Lessico famigliare

Di

Editore: Einaudi

3.9
(5129)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 218 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: A000035617 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 3

    È un libro interessante, descrive le vicende della famiglia dell'autrice in un periodo storico di grandi fermenti in Italia: l'inizio e la fine della Seconda Guerra Mondiale, il nazismo, fermenti cult ...continua

    È un libro interessante, descrive le vicende della famiglia dell'autrice in un periodo storico di grandi fermenti in Italia: l'inizio e la fine della Seconda Guerra Mondiale, il nazismo, fermenti culturali. Attorno alla famiglia ruotano anche varie figure di spicco di quell'Italia, da uomini politici a scrittori, imprenditori, ecc...
    Ecco, più che romanzo (nel senso originale del termine e cioè romance ) lo definirei ormai una sorta di documento storico.

    ha scritto il 

  • 3

    Sgarabazzi e sbrodeghezzi

    Ogni famiglia ha un proprio gergo, fatto di parole o frasi, a volte inventate altre reinterpretate con un’accezione particolare. Queste parole sono strettamente legate a ricordi familiari e rievocano ...continua

    Ogni famiglia ha un proprio gergo, fatto di parole o frasi, a volte inventate altre reinterpretate con un’accezione particolare. Queste parole sono strettamente legate a ricordi familiari e rievocano immediatamente persone care. Questo gergo familiare è parte integrante della storia e dell’identità della famiglia e viene custodito gelosamente e tramandato insieme ai ricordi, alle foto, agli oggetti di famiglia.

    L’idea di raccontare la storia di una famiglia attraverso il suo lessico mi ha incuriosito. E poi, nel caso della nostra autrice, stiamo parlando di una famiglia importante, che ha avuto contatti con Turati, Kuliscioff, Pavese, Einaudi, Olivetti. Raccontando la storia della sua famiglia, la Ginzburg racconta un pezzo di storia torinese ed italiana. Per tutti questi motivi ho iniziato a leggere il libro della Ginzburg con grandi aspettative. La lettura di questo romanzo/diario, però, mi ha lasciato insoddisfatto. Non mi è piaciuto lo stile dell’autrice, certamente originale, ma che io ho trovato piatto e monotono. Tutti gli episodi, da quelli più banali a quelli più tragici, sono raccontati alla stessa maniera, senza passione, quasi come una cronaca scritta da uno studente svogliato.

    ha scritto il 

  • 4

    Non mi aspettavo che il lessico, preannunciato del titolo, fosse veramente una peculiarità di questa breve e bellissima opera. Il lessico famigliare della famiglia Levi genera una divertente e peculia ...continua

    Non mi aspettavo che il lessico, preannunciato del titolo, fosse veramente una peculiarità di questa breve e bellissima opera. Il lessico famigliare della famiglia Levi genera una divertente e peculiare melodia ripetitiva, quasi un leit motiv per personaggio, che emerge sulle vicende del fascismo e delle leggi razziali. Dall'infanzia alla maturità della protagonista/autrice, e delle persone che facevano parte della sua vita.

    Natalia è, forse, il personaggio che appare meno, perché a parlare sono soprattutto i suoi parenti, i suoi amici, le sue amiche, i suoi colleghi. Sempre brevissimi, fugaci accenni alla figura di Leone Ginzburg, morto troppo presto. Di guerra e di bombe si parla relativamente poco, ma si parla molto di fascismo, di Mussolini, quell'"asino di Predappio".

    Ha tutto quello che una piccola cronaca famigliare debba avere. In più, a mio parere, lo straziante ritratto di un intellettuale come Cesare Pavese:
    "Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere. Aveva sempre, nei rapporti con noi suoi amici, un fondo ironico, e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s'innamorava, e non nei suoi libri: a portava soltanto nell'amicizia, perché l'amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato, era cioè qualcosa a cui non dava un'eccessiva importanza. Nell'amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d'animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere, e da non esser mai per intero se stesso: a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n'è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso."

    ha scritto il 

  • 4

    Questo libro non è solo la storia di una famiglia, ma l'essenza di quella famiglia, è l'ammontare di tutte quelle cose che la rendono speciale, unica. L'idea che ogni famiglia abbia un suo "lessico" è ...continua

    Questo libro non è solo la storia di una famiglia, ma l'essenza di quella famiglia, è l'ammontare di tutte quelle cose che la rendono speciale, unica. L'idea che ogni famiglia abbia un suo "lessico" è bellissima proprio perchè è vera anche se non ovvia. Il lessico famigliare sono quelle sfumature, quelle abitudini, quei modi di dire, di fare che ogni membro ha, proprio le cose che rimarranno per sempre dentro di noi e che forse replicheremo quando ci creeremo una famiglia a nostra volta.

    ha scritto il 

  • 3

    Leggere “Il tempo migliore della nostra vita”, l’ultimo romanzo di Antonio Scurati porta inevitabilmente a leggere o a rileggere “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Cos’hanno in comune i due tom ...continua

    Leggere “Il tempo migliore della nostra vita”, l’ultimo romanzo di Antonio Scurati porta inevitabilmente a leggere o a rileggere “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Cos’hanno in comune i due tomi? A parte il premio Strega, Leone Ginzburg, naturalmente.

    Il romanzo del talento napoletano, di cui abbiamo amato “Il sopravvissuto” (Premio Campiello 2005) e il suo folgorante incipit, ruota intorno alla figura del letterato antifascista Leone Ginzburg e alla sua vita, intrecciandola con quella “più normale” di “famiglie normali” come quella dei suoi nonni e dunque, della sua. La Storia che si mescola con le storie, tutto all’insegna del tempo e del suo senso più intimo e più vero.

    Scurati-Leone e NataliaTutto parte da un “no”. Quello pronunciato da Ginzburg, appunto, l’otto gennaio 1934: ha solo venticinque anni, Leone e attraverso quella sillaba firma la sua fine. «Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento, la mattina del 9 corrente alle ore 11, con la formula stabilita dal Testo Unico delle leggi sull’Istruzione Superiore. Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella ben sa, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio disinteressato insegnamento non siano poste condizioni, se non tecniche o scientifiche. Non intendo perciò prestare giuramento». È questo il messaggio che il giovanissimo docente di letteratura russa indirizzerà al preside della facoltà di lettere Ferdinando Neri. Un rifiuto, quello di giurare fedeltà al Re e al regime fascista, pregno di senso dell’onore. E per quello stesso bellissimo sentimento Ginzburg perderà la cattedra e si vedrà negate pensione e indennizzo. Su milletrecento professori, saranno solo in tredici a rifiutare e tra questi, Giuseppe Levi, di cui sposerà la figlia Natalia. Saranno tutti espulsi.

    Il racconto di Scurati è quasi giornalistico, degno di un cronachista, ma non per questo meno appassionante. Una scelta precisa quella dell’autore che scrive: «Non mi abbandonerò alla speculazione, non mi concederò nessuna introspezione, nessuna congettura sul suo stato d’animo. Noi che abbiamo avuto la sorte di nascere in un cantuccio di mondo agiato e protetto, noi non lo sappiamo cosa si prova in quei momenti, probabilmente non lo sapremo mai».

    La narrazione ci porterà oltre che a conoscere il destino di Ginzburg che seppur confinato collabora con la Casa Editrice Giulio Einaudi, occupandosi di traduzioni, prefazioni e correzioni di bozze. Fino al suo arresto nel ’43 da parte della polizia nazista. E conosceremo anche il lato più intimo del letterato, di uomo, di marito e di padre di famiglia.

    La grandezza di Scurati non è solo quella di esser riuscito a far sgorgare dalle pagine l’odore della carta stampata a farci respirare tanta letteratura, ma anche quella di raccontarci, nel modo più semplice possibile la bellezza delle persone semplici vissute in concomitanza dei sconvolgimenti di quegli anni, evitando la trappola di enfatiche autocelebrazioni, poiché si tratta della sua famiglia. Anni bui, fatti di violenza e di guerra, ma anche di speranza nel futuro, attraverso l’azione costante di chi fece la Resistenza e portò l’intero paese alla Liberazione.

    Scurati conclude il suo bellissimo romanzo così: «Noi che viviamo in questo tempo qui, proprio noi siamo l’avvenire facile e lieto in cui Natalia Ginzburg aveva avuto fede e che l’aveva amaramente illusa. Per quanto deludenti, indegni, siamo noi quell’avvenire». Siamo noi “il tempo migliore della nostra vita”.

    Ecco che non si può prescindere nella lettura o nella rilettura di “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, il libro più rappresentativo dell’autrice triestina di origini ebraiche. Proprio perché narra degli stessi anni protagonisti del romanzo di Scurati: dai ’30 ai ’50. Un racconto disarmante per il suo essere “vero”, che vede lei stessa come voce narrante. La storia, quella della sua famiglia (il padre Giuseppe, la madre Lidia e i quattro fratelli), ruota intorno al linguaggio, ai detti e alle abitudine di quest’ultima. E a ben pensarci, ciascuna famiglia ne ha di suoi. Tra “potacci”, “sbrodeghezzi” e “negrigure”, il lettore segue le dinamiche del nucleo familiare Levi, fino a diventarne parte integrante. Una famiglia numerosa che vive in una casa molto frequentata: dalla cameriera Natalina alla sarta, dagli amici di scuola dei ragazzi ai colleghi del capofamiglia. Tutti nomi, quest’ultimi, dell’intellighenzia torinese: Vittorio Foa, Filippo Turati, Cesare Pavese, Felice Balbo, Eugenio Montale (compagno della zia Drusilla, che «rompeva sempre gli occhiali») e tanti altri. Tutti citati coi propri nomi di battesimo, tanto che Asor Rosa tacciò la Ginzburg di “snobismo”.

    Romanzo di memorie storiche e non solo. Sullo sfondo c’è la Storia, certo, ma è quella privata che prende il sopravvento, grazie alla semplicità (altro punto di contatto con Scurati) e alla spontaneità della scrittura. E, nel caso della prigionia del padre, della fuga dei fratelli e della morte del primo marito (Leone Ginzburg), anche con tanto, tantissimo pudore.

    Da non confondere con l’autobiografia, o come la stessa autrice dichiarò “di semplice autobiografia”, pur trasudando di ricordi intimi. Il romanzo di Natalia Ginzburg vuol dirci altro: la nostra famiglia è lo scrigno prezioso di ciò che siamo stati e che ormai non siamo più. Un pensiero nostalgico, probabilmente, ma di una verità assoluta.

    ha scritto il 

  • 5

    Reading Challenge 2016, un libro del mese (del club di lettura)

    Lessico famigliare è forse l’opera più famosa di Natalia Ginzburg, che in questo suo libro autobiografico ci parla delle origini della sua famiglia, con uno stile particolare, anzi, direi unico nel ge ...continua

    Lessico famigliare è forse l’opera più famosa di Natalia Ginzburg, che in questo suo libro autobiografico ci parla delle origini della sua famiglia, con uno stile particolare, anzi, direi unico nel genere: fatto di espressioni, parole, modi di dire cari a personaggi che Natalia ci presenta nel testo.
    Natalia ci descrive con una buona caratterizzazione i personaggi che si sono avvicinati alla sua vita, come familiari, amici, parenti, personaggi della cultura del tempo.
    Numerosi i riferimenti all’opera magistrale di Proust “La Recherche” (che ancora mi aspetta al varco), su cui la scrittrice pochi anni prima dell’uscita di questo romanzo stava lavorando alla traduzione italiana. L’influsso è inevitabile. Come quel descrivere le vicende familiari goccia per goccia (reminescenze proustiane di quanto avevo iniziato la lettura).
    La bellezza di questo libro sta, almeno per me, soprattutto nel linguaggio, e nella sua rivitalizzazione, un parlato come detentore di un entroterra, di memoria, di storie racchiuse dietro un lemma, di esperienze che all’inizio appaiono vaghe, ma che poi la scrittrice decripta.

    Natalia descrive molto bene le gesta del padre, Giuseppe Levi, ebreo, docente di anatomia comparata, che nel testo viene descritto come il classico ‘padre padrone’ del nucleo familiare, che fa il bello e il cattivo tempo con la sua famiglia. Autoritario, scorbutico, pignolo, tanto che impone alla famiglia docce fredde, o gite in montagne sfinenti, a dispetto della madre di Natalia, dolce, che nient’altro avrebbe desiderato che una villetta con giardino.

    Ci troviamo negli anni ’30 a Torino, una città intellettuale che le farà incontrare Cesare Pavese, gli Olivetti, l’editore Einaudi, Eugenio Montale e tanti altri. Nel libro si parla anche di Mussolini e di leggi razziali, ma anche dell’incarcerazione del padre, il confino dei fratelli e l’uccisione del marito Leone da cui prenderà il cognome.

    Oltre la bellezza e la radicalità con cui Natalia fa espressione nel libro dei termini cari alla sua terra di vita, quello che sorprende – forse di più – è la levità con cui descrive tutti gli avvenimenti, quasi ne avesse ormai distacco completo, quasi che non avessero coinvolto lei, e lei stesse facendo solo una telecronaca, ma invece no, Natalia va al di là di questo distacco, decide di non cambiare neanche i nomi, facendo restare nella narrazione quelli originali.

    Nel libro indimenticabili sono queste bellissime espressioni:

    «Negrigure» (atto o un gesto inappropriato), le «Babe» (le amiche), «Malegrazie» (sgarbi, gesti da villani), gli «Sbrodeghezzi» o «Potacci» (comportamenti ineducati a tavola o i quadri moderni), «Sempio» (stupido) o «Pipite» (pellicine).

    «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l'acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone.
    Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
    Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà ‒ Egregio signor Lippman ‒ e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L'ho sentita già tante di quelle volte!”».

    ha scritto il 

  • 3

    Sarà....

    Molto bella e persino commovente l'idea che ogni famiglia abbia un proprio patrimonio unico di parole, espressioni gergali (anche non sense) e ricordi che legano i suoi membri anche quando le loro str ...continua

    Molto bella e persino commovente l'idea che ogni famiglia abbia un proprio patrimonio unico di parole, espressioni gergali (anche non sense) e ricordi che legano i suoi membri anche quando le loro strade si separano. Sicuramente fuori dal comune anche l'universo attorno al quale orbitano le vicende di questa famiglia, con alcuni dei personaggi che hanno fatto la storia d'Italia e della nostra cultura (due su tutti, Adriano Olivetti e Cesare Pavese). Ma lo stile della Ginzubrg non fa per me: troppo scarno, lineare, fa apparire i personaggi quasi privi di spessore, a tratti grotteschi. Mi sembra uno dei pochi casi in cui la semplicità della scrittura non ne esalta il senso, ma appiattisce del tutto la narrazione. E quella che poteva essere un grande saga familiare e storica risulta invece molto poco appassionante, almeno per me.

    ha scritto il 

  • 3

    Lessico famigliare racconta le vicende di una famiglia, con onestà e schiettezza, con un linguaggio essenziale, privo di buonismi e smancerie inutili, ma non per questo freddo e asettico - anzi, vi ri ...continua

    Lessico famigliare racconta le vicende di una famiglia, con onestà e schiettezza, con un linguaggio essenziale, privo di buonismi e smancerie inutili, ma non per questo freddo e asettico - anzi, vi ritroviamo la sensibilità dello sguardo di una piccola grande donna, il suo ricordare con un pizzico di nostalgia certi episodi, che la legheranno per sempre ai suoi strambi familiari e anche ai tanti amici e conoscenti, che hanno satellitato nella loro vita.

    Un'autobiografia scritta con ironia e affetto, in cui emergono i caratteri e le personalità dei membri di casa Levi, in particolare il lessico da essi utilizzato che strappa più di un sorriso al lettore.

    http://chicchidipensieri.blogspot.it/2016/01/recensione-lessico-famigliare-di.html

    ha scritto il 

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