Lessico famigliare

Di

Editore: Einaudi

3.9
(5395)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 265 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8806174290 | Isbn-13: 9788806174293 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Quarant'anni di vita italiana e una famiglia indimenticabile sono al centro diuna straordinaria autobiografia che allinea una serie di personaggi famosi, daFilippo Turati a Cesare Pavese. Un libro unico, un ritratto di famigliadell'Italia migliore che continua a incantare e divertire anche i lettoridelle nuove generazioni.
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  • 1

    Questo libro, celebratissimo, si colloca a un bivio fra Storia (interpretazione di fatti reali, documentati) e Letteratura (la loro rielaborazione in fiction). Sulla qualità della testimonianza non c’ ...continua

    Questo libro, celebratissimo, si colloca a un bivio fra Storia (interpretazione di fatti reali, documentati) e Letteratura (la loro rielaborazione in fiction). Sulla qualità della testimonianza non c’è granché da aggiungere: una ricca famiglia di ebrei torinesi, istruita e ben inserita, antifascista, con molti amici fra i notabili piemontesi e non solo, che ha partecipato in modo più o meno attivo alla vita culturale e politica d’Italia. Lo sfondo storico di “resistenza”, che si guadagna la scena nella seconda parte dell’opera, condiziona il giudizio sulla prima, in cui leggiamo perlopiù un diario di piccole manie gergali, provincialismi, capricci, invidie comunissime e un po’ stucchevoli. Il libro migliora al calar del Ventennio, con la sofferenza, il confino, la prigione e i lutti, imponendo il passe-partout di uno “spaccato” umano con pregi e difetti, e l’affermazione di una certa tensione morale. Siccome il problema è l’intento letterario, una pretesa stilistica in cui riverbera in particolare la lezione proustiana, e che è valsa comunque dei premi all’autrice (lo Strega del 1963), per agevolare il processo critico e restringere il campo è d’uopo una simulazione “romanzesca”: basterebbe cambiare i nomi, nella fattispecie quelli di Turati, Kuliscioff, Olivetti, Ginzburg, i Levi in blocco (compreso Carlo), Balbo e Pavese; e poi, a scanso di equivoci, darne uno falso a Giulio Einaudi, l’unico in Lessico Famigliare a non essere menzionato, e alla sua casa editrice (per esempio Federazione Italiana Autori Torino), in modo che queste persone siano tutte considerabili alla stregua di “personaggi” e il libro possa esser letto senza debiti più o meno presunti. L’opera, così svincolata, abbandonata al suo intrinseco valore artistico, offre una realtà di benestanti un po’ sessuofobi, che vanno “a spasso” in Corso Re Umberto, che ogni tanto hanno “pochi denari”, ma affittano case in montagna, che assurgono al ruolo di pionieri degli sport invernali e dello yogurt, che offendono la servitù, che spettegolano, che amano il socialismo e l’Inghilterra (?), che leggono Verlaine e Zola, e trascorrono intere serate a comparare la bellezza degli amici. La loro maturazione civile e morale si compie durante la guerra, cioè all’incirca dopo un centinaio di pagine in cui si erano mossi nell’agio di standard letterari acquisiti, in giacca da camera e pantofole, a tavola, o nel teatro burbero di vecchie baite espiative, al freddo volontario, con pasti frugali per vedere l’effetto che fa la miseria a lungo idealizzata durante l’anno. Occorrono bombe e macerie per renderli un po’ più simpatici – ma il rischio di un simile romanzo, qualora fosse inedito, è che nove editori su dieci non andrebbero oltre pagina cinquanta, abbandonando - chi prima, chi dopo. Il decimo, invece, potrebbe anche leggerlo per intero. Ma con diverse (complesse) perplessità. Intanto sul memoir in sé, il cimento dei dilettanti per antonomasia, perché se è vero che qualunque scrittore ne ha scritto uno, solo una minoranza ha avuto la spudoratezza di sfilarlo dal cassetto e darlo alle stampe. I ricordi, i panni sporchi di famiglia, rappresentano il sottoscala della letteratura, là dove la nevrosi compositiva è bypassata con una materia bell’e pronta. Gli ostacoli tecnici sono aggirati, spianati in una vaga cronologia con sporadici salti temporali - senza bisogno di raccordi, senza dar consistenza alle psicologie in atto, perché – come nel cinema onirico – ci sta un po’ tutto. Il decimo editore avrebbe inoltre delle remore sullo stile da maestra – una che dà a intendere di aver letto i grandi (soprattutto) di Francia, e che dispensa i dattiloscritti delle proprie fatiche a ogni collegio dei docenti: dialoghi infantili (per sottolineare l’eterna giovinezza di una donna anziana), sforzi bohemien che si schiantano con dignità in una soffitta parigina, l’andazzo generale, fra battibecchi e punzecchiature, che non si discosta poi tanto da Casa Vianello. Un Proust semplificato, senza subordinate e travestito da Simone de Beauvoir, confezionato per gli amici che se ne intendono, per chi a quei tempi c’era e ha parecchi motivi per leggere sino alla fine, o per chi avrebbe voluto esserci. Tutti gli altri avranno la sensazione di ritrovarsi in una sala d’aspetto e, giocoforza, di origliare.
    Io, pur non essendo editore, ho cercato a lungo un’idea letteraria, e trovato qualcosa che vi si avvicina a pagina 194: a proposito di Balbo è scritto: “Il suo parlare correva sul filo d’una ricerca disinteressata, pura e del tutto destituita di scopo. Ma usava far defluire alla casa editrice una parte di ciò che aveva appreso, come chi, cacando per pura necessità di cacare, è tuttavia consapevole di concimare un campo.”

    ha scritto il 

  • 4

    “De cosa spussa l’acido solfidrico” ?

    Credo che si possa rendere bene l'idea di ciò di cui tratta questo libro con questa citazione:
    Noi siamo cinque fratelli.
    Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviam
    ...continua

    Credo che si possa rendere bene l'idea di ciò di cui tratta questo libro con questa citazione:
    Noi siamo cinque fratelli.
    Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso.
    Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti.
    Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia.
    Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.
    Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
    Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finchè saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà – Egregio signor Lipmann, – e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: – Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte! -

    In effetti questo romanzo è proprio questo, il racconto della vita di una famiglia vista attraverso quei ricordi sopravvissuti al passare degli anni, quegli aneddoti che tutti conoscono ormai a memoria. Per me e le mie sorelle sarebbero la storia di Giuseppina o di quella volta che mio nonno dopo cinquant'anni rivide Zonzi in televisione e scommetto che tutti voi ne avete qualcuno. La famiglia di Natalia invece ne aveva proprio parecchi, perchè come famiglia erano proprio forti! Il padre mi ha fatto davvero sbellicare dalle risate, perchè all'inizio sembra severo e burbero ma pian piano lo si scopre diverso ed è incredibile come l'autrice riesca a farceli conoscere così bene, parlandone per certi versi poco, quasi solo attraverso i loro modi di dire.
    Unici difetti il fatto che il ritmo è piuttosto lento e che ci sono i nomi di un milione di personaggi: sfido chiunque a ricordarli tutti. Mi ricorda mia nonna quando in mezzo ad un discorso attacca a parlare di una certa Ermenegilda e tu disorientata le chiedi chi sia questa Ermenegilda. E lei: "è la cugina del fratello della moglie di Eugenio!". Non ti resta che sorridere e annuire.
    Io in particolare ho ascoltato l'audiolibro, Margherita Buy come lettrice merita decisamente un applauso. :o)

    ha scritto il 

  • 2

    familiare- a me

    l'ho trovato un po' piatto per la più parte delle pagine- diciamo che me lo ha fatto sentire vicino solo il fatto che condiviamo una città, un quartiere, non troppo di più. Però l'idea di tirare fuori ...continua

    l'ho trovato un po' piatto per la più parte delle pagine- diciamo che me lo ha fatto sentire vicino solo il fatto che condiviamo una città, un quartiere, non troppo di più. Però l'idea di tirare fuori e trascrivere i modi di dire di una famiglia è una bella idea, si puo' fare probabilmente in tutte le famiglie, e questo permette di fermarlo nel tempo.

    ha scritto il 

  • 3

    Comunisti col cashmere

    Sono alquanto combattuto riguardo al giudizio su questo libro. Se da un lato l'idea del "lessico famigliare" è veramente intrigante (ditemi in quale famiglia non ci sia una serie di locuzioni, fatti, ...continua

    Sono alquanto combattuto riguardo al giudizio su questo libro. Se da un lato l'idea del "lessico famigliare" è veramente intrigante (ditemi in quale famiglia non ci sia una serie di locuzioni, fatti, ricordi comuni che sostanzi essa stessa l'idea di famiglia), dall'altra il modo in cui il libro è scritto lo condanna a giudizi non proprio entusiastici.

    Veniamo infatti guidati per buona pare del romanzo da una scrittura alquanto piatta, ma comunque piacevole, che ci racconta fatti di poca o nessuna importanza se non per i familiari stessi, fatti inoltre spesso privi di qualsiasi riferimento temporale (che molto probabilmente sarebbe stato semplice dedurre nel 1963 quando il romanzo è uscito, ma non oggi nel 2017).
    Per stessa ammissione dell'autrice si tratta di un non-romanzo, di una raccolta di memorie, scritta come si scriverebbe un appunto per ricordarsi qualcosa, ma che andrebbe letta come un romanzo.
    Il racconto infatti inizia così:

    «Nella mia casa paterna, quand'ero bambina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava:
    - Non fate malagrazie!
    Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: - Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!»

    E questo tipo di frasi è ripetuto lungo tutto l'arco del romanzo. L'insistenza con cui vengono sottolineati quei modi di dire ce li rende comuni e contribuisce a quel senso di familiarità che ci accompagna lungo tutta la lettura.

    Il racconto è centrato sugli anni che vanno dell'ascesa del fascismo fino al primo dopoguerra. La famiglia, ebrea, è antifascista e non si tira indietro per aiutare la fuga di qualche antifascista e per fuggire essa stessa dalle persecuzioni.
    Verso la fine la scrittura cambia, si fa più riflessiva e migliore: esce la Ginzburg romanziera e si vede. I periodi divengono più articolati e si cerca anche un po' di sondare i moti interiori che guidano le azioni dei personaggi (reali) che vengono raccontati (belle ad esempio le pagine su Pavese).

    Un grosso problema di tutto il romanzo, almeno per me, è che la famiglia della Ginzburg non sembra essere così interessante. Io l'ho trovata addirittura odiosa: sono dei comunisti col cashmere, gente che si professa socialista, ma che senza una governante in casa si sente persa, chiusa in convinzioni borghesi su cosa sia giusto o sbagliato. Annoiata dalla vita perché sostanzialmente non fa niente (in particolare la madre). Sono dei borghesi in tutto e per tutto: gente benestante che ha sempre vissuto in città, che ha studiato e fa un lavoro intellettuale. Ciò detto, non si capisce come si trovino per casa gente tipo Turati o gli Olivetti. Molto probabilmente i motivi sono finiti nell'oblio del ricordo...
    Padre e madre dell'autrice sarebbero per me persone insopportabili. Indubbiamente va dato atto all'autrice di aver saputo tirarne fuori i tratti distintivi, forse i peggiori.

    In definitiva non è una bella famiglia, una di cui ci si appassiona alle vicende leggendo una saga familiare, anche perché i motivi di eventuali contrasti o scelte non sono mai spiegati fino in fondo. Tutto ciò condanna il libro a restare nient'altro che una lettura piacevole senza brillare, tolte, come detto, alcune pagine.

    ha scritto il 

  • 4

    Ad alta Voce, radio 3. Lettura di Anna Bonaiuto

    Non letto, ma "ascoltato"attraverso i podcast di Radio3.
    Mi è piaciuto tanto: originale, colorato, ammiccante al passato, pieno di inventiva nel raccontare episodi di vita familiare rendendoli spirito ...continua

    Non letto, ma "ascoltato"attraverso i podcast di Radio3.
    Mi è piaciuto tanto: originale, colorato, ammiccante al passato, pieno di inventiva nel raccontare episodi di vita familiare rendendoli spiritosi e accattivanti.
    Gran mente, Leone Ginzburg... ma che gran rompipalle, diciamolo!

    ha scritto il 

  • 4

    Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma ...continua

    Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: «Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna» o «De cosa spussa l’acido solfidrico», per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà
    - Egregio signor Lipmann, - e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre:
    - Finitela con questa storia! l’ho sentita già tante di quelle volte !

    Ci sono parole, aneddoti, frasi e pensieri che si tramandano di figlio in figlio, esperienze che si rivivono all'infinito nei ricordi, e a volte basta un accenno per ritrovare il calore e la complicità. La Ginsburg scrive un libro incentrato su questo,, sull'importanza di certi legami che dovrebbero essere indissolubili al di là delle differenze e delle incomprensioni. Lo fa con ironia e autoironia passeggiando con leggerezza (solo apparente) attraverso 40 anni di storia tra guerra fascismo esilio e resistenza nei quali ritroviamo personaggi famosi tirati in ballo per pura cronaca ma senza snobismo alcuno.

    ha scritto il 

  • 4

    “Il vocabolario dei nostri giorni andati”

    L’intuizione che fin dal titolo caratterizza e regge tutto il romanzo è la consapevolezza della persistenza, nel contesto di ogni famiglia, di una tela tessuta attraverso decenni dalle frasi, i modi d ...continua

    L’intuizione che fin dal titolo caratterizza e regge tutto il romanzo è la consapevolezza della persistenza, nel contesto di ogni famiglia, di una tela tessuta attraverso decenni dalle frasi, i modi di dire, gli aneddoti, i soprannomi, destinata ad avvolgere per tutta la vita la memoria dei suoi componenti.

    Idea semplice ma fondamentale, che non si può esprimere in modo più poetico di così: ”… Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei giorni andati, sono come i geroglifici negli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra…”

    Date queste premesse è evidente che l’efficacia di Lessico famigliare si collega in gran parte all’empatia che ciò suscita in noi stessi e sul riverbero che le “frasi” determinano nella nostra intima memoria. In me questo meccanismo ha funzionato particolarmente, predisponendomi ancor più al trasporto interiore del ricordo, perché alcune delle frasi che compongono il lessico di casa Levi-Ginzburg sono le medesime che mi sono state trasmesse per parte della mia famiglia materna; ciò mi ha meravigliato finchè non ho capito che derivava dall’origine del capofamiglia, essendo parecchie le assonanze dialettali fra dalmata e triestino (“il sempio”, “le babe”, “sbrodegare”…).

    Vi è poi da dire del particolare stile adottato nella narrazione, così asciutto, stringato, talmente lieve da sembrare troppo elementare e che inizialmente ho associato al punto di vista di una Ginzburg bambina, ma che invece prosegue attraverso gli anni, così che un arresto (siamo nel ventennio…), un esilio, perfino una morte, sono trattati alla stessa stregua del detto ricorrente di una cameriera o delle abitudini di una zia, cioè quasi en passant, senza sottolinearne il significato, senza alcuna neppur minima enfasi.

    Al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare anche in considerazione dell’etnia della famiglia Levi, neppure i fatti storici (l’epoca fascista, la guerra, i tedeschi, la resistenza, il primo dopoguerra) emanano particolare drammaticità, se non quella sottesa dalle nostre conoscenze pregresse, perché queste pagine sembrano evitare di trasmettere la portata emotiva degli eventi, costantemente smorzata e in sottotono.

    Un altro elemento che compone il quadro (qualcuno, incongruamente a mio parere, lo ha voluto leggere come un atteggiamento snob o radical-chic da parte della Ginzburg) è la sfilata di personaggi famosi che si affollano in queste pagine, ma d’altronde non ho rilevato compiacimento o piaggeria in una cronaca che fedelmente testimonia la straordinaria quantità di uomini famosi che hanno frequentato casa Levi-Ginzburg e che mi pare accompagni il cammino lieve della famiglia nei decenni con il passo grave e solenne della storia e della cultura italiana del tempo.

    Infine, ultimo colpo di sceneggiatura che ancora una volta sovverte le aspettative del lettore e i caposaldi delle saghe familiari, il romanzo non si chiude con l’inevitabile scomparsa degli ormai vecchi genitori, protagonisti di tutta la narrazione, ma con un ritorno delle frasi, quasi una cantilena che si intride di malinconia, il ritornello del lessico famigliare, che culmina con un affettuoso e un po’ stizzito: “Quante volte l’ho sentita contare questa storia!”

    ha scritto il 

  • 3

    Famiglia, lessico quotidiano e ormai storico, vicende tra fratelli, parenti e zii vicini o lontani. Storie e ricordi di amici, che sono la famiglia che ti scegli e in sordina riempiono anche loro le p ...continua

    Famiglia, lessico quotidiano e ormai storico, vicende tra fratelli, parenti e zii vicini o lontani. Storie e ricordi di amici, che sono la famiglia che ti scegli e in sordina riempiono anche loro le pagine di Natalia Ginzburg.

    ha scritto il 

  • 5

    Avevo molta voglia di rileggere questo libro: lo ricordavo come il mio preferito, una lettura imposta a scuola che mi aveva affascinato e che non avevo mai dimenticato. Oggi posso dire che di libri co ...continua

    Avevo molta voglia di rileggere questo libro: lo ricordavo come il mio preferito, una lettura imposta a scuola che mi aveva affascinato e che non avevo mai dimenticato. Oggi posso dire che di libri come questo ne ho letti tanti e la stessa Ginzburg racconta in più occasioni della sua famiglia e certi aneddoti e la sua biografia mi sono familiari anche grazie ad altri scrittori. La fascinazione, però, e l'affetto per questo libro non sono cambiati; quello che forse è cambiato è la consapevolezza odierna del motivo di questa attrazione, un'attrazione per quel mondo e quei tempi, tanto bui, ma così tanto ricchi di storie, di esperienze, di vita e, paradossalmente, di speranza.

    ha scritto il 

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