Lexico Familiar

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Publisher: Lumeneditorial

3.9
(5359)

Language: Español | Number of Pages: 272 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian , German

Isbn-10: 8426416004 | Isbn-13: 9788426416001 | Publish date: 

Category: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
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  • 4

    Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma ...continue

    Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: «Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna» o «De cosa spussa l’acido solfidrico», per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà
    - Egregio signor Lipmann, - e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre:
    - Finitela con questa storia! l’ho sentita già tante di quelle volte !

    Ci sono parole, aneddoti, frasi e pensieri che si tramandano di figlio in figlio, esperienze che si rivivono all'infinito nei ricordi, e a volte basta un accenno per ritrovare il calore e la complicità. La Ginsburg scrive un libro incentrato su questo,, sull'importanza di certi legami che dovrebbero essere indissolubili al di là delle differenze e delle incomprensioni. Lo fa con ironia e autoironia passeggiando con leggerezza (solo apparente) attraverso 40 anni di storia tra guerra fascismo esilio e resistenza nei quali ritroviamo personaggi famosi tirati in ballo per pura cronaca ma senza snobismo alcuno.

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  • 4

    “Il vocabolario dei nostri giorni andati”

    L’intuizione che fin dal titolo caratterizza e regge tutto il romanzo è la consapevolezza della persistenza, nel contesto di ogni famiglia, di una tela tessuta attraverso decenni dalle frasi, i modi d ...continue

    L’intuizione che fin dal titolo caratterizza e regge tutto il romanzo è la consapevolezza della persistenza, nel contesto di ogni famiglia, di una tela tessuta attraverso decenni dalle frasi, i modi di dire, gli aneddoti, i soprannomi, destinata ad avvolgere per tutta la vita la memoria dei suoi componenti.

    Idea semplice ma fondamentale, che non si può esprimere in modo più poetico di così: ”… Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei giorni andati, sono come i geroglifici negli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra…”

    Date queste premesse è evidente che l’efficacia di Lessico famigliare si collega in gran parte all’empatia che ciò suscita in noi stessi e sul riverbero che le “frasi” determinano nella nostra intima memoria. In me questo meccanismo ha funzionato particolarmente, predisponendomi ancor più al trasporto interiore del ricordo, perché alcune delle frasi che compongono il lessico di casa Levi-Ginzburg sono le medesime che mi sono state trasmesse per parte della mia famiglia materna; ciò mi ha meravigliato finchè non ho capito che derivava dall’origine del capofamiglia, essendo parecchie le assonanze dialettali fra dalmata e triestino (“il sempio”, “le babe”, “sbrodegare”…).

    Vi è poi da dire del particolare stile adottato nella narrazione, così asciutto, stringato, talmente lieve da sembrare troppo elementare e che inizialmente ho associato al punto di vista di una Ginzburg bambina, ma che invece prosegue attraverso gli anni, così che un arresto (siamo nel ventennio…), un esilio, perfino una morte, sono trattati alla stessa stregua del detto ricorrente di una cameriera o delle abitudini di una zia, cioè quasi en passant, senza sottolinearne il significato, senza alcuna neppur minima enfasi.

    Al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare anche in considerazione dell’etnia della famiglia Levi, neppure i fatti storici (l’epoca fascista, la guerra, i tedeschi, la resistenza, il primo dopoguerra) emanano particolare drammaticità, se non quella sottesa dalle nostre conoscenze pregresse, perché queste pagine sembrano evitare di trasmettere la portata emotiva degli eventi, costantemente smorzata e in sottotono.

    Un altro elemento che compone il quadro (qualcuno, incongruamente a mio parere, lo ha voluto leggere come un atteggiamento snob o radical-chic da parte della Ginzburg) è la sfilata di personaggi famosi che si affollano in queste pagine, ma d’altronde non ho rilevato compiacimento o piaggeria in una cronaca che fedelmente testimonia la straordinaria quantità di uomini famosi che hanno frequentato casa Levi-Ginzburg e che mi pare accompagni il cammino lieve della famiglia nei decenni con il passo grave e solenne della storia e della cultura italiana del tempo.

    Infine, ultimo colpo di sceneggiatura che ancora una volta sovverte le aspettative del lettore e i caposaldi delle saghe familiari, il romanzo non si chiude con l’inevitabile scomparsa degli ormai vecchi genitori, protagonisti di tutta la narrazione, ma con un ritorno delle frasi, quasi una cantilena che si intride di malinconia, il ritornello del lessico famigliare, che culmina con un affettuoso e un po’ stizzito: “Quante volte l’ho sentita contare questa storia!”

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  • 3

    Famiglia, lessico quotidiano e ormai storico, vicende tra fratelli, parenti e zii vicini o lontani. Storie e ricordi di amici, che sono la famiglia che ti scegli e in sordina riempiono anche loro le p ...continue

    Famiglia, lessico quotidiano e ormai storico, vicende tra fratelli, parenti e zii vicini o lontani. Storie e ricordi di amici, che sono la famiglia che ti scegli e in sordina riempiono anche loro le pagine di Natalia Ginzburg.

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  • 5

    Avevo molta voglia di rileggere questo libro: lo ricordavo come il mio preferito, una lettura imposta a scuola che mi aveva affascinato e che non avevo mai dimenticato. Oggi posso dire che di libri co ...continue

    Avevo molta voglia di rileggere questo libro: lo ricordavo come il mio preferito, una lettura imposta a scuola che mi aveva affascinato e che non avevo mai dimenticato. Oggi posso dire che di libri come questo ne ho letti tanti e la stessa Ginzburg racconta in più occasioni della sua famiglia e certi aneddoti e la sua biografia mi sono familiari anche grazie ad altri scrittori. La fascinazione, però, e l'affetto per questo libro non sono cambiati; quello che forse è cambiato è la consapevolezza odierna del motivo di questa attrazione, un'attrazione per quel mondo e quei tempi, tanto bui, ma così tanto ricchi di storie, di esperienze, di vita e, paradossalmente, di speranza.

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  • 3

    La rilettura ha modificato di poco l'opinione e il ricordo di un libro letto negli anni in cui allor che al fianco m'era, parlando, il mio possente errore sempre, ov'io fossi.

    Il libro ha due grandi ...continue

    La rilettura ha modificato di poco l'opinione e il ricordo di un libro letto negli anni in cui allor che al fianco m'era, parlando, il mio possente errore sempre, ov'io fossi.

    Il libro ha due grandi punti di forza. L'escamotage di usare il lessico come strumento per parlare di una memoria assai più ampia, costruendo così una lingua personalissima ma sempre funzionale al racconto, e una apparente levità di tono come grimaldello che apre la porta del periodo più drammatico della storia italiana degli ultimi cent'anni.
    In rilettura a questo aggiungerei la constatazione di una grande maestria nel togliere. A rendere il libro efficace è stata la capacità di lasciare (per torinesissimo pudore?) ampie zone d'ombra, di non raccontato, di schivato. Così un tizio che si conosce in una riga, due righe dopo lo si sposa. E chi muore, muore. Senza tanto preavviso e generando breve riflessione. Così è la vita.

    Resta però un segno di crepuscolo. Questo libro narra la fine di un'epoca, la fine di una "buona borghesia". In maniera inconsapevole, però. Narrando un mondo che si suppone immutabile e immutevole, e in cui grande tempra morale è possibile grazie alla servetta che stira le camicie. Di romanzi di decomposizione della borghesia ne esistono di assai più efficaci, in cui è la forma romanzesca, più che quella cronachistica, a dare l'efficacia.

    Per questo, nella ripetizione di Mario e Gino, buoni salotti e skiate in montagna, in compagnia di Turati e Pavese, si cela un fondo di noia, di ripetitività di uno schema, di incapacità di inserire nel libro qualcosa, una qualunque cosa, da cui emerga consapevolezza. Invece pare restare solo rimpianto. Per questo, io, considero questo libro solo un buon libro e non, come tanti altri fanno, un capolavoro.

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    Nota a margine si stampo politico e sapore Gramsciano, non fosse che io ho letto assai poco di Gramsci e dunque non ne avrei titolo.
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    Oggi va di moda ricordare i grandi intellettuali che misero in moto il Partito d'Azione come gli uomini veramente liberi e i leader che avrebbero potuto, se lo scontro DC-PCI non li avesse spazzati dalla Storia, aiutarci a costruire un paese più giusto e più onesto, più corretto e meno corrotto, più moderno e più civile. Vero: e sono loro i protagonisti di questo libro. Lussu, Ginzburg, Calamandrei, (Olivetti ?), continuate voi la lista. Uomini grandi. Certo. Incapaci di recepire che il modello della loro grandezza non era replicabile, perchè mutate profondamente le condizioni sociali. Uomini che potevano parlare da un piedistallo che allora sembrava naturale ma che era in realtà costruito da una condizione di privilegio sociale incompatibile con le istanze di libertà che proclamavano. C'era una regola di comportamento, un ethos condiviso, nella loro proposta. Mancava totalmente il modello sociale che permettesse di attuarla, mancava l'idea di società del domani in grado di sostentere quell'ethos. Anche per questo furono sconfitti dalla storia.

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  • 4

    Uno sguardo al passato, con nostalgia

    Natalia, ultima di cinque figli in casa Levi, in questo diario o memoriale racconta in modo defilato, essenziale, lucido e colloquiale la storia della sua famiglia. Lo fa descrivendo dettagli, che a v ...continue

    Natalia, ultima di cinque figli in casa Levi, in questo diario o memoriale racconta in modo defilato, essenziale, lucido e colloquiale la storia della sua famiglia. Lo fa descrivendo dettagli, che a volte sembrano insignificanti, evidenziando il linguaggio, i modi di dire e le abitudini. Ogni famiglia ha i suoi tratti caratteristici, le sue espressioni, le sue peculiarità che legano indissolubilmente gli individui e che riportano alla memoria aneddoti, eventi e persone del passato. Parole particolari, quasi un codice segreto, che hanno il potere di evocare istantaneamente, in ogni momento, la nostra famiglia, il luogo della nostra origine, la nostra comunità di affetti e di intenti, ciò che è stato e inevitabilmente non sarà più.

    In questo racconto fatto di istantanee non in ordine cronologico, esce piano piano il ritratto di un'epoca, quella che va circa dagli anni trenta agli anni 50 del novecento. L'ascesa del fascismo e di Mussolini, l'istituzione delle leggi razziali, la guerra, la Resistenza. La Storia raccontata dalla finestra della quotidianità, dei gesti, dei racconti, dei dialoghi durante i pranzi.

    Tante persone dell'ambiente ebraico e antifascista dell'epoca emergono in quanto frequentatori della famiglia Levi. Tra le altre, Cesare Pavese, Filippo Turati, Adriano Olivetti, Luigi Salvatorelli, Anna Kuliscioff, Giulio Einaudi. Ognuna di queste è rappresentata con pochi tratti distintivi, sufficienti però a caratterizzarle. Non entra troppo nel merito, la Ginzburg. Non vuole descrivere minuziosamente, forse perché questo l'avrebbe costretta a prendere una chiara posizione. Ma gli episodi narrati ci consentono di farci una idea delle persone, del periodo, delle idee politiche e di tutto il contesto storico.

    Un libro delicato, che, con il suo stile semplicissimo, mi ha conquistato.

    L'unica cosa che mi ha lasciato qualche dubbio è una sorta di snobismo di fondo, una distinzione tra sinistra intellettuale e persone del popolo. Lamentarsi di avere pochi soldi e avere due "serve" in casa, dire che non si parla di politica con la serva e altre frasi del genere le ho ritenute un po' sopra le righe. Ma chissà, forse, a quel tempo, si usava dire così senza porsi troppi problemi di politically correct...

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  • 4

    Ingredienti: una famiglia ebrea torinese nel novecento, tanti ricordi linguistici come legami tra i suoi membri, piccoli episodi ordinari dentro grandi fatti storici, vari personaggi famosi (Turati, C ...continue

    Ingredienti: una famiglia ebrea torinese nel novecento, tanti ricordi linguistici come legami tra i suoi membri, piccoli episodi ordinari dentro grandi fatti storici, vari personaggi famosi (Turati, Casorati, Olivetti, Pavese) entrati in contatto con una famiglia eccezionale.
    Consigliato: a chi sa coglie lo straordinario nella vita quotidiana, a chi sa scoprire semi di vita nella magia delle parole.

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  • 5

    Il miracolo della lettura è proprio questo: rileggere dopo più di vent'anni un libro e continuare ad emozionarsi. Un romanzo perfetto che descrive non solo una famiglia, ma un'epoca in una Torino che ...continue

    Il miracolo della lettura è proprio questo: rileggere dopo più di vent'anni un libro e continuare ad emozionarsi. Un romanzo perfetto che descrive non solo una famiglia, ma un'epoca in una Torino che non sembra cambiata da allora.

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