Libera nos a malo

Di

Editore: Arnoldo Mondadori

4.1
(1073)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 324 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese

Isbn-10: 8804455152 | Isbn-13: 9788804455158 | Data di pubblicazione:  | Edizione 10

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    "Le cose sono al loro posto, gli spazi immutati."

    "Il paese di una volta aveva un suo pregio: formava una comunità umana modesta ma organica. Ci conoscevamo tutti, il rapporto tra i vecchi e i giovani era più naturale, il rapporto tra gli uomini e le ...continua

    "Il paese di una volta aveva un suo pregio: formava una comunità umana modesta ma organica. Ci conoscevamo tutti, il rapporto tra i vecchi e i giovani era più naturale, il rapporto tra gli uomini e le cose era stabile, ordinato, duraturo. Duravano le case, le piccole opere pubbliche, gli arredi, gli oggetti dell'uso: tutto era incrostato di esperienze e di ricordi ben sovrapposti gli uni agli altri. Gli utensili domestici avevano una personalità più spiccata, si sentiva la mano dell'artigiano che li aveva fatti; la parsimonia stessa del vivere li rendeva più importanti. Perfino i giochi dei bambini erano più seri: meno giocattoletti di plastica, meno sciocchezze. Tutto costava e valeva di più: perfino le palline di marmo, le figurine con cui si giocava erano tesori.
    Le stagioni avevano più senso, perchè vedute negli stessi luoghi, sopportate nelle stesse case. Sembrava quasi che anche la vita privata avesse più senso, o almeno un senso più pieno, proprio perchè era indistinguibile dalla vita pubblica di ciascuno. Si veniva al mondo con una persona pubblica già ben definita: Chi sei tu? Un Rana, un Cimberle, un Marchioro? Di quali Marchioro: Fiore, Risso, Còche, Culatta, Culattella? Dove non bastavano i nomi di famiglia, intervenivano i soprannomi di famiglia a definire l'identità di ciascuno. Si era al centro di una fitta rete di genealogie, di occupazioni ereditarie, di tradizioni, di aneddoti."
    Il senso di appartenenza ad un luogo e alla sua comunità, il culto delle radici e del proprio dialetto quale lingua che può sprigionare dal di dentro la verità, il conoscere l'alternarsi delle stagioni sempre nel luogo natio mi hanno infuso un sentimento di circolarità, di tempo imperfetto perchè non definito o definibile come tale, di un tempo che potrebbe essere stato 5 anni prima oppure 20, tanto tutto cambia per ripresentarsi sotto altre sembianze. E' un tempo quasi al di fuori della storia, che rassicura, perchè si appartiene ad un luogo preciso e ad una comunità con una sua identità. Un luogo dove il lavoro conta, perchè altrimenti non si sopravvive, quindi si deve farlo con "bravura" e con operosità. "Noi non eravamo una società rurale, eravamo un paese, con le sue arti, il suo work creativo, fatto di abilità e non solo di pazienza. Per questo ci sentivamo parte di un mondo...Il paese era una struttura veramente fatta a misura dell'uomo, fatta letteralmente dai nostri compaesani, e quindi adatta alla scala naturale della nostra vita. Quello che c'era era stato fatto in buona parte lì, oggi invece le cose scendono dall'alto..."
    E nel piccolo paese l'amicizia assume un ruolo necessario, fondamentale per poter capire meglio la vita e goderne dei momenti più felici e spensierati, anche se poi da adulti ci si dimentica ciò che ci ha accomunato.
    "A volte pare che siamo amici perchè eravamo amici; spesso non abbiamo molto da dirci, tranne parlare di quando eravamo amici. Nasce tutto un culto dei fatti del passato; riuniti alla sera, non siamo mai stanchi di ripetere le storie e gli aneddoti di un repertorio che anche le mogli sanno ormai da molto tempo a memoria".
    Mi lascio cullare dalle parole e dai ricordi di un giorno d'estate, un giorno perfetto, un giorno qualunque e anonimo che forse non sai che sarà perfetto, e felice, quando il poco, lo stare assieme, il bacio della natura, una gioia semplice, l'affetto delle persone che contano e il sentirsi protetto da sguardi amichevoli, possono costituire il fotogramma della felicità.
    "Mezzogiorno col sole, quando l'estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio padre scambiando poche parole, attendendo gli amici, osservando la gente che conosciamo.
    Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori della portata della morte. Rabbrividivo al sole.
    Le cose sono al loro posto, gli spazi immutati."

    ha scritto il 

  • 4

    Libera nos a Malo di Meneghello racconta la storia più autobiografica che non del paesino vicentino di Malo dagli anni '20 fino agli anni '60 del secolo scorso. Mi si perdonerà l'eresia, ma il gusto d ...continua

    Libera nos a Malo di Meneghello racconta la storia più autobiografica che non del paesino vicentino di Malo dagli anni '20 fino agli anni '60 del secolo scorso. Mi si perdonerà l'eresia, ma il gusto del libro mi è parso pienamente proustiano, con forse la differenza di una nota di malinconia e dolore crescente. I giochi da bambini, le Compagnie, come era intesa la religione e il culto dei santi (Era molto potente presso di noi Sant'Antonio, persona ordinata e di buona memoria, che faceva trovar la roba a chi la perdeva... Anche mia nonna quando da piccolo le dicevo che avevo perso qualcosa mi diceva di dire una preghiera a Sant'Antonio, forse più per scherzare che non... forse), le note di costume sui rapporti maschio-femmina... Meneghello nelle note conclusive dice che forse da fuori non si capisce bene, ma io penso che si capisca tutto benissimo: Perché stiamo qui?

    ha scritto il 

  • 5

    Finisce che si diventa grandi. Come Pinocchio.

    Ho letto alcune tra le precedenti recensioni e non sto qui a dire molto altro, se non che Meneghello è linguista divertito, corre a Malo per entrare nella carne del suo paese e del mondo, incominciand ...continua

    Ho letto alcune tra le precedenti recensioni e non sto qui a dire molto altro, se non che Meneghello è linguista divertito, corre a Malo per entrare nella carne del suo paese e del mondo, incominciando da quella parte del corpo che è la lingua, una cosa che si muove a comando e autonomamente.

    Come mi è dispiaciuto staccarmi da questo Libera nos a Malo. Ne ho rallentato la conclusione all'inverosimile, pur di averlo ancora come compagno serale.

    ha scritto il 

  • 0

    Dialettologia - parte I

    Leggendo (il saggio introduttivo di Segre) ho la conferma definitiva che la mia lingua madre è stata l'italiano letterario.
    I dialetti e le lingue altre - pugliese del nord, napoletano, romanesco sono ...continua

    Leggendo (il saggio introduttivo di Segre) ho la conferma definitiva che la mia lingua madre è stata l'italiano letterario.
    I dialetti e le lingue altre - pugliese del nord, napoletano, romanesco sono venuti dopo - uno per differenziazione, uno per emulazione e il terzo per inconsapevole assimilazione. Ma che tristezza.

    ha scritto il 

  • 5

    Libera nos a malo è un piccolo capolavoro che con grande ironia racconta di un recente passato ormai scomparso (lo era già al tempo della stesura del libro, nel 1963) senza indulgere direttamente nell ...continua

    Libera nos a malo è un piccolo capolavoro che con grande ironia racconta di un recente passato ormai scomparso (lo era già al tempo della stesura del libro, nel 1963) senza indulgere direttamente nella malinconia, se non forse nelle ultime pagine. Malinconia che tuttavia si manifesta nello stesso umorismo con cui sono raccontati gli episodi della vita del paese; anche in quelli più tragici l'autore non risparmia una battuta finale, una descrizione aggiuntiva che strappano un sorriso.
    Una nota a parte deve essere dedicata all'uso della lingua. Meneghello si avvale al contempo sia di un italiano estremamente colto e raffinato che del dialetto del suo paese, con una totale padronanza della lingua. Egli esprime quindi la sua concezione, secondo cui il dialetto è la lingua per lui più vicina alla realtà, le parole in dialetto sono l'oggetto a cui si riferiscono, mentre i termini italiani risultano delle semplici etichette.

    ha scritto il 

  • 4

    Questa lettura è un piacere semplice ma appagante. I ricordi di un mondo diverso, sicuramente migliore e che purtroppo non c'è più scritti in modo piano senza elucubrazioni intellettuali o astratte. ...continua

    Questa lettura è un piacere semplice ma appagante. I ricordi di un mondo diverso, sicuramente migliore e che purtroppo non c'è più scritti in modo piano senza elucubrazioni intellettuali o astratte. Meraviglioso!i

    ha scritto il 

  • 5

    Libera nos...a Malo, tra Padova, Vicenza e la nostra infanzia

    “Il dialetto è per certi versi realtà e per altri versi follia” dice Meneghello che è riuscito, nel corso della sua opera, a offrire sempre quel sapore e quell'odore di certe drogherie rimaste ferme ...continua

    “Il dialetto è per certi versi realtà e per altri versi follia” dice Meneghello che è riuscito, nel corso della sua opera, a offrire sempre quel sapore e quell'odore di certe drogherie rimaste ferme nel tempo, cambiando in maniera impercettibile i prodotti, ma rimanendo fedele soprattutto a quelli del secolo andato... pregnanti e saporiti, chiaramente passati ma ancora sorprendentemente efficaci, sembrerebbe, prima per l'anima e poi per il corpo...e se sono caramelle sicuramente saranno balsamiche, liquorose, ma mai dolciastre. Di quelle che bisogna farci la bocca, perchè sapore assolutamente particolare, ma anche liquore che va giù come fosse sciroppo, brodo di giuggiole o altri elisir di terra veneta. Così è quel “classico moderno” , quel capolavoro distillato nel 1963 che porta l'etichetta un po' ingiallita di “Libera nos a malo”. Un testo che dimostra i suoi anni, sia nella struttura che nella scrittura, ma che ha mantenuto la freschezza ed il calore tutto, con la sensazione di rivisitare quel luminoso mondo del suo paese natale sotto la lente precisa e potente di questo scrittore. Aprirlo a caso e cominciarne la lettura, è il modo più rapido per cogliere frammenti o piene pagine che brillano di luce propria. Si può intendere che questo lavoro è di una fattura eccellente, ma sarebbe più giusto parlare di sensazioni che lascia, di magia che crea. Perchè Meneghello canta a memoria, di mondi ormai scomparsi, ma lo fa con la sua “alchimia linguistica”, composta dalle esperienze di una vita concreta e movimentata (la Resistenza, l'azionismo) e dal suo lavoro di ricerca linguistica nelle università inglesi, nello studio filologico di quel dialetto veneto, indispensabile per la sua prosa fatta di innesti precisi, di modi gergali, neologismi, acclamazioni estreme ma così utili per soppesare anche la psicologia di questa parte d'Italia, delle sue trasformazioni e delle tenaci resistenze ad accoglierle, del carattere molte volte stereotipato nell'immaginario di quegli anni con la giovane domestica emigrata a Milano o Roma, con il prete dall'accento marcato e il piacere per il suo vin santo, dalle chiese e dalle case, serbatoio di voti della grande “balena bianca” o meglio conosciuta come Democrazia cristiana...E qui Meneghello parte dalle fronde degli alberi, fino alle radici più profonde, e nel gioco efficace di ricordi e situazioni, ci si riporta bambini, e si vedono riaffiorare nella superficie della coscienza non solo ricordi, ma anche odori e momenti rimossi, magari proibiti e poco compresi, di un età in cui si sperimenta con il massimo della libertà e con un solo filo di paura che tenta in tutti i modi di tenerci fermi. “Libera nos a malo” è tutto questo e di più, perché di rara bellezza è anche la descrizione di quel mondo contadino ormai estintosi, tra il vicentino e il padovano, nel paese di Malo, negli anni che vanno dal'20 al 1930 circa, dove l'autore riesce a trasformare il personale in uno spazio infinito, parole lentamente accostate ai suoni, lavorate e scelte affinchè si accostino a quella sintassi spezzata e riaccolta, associata e modellata agli urli, ai versi, ai canti, come ai dolori dell'istrionico e burbero, ironico e malizioso mondo campagnolo. Tanto coinvolgente per quell'associazione libera del discorso, che come una biscia scivola tra erbe ed arbusti, fino a trovare le robuste radici, l'inconscio collettivo di un'intera comunità. E' quindi un narratore apparentemente di superfice, che scavando nella terra della propria memoria, sfogliando il vocabolario “veneto-italiano”, riesce a renderci anche ciò che ci appartiene da lontano, o che abbiamo ereditato tramite parole o leggende, più pittoresche che altro, quasi comiche se non per quella capacità di reazione, anche di fronte alla miseria più pura. E ci si accorge oggi come questo romanzo frantumato(ma dalla struttura solidissima) sia uno degli ultimi messaggi di salvataggio verso questo Veneto che va, o è andato, inesorabilmente verso l'annientamento d'ogni ricordo, di ogni identità naturale. Quella sua miscela d'antica drogheria, questo linguaggio infantile quanto fantasioso che va a ripescare il dimenticato, Meneghello lo utilizza per cercare ancora, fra la storia degli adulti, degli uomini ex bambini, diventati malgrado loro, maturi. Il dialetto quindi come luogo della memoria in un legame con la lingua e la ricerca più raffinata...ne esce un connubio di plurilinguìsmo, piani prelogici e antilogici, comicità e struggente malinconia. Ma soprattutto un' uscita verso la trasgressione di tutto ciò che è “granitico centralismo” rispetto alla lingua italiana d'accademia. Meneghello, che trascura tendenze e mode, rende la sua cultura attuale nel modo più capace e spontaneo, tanto da ritrovarsi tra i migliori esempi di narrativa sperimentale ma senza le dissonanze e gli stridii della scrittura informale. Ci si ritrovano sentimenti profondi in questo romanzo, ci si diverte anche, con una prosa che non ci lascia mai da soli...partendo da tutto ciò che abbiamo sentito da piccoli, “Libera nos a Malo” ci riaccende e ci umanizza ogni via, rendendogli la polvere necessaria, per continuare il rapporto con i nostri luoghi, con i nostri giochi dimenticati....un romanzo che lascia il segno anche se veneti non si è, proprio per questo narrare dal vasto raggio, che non ci permette di atterrare ma ci riporta ad ogni contatto con la terra, quella di origine, quella in cui camminiamo, quella che ci ha sporcato tutte le volte che abbiamo giocato.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro da leggere nelle scuola, se non altro in quelle venete!

    'Mezzogiorno col sole, quando l'estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio ...continua

    Un libro da leggere nelle scuola, se non altro in quelle venete!

    'Mezzogiorno col sole, quando l'estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio padre scambiando poche parole, attendendo gli amici, osservando la gente che conosciamo.
    Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori della portata della morte. Rabbrividivo al sole'

    ha scritto il 

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