Era il dicembre 1967, quando per la prima volta John Wheeler pronunciò l'espressione black hole, «buco nero», mentre teneva una conferenza sui misteri del cosmo. Si riferiva a quelle che fino ad allora erano chiamate frozen star, «stelle congelate»: giganteschi astri che, esaurito il loro combustibiContinue
Era il dicembre 1967, quando per la prima volta John Wheeler pronunciò l'espressione black hole, «buco nero», mentre teneva una conferenza sui misteri del cosmo. Si riferiva a quelle che fino ad allora erano chiamate frozen star, «stelle congelate»: giganteschi astri che, esaurito il loro combustibile nucleare, collassavano fino a dimensioni minuscole, raggiungendo densità inimmaginabili e iniziando a inghiottire tutta la materia che cadeva nella loro enorme attrazione gravitazionale.
Quella conferenza fu travolgente, e l'espressione «buco nero» è sicuramente, insieme a «big bang», quella che più ha stimolato la fantasia del grande pubblico. E oggi sappiamo che ci sono buchi neri supermassicci al centro di molte galassie, compresa la nostra, e che quello stato è il destino ultimo di moltissime stelle. Ma perché la comunità scientifica accettasse l'esistenza dei buchi neri ci sono voluti quasi quarant'anni.
Era stato uno sconosciuto diciannovenne indiano, Subrahmanyan Chandrasekhar, il primo a ipotizzare che alla fine della loro vita le stelle più massicce del nostro Sole si potessero contrarre indefinitamente, fino a ritirarsi in un punto di densità infinita e volume nullo. Chandra si trovava a bordo della nave che lo portava a Cambridge, dove aveva vinto una borsa di studio, e in pochi minuti, seduto su una sdraio, abbozzò i calcoli che cinque anni più tardi, dopo averli raffinati e ripensati mille volte, avrebbe illustrato alla Royal Astronomical Society di Londra.
Ma la sua idea non ebbe esattamente l'accoglienza trionfale che si aspettava. Sir Arthur Eddington - venerato decano dell'astrofisica britannica, l'uomo che pochi anni prima aveva fornito sostegno sperimentale alla relatività generale - si produsse in un violentissimo attacco contro Chandra e la sua teoria, che bollò come totalmente assurda. Non era nemmeno lontanamente immaginabile che una stella si contraesse raggiungendo le densità folli ipotizzate da Chandra; ci doveva essere qualche meccanismo fisico a impedirlo... La storia ha dato ragione a Chandrasekhar, insignito del Nobel per la fisica nel 1983, ma quella conferenza avrebbe segnato tutta la sua vita.
È questa l'avvincente sfida scientifica raccontata da Arthur I. Miller sullo sfondo di L'impero delle stelle, in edicola con «Le Scienze» di agosto, un volume che ripercorre i passi più importanti dell'astrofisica del Novecento, descrivendo le tappe che ci hanno portato a svelare vita e morte delle stelle.