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Les tours de Barchester

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4.1
(126)

Language:Français | Number of pages: 505 | Format: Others | En langues différentes: (langues différentes) English , Italian , Spanish , Portuguese , German

Isbn-10: 2213027684 | Isbn-13: 9782213027685 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature

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Description du livre
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  • 0

    Ci vuole stomaco per i libri di Trollope. Stomaco e dedizione, sacrificio, impegno, e tanta, tanta voglia di finirli... Il commento completo lo trovi su http://iltopocongliocchiali.blogspot.it/2014/04/le-torri-di-barchester.html

    dit le 

  • 4

    Ma quanto sono interessanti queste persone sconvenienti!

    Fino ad ora è il romanzo di Trollope che mi è piaciuto di più. Soprattutto per la presenza di personaggi che vanno fuori dagli schemi vittoriani, rappresentata soprattutto dalla famiglia Stanhope. In particolare i due figli minori di questa famiglia la seduttrice Madleine e il fratello Bertie son ...continuer

    Fino ad ora è il romanzo di Trollope che mi è piaciuto di più. Soprattutto per la presenza di personaggi che vanno fuori dagli schemi vittoriani, rappresentata soprattutto dalla famiglia Stanhope. In particolare i due figli minori di questa famiglia la seduttrice Madleine e il fratello Bertie sono personaggi che rompono gli schemi di ipocrisia e di belle maniere e che ci conquistano con la loro(cinica) sincerità, con il loro “non nascondere” i loro lati oscuri. Personaggi egoisti ma non volutamente “cattivi”, essi non hanno paura di vivere la vita come vogliono prendendosi accettando anche il peso delle loro scelte. E così Madleine sopporta con stoicismo la sua infermità causatale da un infelice matrimonio dettatole solo dalla sua passione amorosa mentre Barthie è pronto a sopportare la povertà pur di non piegarsi alla mediocre vita che gli offrirebbe un matrimonio di convenienza. E le “disgrazie” di questa famiglia vengono da loro accettate senza malumori o recriminazione, una sorta di dignità degna di maggior rispetto della tipica dignità vittoriana legata solo alla classe sociale o al pudore. Ma la famiglia Stanhope non è l’unico elemento di anticonformismo del romanzo. Ci conquista anche Eleanor con la sua indipendenza e il suo voler tener testa a chi la vuole ingabbiare nel mero ruolo di “aspirante consorte”. Peccato però che alla fine si fa mettere in gabbia ma l’epoca vittoriana così voleva le sue eroine e a Trollope va il merito di fare alzare loro la testa più di una volta.

    dit le 

  • 4

    Anche il secondo capitolo della "Barchester saga" mi è piaciuto molto!^^ Mi chiedo perchè avessi timore di Trollope: forse era l'impianto "giudiziario" delle sue trame (che ruotano sempre intorno a contese legali) a non convincermi, ma alla fine la vicenda legale è solo l'inizio di una trama dive ...continuer

    Anche il secondo capitolo della "Barchester saga" mi è piaciuto molto!^^ Mi chiedo perchè avessi timore di Trollope: forse era l'impianto "giudiziario" delle sue trame (che ruotano sempre intorno a contese legali) a non convincermi, ma alla fine la vicenda legale è solo l'inizio di una trama divertente dagli echi austeniani che mi ha davvero coinvolta, nonostante la prolissità un po' eccessiva di questo secondo volume. Il premio di personaggio preferito va sicuramente alla signora Proudie, il "vero Vescovo" di Barchester: ogni sua apparizione (soprattutto se insieme al marito! xD) è divertimento garantito xD

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  • 4

    Quando l'ironia si fa morale. Un pregevole romanzo vittoriano di Anthony Trollope

    Questo romanzo di Trollope, pubblicato a Londra nel 1857, è il secondo del ciclo dei romanzi di Barset (il primo, sempre pubblicato da Sellerio, è "L'amministratore"). Dopo la morte del vescovo Grantly, i notabili locali sperano che gli succeda il figlio, l'arcidiacono Grantly, ma inopinatamente ...continuer

    Questo romanzo di Trollope, pubblicato a Londra nel 1857, è il secondo del ciclo dei romanzi di Barset (il primo, sempre pubblicato da Sellerio, è "L'amministratore"). Dopo la morte del vescovo Grantly, i notabili locali sperano che gli succeda il figlio, l'arcidiacono Grantly, ma inopinatamente da Londra viene nominato il debole e limitato dottor Proudie, che giunge accompagnato dalla moglie, l'imponente e dominatrice signora Proudie, e dall'intrigante segretario Slope, ai primi passi nella carriera ecclesiastica. Da qui in poi si dipaneranno una serie di eventi, narrati con lo stile abituale e scanzonato di Trollope, spesso intervallato da gustose pause in cui l'autore si rivolge direttamente e confidenzialmente ai lettori. L'ironia è bilanciata con il classico "patetismo" vittoriano, ma la bilancia pende assai di più verso il lazzo e verso la morale "laica" (senza mai decadere nell'umorismo volgare o, peggio ancora, nel moralismo spicciolo). Ci sono episodi e brani che resteranno ben impressi nella memoria dei lettori e che susciteranno ben più di un sorriso "riflessivo", ad esempio quando Trollope, in una pagina da antologia dichiara che "non esiste attualmente sofferenza maggiore, nei paesi civilizzati e liberi, della necessità di ascoltare sermoni", parole seguite poi dalla descrizione di una di queste "torture" che, come in altre parti del libro, non fanno rimpiangere il Dickens del "Pickwick". Questo è un romanzo in cui lo stile vittoriano è coniugato al meglio e dove i personaggi continuano (e continueranno) a condurre un'esistenza non turbata dalle grandi trasformazioni sociali che avvengono loro intorno. Un'opera di "costume" che ritrae garbatamente, ma senza illusioni, modi di vita conservatori, dove le lotte intestine adombrano in toni sfocati il travaglio politico della capitale. Molti personaggi di questo libro torneranno nei successivi romanzi: il più popolare è senz'altro quello della simpaticamente detestabile signora Proudie, il cui insopportabile carattere ne ha fatto il più famoso prototipo vittoriano della moglie-padrona. Voto finale 8,5

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  • *** Ce commentaire dévoile des détails importants de l\'intrigue ! ***

    3

    Se solo Trollope avesse scritto trecento pagine in meno...

    Voto: 3 stelline e 1/2


    Secondo episodio delle cronache del Barsetshire.
    Sono trascorsi quasi cinque anni da quando il signor Harding ha lasciato il ricovero di Hiram, e nel frattempo molte cose sono cambiate a Barchester.
    Eleanor Bold, figlia minore dell'ex amministratore, ...continuer

    Voto: 3 stelline e 1/2

    Secondo episodio delle cronache del Barsetshire. Sono trascorsi quasi cinque anni da quando il signor Harding ha lasciato il ricovero di Hiram, e nel frattempo molte cose sono cambiate a Barchester. Eleanor Bold, figlia minore dell'ex amministratore, è rimasta vedova dell'adorato marito John, ha dato alla luce un bimbo, ed è divenuta titolare di una cospicua eredità che la rende particolarmente desiderabile. Anche sul fronte ecclesiastico ci sono stati notevoli cambiamenti: l’anziano vescovo Grantly, padre dell'arcidiacono, è venuto a mancare e, con gran disappunto del figlio, al suo posto è stato nominato il Dottor Proudie: esponente, senza spina dorsale, della Chiesa Bassa, che "compensa i centimetri che gli mancano con la dignità con cui porta quelli che ha", e che, soprattutto, è irrimediabilmente succube della dispotica moglie. A complicare il tutto, contribuisce la comparsa sulla scena di Obadiah Slope (personaggio di stampo dickensiano, non troppo lontano dall'odioso Uriah Heep di David Copperfield), viscido ed ambizioso cappellano di Proudie, nonché nemico giurato dell'arcidiacono, che, guadagnatosi l'incarico grazie alla signora Proudie, non esita a tramare alle spalle della sua protettrice. Per Slope, uomo senza scrupoli e a caccia di dote, il patrimonio della giovane vedova è una tentazione troppo grande... ma, sfortunatamente, non lo è solo per lui! Così Eleanor, ingenua ed un tantino sprovveduta, si trova al centro di intrighi e macchinazioni e, tra nuove conoscenze e tensioni familiari, questa volta dovrà vedersela con ben tre spasimanti molto diversi tra loro.

    Premetto che sono sempre un po'scettica rispetto alle lunghe saghe: solitamente, le storie, inizialmente avvincenti, perdono smalto e spessore col susseguirsi di nuovi episodi, e gli autori, risentendo della mancanza di idee, scivolano non di rado nell'irresistibile tentazione di ricorrere a qualche colpo di scena, il più delle volte, poco credibile. Iniziando a leggere Le torri di Barchester si ha invece la sensazione che Trollope, in questo secondo volume della saga, abbia intessuto una trama ben più accattivante ed interessante che ne L'amministratore, servendosi di personaggi esilaranti e dando vita a siparietti che non hanno niente da invidiare alla miglior commedia brillante dei giorni nostri. Il punto è che una simile trama, umoristica e disimpegnata, sarebbe stata perfetta per un libro di 300 pagine, ma in un romanzo di ben 674 pagine, risulta, a parer mio, decisamente esile, e finisce col divenire troppo dilatata e appesantita: a un certo punto è chiaro che Trollope cerca di allungare il racconto il più possibile, senza riuscire a proporre nuove idee e soffermandosi piuttosto su inutili descrizioni che aggiungono poco alla storia e, nel contempo, tolgono parecchio in termini di leggerezza e piacevolezza della lettura. Ho trovato gradevolissima la prima parte, poi già nel ventiduesimo capitolo (quasi interamente dedicato alla descrizione di un insignificante salotto), il ritmo comincia a zoppicare, riprendendosi poco dopo, quando ricompaiono sulla scena i personaggi più divertenti, e nuovamente calando via via con l'esaurirsi della trama, o per meglio dire, delle idee. Ciò che mi è davvero piaciuto in questo libro è l'aspetto umoristico: alcuni dei personaggi creati da Trollope sono davvero esilaranti. Mi ha divertita moltissimo la terribile ed indecorosa famiglia Stanhope: una madre praticamente invisibile, un padre ecclesiastico sconfortato al pensiero dei propri"sconvenienti" figli e, soprattutto, tre giovani (due sorelle e un fratello) che più anticonvenzionali non potrebbero essere. La maggiore, Charlotte, "miscredente", è la colonna portante della famiglia, una donna tanto brillante quanto calcolatrice e astuta, decisa a risolvere i problemi economici dell'indolente fratello, organizzandogli un vantaggiosissimo matrimonio, guarda caso, proprio con la ricca vedova Bold. Il fratello in questione, Ethelbert detto Bertie, è un giovane aspirante artista, ex anglicano, ex cattolico ed ex ebreo, allegro, noncurante e spensierato, uno che odia perfino il pensiero di provare a guadagnare soldi e che, di conseguenza, detesta per principio (ammesso che sappia cos'è un principio) l'idea di sposarsi per denaro. E infine, la vera regina della casa: la sorella minore Madeline, detta "la Signora" per via del suo sfortunato matrimonio con un certo Neroni, avventuriero italiano (ed ecco che nell'immaginario inglese, ancora una volta, gli italiani vengono ritratti come emblemi di disonestà ed immoralità); un'insolita e conturbante femme fatale in grado di far cadere qualunque uomo, giovane o anziano, ai propri piedi... O, per meglio dire, al proprio divano: sì, perché la Signora, resa zoppa dall'amorevole marito (che l'ha naturalmente abbandonata), per non compromettere la propria figura con un'antiestetica andatura claudicante, ha deciso di trascorrere la vita elegantemente adagiata sul sofà o, se necessario uscire, facendosi trasportare (in modo assai improbabile) da tre domestici! Madeline è il tipico personaggio tale da suscitare l'indignazione dei rispettabili vittoriani: una seduttrice senza ritegno (naturalmente - è superfluo precisarlo- per colpa della mentalità italiana!) che cattura le sue prede e le butta via, e che, dichiarando con orgoglio la propria mancanza di princìpi, prova divertimento nel suscitare gelosie e spezzare i cuori dei suoi innumerevoli innamorati... eppure, malgrado le apparenze, anche lei ha una coscienza! Parlando dei personaggi, è impossibile tralasciare la signora Proudie: una delle creazioni più celebri e riuscite di Trollope e, senza dubbio, la principale figura comica di questo romanzo (gli scontri tra lei e Slope sono a dir poco esilaranti). La signora Proudie è l'inflessibile, intrigante, tirannica moglie del povero vescovo (uomo debole e inetto); una donna fin troppo decisa e autoritaria, una di quelle per cui il marito è poco più che un suddito tenuto all'obbedienza (se no son dolori!); è lei a comandare, lei a decidere, lei a dare del filo da torcere all'arcidiacono (che la detesta dal profondo) e al suo stesso protetto Slope... lei a urtare i nervi del lettore, che tanto vorrebbe zittirla, e che invece, nel contempo, non può non apprezzarne la brillante comicità. Lo stile di Trollope, anche in questo romanzo, è caratterizzato dalle tipiche qualità che lo contraddistinguono abitualmente; egli si concede amare riflessioni sui tempi che cambiano, pungenti critiche sulla monotonia dei sermoni del clero, ed osservazioni tutt'altro che banali sulla religione e sulla questione assai delicata del celibato ecclesiastico, ed in tali frangenti la sua verbosità, come qualcuno la definisce, non dispiace affatto. Tuttavia, devo ammettere che in alcuni momenti le sue continue incursioni nella narrazione sono risultate davvero eccessive. Solitamente apprezzo il suo tono confidenziale e l'abituale vezzo di rivolgersi direttamente al lettore, ma quando è troppo è troppo: Trollope incita i personaggi ad agire in un determinato modo, esprime incessantemente le sue opinioni su di essi e, di tanto in tanto, azzarda anche qualche riflessione che sfiora quasi la predica. L'autore esorta, ogni poche pagine, il "caro lettore" a non giudicare male la sua Eleanor, a non avercela con lei, e a ringraziare Dio per il modo in cui ella riesce a superare la morte del marito (e ci riesce benissimo, non c'è alcun dubbio!)... A un certo punto ho provato l'impulso di rivolgermi direttamente al "caro Anthony" e dirgli: "Gentilissimo Mr Trollope, lasci che sia io a decidere cosa pensare di Eleanor e, per cortesia, stia un po'zitto, ogni tanto!". Il risultato dei suoi accorati appelli, ahimè, è che in questo libro, la protagonista mi è risultata alquanto difficile da tollerare. Il fatto è che su tutti, Eleanor è quella che mi ha convinta meno: si decanta la sua immutata devozione al defunto consorte, e poco dopo la troviamo a sospirare per un altro; si esalta il suo attaccamento al figlioletto neonato, ma per la maggior parte della storia, il piccolo è affidato alla zia o alla tata, mentre lei è perennemente impegnata tra cene, tè e feste varie... Insomma, se proprio Trollope voleva fare di Eleanor il tipico angelo del focolare della tradizione vittoriana (come insiste nel presentarla), avrebbe almeno potuto renderla lievemente più credibile. Personalmente ho trovato davvero deludente il suo atteggiamento immaturo: si fida di tutti, non si accorge mai di essere presa in giro, non comprende il potere del denaro, ed arriva perfino ad agire in un certo modo solo per fare dispetto all'arcidiacono... Insomma, più che una giovane vedova e madre, somiglia ad un'adolescente sprovveduta e in piena fase di ribellione contro gli adulti. Rispetto a L'amministratore, sembra che in questo libro Eleanor, peraltro ormai quasi più sui trenta che sui venti, invece di maturare sia addirittura regredita. Un altro personaggio che non mi ha affatto entusiasmata è il signor Arabin, terzo spasimante di Eleanor ed intimo amico dell'arcidiacono: un quarantenne che dopo aver dedicato la vita alla religione, ritenendosi superiore ai comuni piaceri terreni ed indifferente al fascino femminile, soffre profondamente per la propria solitudine e per la mancanza di una moglie. Ho trovato piuttosto difficile simpatizzare con lui, e benché mi sia sforzata di apprezzarlo, dopo l'ennesima pagina dedicata alle sue ridondanti elucubrazioni mentali, mi sono rassegnata a non poterlo soffrire. Se in questo romanzo, le parti umoristiche sono ineccepibili, quando si giunge alla più seria vicenda amorosa (che fortunatamente occupa uno spazio relativamente limitato), la mia pazienza ha iniziato a vacillare: la melassa di cui Trollope infarcisce gli ultimi capitoli è davvero difficile da digerire anche per un'amante dei romanzi di Mr Popular Sentiment (per citare il soprannome sarcastico con cui lo stesso Trollope si riferisce a Dickens!)... Mi chiedo a questo punto cosa Trollope avesse da ironizzare sul sentimentalismo di Dickens... L'ultimo aspetto su cui non posso fare a meno di richiamare l'attenzione, è la geniale teoria, espressa dall'autore, secondo cui sarebbe assai disonesto, da parte di uno scrittore, tenere i propri lettori sulle spine, e così, per sottrarsi a tale ignominia, il caro Trollope ci rivela già, dopo appena 200 pagine dall'inizio, chi, tra gli spasimanti di Elanor, non la sposerà, rendendo immediatamente chiaro l'epilogo della storia! E, come se non bastasse, invita anche il lettore, se lo desidera, a leggere pure l'ultima pagina, perché tanto ciò non pregiudicherà affatto la storia... Infine: la conclusione! Basti sapere che il buon Trollope mette le mani avanti, anticipando che il finale, in qualsiasi romanzo, è sempre e comunque deludente, e promettendo al lettore che, se conoscerà un autore in grado di scrivere una buona conclusione, si adopererà per imparare da lui. Al di là di queste numerose pecche, il libro, complessivamente, è molto carino, stilisticamente ineccepibile, e piacevolmente spiritoso. Sarebbe stato delizioso se solo avesse avuto trecento pagine in meno, e un narratore un po' più... silenzioso!

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  • 4

    Lotte clericali, una piccola città, un po' di rosa e parecchio umorismo. Certo la trama non è travolgente, non ci sono personaggi di epica malvagità e nemmeno di incorruttibile bontà, e lo stesso Trollope sembra voler evitare qualunque tipo di pathos rivelandovi, proprio a metà volume, chi non sp ...continuer

    Lotte clericali, una piccola città, un po' di rosa e parecchio umorismo. Certo la trama non è travolgente, non ci sono personaggi di epica malvagità e nemmeno di incorruttibile bontà, e lo stesso Trollope sembra voler evitare qualunque tipo di pathos rivelandovi, proprio a metà volume, chi non sposerà una delle sue eroine, casomai vi preoccupaste troppo, eppure il libro funziona. Come mai? Ma perché tutti i personaggi sono ben caratterizzati e così veri che qualcuno come loro lo si può incontrare ancora oggi. Io ad esempio mi sento molto affine al dott. Grantly: se ci fate caso ha sempre ragione, ma finisce sempre dalla parte del torto. Una recensione più estesa (parecchio direi) suo mio blog: http://gold.libero.it/angolodijane/11923449.html

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  • 4

    le torri di barchester

    Chi già,come chi scrive,appartiene al Trollope fans club,non deve fare altro che immergersi,per l'ennesima volta,nel suo affollatissimo mondo,assordante per le tante voci che ti parlano nelle orecchie tutte insieme,e nel quale non rimane neanche un pò di spazio per muoversi.
    A chi non lo conosce ...continuer

    Chi già,come chi scrive,appartiene al Trollope fans club,non deve fare altro che immergersi,per l'ennesima volta,nel suo affollatissimo mondo,assordante per le tante voci che ti parlano nelle orecchie tutte insieme,e nel quale non rimane neanche un pò di spazio per muoversi. A chi non lo conosce dico,anche se non siete lettori di romanzi vittoriani avvicinatevi alui,lo troverete lo scrittore più attuale che ci sia.

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  • 4

    Con Trollope sembra di essere assistere ad una rappresentazione seduti accanto al regista che ti sussurra all'orecchio tutti i difetti e le virtù degli attori. Il suo vezzo di rivolgersi in prima persona al lettore crea un clima di complicità e confidenza irresistibile e subito ci si ritrova tras ...continuer

    Con Trollope sembra di essere assistere ad una rappresentazione seduti accanto al regista che ti sussurra all'orecchio tutti i difetti e le virtù degli attori. Il suo vezzo di rivolgersi in prima persona al lettore crea un clima di complicità e confidenza irresistibile e subito ci si ritrova trascinati in una compagnia dove il pettegolezzo è arte e la definizione di ogni sottigliezza psicologica è perfetta come una miniatura. Se Dickens è la voce del macrocosmo etico e sociale dell'epoca vittoriana, Trollope preferisce la dimensione microscopica della piccola contea rurale al punto da averne immaginata e riprodotta fedelmente una, il Barset, dove è rappresentata tutta la scala sociale dell'epoca. Non succede molto, la trama è minima e solo strumentale al filo di una narrazione che scorre pacata punteggiando con ironia brillante e sagace ogni sfumatura e incrinatura nei riti sociali e nelle lotte di potere, veri protagonisti del romanzo. Divertentissimo con alcune punte di eccellenza nei ritratti della famiglia Stanhope e dell'untuoso cappellano Slope, meraviglia piacevolmente anche per la cura dedicata alle figure femminili, alle loro motivazioni ed emozioni per cui l'autore sembra avere una particolare ammirazione.

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