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Lettera a una professoressa

Di ,

Editore: Libreria Editrice Fiorentina

4.3
(912)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 166 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: A000077179 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Education & Teaching , Non-fiction

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Descrizione del libro
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  • 3

    Per certi versi (il persistente classismo della scuola italiana, il fatto che ancora molte scelgono questo mestiere per avere il pomeriggio e la domenica liberi) ancora attualissimo, ma per altri inev ...continua

    Per certi versi (il persistente classismo della scuola italiana, il fatto che ancora molte scelgono questo mestiere per avere il pomeriggio e la domenica liberi) ancora attualissimo, ma per altri inevitabilmente invecchiato, rimane un libro da leggere per la sua irresistibile provocatorietà e la carica utopica da cui è attraversato.

    ha scritto il 

  • 3

    cos'è successo da allora?

    Una scuola classista, numeri alla mano.
    Un atto d'accusa che aderisce senza pieghe alla realtà del momento, ma anche a quella attuale, se non fosse che non è più valida l'accurata analisi statistica d ...continua

    Una scuola classista, numeri alla mano.
    Un atto d'accusa che aderisce senza pieghe alla realtà del momento, ma anche a quella attuale, se non fosse che non è più valida l'accurata analisi statistica dei moventi e dello sfondo socio-politico.
    Tra quella realtà e la nostra c'è di mezzo il "1984".

    In quegli anni si diplomava il 100% dei figli di imprenditori e liberi professionisti; tra i figli di dirigenti e impiegati solo 1 su 4; degli appartenenti alla classe dei lavoratori in proprio se ne diplomava 1 su 8; infine, tra i figli di contadini e operai il diploma lo conquistava 1 su 40. Ma non è tutto: "Fra i figli di papà i laureati costitui[vano] il 92%, il restante 8% sono figli di lavoratori dipendenti ". 18-20 anni di scuola, di questa scuola, inducevano quell'8% di figli del proletariato a sviluppare una forma mentis conforme al 92% di laureati estratti dalla classe perbenista. "In conclusione 100% di figli di papà".
    Quest'ultima è stata la funzione della scuola in questi decenni. Questa è la direzione principale attraverso la quale la scuola ha contribuito a trasformare, desertificandola, la realtà.

    Come emerge qui su anobii, da commenti come quello di "Le Volontaire Légionnaire", una visione stereotipata e priva della più elementare analisi rimpiange oggi quella sterilizzazione forzata delle menti che produceva una selezionatissima elite (poche decine di migliaia di laureati l'anno, che andavano a costituire la classe dirigente del paese, tutti appartenenti ad una ben precisa classe sociale).
    Ma all'epoca i figli dei lavoratori della terra costituivano un terzo della popolazione scolastica, poco meno erano i figli degli operai. Il restante terzo andava a riempire i tasselli rigidamente gerarchizzati di un sistema autoreferenziale.

    Oggi la scuola è stata adattata alla trasformazione impressa alla società. Una trasformazione operata anche grazie al prezioso apporto di quella scuola che, per certi versi inamovibile, è arrivata fino a noi. La classe contadina è estinta, e con lei la nostra più ancestrale cultura, la memoria della nostra identità storica; la classe operaia è da tempo un peso per la società tutta, e questo grazie alla "politica sindacale" della sinistra storica: oceani di risorse pubbliche riversate nelle tasche degli industriali, col pretesto di conservare posti di lavoro alienanti e disumani, oltre che obsoleti e lesivi della dignità della società tutta (produzione forzata di prodotti senza domanda reale = consumismo obbligatorio).

    Se a quei tempi (poche decine di anni fa), l'analfabetismo, la licenza elementare o della scuola media indicavano una precisa collocazione sociale, se il diploma garantiva un lavoro qualificato, se infine la laurea voleva essere l'ingresso in una elite inoppugnabile, oggi non si scorge più nessuna differenza sostanziale tra un analfabeta di fatto e un laureato; neppure la proprietà di linguaggio li distingue. Si è persa ogni forma di cultura: quella delle nostre più profonde radici appartenente al mondo contadino, quella dinamica degli operai, quella conservatrice e conformista dei diplomati e laureati, ben preparati a intendere e perpetuare una certa realtà e ad intendersi tra loro.

    Oggi vi è una sub-cultura orizzontale, costituita di stereotipi minimali introdotti sin dalla più tenera età dalla scuola e imposti più efficacemente dai media, miseri stereotipi rimasticati, costruiti anche in formato binario, falsamente antagonista, da usare come leva per manovrare senza sforzo immense masse.

    Non vi è più timidezza da una parte, né superbia dall'altra, ma solo una generalizzata prepotenza e pretestuosità: "Un ragazzo che ha una opinione personale su cose più grandi di lui è un imbecille"; è questa la condizione in cui versa oggi una intera popolazione: in televisione, da decenni, ci insegnano, con l'esempio, che non è necessario maturare una opinione motivata, non ha alcun senso ascoltare l'interlocutore, giacché le nostre non saranno risposte, men che mai motivate sugli argomenti dell'interlocutore stesso, ma prevaricazioni: non si dialoga, non ci si confronta, non si convince, ma si vince, e lo si fa urlando; in una rissa verbale perde chi si stanca prima e non urla abbastanza forte. O chi resta costernato e ferito dalla prepotenza altrui.

    Forse esiste ancora una elite, ma è infinitamente esigua e più che mai gerarchizzata e invisibile. Soprattutto, appartiene alla medesima desertificazione culturale profusa nelle scuole di allora, e ancor più di oggi; al medesimo cinismo, allo stesso nanismo umano e intellettuale.

    La scuola nozionistica, immutabilmente avulsa dalla vita sociale e dal benché minimo rispetto per gli individui che vi entrano a 6 anni, più che mai obbligatoria per tutti, ha prodotto sterilità e conformismo e per prima ha plasmato una indistinta massa di individui atomizzati, alienati dalla propria natura e da una qualsivoglia cultura. Una costante è la catechizzazione di topi da laboratorio. I "disadattati" (i ribelli) sono sempre meno, e sempre più disadattati (spesso in senso clinico) ed emarginati; alienati anch'essi, perché pur non volendo, sono obbligati ad invecchiarci nella auletta, seduti al banchetto negli anni più vitali della loro esistenza, trascinandosi decine di chili di libri di testo contenenti immondizia culturale che la scuola provvede a farci odiare sin dal primo momento. Ed hanno a casa genitori a loro volta usciti dagli stessi laboratori di stereotopia e catechesi.

    Gli insegnanti sono sempre più burocrati senza dignità, il cui meschino poteruccio che negli anni della "Lettera ad una Professoressa" ancora esercitavano su menti fresche e ingenue, è oggi ridotto a meno di un'ombra.
    E' rimasto loro un crocifisso appeso alla parete, di fronte ai giovani tutto il tempo ch'essi siedono, annoiati e demotivati sulle medesime sedioline di sempre, e proprio sopra le teste esauste dei loro insegnanti, a perpetuare da un lato l'idea di onnipotenza ed eternità dell'autorità, e dall'altro ad esporre lo scempio al quale devono essere destinati, sin dal loro concepimento, i figli di quella stessa, unica possibile autorità, sempre più impersonale, autoproclamatasi onnipotente e immortale.

    ha scritto il 

  • 5

    Ora siamo qui a aspettare una risposta. Ci sarà bene in qualche istituto magistrale qualcuno che ci scriverà:
    « Cari ragazzi,
    non tutti i professori sono come quella signora. Non siate razzisti anche
    ...continua

    Ora siamo qui a aspettare una risposta. Ci sarà bene in qualche istituto magistrale qualcuno che ci scriverà:
    « Cari ragazzi,
    non tutti i professori sono come quella signora. Non siate razzisti anche voi.
    Anche se non sono d’accordo su tutto quello che dite, so che la nostra scuola non va. Solo una scuola perfetta può permettersi di rifiutare la gente nuova e le culture diverse. E la scuola perfetta non esiste. Non lo è né la nostra né la vostra.
    Comunque quelli di voi che vogliono essere maestri venite a dar gli esami quaggiù. Ho un gruppo di colleghi pronti a chiudere due occhi per voi.
    A pedagogia vi chiederemo solo di Gianni. A italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera. A latino qualche parola antica che dice il vostro nonno. A geografia la vita dei contadini inglesi. A storia i motivi per cui i montanari scendono al piano. A scienze ci parlerete dei sormenti e ci direte il nome dell’albero che fa le ciliegie ».
    Aspettiamo questa lettera. Abbiamo fiducia che arriverà.
    Il nostro indirizzo è: Scuola di Barbiana Vicchio Mugello (Firenze).

    Nel 1954, prima che vi arrivasse Don Milani, Barbiana non era che un villaggio di poche case, sperduto sulle colline del Mugello. Non ci si arrivava per caso: non c’era neanche la strada. Don Milani, in effetti, ci arrivò “per punizione”: le sue simpatie operaie e le idee non proprio ortodosse non andavano a genio al cardinale di Firenze. Nei 13 anni che seguirono, Don Milani mise in piedi l’esperienza didattica più significativa che la storia dell’educazione italiana ricordi.
    Per i banchi della scuola di Barbiana (due stanze della canonica più due di officina) passarono i ragazzi scacciati dalla scuola tradizionale, figli di contadini e operai, poveri, semi-analfabeti, dunque (secondo un’analogia della pedagogia dell’epoca) “cretini”.
    La scuola era aperta 365 giorni l’anno (366 negli anni bisestili), dalle 8 del mattino alle 7 e mezzo di sera. Nel 1963 vi si contavano 29 alunni e 23 maestri, perché quasi tutti gli alunni erano maestri a loro volta.
    Se anche oggi questi dati ci appaiono singolari, figuriamoci come dovevano apparire all’epoca. L’esperienza educativa di Barbiana suscitò sconcerto e fu all’origine di un vasto dibattito, destinato a cambiare (purtroppo non del tutto e non per sempre) la scuola italiana. Manifesto del cambiamento richiesto alla scuola tradizionale fu proprio Lettera a una professoressa, scritto dagli allievi della scuola insieme a Don Milani e pubblicato nel 1967, proprio l’anno in cui Don Milani morì.
    Il testo, nella forma di una lettera a un’ipotetica professoressa, colpevole di aver bocciato l’alunno-autore, è una durissima accusa alla scuola dell’epoca e, non nascondiamocelo, alla scuola di oggi. Se le idee espresse con tanta severità, in uno stile limpido e vigoroso, possono oggi apparirci naïf (almeno in alcuni passaggi), non possiamo ignorare quanto invece siano ancora profondamente e dolorosamente attuali. Nella mente del lettore, l’ideale dei ragazzi di Barbiana appare tutt’oggi una bellissima utopia. Ci fu davvero una scuola così? C’è ancora una scuola così? Una scuola senza voti né pagelle, senza interrogazioni né programmi che puzzano di vecchio. Una scuola dove si legge il giornale, si fa scrittura creativa, si impara a insegnare, si studiano le lingue straniere per comunicare con gli altri (e non per parlare speditamente dei castelli della Loira). È possibile imparare a far scuola così, portare questa scuola nella scuola che conosciamo?
    Non so rispondere a queste domande. Non so immaginare la scuola di domani. Ma so che saremo noi a farla, noi come maestri, noi come allievi. E so che questo testo ci fa toccare con mano cosa siano l’amore per lo studio e l’amore per l’insegnamento. Per questo non possiamo non leggerlo e poi lamentarci se le cose non vanno.

    ha scritto il 

  • 0

    Non si può dare il voto a quest'opera come se fosse un romanzo: è un manifesto politico, un concetto, un'idea, una testimonianza, un impegno che, a suo tempo, ebbe un impatto forte e anche positivo pe ...continua

    Non si può dare il voto a quest'opera come se fosse un romanzo: è un manifesto politico, un concetto, un'idea, una testimonianza, un impegno che, a suo tempo, ebbe un impatto forte e anche positivo per la scuola pubblica italiana. E' un libro che mi ha formato eticamente. Alla luce dei disastri attuali della nostra scuola pubblica andrebbe rispolverato: i ragazzi di Barbiana adesso sono altri, ma ci sono e sono tanti.

    ha scritto il 

  • 5

    Una lettura necessaria, a tratti indispensabile nonostante la lontananza nel tempo. La scuola tradizionale, rappresentata dall'immaginaria Professoressa a cui Don Milani e i suoi ragazzi di Barbiania ...continua

    Una lettura necessaria, a tratti indispensabile nonostante la lontananza nel tempo. La scuola tradizionale, rappresentata dall'immaginaria Professoressa a cui Don Milani e i suoi ragazzi di Barbiania si rivolgono, sembra apparire lontanissima nel tempo. Eppure molti aspetti di quella scuola, tradizionale appunto, e di quell'approccio all'insegnamento ci accompagnano ancora oggi, nelle scuole del presente.
    "Lettera a una Professoressa" va letto con gli occhi aperti ed uno spirito pronto ad accogliere una critica, purtroppo, spesso ancora valida nei riguardi del senso comune e dal modo di fare insegnamento a scuola.

    ha scritto il 

  • 2

    Sicuramente e figlio del suo tempo, il testo. Ma con il senno del poi, i risultati si sono visti. A essere troppo buoni, come suggerisce il testo, ci siamo ritrovati senza classe dirigente, senza futu ...continua

    Sicuramente e figlio del suo tempo, il testo. Ma con il senno del poi, i risultati si sono visti. A essere troppo buoni, come suggerisce il testo, ci siamo ritrovati senza classe dirigente, senza futuro e purtroppo senza la possibilità di cambiare.
    La scuola è stata distrutta, tutti promossi tutti allo stesso livello!!, signori la vita non è così infatti noi siamo sull'ultimo scalino, quando ci sveglieremo da questo torpore forse rialzeremo anche la testa.

    ha scritto il 

  • 4

    “se non hai dato tutto non hai dato ancor …” (è Vinicio, ma potrebbe essere il Vangelo)

    Resoconto di una esperienza totale e avvolgente.
    Graffiante: “Lascia l’università, le cariche, i partiti. Mettit ...continua

    “se non hai dato tutto non hai dato ancor …” (è Vinicio, ma potrebbe essere il Vangelo)

    Resoconto di una esperienza totale e avvolgente.
    Graffiante: “Lascia l’università, le cariche, i partiti. Mettiti subito a insegnare. La lingua solo e null’altro. Fai strada ai poveri senza farti strada. Smetti di leggere, sparisci. È l’ultima missione della tua classe” (pag. 97)
    Solo la lingua: nella certezza che ci sia una immensa voce dei senza voce da educare ad esprimere la propria ricchezza. La ricchezza dei poveri.
    “Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro” (pag. 19)
    Mentre di lì a poco Pasolini avrebbe denunciato la “rivoluzione antropologica” che quelle voci le avrebbe estinte dalla sorgente. Estinguendo ogni lineamento riconoscibile del soggetto che con esse parlava.

    Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. P. P. Pasolini Scritti corsari, pag. 27-28

    Se non si capisce questo non è possibile valutare e trovare il nucleo di attualità di questo libro ormai così inattuale (ma potrebbero essere ancora idee per domani). Come risulta dalle molte recensioni negative e irritate che si possono leggere qui in anobii.

    Per quel che riguarda l’attualizzazione, trovo perfetto (forse con un eccesso di amarezza nei confronti della scuola di oggi) il giudizio di sintesi che ne dava Massimo Bontempelli nel suo Il Sessantotto – Un anno ancora da capire (2008):
    Ciò che […] affascina di don Milani, è la sua rivelazione, insieme moralmente appassionata e di evidenza incontrovertibile, della selezione classista silenziosamente ed implacabilmente operante nella scuola italiana dell'epoca (si dice dell'epoca non perché oggi non ci sia selezione classista, perché anzi c'è più di allora, ma perché oggi, divenuta la scuola un arcipelago sgangherato in cui quasi tutto è finzione e quasi nulla studio serio, tutti vi possono transitare, e la selezione classista è spostata, ancora più ineludibile, a dopo l'università).

    Applicando questi filtri si può capire bene cosa non può più essere preso alla lettera di questo documento incandescente, e cosa invece – il nucleo più essenziale – costituisce ancora oggi una sfida.

    ha scritto il 

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