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Liberali d'Italia

Di ,

Editore: Rubbettino

3.0
(2)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 84 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8849829159 | Isbn-13: 9788849829150 | Data di pubblicazione: 

Genere: Philosophy , Political , Social Science

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Descrizione del libro
Il volume, scritto in un linguaggio vivace ma rigoroso, è un esempio istruttivo di come i liberali non appartengano a nessuna Chiesa ideologica e applichino anche a loro stessi l'assunto centrale della loro visione del mondo: "la consapevolezza - come dice Antiseri con Alfred North Whitehead che lo scontro tra idee non è un dramma, quanto piuttosto un'opportunità". Corrado Ocone propone, sul modello delle very short introduction, un profilo agile ma essenziale della vicenda storica della cultura politica liberale italiana nel Novecento: da Croce ed Einaudi, passando per Sturzo e Salvemini, fino a Nicola Matteucci. Come tutte le ricostruzioni storiche anche quella di Ocone, che è un laico, opera scelte ed esclusioni a partire da un'idea generale di cosa sia il liberalismo. Un'idea per molti aspetti differente da quella di un Maestro del liberalismo come il cattolico Dario Antiseri, che puntualmente, nel suo intervento, critica l'impostazione di Ocone e molte sue idee particolari. Prefazione di Giulio Giorello.
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    Solo (al massimo) una mappa tematica

    2 stelle solo per Ocone (p.3-45); Antiseri (p.47-71) inqualificabile, pensa solo a giustificare il cattolicesimo in politica; entrambi scrivono difficile (terminologia- sinteticità-concetti) senza spiegaz aggiunte: solo tracce su autori e loro pensiero. Il libro non serve a conoscere (capitoli/te ...continua

    2 stelle solo per Ocone (p.3-45); Antiseri (p.47-71) inqualificabile, pensa solo a giustificare il cattolicesimo in politica; entrambi scrivono difficile (terminologia- sinteticità-concetti) senza spiegaz aggiunte: solo tracce su autori e loro pensiero. Il libro non serve a conoscere (capitoli/temi da meno di 100righe/cad). Interessante intro di Giorello che accusa la soc italiana di eccessivo collettivismo e fa riferim (consapevole?) a Sapelli per lo svl tronco/mancato di Ita e SudEu in postww2.

    Ocone descrive una mappa più storica che concettuale del liberalismo (LIB) in Ita. Dopo la definiz di alcuni conc di base, si appoggia ai padri del LIB italiano (Croce, Einaudi) per definire il LIB come oggetto polivalente che coinvolge non solo politica ed econ ma anche società, morale, logica. Mostra come tutti i rappresentanti LIB abbiano costituito una “terza via” essendo egualmente e contemporaneamente antifascisti ed anticomunisti, in un movim politico “sui generis” per il quale il LIB era il fine stesso e non un mezzo per conseguire altri obiettivi.
    Dopo il cfr tra i diversi fondamenti del pensiero LIB di Croce ed Einaudi (filos/giustiz.sociale, StatoMin/etica.personale), in una serie di brevi capitoli sono nominati i principali esponenti LIB ed i fondamenti del loro pensiero: Salvemini (vicino ad Einaudi), Gobetti e Rosselli (LIB in rivoluz comunista), Calogero (parziale collettivismo sociale), PdA (meltin’pot di correnti, fucina delle basi dell’Ita repubblicana), Sturzo (LIB e cattolici). Da p.30 tratta il postww2 e la limitatezza del pensiero LIB nella politica e nella cultura, la sua avversione a statalismo e monopoli ed il forte favore alla laicità ed allo svl dell’istruzione; brevi approfondimenti anche per la corrente neoilluminista (riferim al mod UK, a supporto di Democr ed etica) ed il ruolo/attività (limitati effetti) delle riviste Il Tempo, Il Mulino e Tempo Presente.

    Tempo perso la lettura di Antiseri: diversi riferim a personaggi citati da Ocone senza nulla aggiungere di utile, con l’aggravante che quasi sempre non scrive di idee proprie ma in riferim a quanto scritto dall’autore precedente. A ridurre la già bassa valenza delle sue pagine, su 21 pagine di intervento ben 8 (otto!) sono dedicate ad esaltare pensiero ed attività dei cattolici liberali [non c’è niente di peggio di un finto intellettuale che lecca il culo alla religione] e 2 pag e mezzo a parlare di un suo altro libro [la pubblicità è l’anima del commercio].

    ha scritto il 

  • 0

    Corrado Ocone, Dario Antiseri, Liberali d'Italia, Rubettino 2010

    "Lo Sguardo", n.7, 2011 (3) - di Andrea Pinazzi
    http://www.losguardo.net/public/archivio/num7/recension…

    Il libro di Corrado Ocone e Dario Antiseri è di quelli da portare con sé, non solo per il formato veramente tascabile, ch ...continua

    "Lo Sguardo", n.7, 2011 (3) - di Andrea Pinazzi
    http://www.losguardo.net/public/archivio/num7/recensioni/2011-07.%20Recensione_Ocone_Antiseri.pdf

    Il libro di Corrado Ocone e Dario Antiseri è di quelli da portare con sé, non solo per il formato veramente tascabile, che facilita il compito, né per la prosa, brillante senza rinunciare al contenuto, ma perché, al di là delle opinioni degli autori - e dei lettori - costituisce un piccolo, prezioso, esempio di come si dà vita a una politica - o a una scienza - liberale. Il libro, scritto in un linguaggio vivace e agevole, è infatti, più che un confronto, un dibattito acceso, dai toni a tratti anche pungenti, tra due diversi modi di intendere il liberalismo. E’ in particolare nella risposta di Antiseri al saggio di Ocone che i toni si fanno più forti, la differenza di posizioni non impedisce però un confronto costruttivo. C’è un’eco illuminista nel modo di procedere del libro: parafrasando la celebre frase, erroneamente attribuita a Voltaire, si potrebbe affermare che i due autori, pur non condividendo appieno l’uno le posizioni dell’altro, sarebbero disposti a lottare per difendere l’altrui diritto ad esprimerle. Oppure, più semplicemente, si deve notare come il libro sia pervaso da quella consapevolezza - notata da Antiseri e, giustamente, messa in risalto da Giorello nella prefazione - che l’homo liberalis ha «della propria e dell’altrui fallibilità».

    Il saggio di Corrado Ocone può essere diviso in due parti: la prima teorica, la seconda storica. E’ nella prima, dunque, che emergono con maggior vigore le posizioni dell’autore, e le ragioni delle sue scelte. Ocone comincia col domandarsi «cos’è una cultura politica?» col domandarsi, cioè, quale è il ruolo di una cultura politica, come si distingue da una cultura tout court, e, infine, come si sintetizzano cultura e politica, come si fanno coincidere due termini appartenenti il primo all’ambito della pura teoria e il secondo all’ambito più materiale ed empirico della vita quotidiana. La risposta si trova nel ruolo che Ocone assegna alla cultura che «si propone non solo di comprendere ma anche in qualche modo di orientare, indirizzare o “determinare” la prassi» esplicitando, però che «si tratta di un rapporto non a senso univoco: la prassi o la politica agiscono a loro volta sulla cultura politica e ne correggono col loro determinarsi concreto molte delle astratte impostazioni di partenza» (p. 4). Marcata la distinzione tra politica e cultura politica, Ocone si rivolge al liberalismo, individuandone la peculiarità pluralista. Si potrebbe dire che, per Ocone, non si possa parlare di liberalismo al singolare, ma si debba parlare di liberalismi, al plurale. Sono almeno sei i liberalismi che vengono individuati: c’è il liberalismo politico, quello economico, quello giuridico, morale, logico-epistemologico e c’è un liberalismo metapolitico «inteso come una generale concezione della vita e del mondo» che potremmo anche definire un liberalismo culturale. L’impossibilità del singolare insita nel liberalismo fa sì che questo sia continuamente da definire, che non si possa fissare, che non sia ma divenga. Sembra essere il dover essere, e non l’essere il tratto distintivo del liberalismo. Tuttavia, un oggetto più specifico da Ocone viene fissato, e non potrebbe essere altrimenti. «Rappresentanti in senso stretto della cultura politica liberale sono per noi coloro i quali hanno combattuto il totalitarismo […] sia nella versione di destra (il nazifascismo) sia in quella di sinistra (il comunismo realizzato o socialismo reale)» ad essere difese sono le ragioni «per dirla in termini popperiani, della società aperta di contro a quelle della società chiusa» (p. 5). E’ questo assunto di fondo che spinge Ocone a propendere per un liberalismo che sia in linea di principio anticlericale. Si sbaglia se si vuole indicare in questa posizione il germe di un’intolleranza che rischia di distruggere i presupposti stessi del liberalismo. L’anticlericalismo liberale ha lo stesso valore dei suoi intrinseci antifascismo e anticomunismo: l’avversione non verso una posizione politica o religiosa, non verso il prete, ma verso il prete che vuole farsi legislatore per tutti, la differenza tra le due posizioni, anche se dovrebbe apparire scontata, non è poca, ed è giusto rimarcarla.

    Esaurita la premessa teorica del saggio, Ocone passa alla parte storica, in un percorso che, muovendo dai padri del liberalismo italiano, dall’autore individuati in Benedetto Croce e Luigi Einaudi, si svolge per tutto il dopoguerra e oltre. Quello di Ocone è soprattutto un liberalismo culturale, non solo perché è difficilmente catalogabile all’interno di categorie politiche o economiche, ma perché è un liberalismo visto in gran parte attraverso l’accademia, le riviste, i giornali, le idee. Il carattere culturale del liberalismo che viene descritto rende giustizia dell’accostamento di personaggi con posizioni tanto diverse, a volte opposte, ma rende giustizia anche dell’aver inserito nella trattazione personaggi che a qualche critico hanno fatto storcere il naso; è il caso di Gobetti, o di Rosselli. Senza addentrarci nei dettagli delle singole visioni politiche che, peraltro, ci vedrebbero concordare con Ocone sulla imprevedibilità, per Gobetti, dell’esito sovietico, bisogna affermare che è l’essere stati antitotalitari che fa di molti dei personaggi citati dei liberali. I più diffidenti potrebbero obiettare che la maggior parte dei nomi citati appartengono all’ala “sinistra” della politica italiana, in alcuni casi sono stati vicini a posizioni marxisteggianti, cade dunque la premessa della distanza equanime dal totalitarsimo fascista e dal comunista? A parere di chi scrive la risposta non è da cercare solo nella storia del nostro paese, attraversato da un totalitarismo di “destra”, ma anche nella differenza assiologica che tra i due tipi di totalitarismo è innegabile. Intendiamoci, gli esiti sono in entrambi i casi disastrosi e liberticidi, questo è ovvio e innegabile, ma mentre nel caso del totalitarismo comunista l’intento era quello di introdurre maggiori e migliori condizioni di uguaglianza e libertà, e lo stalinismo può definirsi il fallimento drammatico di questo progetto, nel caso del totalitarismo fascista - presente già nello squadrismo immediatamente successivo alla prima guerra mondiale - l’istanza libertaria è assente. In questo senso, troviamo che l’ammettere il liberalismo di Gobetti non sia una presa di posizione faziosa: lo sarebbe, al contrario, il non ammetterlo. Affermare l’uguaglianza e la sovrapponibilità delle due parti basandosi sui comuni esiti catastrofici denuncia un relativismo dei valori che è altra cosa rispetto al liberalismo, quando non rischia di sfociare in un revisionismo storico che assume troppo spesso l’odore di un “interesse a dimenticare” sempre più vivo nel nostro paese.

    Pure, il saggio di Corrado Ocone non è immune da critiche, poco spazio vi trova, in effetti, il liberalismo cattolico che un certo ruolo in Italia l’ha avuto. E’ questo uno dei punti della critica che gli viene mossa da Dario Antiseri: per il pensatore umbro ignorare il contributo dei cattolici liberali è un «triste pregiudizio» (p. 58). La critica di Antiseri è in realtà più estesa e più profonda di questa che si potrebbe, in fondo, ridurre a una differenza di punti di vista: riguarda le premesse stesse del saggio del «fedele storicista immanentista crociano[Ocone]» (p. 59), coinvolge il punto di partenza stesso del saggio. Per Antiseri non si può dare liberalismo senza liberismo economico, quello di Croce è un «liberalismo incompleto» (p. 50). Dimostrandosi più vicino a Einaudi che a Croce, Antiseri afferma l’indispensabilità delle condizioni materiali (economiche) perché si possa parlare di liberalismo. La critica antiseriana non si esaurisce ovviamente qui: Antiseri riconduce il suo liberalismo a una radice cristiana, non certo alle tanto dibattute “radici cristiane dell’Europa”, il suo non è un cristianesimo politico, utilitario, “di facciata”, quanto piuttosto una politica essenzialmente e sostanzialmente cristiana.
    Quello che Antiseri rivendica come una delle basi del liberalismo è un cristianesimo filosofico-teologico, non è la difesa di una chiesa mondana, che vuole entrare direttamente nell’amministrazione della cosa pubblica. Si potrebbe forse dire che Antiseri si dimostri anticlericale nel senso individuato da Ocone, o che, perlomeno, su un certo clericalismo sospenda il giudizio. Per Antiseri è la stessa concezione cristiana dell’individuo a creare in campo politico «una tensione che attraversa tutta la storia dell’Occidente» (p. 61). In questo senso, richiama in causa il Croce di Perché non possiamo non dirci Cristiani, che rinveniva nel cristianesimo la più grande rivoluzione della storia.
    La critica di Antiseri procede coll’individuare un discrimine tra chi può essere definito liberale e chi non può esserlo, l’accusa rivolta a Ocone è, infatti, di aver incluso nella cittadella liberale, pensatori che «apparentemente liberali, del liberalismo ne costituiscono la negazione» (p. 65). Il liberale vero si delinea, quindi, come un progressista, non anarchico né libertario, consapevole dell’accadimento a volte accidentale delle istituzioni. Soprattutto, però, il liberale si distingue per essere liberista, difensore sempre e comunque dell’economia di mercato. E’ questo, ci pare, uno degli elementi di maggior contrasto con la tesi di Ocone. «Il mercato» scrive Antiseri «è sempre innocente» (p. 68) i danni che dal mercato derivano non sono colpa del “sistema” ma di chi di questo fa un uso distorto.
    Certamente è apprezzabile e necessario inserire uno schibboleth tra liberali veri e liberali falsi, ma è altrettanto necessario cerarlo nell’ambito economico? L’innocenza a priori del mercato non riesce a convincerci fino in fondo. Restiamo convinti che il liberalismo sia un moto culturale, metapolitico, prima che politico e molto prima che economico, questo nel rispetto dell’autoconsapevolezza, ribadita da Antiseri, della fallibilità dell’homo liberalis, e nella convinzione che «uno scontro tra idee non è un dramma, quanto piuttosto un’opportunità». (p. 71)

    (Andrea Pinazzi)

    ha scritto il