Lettere dalle Hawaii

Di

Editore: Cavallo di ferro

3.2
(9)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 303 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8879071289 | Isbn-13: 9788879071284 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Alessandro Gebbia , Virna Conti

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Descrizione del libro
Mark Twain ha trascorso 4 mesi sulle Isole Hawaii nel 1866 e ha scritto per conto del "Sacramento Daily Union" queste divertenti lettere-reportage di viaggio. Le sue Hawaii pullulano di capitani di navi, balenieri, missionari, zanzare, boschetti fioriti e migliaia di gatti. E intanto che Francia, Inghilterra e Stati Uniti si disputano il dominio sulla zona, con i soliti tragicomici risvolti coloniali, la popolazione nativa affronta il declino indotto dalle malattie e dalle pressioni culturali. È così che Mark Twain racconta, con il suo personale e inconfondibile spirito, una terra ancora legata ad antiche tradizioni e avvolta nello splendore tropicale, ma anche già proiettata verso un futuro ben più squallido. Le lettere sono permeate di umorismo e passano dal freddo resoconto al colorito miscuglio di romantiche descrizioni, fino a dilagare sulle questioni politiche e religiose.
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    Se non me lo avesse regalato direttamente la traduttrice, è chiaro che non lo avrei mai comprato. Inizialmente attratta dalla "guida alla lettura" in apertura, che descrive un bel quadro delle Hawaii ...continua

    Se non me lo avesse regalato direttamente la traduttrice, è chiaro che non lo avrei mai comprato. Inizialmente attratta dalla "guida alla lettura" in apertura, che descrive un bel quadro delle Hawaii dell'epoca, mi aspettavo dei racconti più avventurosi e meno prolissi e pieni di cifre: al contrario si sono rivelati noiosetti nel complesso, con brevi sprazzi di comicità, anche se conditi da una discreta ironia.

    ha scritto il 

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    cavallo di ferro pubblica anche qualche libro interessante ma le sue edizioni fanno schifo al cazzo, alcune frasi sono incomprensibili, in altre si intuisce cha mancano preposizioni e intere parole, p ...continua

    cavallo di ferro pubblica anche qualche libro interessante ma le sue edizioni fanno schifo al cazzo, alcune frasi sono incomprensibili, in altre si intuisce cha mancano preposizioni e intere parole, persino le note suonano male, come se fossero prese di peso da qualche enciclopedia per bambini lenti. poi questo libro in sè è già una cacatina, nonostante ci sia qualche pagina divertente resta una cosa marginale. mark twain qui faceva già più il turista che il viaggiatore. l'epoca dei viaggi letterari in effetti era finita già da un secolo. già contocinquant'anni fa la vacanza era quasi diventata una cosa di massa, il che esclude automaticamente che potesse produrre rapporti realmente umani.

    tra parentesi, mi accorgo che io non ho MAI fatto amicizia con nessuno in vacanza. qualche volta da ragazzo mi è capitato di familiarizzare con della gente che però non ho mai rivisto. era anche l'età in cui fare amicizia era quasi inevitabile, quindi nemmeno la vacanza riusciva a impedirlo. ma questi brevi rapporti sono finiti insieme alla vacanza, non mi è mai capitato di sentire per telefono o con altro mezzo quella gente, né di tornare negli stessi luoghi e ritrovarli. io penso che questa situazione sia comune eppure nella pubblicità ancora si insiste su questa cosa delle nuove amicizie, che a una certa età è letteralmente impossibile e non si vede come la vacanza potrebbe favorirla. io mi chiedo perchè non si vieta di illudere in questo modo la gente, visto che si vietano tante altre cose. se un sito deve avvertirti che usa i cughie, perchè la pubblicità non ti avverte che spesso in vacanza non conosci nessuno, e quelli che conosci sarà per breve tempo per cui se sei una persona sensibile potresti anche soffrirne invece di rallegrarti?

    mi torna in mente che una volta (avró avuto 15 anni) stavo al mare ed ero per vari motivi profondamente arrabbiato (senza saperlo: adesso dico così ma all'epoca non me ne accorgevo), tanto che mi rifiutavo di parlare con chiunque (e nemmeno di questo ero cosciente, né adesso so come il me dell'epoca interpretava una cosa che doveva sembrargli normale, inevitabile) e quindi passavo parecchio tempo a fare cose tipo accatastare la grande quantità di rami sbiancati che a quanto pare ogni giorno il mare ributtava sulla spiaggia e mi ricordo che un giorno avevo fatto una specie di costruzione, con quei rami, a metà strada tra la tenda e la pira funebre, ed era talmente grande e strana, di un bianco minerale, che la gente si mise a guardarla e due ragazzi piú o meno della mia età, fratelli, cercarono di unirsi a quello che dovevano considerare un gioco, e me lo chiesero amichevolmente, anche perché mi conoscevano già, e io ebbi la strana sensazione che se avessi risposto sì molte cose avrebbero perso anche quel minimo di senso che avevano, mentre se avessi detto no avrei poi dovuto continuare a dirlo sempre, come ho fatto.

    (stavo compiendo un rito e lo sapevo, ma non sapevo per chi era quella specie di altare. forse pensavo che una volta finito sarebbe successo qualcosa e una delle regole di questa religione neonata e senza oggetto era che dovevo finirlo da solo. il problema era ed è che tu non sai mai quando é finito, non c'è modo di saperlo se non te lo dice un angelo o una visione ma se ti fermi e non è il momento giusto sarà stato tutto inutile e per questo il rito continua e cambia forma mentre resta fermo che per la tua colpa non devi avere aiuto).

    comunque che amicizia vuoi fare, non c'è il tempo, ormai è impossibile andare più volte in vacanza nello stesso posto, se lo dici la gente ti guarda male, pensa che sei vecchio dentro, mentre i veri vecchi fanno le vacanze senza frontiere in burundi.
    conosco una tipa che ha fatto spesso questi viaggi senza frontiere, è andata nei paesi della spiritualità, con la sua macchina fotografica da duemila euro. ne ha tratto grande giovamento, anche se non mi ha detto se è riuscita a farti anche stantuffare dai nepalesi o dai compagni di viaggio. che, a giudicare dalle foto mostratemi, avevano tutti una ventina d'anni più di lei, a riprova che il vioggio è una cosa da vecchi.

    io conosco addirittura gente che si vergogna della casa al mare (in parte giustamente, trattandosi di squallidissime abitazioni popolari di 45 metri quadri con vista sulla fogna). il problema è sempre lo stesso e cioè che la vacanza,dovrebbe durare tre mesi, svolgersi in luogo isolato, tra persone capaci di darsi l'un l'altra qualche tipo di intrattenimento e quindi ad esempio saper suonare, essere piacevoli conversatori e/o conoscete approfonditamente i luoghi o le persone etc etc. servirebbe cioè una mini comunità indipendente, mentre i luoghi di vacanza sono posti dove si va per fare in un altro luogo quello che normalmente fai a casa il sabato e cioè oziare, bere, pagare per qualche spettacolo fatto da professionisti, cercare una puttana, augurarti che il risveglio non arrivi mai.

    io per esempio se fossi una persona socievole prenderei una villa da qualche parte e inviterei una decina di persone, anche sconosciute, per le quali però provo curiosità (perché ad es. ho letto qualcosa che hanno scritto, sentito parlare di loro, visto una foto che hanno fatto etc). chiaramente riempirei la casa di libri, di strumenti, metterei qualche gioco (un biliardo, ad esempio, un campetto da tennis etc) e imporrei, come unica regola, un pasto comune (cui non parteciperei, perché non mi piace mangiare davanti alla gente). infine, con i miei poteri invocherei delle tempeste brevi ma violente, in modo da evitare che la gente possa stare in casa solo per dormire e anche per rendere più vario il paesaggio.

    mi ricordo un'altra vacanza, dopo la maturità, mi feci convincere ad andare in spagna, un posto volgare già dal nome, con sette o otto personaggi discutibili. facemmo tipo un biglietto col quale saremmo potuti andare anche in Transilvania, potevamo girare un mese per l'Europa e invece andammo al mare in spagna, in un posto di cui non ricordo il nome. la massima aspirazione dei miei amici sembrava (dopo il chiavare e il drogarsi) riuscire a capitare in qualche rissa, perché erano frequenti e se ne diceva un gran bene. ricordo che una sera ci cacciarono da una discoteca per il nostro comportamento disdicevole, e dire che era piena di tedeschi ed irlandesi ubriachi marci che molestavano chiunque sfidandolo a boxare o vomitandogli sulle scarpe. comunque i miei amici se la presero un po' a male per quest'atto discriminatorio e il giorno successivo i due più fegatosi affittarono un motorino e mentre noi stavamo a guardare sfrecciarono davanti alla discoteca chiusa e tirarono un mattone contro la vetrata, che non si ruppe. allora (me lo ricordi come un sogno, ma è accaduto) tornarono indietro e provarono di nuovo, stavolta da fermi, ma quel vetro doveva essersi evoluto per resistere a queste critiche e infatti non si ruppe nemmeno la seconda volta. avremmo anche potuto continuare a provarci per tutto il pomeriggio perché in strada non c'era veramente nessuno, faceva un caldo micidiale ed erano tutti al mare o a in un sogno drogato. del resto eravamo drogati anche noi e dopo un po' di sconcerto ci mettemmo tutti a ridere come dei dementi.

    nuove amicizie ovviamente zero, eravamo già tanti e poi in quel posto tu dormivi fino alle tre di pomeriggio, mangiavi la prima merda che riuscivi a trovare, andavi al mare alle cinque e cominciavi a cercare l'atroca, eri costretto a fare due chiacchiere con chi ti vendeva la troca, poi avevi circa un'ora di grande ilarità (con chiunque, per qualsiasi motivo) o di terrificante paranoia (con sopra) e poi ci mettevi ore per lavarti e vestirti e a mezzanotte uscivi e andavi in posti allucinanti dove sarebbe già stato impossibile parlare con qualcuno anche se avesse saputo la tua lingua, figurati con degli stranieri. avevi qualche piccola possibilità di relazionarti con una femmina, purché fosse marcia al punto giusto, e lì non c'era bisogno di parlare granché, ma stringere un'amicizia in quelle condizioni... penso che non sarebbe riuscito nemmeno al più socievole dei parrucchieri ricchioni di puertorico.

    però prima (o dopo) stemmo un po' a barcellona e lì era molto meglio, se non fosse stato per quell'ossessione di trovare la troca e la pucchiacca, due cose che sembravano collegate e invece era il contrario. mi ricordo un paio di pomeriggi belli passati a girare a capocchia per la città e delle serate invece piuttosto angoscianti sempre per questa cosa dei locali, del dover conoscere gente, femmine, negri con la troca, femmine con la troca. io poi sapevo un po' l'inglese ma la maggior parte di quella gente parlava soli il suo dialetto e poi non è che aveva molto da dire perché era a sua volta alla ricerca di gente da cui comprare la troca, o cui vendere la troca, o femmine che volessero mostrare la loro libertà spirituale allargando lo cosce e io allora avrei dovuto capire che pur essendo giovane non dovevo, non potevo perdere il tempo a fare quel che non mi piaceva fare, mentre invece mi ci sono voluti ancora molti anni.

    e questa cosa, come al solito, la sentivo ma non la capii razionalmente finché non me la disse un altro, perché la nostra personalità é tutt'uno con la menzogna a la nostra coscienza si forma solo nello sguardo degli altri. e fu così che molti anni dopo mentre ero in un locale con degli amici che dovevano suonarci mi venne la cosa di uscire a fumare e poi rimasi fuori per diverso tempo, a guardare per aria e a fumare una sigaretta dopo l'altra e ciò era strano perché la situazione teoricamente era favorevole, mi trovavo tra gente conosciuta, in un posto abbastanza comodo, dive volendo avrei potuto parlare con degli amici, o anche con gente diversa che aveva però un paio di punti di contatto con me, femmine comprese, grazie alla lieve euforia alcolica, e però nonostante tutto questo non mi stavo divertendo, anzi letteralmente soffrivo, quindi continuavo a starmene fuori anche se sentivo che dentro avevano cominciato ed era musica nemmeno spiacevole, per cui a un tratto mi dissi che dovevo rientrare perché che cazzo stavo facendo lì fuori? allora feci due passi verso la porta del locale che però invece si aprì e venne fuori un tizio che conoscevo appena, uno che aveva fatto il mio stesso liceo ed era anche una persona non spregevole, per quanto lo conoscessi poco. e questo tizio mi guardò, mi riconobbe anche lui e disse mezzo sorridendo (fu la prima cosa che disse) "oé, sembri disperato", il che era perfettamente vero e chiaro e ovvio a tutti ma non a me, fino a quel momento. per cui dissi sì, esatto, lo scostai dall'ingresso con involontaria rudezza (lui non sa, non l'ho mai piú visto, che avrei dovuto ringraziarlo) ed entrai, e ruppi i coglioni a un amico per mezz'ora per farmi riportare a casa, dicendo che stavo male (e stavo male). da allora, lentamente ma sicuramente, ho lasciato quasi tutto ed è stato di certo un bene, per gli altri come per me.

    poi, mentre il numero dei miei conoscenti e le cose che facevo con loro si riducevano sempre di più, e mentre per me diventava sempre più difficile avere rapporti emotivi, e di conseguenza il mio comportamento diventava piú rigido, meccanico, e mi trovavo a parlare praticamente da solo, sebbene con la scusa di un computer e di un video... mentre tutto questo accadeva e la gente cominciava a farmi paura e ribrezzo, a partire da me, e anche il mio corpo cambiava per via della perdita di contatto con gli altri (tutti mutamenti di cui ero ormai consapevole, e che guardavo quasi con curiosità, con pena, e infine senza neanche piú quelle), mentre tutto ciò accade, perché il processo apparentemente non ha fine, non c'è limite a quel che si può abbandonare, se non la semplice morte, in tutto questo, comunque, mi sono chiesto parecchie volte fino a che punto la mia é stata una scelta. anche se ora è irreversibile, ci sono buone probabilità che che la scelta fosse un'altra, e queste conseguenze impreviste, per cui il mio non sarebbe altro che un ridicolo errore, il che comunque non mi impedisce di pensare che in fondo io resto un uomo, anzi possibilmente il più preciso esempio di uomo, come deve essere nel mondo che abbiamo.

    ha scritto il 

  • 3

    Ci sono descrizioni naturalistiche, informazioni storiche, qualche leggenda, ritratti di alcuni personaggi locali o foresti, e ogni tanto qualche considerazione nello stile umoristico di Twain.

    Ma la ...continua

    Ci sono descrizioni naturalistiche, informazioni storiche, qualche leggenda, ritratti di alcuni personaggi locali o foresti, e ogni tanto qualche considerazione nello stile umoristico di Twain.

    Ma la vera cosa interessante in questo libro è qualcosa che Twain non avrebbe forse mai sospettato:
    noi lettori che osserviamo lui.

    E’ un americano a cui l’imperialismo ed il capitalismo stanno come un abito su misura.
    Non è ancora l’epoca del politically correct, non ci sono ancora stati quei movimenti di opinione che hanno moderato un poco tali derive o, meglio, le hanno costrette ad ammantarsi di ipocrisia.
    Nel momento in cui suggerisce con quali sistemi San Francisco può trarre vantaggio e danaro dal collegamento con queste isole o lamenta che la poca presenza americana lasci tutto nella mani degli altri imperialisti, è genuinamente sincero.
    Non è certo il Melville di Typee che nel raccontare di luoghi simili ne avverte già l’inevitabile mutazione a contatto con l’uomo bianco e ne prova tristezza.
    Twain è affascinato dalla bellezza che lo circonda, ma questo paradiso lo vede già, senza rendersene conto, come una splendida meta commerciale e turistica, dove gli abitanti locali sono solo accessori folkloristici.

    Ottima l’invenzione di Brown, che viaggia con lui fornendo un contro altare pragmatico agli eventuali voli di fantasia dello scrittore.

    Solo il capitolo sul naufragio è in più, ma forse lo mise per accontentare il pubblico.

    ha scritto il