Libera nos a malo

Di

Editore: Arnoldo Mondadori

4.1
(1093)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 324 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese

Isbn-10: 8804455152 | Isbn-13: 9788804455158 | Data di pubblicazione:  | Edizione 10

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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  • 4

    LIBRO PARLATO E IDENTITÀ

    Rivelato da Bassani nel 1963 proprio con questo scritto, il veneto Meneghello è una voce narrativa che è utile scoprire ma soprattutto ascoltare. Come si fa ad ascoltare un libro quando lo si legge? L ...continua

    Rivelato da Bassani nel 1963 proprio con questo scritto, il veneto Meneghello è una voce narrativa che è utile scoprire ma soprattutto ascoltare. Come si fa ad ascoltare un libro quando lo si legge? Lo si potrebbe declamare a voce alta ma solo uno di Malo lo saprebbe fare, eppure a più riprese ci ho tentato ma le mie corde vocali, cristallizzate ormai da tempo immemore sulla altrettanto bella e complessa fonetica sarda, non riescono a produrre quei suoni che ho potuto solo immaginare. Sarebbe allora bello pensare ad un vero e proprio audiolibro che potrebbe restituire, penso, tutto il valore dell’opera. Si badi bene, con ciò non sto minimamente affermando che non sia fruibile in altro modo, anzi me ne guardo bene. L’opera, scrittura mista oscillante tra il memoriale e il reportage, è scritta in ottima lingua italiana ma gioca su più livelli linguistici facendo leva sul latino- basti pensare solo al titolo- sull’inglese, l’autore visse in Inghilterra dove fondò e diresse a Reading la cattedra di Letteratura italiana, sul francese e sull’italiano stesso , per quanto mi è stato possibile dedurre.
    Sul filo della memoria Meneghello restituisce intatto un mondo, quello del suo paese natio, fornendo una galleria di tipi umani, di situazioni, di storie che nella loro autenticità hanno il potere di far godere della lettura come se fosse un film in presa diretta, con l’audio sporco, disturbato. Non c’è una narrazione vera e propria, si fatica soprattutto nella prima parte a seguire il filo che , seppur debole, è presente e ci porta a immergerci nella vita di una comunità fatta di una pluralità che l’autore non vuole focalizzare su un unico nucleo famigliare anche se poi, inevitabilmente, la forza centripeta porta alla sua famiglia, una tra le tante che compongono quell’universo. Se poi chi racconta condisce il tutto con una godibilissima ilarità e una sagacità linguistica ci si ritrova a sorridere di quel fazzoletto di terra, di quella gente e incredibilmente ci si ritrova, penso, in tutte le regioni della nostra Italia. L’educazione cattolica, il latino delle messe mal digerito e mai compreso, il patrimonio linguistico, la storia che entra prepotente in casa e nemmeno si capisce perché ci travolge, l’esigenza di comunicare nella nostra lingua madre o per altri in dialetto quando la potenza dell’altra nostra lingua materna non ha la parola nel suo infinito, e ancora sconosciuto ai più, lessico. La musicalità della lingua parlata, le sfumature lessicali, la sintassi concorrono a evidenziare le sfumature culturali che ci caratterizzano e il libro di Meneghello riesce a far percepire e a far riflettere, soprattutto quando si abbandona a deliziose divagazioni saggistiche ( linguistiche e antropologiche), sul senso della nostra identità, della nostra cultura, dei nostri valori, del nostro essere.
    Liberarci di tutto questo è mai possibile?
    No. La lingua, l’appartenenza geografica, la cultura materiale, il sistema di valori che ci formano da piccoli li portiamo con noi per tutta la vita in qualsiasi parte del mondo anche oggi quando tutto appare ibrido. Ottimo pertanto il valore culturale di quest’opera , ne consiglio la lettura lenta e sono certa che offrirà a tutti ottimi spunti di riflessione e una certa identità ritrovata.

    ha scritto il 

  • 5

    Lo iniziai diversi anni fa, ma lo abbandonai dopo poche decine di pagine; oggi, dopo averlo finito, non riesco proprio a giustificare tale abbandono. Il libro mi è piaciuto assai, anche perché - più c ...continua

    Lo iniziai diversi anni fa, ma lo abbandonai dopo poche decine di pagine; oggi, dopo averlo finito, non riesco proprio a giustificare tale abbandono. Il libro mi è piaciuto assai, anche perché - più che leggerlo - mi sembrava che me lo stessero raccontando Marco Paolini o Natalino Balasso. Ricordando un mondo che non c'è più, ci fa anche divertire molto: la "Madonna in orbita" vale da sola tutto il libro. Adesso mi sono messa alla ricerca di "Pomo pero" che, fuori da ogni catalogo, pare introvabile.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    "Le cose sono al loro posto, gli spazi immutati."

    "Il paese di una volta aveva un suo pregio: formava una comunità umana modesta ma organica. Ci conoscevamo tutti, il rapporto tra i vecchi e i giovani era più naturale, il rapporto tra gli uomini e le ...continua

    "Il paese di una volta aveva un suo pregio: formava una comunità umana modesta ma organica. Ci conoscevamo tutti, il rapporto tra i vecchi e i giovani era più naturale, il rapporto tra gli uomini e le cose era stabile, ordinato, duraturo. Duravano le case, le piccole opere pubbliche, gli arredi, gli oggetti dell'uso: tutto era incrostato di esperienze e di ricordi ben sovrapposti gli uni agli altri. Gli utensili domestici avevano una personalità più spiccata, si sentiva la mano dell'artigiano che li aveva fatti; la parsimonia stessa del vivere li rendeva più importanti. Perfino i giochi dei bambini erano più seri: meno giocattoletti di plastica, meno sciocchezze. Tutto costava e valeva di più: perfino le palline di marmo, le figurine con cui si giocava erano tesori.
    Le stagioni avevano più senso, perchè vedute negli stessi luoghi, sopportate nelle stesse case. Sembrava quasi che anche la vita privata avesse più senso, o almeno un senso più pieno, proprio perchè era indistinguibile dalla vita pubblica di ciascuno. Si veniva al mondo con una persona pubblica già ben definita: Chi sei tu? Un Rana, un Cimberle, un Marchioro? Di quali Marchioro: Fiore, Risso, Còche, Culatta, Culattella? Dove non bastavano i nomi di famiglia, intervenivano i soprannomi di famiglia a definire l'identità di ciascuno. Si era al centro di una fitta rete di genealogie, di occupazioni ereditarie, di tradizioni, di aneddoti."
    Il senso di appartenenza ad un luogo e alla sua comunità, il culto delle radici e del proprio dialetto quale lingua che può sprigionare dal di dentro la verità, il conoscere l'alternarsi delle stagioni sempre nel luogo natio mi hanno infuso un sentimento di circolarità, di tempo imperfetto perchè non definito o definibile come tale, di un tempo che potrebbe essere stato 5 anni prima oppure 20, tanto tutto cambia per ripresentarsi sotto altre sembianze. E' un tempo quasi al di fuori della storia, che rassicura, perchè si appartiene ad un luogo preciso e ad una comunità con una sua identità. Un luogo dove il lavoro conta, perchè altrimenti non si sopravvive, quindi si deve farlo con "bravura" e con operosità. "Noi non eravamo una società rurale, eravamo un paese, con le sue arti, il suo work creativo, fatto di abilità e non solo di pazienza. Per questo ci sentivamo parte di un mondo...Il paese era una struttura veramente fatta a misura dell'uomo, fatta letteralmente dai nostri compaesani, e quindi adatta alla scala naturale della nostra vita. Quello che c'era era stato fatto in buona parte lì, oggi invece le cose scendono dall'alto..."
    E nel piccolo paese l'amicizia assume un ruolo necessario, fondamentale per poter capire meglio la vita e goderne dei momenti più felici e spensierati, anche se poi da adulti ci si dimentica ciò che ci ha accomunato.
    "A volte pare che siamo amici perchè eravamo amici; spesso non abbiamo molto da dirci, tranne parlare di quando eravamo amici. Nasce tutto un culto dei fatti del passato; riuniti alla sera, non siamo mai stanchi di ripetere le storie e gli aneddoti di un repertorio che anche le mogli sanno ormai da molto tempo a memoria".
    Mi lascio cullare dalle parole e dai ricordi di un giorno d'estate, un giorno perfetto, un giorno qualunque e anonimo che forse non sai che sarà perfetto, e felice, quando il poco, lo stare assieme, il bacio della natura, una gioia semplice, l'affetto delle persone che contano e il sentirsi protetto da sguardi amichevoli, possono costituire il fotogramma della felicità.
    "Mezzogiorno col sole, quando l'estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio padre scambiando poche parole, attendendo gli amici, osservando la gente che conosciamo.
    Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori della portata della morte. Rabbrividivo al sole.
    Le cose sono al loro posto, gli spazi immutati."

    ha scritto il 

  • 4

    Libera nos a Malo di Meneghello racconta la storia più autobiografica che non del paesino vicentino di Malo dagli anni '20 fino agli anni '60 del secolo scorso. Mi si perdonerà l'eresia, ma il gusto d ...continua

    Libera nos a Malo di Meneghello racconta la storia più autobiografica che non del paesino vicentino di Malo dagli anni '20 fino agli anni '60 del secolo scorso. Mi si perdonerà l'eresia, ma il gusto del libro mi è parso pienamente proustiano, con forse la differenza di una nota di malinconia e dolore crescente. I giochi da bambini, le Compagnie, come era intesa la religione e il culto dei santi (Era molto potente presso di noi Sant'Antonio, persona ordinata e di buona memoria, che faceva trovar la roba a chi la perdeva... Anche mia nonna quando da piccolo le dicevo che avevo perso qualcosa mi diceva di dire una preghiera a Sant'Antonio, forse più per scherzare che non... forse), le note di costume sui rapporti maschio-femmina... Meneghello nelle note conclusive dice che forse da fuori non si capisce bene, ma io penso che si capisca tutto benissimo: Perché stiamo qui?

    ha scritto il 

  • 5

    Finisce che si diventa grandi. Come Pinocchio.

    Ho letto alcune tra le precedenti recensioni e non sto qui a dire molto altro, se non che Meneghello è linguista divertito, corre a Malo per entrare nella carne del suo paese e del mondo, incominciand ...continua

    Ho letto alcune tra le precedenti recensioni e non sto qui a dire molto altro, se non che Meneghello è linguista divertito, corre a Malo per entrare nella carne del suo paese e del mondo, incominciando da quella parte del corpo che è la lingua, una cosa che si muove a comando e autonomamente.

    Come mi è dispiaciuto staccarmi da questo Libera nos a Malo. Ne ho rallentato la conclusione all'inverosimile, pur di averlo ancora come compagno serale.

    ha scritto il 

  • 0

    Dialettologia - parte I

    Leggendo (il saggio introduttivo di Segre) ho la conferma definitiva che la mia lingua madre è stata l'italiano letterario.
    I dialetti e le lingue altre - pugliese del nord, napoletano, romanesco sono ...continua

    Leggendo (il saggio introduttivo di Segre) ho la conferma definitiva che la mia lingua madre è stata l'italiano letterario.
    I dialetti e le lingue altre - pugliese del nord, napoletano, romanesco sono venuti dopo - uno per differenziazione, uno per emulazione e il terzo per inconsapevole assimilazione. Ma che tristezza.

    ha scritto il 

  • 5

    Libera nos a malo è un piccolo capolavoro che con grande ironia racconta di un recente passato ormai scomparso (lo era già al tempo della stesura del libro, nel 1963) senza indulgere direttamente nell ...continua

    Libera nos a malo è un piccolo capolavoro che con grande ironia racconta di un recente passato ormai scomparso (lo era già al tempo della stesura del libro, nel 1963) senza indulgere direttamente nella malinconia, se non forse nelle ultime pagine. Malinconia che tuttavia si manifesta nello stesso umorismo con cui sono raccontati gli episodi della vita del paese; anche in quelli più tragici l'autore non risparmia una battuta finale, una descrizione aggiuntiva che strappano un sorriso.
    Una nota a parte deve essere dedicata all'uso della lingua. Meneghello si avvale al contempo sia di un italiano estremamente colto e raffinato che del dialetto del suo paese, con una totale padronanza della lingua. Egli esprime quindi la sua concezione, secondo cui il dialetto è la lingua per lui più vicina alla realtà, le parole in dialetto sono l'oggetto a cui si riferiscono, mentre i termini italiani risultano delle semplici etichette.

    ha scritto il 

  • 4

    Questa lettura è un piacere semplice ma appagante. I ricordi di un mondo diverso, sicuramente migliore e che purtroppo non c'è più scritti in modo piano senza elucubrazioni intellettuali o astratte. ...continua

    Questa lettura è un piacere semplice ma appagante. I ricordi di un mondo diverso, sicuramente migliore e che purtroppo non c'è più scritti in modo piano senza elucubrazioni intellettuali o astratte. Meraviglioso!i

    ha scritto il 

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