Lessico famigliare

Di

Editore: Einaudi

3.9
(5082)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 242 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 880659320X | Isbn-13: 9788806593209 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 5

    Reading Challenge 2016, un libro del mese (del club di lettura)

    Lessico famigliare è forse l’opera più famosa di Natalia Ginzburg, che in questo suo libro autobiografico ci parla delle origini della sua famiglia, con uno stile particolare, anzi, direi unico nel ge ...continua

    Lessico famigliare è forse l’opera più famosa di Natalia Ginzburg, che in questo suo libro autobiografico ci parla delle origini della sua famiglia, con uno stile particolare, anzi, direi unico nel genere: fatto di espressioni, parole, modi di dire cari a personaggi che Natalia ci presenta nel testo.
    Natalia ci descrive con una buona caratterizzazione i personaggi che si sono avvicinati alla sua vita, come familiari, amici, parenti, personaggi della cultura del tempo.
    Numerosi i riferimenti all’opera magistrale di Proust “La Recherche” (che ancora mi aspetta al varco), su cui la scrittrice pochi anni prima dell’uscita di questo romanzo stava lavorando alla traduzione italiana. L’influsso è inevitabile. Come quel descrivere le vicende familiari goccia per goccia (reminescenze proustiane di quanto avevo iniziato la lettura).
    La bellezza di questo libro sta, almeno per me, soprattutto nel linguaggio, e nella sua rivitalizzazione, un parlato come detentore di un entroterra, di memoria, di storie racchiuse dietro un lemma, di esperienze che all’inizio appaiono vaghe, ma che poi la scrittrice decripta.

    Natalia descrive molto bene le gesta del padre, Giuseppe Levi, ebreo, docente di anatomia comparata, che nel testo viene descritto come il classico ‘padre padrone’ del nucleo familiare, che fa il bello e il cattivo tempo con la sua famiglia. Autoritario, scorbutico, pignolo, tanto che impone alla famiglia docce fredde, o gite in montagne sfinenti, a dispetto della madre di Natalia, dolce, che nient’altro avrebbe desiderato che una villetta con giardino.

    Ci troviamo negli anni ’30 a Torino, una città intellettuale che le farà incontrare Cesare Pavese, gli Olivetti, l’editore Einaudi, Eugenio Montale e tanti altri. Nel libro si parla anche di Mussolini e di leggi razziali, ma anche dell’incarcerazione del padre, il confino dei fratelli e l’uccisione del marito Leone da cui prenderà il cognome.

    Oltre la bellezza e la radicalità con cui Natalia fa espressione nel libro dei termini cari alla sua terra di vita, quello che sorprende – forse di più – è la levità con cui descrive tutti gli avvenimenti, quasi ne avesse ormai distacco completo, quasi che non avessero coinvolto lei, e lei stesse facendo solo una telecronaca, ma invece no, Natalia va al di là di questo distacco, decide di non cambiare neanche i nomi, facendo restare nella narrazione quelli originali.

    Nel libro indimenticabili sono queste bellissime espressioni:

    «Negrigure» (atto o un gesto inappropriato), le «Babe» (le amiche), «Malegrazie» (sgarbi, gesti da villani), gli «Sbrodeghezzi» o «Potacci» (comportamenti ineducati a tavola o i quadri moderni), «Sempio» (stupido) o «Pipite» (pellicine).

    «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l'acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone.
    Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
    Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà ‒ Egregio signor Lippman ‒ e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L'ho sentita già tante di quelle volte!”».

    ha scritto il 

  • 3

    Sarà....

    Molto bella e persino commovente l'idea che ogni famiglia abbia un proprio patrimonio unico di parole, espressioni gergali (anche non sense) e ricordi che legano i suoi membri anche quando le loro str ...continua

    Molto bella e persino commovente l'idea che ogni famiglia abbia un proprio patrimonio unico di parole, espressioni gergali (anche non sense) e ricordi che legano i suoi membri anche quando le loro strade si separano. Sicuramente fuori dal comune anche l'universo attorno al quale orbitano le vicende di questa famiglia, con alcuni dei personaggi che hanno fatto la storia d'Italia e della nostra cultura (due su tutti, Adriano Olivetti e Cesare Pavese). Ma lo stile della Ginzubrg non fa per me: troppo scarno, lineare, fa apparire i personaggi quasi privi di spessore, a tratti grotteschi. Mi sembra uno dei pochi casi in cui la semplicità della scrittura non ne esalta il senso, ma appiattisce del tutto la narrazione. E quella che poteva essere un grande saga familiare e storica risulta invece molto poco appassionante, almeno per me.

    ha scritto il 

  • 3

    Lessico famigliare racconta le vicende di una famiglia, con onestà e schiettezza, con un linguaggio essenziale, privo di buonismi e smancerie inutili, ma non per questo freddo e asettico - anzi, vi ri ...continua

    Lessico famigliare racconta le vicende di una famiglia, con onestà e schiettezza, con un linguaggio essenziale, privo di buonismi e smancerie inutili, ma non per questo freddo e asettico - anzi, vi ritroviamo la sensibilità dello sguardo di una piccola grande donna, il suo ricordare con un pizzico di nostalgia certi episodi, che la legheranno per sempre ai suoi strambi familiari e anche ai tanti amici e conoscenti, che hanno satellitato nella loro vita.

    Un'autobiografia scritta con ironia e affetto, in cui emergono i caratteri e le personalità dei membri di casa Levi, in particolare il lessico da essi utilizzato che strappa più di un sorriso al lettore.

    http://chicchidipensieri.blogspot.it/2016/01/recensione-lessico-famigliare-di.html

    ha scritto il 

  • 5

    Volevo emulare Natalia

    Quando lo lessi da ragazzina apprezzai soprattutto il “lessico familiare” e le descrizioni dei fratelli e dei genitori, le vacanze in val d’Aosta, le gite in montagna. Ricordo che progettai di scriver ...continua

    Quando lo lessi da ragazzina apprezzai soprattutto il “lessico familiare” e le descrizioni dei fratelli e dei genitori, le vacanze in val d’Aosta, le gite in montagna. Ricordo che progettai di scrivere un libro analogo che parlasse della mia famiglia, e che avevo cominciato a compilare una lista di espressioni in uso nella mia cerchia famigliare.
    Riletto ora, molti anni dopo, sono rimasta colpita dalle descrizioni della guerra, dell’antifascismo, della nascita dell’Einaudi, ed affascinata da tutta la galleria di personaggi famosi che gravitavano nella vita della Ginzburg: Olivetti, Turati, Balbo, Casorati, Pavese e così via.
    Non da ultimo ho apprezzato le descrizioni di Torino, che è anche la mia città, e mi sono emozionata ad immaginare i vari personaggi percorrere le vie della città, a me così care.

    ha scritto il 

  • 4

    LESSICO FAMIGLIARE

    Uno spaccato di vita familiare che va dagli anni trenta agli anni 50.
    La guerra, il fascismo l'immediato dopoguerra fanno solo da sottofondo al racconto della vita quotidiana che si dipana in famiglia ...continua

    Uno spaccato di vita familiare che va dagli anni trenta agli anni 50.
    La guerra, il fascismo l'immediato dopoguerra fanno solo da sottofondo al racconto della vita quotidiana che si dipana in famiglia.
    Aneddoti, locuzioni, modi di dire, frasi ricorrenti, comportamenti ripetuti identici ad ogni simile occasione, tutti i tratti tipici di una famiglia italiana dell'epoca, svelata in tutti suoi aspetti: invidie, amori, gelosie, amicizie e poi matrimoni, relazioni famigliari ecc....
    Un testo storico che, però, non parla di storia in sé, ma di storia come memoria di quei lati quotidiani di quei tempi che spesso vengono offuscati dai tragici eventi a cui normalmente viene dato più risalto.

    ha scritto il 

  • 2

    Come credo di aver scritto anche in passato, ci sono libri che invecchiano molto peggio di altri. E questo volumetto mi sembra appartenere a tale categoria. Tra un "malignazzo" ed uno "sbodreghezzo", ...continua

    Come credo di aver scritto anche in passato, ci sono libri che invecchiano molto peggio di altri. E questo volumetto mi sembra appartenere a tale categoria. Tra un "malignazzo" ed uno "sbodreghezzo", tanti sbadigli. E molta umana commozione per Pavese, a cui sono dedicate le pagine migliori.

    ha scritto il 

  • 3

    Leggendo questo libro si ha come la sensazione di stare nella propria famiglia, con le caratteristiche di ognuno e il modo di vivere dell'intero gruppo. E' un testo piacevole, forse a tratti un pò noi ...continua

    Leggendo questo libro si ha come la sensazione di stare nella propria famiglia, con le caratteristiche di ognuno e il modo di vivere dell'intero gruppo. E' un testo piacevole, forse a tratti un pò noioso, che tocca solo marginalmente il periodo storico del fascismo e della deportazione degli ebrei, con uno stile sempre leggero e ironico. Non sarà un capolavoro, ma è sicuramente significativo nei contenuti e piacevole nella forma

    ha scritto il 

  • 4

    Ogni famiglia si consolida su gesti e parole proprie. Un alfabeto privato che serve a riconoscersi e a condividere nel tempo ricordi intimi.
    Questo è il racconto della famiglia di Natalia Ginzburg: ...continua

    Ogni famiglia si consolida su gesti e parole proprie. Un alfabeto privato che serve a riconoscersi e a condividere nel tempo ricordi intimi.
    Questo è il racconto della famiglia di Natalia Ginzburg: i Levi di Torino.
    Padre ebreo (non praticante), madre cattolica (non praticante), intellettuali borghesi e apertamente antifascisti.
    La particolarità di questi ricordi è quella dell'aprire le porte di casa non solo sull'intimità domestica ma s'uno scorcio della Storia stessa.
    A partire dallo stesso padre, Giuseppe Levi, figura emblematica del mondo della scienza . Maestro dei tre futuri premi Nobel (Levi- Montalcini, Dulbecco e Luria), ottenne importanti risultati nella ricerca sui tessuti nervosi; fu, inoltre il primo a mettere in pratica la coltura in vitro.
    I Levi, poi, entrarono legarono con personaggi come Turati (fu da loro ospitato prima della fuga all'estero), Pajetta, Felice Balbo, Cesare Pavese, il pittore Casorati, Leone Ginziburg docente di letteratura russa e antifascista militante (che sposò Natalia e mori poi al Regina Coeli in seguito alle torture naziste), Luigi Einaudi presso il quale Natalia lavoro nella nascente casa editrice.
    I ricordi sono così fatti di volti e legati ad un linguaggio che soprattutto i genitori infondono e tramandano. Col tempo la memoria sfuma i contorni di un viso, confonde date e dimentica eventi ritenuti di secondo piano ma basta una parola che non si pronunciava da tempo per risvegliare il passato e rinsaldare un legame.

    "mio padre tuonava: Non fate malagrazie!
    Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: - Non leccate piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci!
    Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire.

    Le amiche di mia madre si chiamavano, nel linguaggio di mio padre, «le babe». Quando s’avvicinava l’ora di cena, dal suo studio, mio padre urlava a gran voce: Lidia! Lidia! Sono andate via tutte quelle babe? - Allora si vedeva l’ultima baba, sgomenta, scivolare nel corridoio e sgusciare via dalla porta; quelle giovani amiche di mia madre avevan tutte, di mio padre, una gran paura. A cena, mio padre diceva a mia madre: - Non ti sei stufata di babare? Non ti sei stufata di ciaciare?

    Stanno sempre lì in un angolo a ciuciottare. Cosa sono tutti quei fufignezzi?
    I fufignezzi erano, per mio padre, i segreti; e non tollerava veder la gente assorta a parlare, e non sapere cosa si dicevano.
    - Parleranno di Proust, - gli diceva mia madre.

    ha scritto il 

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