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L'inverno del nostro scontento

By John Steinbeck

(218)

| Paperback | 9788845268410

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Book Description

Ambientato a Long Island, "L'inverno del nostro scontento" è l'ultimo romanzo di Steinbeck e fu pubblicato l'anno prima del conseguimento del premio Nobel (1962).
Protagonista è Ethan Hawley, discendente di una antica famiglia di balenieri, ridottosi Continue

Ambientato a Long Island, "L'inverno del nostro scontento" è l'ultimo romanzo di Steinbeck e fu pubblicato l'anno prima del conseguimento del premio Nobel (1962).
Protagonista è Ethan Hawley, discendente di una antica famiglia di balenieri, ridottosi a fare il commesso in un negozio che un tempo era di sua proprietà. Uomo onesto e responsabile, Hawley si sente in colpa verso la famiglia e, per ottenere tutto quello che la nuova società del benessere può consentire, ordisce una serie di imbrogli e tradimenti che gli fruttano la ricchezza, ma lo portano a una desolante crisi di coscienza e a un passo dal togliersi la vita.

105 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Non so che dire. In alcune parti è molto bello, in altr lascia a desidrare. Alla fine non sono soddisfatto. Ho anche qualche dubbio sulla traduziobe di Bianciardi.

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    scirocco said on Jun 7, 2014 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    Scontenta.

    Ma sai che non riesco a scrivere un commento a questo mio primo Steinbeck? Il rischio di essere accusata di superficialità o di ignoranza bella e buona è altissimo, ma non posso farci nulla: io non riesco a celebrare un libro solo perché la maggior p ...(continue)

    Ma sai che non riesco a scrivere un commento a questo mio primo Steinbeck? Il rischio di essere accusata di superficialità o di ignoranza bella e buona è altissimo, ma non posso farci nulla: io non riesco a celebrare un libro solo perché la maggior parte dell'umanità lo reputa un capolavoro.
    Quello che ho trovato eccezionale, della scrittura di Steinbeck, sono le tante note che ho preso durante la lettura: raramente ho incontrato pensieri così condivisibili o così illuminanti. In aggiunta, ho apprezzato anche tutta la forma narrativa, ostica, criptica, ma molto personale, bella.
    La storia mi ha ammorbata. Oltre a non avermi chiarito il finale e a lasciarmi un fastidioso ammanco di mille dollari nel conteggio dei traffici di Ethan. Dopotutto, sono un'ex bancaria e i numeri erano il mio pane quotidiano! Se da cinquemila dollari ne togli mille da dare a un alcolista, non possono restarne cinquemila. Giusto?
    A parte ciò, come ho detto, bella scrittura, passaggi indimenticabili, ma morta lì. Aggravata da un senso di fastidio per la trama frastagliata e a me solo parzialmente comprensibile, riporto quello che ho trovato eccezionale e che mi ha fatto dare un giudizio di 3 su 5 alla lettura:

    "Non ha nemmeno nome, in mente mia, se non questo, il Posto; non c'è rituale, né formula, niente. E' un posto in cui riflettere sulle cose. Un uomo in realtà non sa degli altri esseri umani. Il meglio che può fare è supporre che siano simili a lui. E ora, seduto nel Posto riparato dal vento, a vedere sotto le luci di guardia salire la marea, nera per il cielo buio, io mi chiedevo se tutti gli uomini hanno un Posto, se ne hanno bisogno, o se invece lo vogliono e non l'hanno. (...) Tutto quel che succede nel Posto io lo chiamo 'ravvedimento'. Qualcun altro dirà preghiera, e forse sarebbe la stessa cosa. Non credo che sia pensiero. Se volessi farmene un'immagine, ecco, sarebbe come un lenzuolo umido che si volge e si agita a una bella brezza e si asciuga e si imbianca. Quel che succede è tutto mio, sia buono o no."

    "Un uomo che dice segreti, o storie, deve pensare a chi ascolta o legge, perché una storia ha tante versioni per quanti sono i lettori."

    "Devi farcela da solo. Quel che è buono per uno, è male per un altro, e lo saprai solo dopo. Perché nessuno vuole consigli; solo conferma."

    "Vivere vuol dire portare una cicatrice."

    "La fama di avere quattrini si baratta, quasi quanto i quattrini veri."

    "La pena restava, un dolore non pensato, ma lontano, e un giorno avrei dovuto chiedermi: Perché sto male? Gli uomini si abituano a tutto, ma ci vuol tempo. (...) In ogni cosa c'è qualcosa di desiderabile, se ti ci abitui, e se la contrapponi a qualcos'altro, a cui non sei abituato."

    "Se vuoi tenerti un amico non lo mettere alla prova."
    Quest'ultima, la verità più dolorosa, per me.

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    Elishebaez said on May 15, 2014 | 4 feedbacks

  • 1 person finds this helpful


    al telefono con una ragazza carissima tiro sempre
    su col naso e lei va su tutte le furie mi dice

    di tutto e usa tra l'altro un verbo stranissimo
    non dice lei "tirare su col naso" dice mi pare "smettila di

    sprimacciare il naso" o forse "smettila di ...(continue)


    al telefono con una ragazza carissima tiro sempre
    su col naso e lei va su tutte le furie mi dice

    di tutto e usa tra l'altro un verbo stranissimo
    non dice lei "tirare su col naso" dice mi pare "smettila di

    sprimacciare il naso" o forse "smettila di sprimacciare
    col naso", non so.

    Comunque metto giù il telefono e, oh non ci si crede,
    non tiro più su e mi dispiace che non sia lì a vedermi

    perché sarebbe contenta di me, questa ragazza carissima,
    invece di arrabbiarsi per ogni inezia

    anche la più idiota.
    scritto nel mese della beatificazione o santificazione

    non ricordo di due molto importanti

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    [radek] said on Apr 7, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    L'edizione del nostro scontento

    Forse a tratti un po' troppo ridondante e prolisso, ma resta comunque un bel romanzo di Steinbeck.
    Meriterebbe 4 stelle, peccato per la pessima edizione Bompiani, piena di refusi che rendono la lettura difficoltosa e alcuni passi addirittura incompre ...(continue)

    Forse a tratti un po' troppo ridondante e prolisso, ma resta comunque un bel romanzo di Steinbeck.
    Meriterebbe 4 stelle, peccato per la pessima edizione Bompiani, piena di refusi che rendono la lettura difficoltosa e alcuni passi addirittura incomprensibili.

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    Phoenix said on Feb 28, 2014 | Add your feedback

  • 30 people find this helpful

    Le mucche, l'inverno e quelle cose che potevano essere diverse.

    Quando ero un bambinetto, per un un lungo periodo mio padre mi accompagnò da un dentista a Firenze. Vicino alla stazione c'era un grosso negozio di giocattoli ed io mi fermavo sempre ad ammirare le vetrine e sognarci sopra. Una volta allestirono un'i ...(continue)

    Quando ero un bambinetto, per un un lungo periodo mio padre mi accompagnò da un dentista a Firenze. Vicino alla stazione c'era un grosso negozio di giocattoli ed io mi fermavo sempre ad ammirare le vetrine e sognarci sopra. Una volta allestirono un'intera sezione dedicata al western: cowboy, cavalli, praterie scintillanti e rocce stile canyon, mucche e indiani in agguato. Io ci impazzivo per i cowboy e i pellerossa, certe battaglie truculente ci tiravo fuori, roba da passarci interi pomeriggi, quelli che, assieme alle merendine, come diceva Moretti, non torneranno mai più. Un'intera vetrina tutta dedicata alla frontiera! al vecchio West dalla pistola facile, dove i buoni erano buoni e i cattivi cattivi. Ci rimanevo interi minuti a guardare quella vetrina prima che mio padre mi trascinasse via per riprendere il treno per casa. Alla fine del ciclo di cure dal dentista, il babbo per premiare il mio comportamento diligente, volle regalarmi qualcosa dal negozio di giocattoli. Così entrammo e il commesso mi chiese cosa volessi. Io senza esitazioni indicai la vetrina che proponeva quel dorato mondo di cowboy e ostica natura ricreata grazie alla plastica e allora il commesso mi mostrò una serie di scatole di vario formato spiegandomi che era grazie al contenuto di esse che avevano allestito quella vetrina. Il babbo mi disse che potevo sceglierne una a patto che mi sbrigassi per non perdere il treno. Quelle scatole colorate erano la fine del mondo. Sopra vi erano disegnate scene di vita della frontiera con selle per puledri, animali da pascolo, pellerossa con i segni da combattimento in faccia, cowboy con gilet, camice a quadretti e cappelli bianchi in testa e sullo sfondo rocce marroni e cielo azzurro. Non sapevo quale scegliere. Ognuna mi sembrava bellissima anche se le scritte in americano impedivano di capire cosa contenessero realmente e il commesso mi aveva lasciato lì da solo a decidere, mentre mio padre mi incalzava affinché non mi attardassi troppo. Immaginavo che in ognuna ci fosse un micromondo di quello esposto in vetrina che io avrei riproposto in camera mia una volta a casa. Ma quale scegliere? Non volevo certo sbagliare, ma il babbo insisteva perché mi muovessi. Alla fine mi risolsi per una delle scatole che mi pareva disegnata meglio, l'agitai e il suono di più oggetti che si scontravano fra loro all'interno mi rassicurò. Dentro ci sarebbe stato sicuramente un paradiso in miniatura della Frontiera con la quale divertirmi. Durante tutto il viaggio in treno del ritorno stetti con la scatola in mano a fantasticare sul contenuto e su come mi sarei divertito con esso. Ero eccitato e riponevo nel misterioso prodotto nascosto dalla scatola una quantità di aspettative ludiche fuori misura.
    A casa mi precipitai in camera. Aprii con cura la scatola colorata e rovesciai il contenuto sul mio tavolo dei giochi.
    Ma dentro la scatola c'erano solo 4 mucche di plastica.
    Quattro fottute, pacifiche, inutili e deludenti mucche!
    Cosa me ne facevo di quattro mucche?
    Cioè, diciamocelo, le mucche stanno alla fantasia come il mal di denti sta al divertimento, come il brodo caldo sta alla pornografia, robe così. Le mucche erano la tappezzeria dei film western!, lo sfondo, mica i protagonisti. Stanno ferme lì, in un angolo a ruminare. Che ci potevi fare con esse? Neppure gli indiani armati di frecce si sarebbero messi a cavalcare una mucca. In preda alla più cocente delusione compresi allora che poteva accadere che il riporre tanta attesa su qualcosa potesse rivelarsi sbagliato e, alla prova dei fatti, controproducente. Avevo sognato un mondo intero e mi ritrovavo a stringere in mano 4 pezzi di plastica con le fattezze di noiosi bovini.
    In buona sostanza la lettura de §L'inverno del nostro scontento§ di John Steinbeck è stata un'esperienza simile a quella che avevo provato in quella occasione che ho raccontato da bambino: una delusione.
    Avevo infatti riposto molta attesa su questo libro. La prosa di Steinbeck di “Pian della Tortilla” mi era piaciuta moltissimo, il plot del libro mi incuriosiva e il titolo mi sembrava eccezionale. Ma leggendolo ne sono rimasto appunto deluso.
    Tutta la prima parte è eccessivamente lenta, ridondante, noiosa. La seconda accelera troppo e sfocia in un finale che lascia interdetti e si fa poco decifrare. Ethan è un personaggio di un'antipatia unica, non si riesce mai a capire cosa lo animi veramente, la moglie Mary è troppo stupida per essere vera, i figli non riusciamo mai a inquadrarli e altri personaggi, che meriterebbero più spazio, come il proprietario del negozio e l'amico ubriacone di Ethan rimangono sullo sfondo. Il conflitto morale che sottende a tutto il racconto non esplode mai completamente, la tensione rimane sempre sottotraccia. Certo non mancano belle pagine e ottimi passaggi, ma sinceramente, mi aspettavo così tanto da questo libro che non potevo accontentarmi di qualche bella frase e qualche buon dialogo.

    p.s.
    piacevolissima e sensata la scelta della Bompiani di pubblicare un formato del libro con le pagine ad angoli stondati al posto di quelle tradizionali.

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    Roberten73 said on Feb 24, 2014 | 23 feedbacks

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