in un gesto disperato. Ma la differenza è che un personaggio rimarrà immortale mentre l’altro nonostante lo spazio che le viene dimenticato non avrà volto.

    Ovviamente avrei ancora tantissime cose da dire e scrivere, ed i personaggi di cui dovrei parlarvi per fare una panoramica completa sarebbero ancora tanti altri. ‘I miserabili’ è un grande affresco che riesce, tramite le sue parole a dare una rappresentazione di un periodo storico che non abbiamo conosciuto e che sarebbe utile conoscere da un punto di vista più umano e meno legato ad eventi precisi.
    ‘I miserabili’ è un romanzo che va letto perché oltre alla storia che ne è la protagonista principale, credo sia stato da spunto per tantissimi altri romanzi successivi. Leggendo ‘I Miserabili’ l’impressione è quella di leggere tantissimi altri libri, ed essendo la sua pubblicazione ormai datata, credo abbia fatto da scuola per moltissimi autori successivi. L’intreccio, le coincidenze ed addirittura certe parti della storia sembrano così attuali da essere state scritte in questi giorni, i sentimenti, le paure ed i rancori sono quelli che si leggono sui libri contemporanei. Se possibile non vi fate spaventare dalla mole del volume, perché davvero grazie a questi elementi il testo si rivela scorrevole e coinvolgente.

    gezegd op 

  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Morire è nulla, il non vivere è spaventoso

    Niente. Non immaginare Jean Valjean con le sembianze di Hugh Jackman o Marius con quelle di Eddie Redmayne; non Cosette che si accorge di provare un dolore allo stomaco e contemporaneamente la leggere ...doorgaan

    Niente. Non immaginare Jean Valjean con le sembianze di Hugh Jackman o Marius con quelle di Eddie Redmayne; non Cosette che si accorge di provare un dolore allo stomaco e contemporaneamente la leggerezza delle membra quando pensa a lui (e nemmeno il battito infinito quando si accorge di dare un significato nuovo a quelle tre semplici lettere), non la disperazione di Fantine: niente; niente potrà mai superare l'amore che un padre vive per la figlia - anche se la figlia è stata adottata per promessa -, e nessun artificio letterario potrà eguagliare il momento in cui Jean si accorge di aver cresciuto Cosette, di averla spinta tra le braccia di un altro uomo e di non avere niente per continuare a vivere.

    gezegd op 

  • 4

    Faticoso, ma imperdibile colpo al cuore

    Comincio dalla nota negativa. Ci sono interi capitoli del romanzo che si fa veramente fatica a leggere. Hugo fa perdere in maniera esagerata il ritmo della narrazione. Si trovano delle digressioni, sp ...doorgaan

    Comincio dalla nota negativa. Ci sono interi capitoli del romanzo che si fa veramente fatica a leggere. Hugo fa perdere in maniera esagerata il ritmo della narrazione. Si trovano delle digressioni, spesso meramente descrittive di luoghi, talmente lunghe che si rischia di arenarsi e non procedere oltre.
    Probabilmente è un romanzo che andrebbe letto con la calma dell'estate e la libertà di uno spirito sereno. Nel periodo in cui io l'ho letto non era estate ed il mio spirito era particolarmente irrequieto.
    Precisato questo ci sono delle pagine talmente profonde, talmente toccanti, talmente penetranti da lasciare senza fiato. A volte anche soltanto una frase colpisce al cuore. Spesso inaspettata.
    Quello che a me più ha colpito è la capacità di Hugo di comprendere e descrivere l'animo umano così come molte vicende storiche del suo tempo. Nello scrivere I Miserabili ha mostrato una capacità di analisi da lasciare senza fiato.

    gezegd op 

  • 5

    L'epopea romantica del popolo francese

    Come definire quest'opera di ben 1350 pagine? Potrei definirla un'opera-mondo, perchè essa racchiude – dentro il filo conduttore di una narrazione avvincente e coinvolgente – riflessioni di caratter ...doorgaan

    Come definire quest'opera di ben 1350 pagine? Potrei definirla un'opera-mondo, perchè essa racchiude – dentro il filo conduttore di una narrazione avvincente e coinvolgente – riflessioni di carattere storico, filosofico, sociologico, religioso, filologico e psicologico.
    Si potrebbe altresì definire questo un romanzo sul popolo, nel quale lo scrittore mette in scena e descrive esemplari di miserabili, uomini e donne abbrutiti dalla povertà, dalla fame, dalla mancanza di lavoro e di diritti o tutele di qualsiasi tipo.

    Le figure che costellano il romanzo però appaiono circonfuse di un'aura romantica, e il popolo del nostro Victor Hugo è ben lontano da quello descritto da un ben più realistico e pragmatico Zola; infatti troviamo figure luciferine (pensiamo ai coniugi Thenardier), figure di angelicata purezza (Fantine e poi sua figlia Cosette), strani esseri deformi ma portatori di significati quasi cristologici: pensiamo a Jean Valjean e al suo tormentato percorso di redenzione, infinito, incessante, sotto lo sguardo segreto di quel Dio severo che Hugo chiama coscienza.

    Come non citare poi il piccolo Gavroche? Egli è l'emblema fresco, vitale e genuino del popolo parigino, che possiede una sua candida incorruttibilità pur avendo conosciuto ogni tipo di abiezione, sofferenza e privazione. Gavroche è l'immagine idealizzata di monello: un puro che con l'ardore e l'incoscienza giovanile si getterà in modo diretto, istintivo e impavido nell'avventura della barricata, quasi a simboleggiare la naturale tendenza del popolo francese ad essere intimamente contro il sistema, in una tensione inconsapevole e innata verso il progresso, la democrazia, l'uguaglianza e la giustizia. Egli possiede il coraggio del fanciullo che vive la vita con libertà e leggerezza, ma pur conoscendone già gli affanni, non ci si lascia imbrigliare, sporcare, perchè possiede l'ironia adulta e la saggezza del vecchio.

    E che dire del poliziotto Javert? Egli incarna l'uomo dalla condotta irreprensibile, saldo sulle sue certezze granitiche, convinto che l'universo abbia un suo ordine e una sua direzione certa, grazie alla presenza di leggi e regole. Javert è l'individuo ignaro dell'essenza del grigio e del fatto che possa esistere una zona ambigua dove bene e male si mescolano e si confondono. Egli vive negando a se stesso che le cose possano essere fatte di contraddizioni, perché se il dubbio s'insinuasse in lui, rischierebbe di sovvertire quell'ordine apparentemente ferreo e immutabile di un universo fatto di certezze dogmatiche e indiscutibili.
    Se Jean Valjean è l'uomo che accoglie in sé il dubbio, conosce un perdono che lo condurrà sulla strada del rinnovamento spirituale dopo aver distrutto tutti i vecchi dogmi, Javier è l'incarnazione di un essere chiuso in una visione dogmatica della realtà, a causa della quale non riuscirà a fare spazio a nuove visioni, con l'inevitabile fine che ne consegue.
    Comunque il binomio Jean Valjean- vescovo Miryel, associato all'idea caduta/redenzione, rievoca inevitabilmente quello costituito dall'Innominato e dal Cardinal Borromeo del nostro Manzoni.

    Parlando di Hugo e della sua scrittura, dichiaro senza remore di essere stata ghermita dallo stile di questo abile romanziere, capace di infarcire la sua prosa di motti, sentenziosità e proverbi, di inserti eruditi, di riflessioni di carattere socio-culturale, condite anche da momenti di esaltazione passionale per quegli stessi ideali di progresso, libertà, uguaglianza e fratellanza, che percorrono e fanno da perno all'opera stessa.

    A passi vibranti o tragici, Hugo sa alternare momenti di sottile ironia e sarcasmo, a loro volta modulati da splendidi passaggi in cui la pagina sembra percorsa dai candidi fremiti degli amori giovanili, che prendono vita grazie all'idillio notturno di Marius e Cosette, nel giardino di rue Plumet; è lì che, nel chiarore nella notte, s'incontrano di nascosto gli amanti, puri nel loro amore verginale, nel contempo vibrante di una sensualità latente di cui essi stessi ignorano la forza oscura: “il permanente e l'immutabile sussistono. Ci si ama, ci si sorride, si ride, ci si fanno smorfiette a fior di labbra, si intrecciano le dita delle mani, ci si dà del tu, e tutto questo non impedisce l'eternità. Due amanti si nascondono la sera, nel crepuscolo, nell'invisibile, con gli uccelli, con le rose, si affascinano l'un l'altro nell'ombra con i cuori che mettono negli occhi, mormorano, bisbigliano, e intanto immensi equilibri di astri riempiono l'infinito”.

    Hugo sa descrivere alla perfezione l'esperienza quasi “mistica” di due anime che si perdono l'una nell'altra; sa penetrare nella psicologia di due giovani innamorati con la stessa abilità con cui sa farsi strada nell'anima tormentata di un forzato penitente, in quella di una bimba che teme le ombre del buio, di un vescovo quasi santo o in quella di un cuore annerito ormai dalle nefandezze della vita. La grandezza di questo scrittore forse sta tutta qui, nel saper cogliere l'essenza di ciò che è umano, scandagliando, attraverso l'uso delle parole, ogni moto, ogni sussulto e ogni piega del cuore degli individui che rappresenta.

    Voglio concludere facendo parlare l'autore stesso attraverso la sua mirabolante e densa scrittura, capace di rivelare una profondità e un'acutezza di pensiero che è solo dei grandi scrittori. Ecco uno dei passi più belli del libro, dedicato alla sconfitta di Waterloo

    Quando quella legione fu soltanto un pugno, quando la bandiera non fu altro che uno straccio, quando i fucili scarichi di proiettili non furono altro che bastoni, quando il mucchio dei cadaveri fu più grande del mucchio vivente, vi fu tra i vincitori una specie di sacro terrore intorno a quei sublimi moribondi, e l'artiglieria inglese, riprendendo fiato, fece silenzio. Fu una specie di tregua.
    Quei combattenti avevano attorno a sé come un formicolio di spettri, sagome di uomini a cavallo, il profilo nero dei cannoni, il cielo bianco intravisto attraverso le ruote e gli affusti; il colossale teschio che gli eroi scorgono sempre nel fumo sullo sfondo della battaglia si avanzava su di essi e li guardava. Nell'ombra crepuscolare (...) commosso, tenendo il momento supremo sospeso sopra quegli uomini, un generale inglese gridò: - Coraggiosi francesi, arrendetevi! - 
    Cambronne rispose: - MERDA!
    Il lettore francese vuole essere rispettato, e quella che forse è la più bella parola che un francese abbia mai detto non può essere ripetuta. *Vietato deporre il sublime nella storia*. A nostro rischio e pericolo spezziamo questa nostra proibizione.
    Quindi, fra tutti quei giganti, vi fu un titano, Cambronne. Dire quella parola e poi morire. Che cosa c'è di più grande? L'uomo che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone, non è Wellington che alle quattro cedeva, alle cinque disperava, non è Blucher che non si è battuto; l'uomo che ha vinto Waterloo è Cambronne.
    *Fulminare con una simile parola la folgore che ti uccide è vincere. E' l'insulto al fulmine. Raggiunge la grandezza eschilea*.
    Lo spirito delle grandi giornate penetrò in quell'uomo ignoto in quel momento fatale. Cambronne scopre la parola di Waterloo come Rouget scopre la Marsigliese, per visitazione dello spirito dall'alto. La frase del disprezzo titanico, Cambronne non la getta soltanto sull'Europa a nome dell'impero, sarebbe poco; la getta sul passato in nome della rivoluzione. Si capisce e si riconosce in Cambronne la vecchia anima dei giganti. Sembra che Danton parli o che Kebler ruggisca"
    .

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  • 4

    Quando si affrontano immagini immani dell'umanità si resta sempre intimoriti dalla dimostrazione di grandezza anche nei più infimi cenci. Recensire lo scibile non è cosa da farsi in questo luogo ne fo ...doorgaan

    Quando si affrontano immagini immani dell'umanità si resta sempre intimoriti dalla dimostrazione di grandezza anche nei più infimi cenci. Recensire lo scibile non è cosa da farsi in questo luogo ne forse verrebbe fatto da alcun uomo in forma piena e completa. L'anima che ha scritto quest'opera è stato uno scrutatore d'eccellenza della miseria, e nel 1800 dove tutto era pregiudizio, è stata una rivoluzione che accompagnando il genio della narrativa, che posso sinceramente dire resta imbattutto se non dai poeti, ha costruito un'opera mirabile che viaggia molto, ma molto, ma molto lontano nei sentimenti e nelle logiche delle umanità e si spande per tutto l'universo fino all'astratto. L'unica pecca di cui umilmente mi sento di dover accusare lo scrittore è l'inserimento di parti inutili, come la descrizione a sé stante della storia della Francia di quei tempi, che sono abbastanza lunghe. Incomprensioni, amore, effetti, speculazioni e non basterebbe la conoscenza dell'intero linguaggio per esprimere ciò che il mistero delle anime espone.

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  • 3

    Devo andare controcorrente,a me non è piaciuto granchè.A momenti è bello scorrevole,ma per lunghi tratti è noioso .Alcune volte si perde in lunghi discorsi che rendono il romanzo più lungo e basta.Non ...doorgaan

    Devo andare controcorrente,a me non è piaciuto granchè.A momenti è bello scorrevole,ma per lunghi tratti è noioso .Alcune volte si perde in lunghi discorsi che rendono il romanzo più lungo e basta.Non ho avuto una bella esperienza con Victor Hugo

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  • 5

    Non si può che riconoscere la grandezza di questo romanzo e di Victor Hugo. Un affresco enorme di Parigi, della Francia, di una parte sociale negletta. Sono rimasta davvero colpita dalla cultura, dall ...doorgaan

    Non si può che riconoscere la grandezza di questo romanzo e di Victor Hugo. Un affresco enorme di Parigi, della Francia, di una parte sociale negletta. Sono rimasta davvero colpita dalla cultura, dalla erudizione di questo grande scrittore. La sua capacità narrativa già la conoscevo. Devo dire anche, però, che I Miserabili è un libro non facile da affrontare, in cui la storia del romanzo spesso e volentieri dà spazio alla storia tout court, o a descrizioni di una Parigi già scomparsa all'epoca di Hugo. Tutto è molto interessante, sia chiaro, ma non di rado l'ho trovato pesante.

    gezegd op 

  • 5

    Una storia d'amore: la mia.

    La mia storia con questo libro inizia più o meno sette anni fa, quando una me decisamente bambina e ingenua, trova nella biblioteca della scuola un libro intitolato "cosetta". Lo presi, lo divorai e m ...doorgaan

    La mia storia con questo libro inizia più o meno sette anni fa, quando una me decisamente bambina e ingenua, trova nella biblioteca della scuola un libro intitolato "cosetta". Lo presi, lo divorai e me ne innamorai, molto ho dovuto aspettare prima di poter leggere la versione integrale, non ridotta: volevo esser sicura di dedicare il tempo giusto a questo capolavoro unico nel suo genere. Infine eccoci qui, un tomone finito tra le mani e dei personaggi impressi ancora più indelebilmente nel mio animo, nella mia mente, nel mio cuore. Credo sia decisamente impossibile recensire in maniera vera e propria I Miserabili, perché in fondo chi sono io per poter anche solo elogiare quel Dio della scrittura e del pensiero che è Victor Hugo? Forse queste mie frasi non hanno molto senso, ma perdonatemi, sono ancora inebriata dalla meravigliosa storia che mi ha tenuto compagnia per quasi un mese. Come dice il mio amato Holden Caulfield "un bel libro è quello che ti fa venir voglia di chiamare lo scrittore e parlargli come se fosse il tuo migliore amico", niente di più vero! Perché in fondo in fondo, il personaggio di questo libro che ho amato di più é stato proprio lo stesso Hugo, che con ragionamenti illuminati e moderni oltre ogni dirsi, tiene compagnia al lettore durante tutta la storia, senza per questo farsi giudice dei protagonisti. Basta. Non ho null'altro da dire, o forse ne avrei anche troppo, ma nulla che sarebbe lontanamente paragonabile alla lettura. Smettetela di star qui a leggere recensioni e immergetevi nella storia dei Miserabili. Vi assicuro che non vi pentirete d'averlo fatto.

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