A Milano, la sera del 7 settembre 1919, verso le ore 21, la Galleria Vittorio Emanuele, il Caffè Biffi e gli altri ritrovi rigurgitano oscenamente della solita gente perbene composta da ruffiani, puttane d’alto rango e simili pesci-canaglia. Improvvisamente, nell’attimo in cui il direttore dell’orchContinue
A Milano, la sera del 7 settembre 1919, verso le ore 21, la Galleria Vittorio Emanuele, il Caffè Biffi e gli altri ritrovi rigurgitano oscenamente della solita gente perbene composta da ruffiani, puttane d’alto rango e simili pesci-canaglia. Improvvisamente, nell’attimo in cui il direttore dell’orchestrina del Biffi sta per dare il la ai propri musicisti, una spaventevole esplosione getta lo scompiglio e il terrore fra gli squallidi eroi dell’andate e noi vi riforniremo. Un ordigno è accidentalmente esploso prima del tempo, riducendo in brandelli il giovane che lo portava addosso e che sarà poi identificato con l’anarchico diciannovenne Bruno Filippi. Partendo dal fatto di cronaca e tramite l’utilizzo di documentazione originale, il testo ricostruisce le ultime ore di vita del giovane Filippi: il percorso fisico e intellettuale di un adolescente autodidatta ma coltissimo, la lotta vivace e spossante di un’anima inquieta, la scelta politica che lo porterà al sacrificio estremo. Sovrapponendo la ricostruzione storica al saggio politico, il romanzo intimista al pamphlet polemico, la cronaca giudiziaria al noir d’ambiente, il libro rispolvera una vicenda minima e dimenticata e la inserisce in un quadro di recupero storico della tradizione anarchica internazionale.
Francesco Pellegrino
salernitano, 35 anni, è uno studioso dei movimenti politici del Novecento. Ha pubblicato, fra l’altro, L’ultimo tempo. Racconto corale di generazioni in declino (DeriveApprodi 2003).
un assaggio...
Dite la verità, vi aspettate un’apertura magnifica, una di quelle che fanno un libro. Leggi le prime due, tre pagine e non riesci più a smettere. Poi magari il resto è uno schifo, avresti dovuto abbandonarlo dopo mezz’ora. Vai avanti perché le prime righe sono una promessa; e le promesse, come fai a dire quand’è che si avverano! Un attacco tipo: il ritmo lento è tutto nelle scarpe. Scarpe grosse e rinforzate, di cuoio, cuoio rovinato nelle punte rotonde. Le stringhe lottano con la pioggia finissima della solita serata di settembre. Come dite? Un po’ scontato, non è vero? Senza alcun mistero, forse troppo chiuso. Ce ne vorrebbe uno aperto, scollegato da tutto quanto, con qualche flebile riferimento al resto della storia. Ho sempre detestato il tram. Il tram come macchina. Lo prendi in un posto della città e puoi andare addirittura dall’altra parte. Il campanello del tranviere ti avverte che ce l’hai dietro l’orecchio. Il tram come concetto, il mostro di legno che non ti fa scappare come il treno, perché dopo un’ora sei sempre nello stesso posto. E sopra: i bambini felici che si affacciano per guardare di sotto, e le mamme ansiose che li trattengono per la vita, e i soprabiti grigi che chiudono le idee sigillate nel petto. Le idee sigillate nel petto? Ma come fanno? Io non lo prendo. Il tram non lo prendo mai. Direi che non ci siamo proprio. Vi state già annoiando. Gli occhi sbuffano e le mani stanno per fare il gesto estremo. Il fatto è che questa storia si gioca tutta all’inizio. Sbagli l’inizio e l’hai maltrattata senza rimedio. E non puoi neppure lamentarti del tempo che è passato, di quanto sia difficile ricostruire le condizioni di allora, rifare il verso a tutta un’epoca; ma senti una cosa, qualcuno ti ha detto che ci interessava sapere cosa è successo esattamente quel giorno? Come ha reagito la gente, le mosse della questura, lo sfregio alle abitudini e ai vizi di una domenica da benestanti? Vi prego, una volta ancora, solo una volta.