Lettere a Theo
By Vincent van Gogh, Beatrice Casavecchia (Translator), Marisa Donvito (Translator), Massimo Cescon (Editor), Karl Jasper (Preface)




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- Libri Italiani
- Hardcover 366 Pages
- Edition: 1
- Publisher: CDE su licenza Guanda
- Pub date: Jan 01, 1991
- Also available as: Mass Market Paperback and Paperback
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Vincent Van Gogh, uno "scrittore" sottovalutato...
Perché Van Gogh firmava le sue tele soltanto col nome? Perché rifiutò di integrarsi in una società che così come lo distrusse avrebbe potuto dargli la gloria artistica che meritava? E perché, dopo aver venduto un solo quadro nell’arco della sua carriera, quest’artista con la “a” maiuscola non otten ... (continue)
Perché Van Gogh firmava le sue tele soltanto col nome? Perché rifiutò di integrarsi in una società che così come lo distrusse avrebbe potuto dargli la gloria artistica che meritava? E perché, dopo aver venduto un solo quadro nell’arco della sua carriera, quest’artista con la “a” maiuscola non ottenne niente di meglio che un anonimo e solitario suicidio?
Oggi parliamo ancora di artisti del calibro di Vincent, non perché un legame con il passato ci impedisca di trovare nuovi talenti dai quali apprendere a creare arte, cioè ad amare. Parliamo ancora di Vincent perché non tutti sanno che oltre ad essersi rivelato il padre del moderno espressionismo, ad aver rivoluzionato l’uso emozionale dei colori e ad aver dato un vero esempio di venerazione per la propria arte, ci ha lasciato un numero considerevole di lettere che ogni giorno scriveva e che dopo la sua morte sono state raccolte dalla moglie di suo fratello Theo e pubblicate per la prima volta nel 1913 in tre volumi.
Era proprio a quest’ultimo che la maggior parte delle lettere erano indirizzate. Questo dimostrava il legame indissolubile che caratterizzò la vita dei due fratelli.
Perché dare tanta importanza alle lettere che scriveva un pittore, nelle quali parlava dei suoi lavori?
Nelle descrizioni delle proprie tele e dei propri disegni Vincent esprimeva i suoi stati d’animo, le sue angosce, le sue gioie e, talvolta, la sua follia.
Ecco la ragione per la quale scrivo quest’articolo: un elogio alla follia artistica, spesso confusa con la più banale pazzia.
Che cos’era la follia di Van Gogh? Era una perdita di un legame con la realtà, con l’ambiente circostante e le sue regole? Può darsi, ma era per prima cosa una manifestazione di un male di vivere senza precedenti, di una passione talmente struggente per le proprie opere da anteporle alle necessità primarie come mangiare e dormire.
Esistono ancora artisti così? Esiste ancora qualcuno che creda in questo modo nella propria arte o che creda ancora in qualcosa con la stessa forza? E, se esiste, perché non viene lodato come si loderebbe un politico o un magistrato? La risposta è semplice: la gente comune, quella che Vincent chiamava “la buona gente”, ha paura della follia. È per questo che gli abitanti di Arles, il paesino della Provenza dove Vincent “impazzì”, firmarono una petizione per farlo portare via. “È un individuo pericoloso e sinistro”, dicevano, mentre lui li immortalava su dipinti che hanno portato i loro volti nei migliori musei del mondo.
Vincent era un personaggio oscuro, la sua voglia di amare e di comunicare con un mondo esterno sempre più scomodo era talmente forte da rasentare un’ossessione comunicativa, un’esagerata generosità. Durante il periodo nel quale visse tra i minatori del Borinage dormì nelle più modeste capanne, con quattro cenci addosso e un po’ di pane nello stomaco, e usò tutti i suoi guadagni per aiutare quella povera gente. Perché un artista diventò un predicatore? Il predicatore dà amore, un vero artista dovrebbe fare lo stesso, lo fa con le sue opere, ma prima di sapere di esserne capace lo fa con qualunque altro mezzo gli si presenti.
Questa panoramica sulle vicende biografiche e sentimentali di Vincent è ampiamente ricostruibile attraverso le sue lettere. Fu la moglie di suo fratello, Theo, morto di crepacuore sei mesi dopo il suicidio di Vincent, a ricostruirle e farle pubblicare. Sono state pubblicate diverse versioni del carteggio, tutte alla ricerca dell’ordine perfetto, la migliore ricostruzione della sua vita attraverso le sue lettere.
Ma perché ne sto parlando come se fosse una novità? Tutti ormai conoscono le vicende che hanno reso così famosa la vita di Vincent. L’incontro con gli impressionisti a Parigi, il lavoro con i minatori di carbone, le delusioni amorose e professionali, la fame, il viaggio ad Arles, l’associazione di artisti indipendenti del sud, un progetto dettato dal suo bisogno di essere giudicato e migliorarsi e di mostrare i suoi dipinti agli altri artisti… Un progetto mai realizzato (L’unico pittore che accettò l’invito di Vincent ad andare al sud e vivere di sola arte fu Paul Gauguin, rivelatosi un vero opportunista, il quale dopo un periodo trascorso con Vincent nella casa gialla, ripartì a bordo della sua nave alla volta della Polinesia, lasciando il suo amico annegare per sempre negli abissi delle sue follie.
Sto passando da un tema all’altro in maniera casuale ed impulsiva, da una fase di vita all’altra, o forse da un dipinto all’altro. Perché? E quante volte sto chiedendo perché?
È questo l’unico mezzo che la natura mi ha donato per riuscire a rendere l’idea di quanto soffrisse Vincent mentre mangiava i suoi colori; l’unico modo che conosco per spiegare quello che provo quando passeggio tra i vicoli ventosi di Arles e sento lo spirito di Vincent sostenermi e suggerirmi per i miei libri, in particolare “Anne et Anne”, la storia del pittore parigino André Colbert, che scriveva a suo fratello proprio come faceva Vincent.
Le sue lettere…
Non tutti sanno che nel periodo più proficuo per la sua produzione artistica, vale a dire gli ultimi dieci anni della sua vita, Vincent scrisse centinaia di lettere, più di una al giorno.
Le lettere di Van Gogh rivelano tutte le verità, le verità sulla sua arte, sulla sua vita, sulla sua follia e sulla sua morte. Attraverso lo studio delle lettere, molti ricercatori hanno ricostruito la vicenda del taglio dell’orecchio e dell’internamento nel manicomio di Saint-Rémy.
Quello che non tutti sanno -ed ora assume un senso il titolo dell’articolo- è che dal punto di vista letterario, Vincent Van Gogh non aveva nulla da invidiare agli scrittori del tempo che con tanta fatica cercavano di produrre tante opere narrative dello stesso livello.
L’Ottocento è stato il secolo di Baudelaire e dei poeti maledetti, il secolo del romanticismo, del romanzo storico. Si potrebbe definire il secolo più importante nella storia della letteratura europea. In questa marea instabile di poesie, romanzi epistolari, e novelle gotiche, questo pittore tra un dipinto e l’altro, senza neanche saperlo, produsse struggenti opere letterarie, pregnanti di forte eccitazione lirica e immensa umanità.
Perché individuo nelle sue lettere doti di grande scrittore, è presto detto.
Una delle teorie che hanno dato vita al romanzo moderno è quella del cosiddetto “non detto”. Vale a dire, riuscire ad esprimere i propri sentimenti o i propri pensieri ad esempio, senza usare alcuna parola che li descriva direttamente, riuscire a giocare col significato connotativo e denotativo delle parole, fare l’amore con le parole… Maestro in questo genere di arte fu lo scrittore inglese Elliot che attraverso la descrizione dei paesaggi riuscì a trasmettere gli stati d’animo dei suoi personaggi.
È proprio questo che seppe fare Vincent, mentre descriveva i suoi nuovi lavori, le sue parole pagina dopo pagina assumevano significati sempre diversi, e davano diversi significati all’intero contesto narrativo.
Le lettere di Vincent erano scritte in maniera semplice, anche perché la maggior parte furono scritte in francese, che non era la sua lingua madre. Vincent non aveva grossi studi letterari alle spalle, ma diversi fallimenti come quello all’istituto teologico di Amsterdam. Eppure qualcosa mi fa pensare che una certa forma di attenzione nella composizione di quelle lettere doveva pur esserci. Come se, ogni volta che Vincent non aveva i soldi per comprare i colori, sfogasse il suo bisogno di creare arte, seppur inconsciamente, scrivendo!
Qualcosa condizionò la scelta di determinate parole, come se le due espressioni, sia quella pittorica sia quella narrativa, servissero all’artista ad esprimere quell’amore che risultò essere la più immortale forma d’arte.
Che cosa può apprendere, dunque, uno scrittore da un pittore definito pazzo e che non ha venduto che un solo quadro in tutta la sua vita?
Prima di scrivere una parola anziché un’altra bisogna chiedersi quale significato essa potrà assumere nel contesto del proprio lavoro. Vincent mi ha trasmesso l’importanza della semplicità, dell’armonia, come se si dovessero dipingere le parole e non scriverle. Mi ha insegnato che descrivere vuol dire dipingere con le parole, dare al lettore un quadro chiaro della scena, pieno di colori e di odori, con semplicità e completezza. Mi ha rivelato che un buon scrittore deve avere nascoste in sé buone doti di pittore.
Nel descrivere i suoi quadri creava figure retoriche degne del più abile poeta romantico, come “i miei quadri in zoccoli” per indicare i lavori che raffiguravano i contadini e la povera gente da lui amata e dipinta fino allo stremo delle forze.
Vincent diceva che il suo scopo era quello di descrivere le terribili passioni umane. Ed usava il verbo descrivere perché soltanto dipingendole non avrebbe sedato la sua brama di arte.
Quasi tutte le lettere erano indirizzate a suo fratello. Theo era impiegato in una famosa galleria parigina, all’interno della quale assunse presto un ruolo di responsabile. Nella sua posizione, avrebbe potuto far vendere ed esporre i quadri di suo fratello, ma non lo fece mai. Appese tutti i quadri, che Vincent con tanta foga dipingeva in Provenza, alle pareti di casa sua. Theo non volle separarsi da quegli oggetti, aveva paura che i critici disprezzassero l’arte di suo fratello, che suo fratello ne soffrisse e subisse il rifiuto pregiudicando le sue future creazioni. Un gesto che salvò la carriera del pittore o che segnò l’inizio della sua rovina personale, dello sfacelo mentale e, infine, della sua morte? La risposta a queste domande fu data sicuramente durante il loro ultimo incontro, al letto di morte di Vincent, che dopo essersi sparato un colpo di rivoltella nel petto, puntando al cuore, restò due giorni nel suo letto fumando serenamente la sua pipa, parlando con Theo e aspettando la sua morte come l’unica soluzione razionale alla sua sofferenza. Durante quel lungo dialogo, quella confessione della quale non ci è rimasto molto, se non la sua ultima lettera, che aveva ancora nella tasca e non fece in tempo a spedire*, Vincent disse: “Non sono stato nemmeno bravo ad uccidermi…”
*(Lettera che Vincent aveva in tasca il 29 luglio 1890, il giorno in cui morì).
Mio caro fratello,
grazie della buona lettera e dei 50 franchi. La cosa più importante è che tutto vada bene; perché allora insistere sui dettagli di minore importanza?; del resto, c’è tempo prima che ci si presenti la possibilità di parlare d’affari a mente calma.
Gli altri pittori, di qualsiasi opinione siano, si tengono istintivamente lontani dalle discussioni sul commercio attuale.
E infatti non possiamo far parlare che i nostri quadri. Pure, caro fratello, c’è qualcosa che ti ho sempre detto e ti ripeto ancora una volta con tutta la gravità che possono dare gli sforzi di una preoccupazione constante a fare più bene possibile – ti ripeto ancora: io ti considero ben altra cosa da un semplice venditore di Corot; per mezzo mio, tu hai la tua parte nella stessa produzione di certe tele, che anche nello sfacelo conservano la loro calma.
Siamo infatti a questo punto ed è la cosa migliore che posso dirti in un momento di relativa crisi. In un momento in cui i rapporti tra negozianti di quadri di artisti morti e di artisti viventi, sono molto tesi.
Ebbene: per il mio lavoro rischio ogni giorno la vita, e vi ho perduto metà della mia ragione – va bene – ma tu non sei tra i mercanti d’uomini per quanto sappia io, e puoi assumere una tua parte, agendo realmente con umanità. Ma che cosa vuoi tu infine?
Frank I. Gallo
per conto di ARTICOLILIBERI
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