Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Lo schiaffo

Di

Editore: Mondolibri su licenza Neri Pozza

3.6
(536)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 537 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Francese , Olandese

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Marco Rossari

Disponibile anche come: Altri , eBook

Genere: Fiction & Literature

Ti piace Lo schiaffo?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 4

    Un buffetto all’ipocrisia

    "Immaginate un marmocchio iperviziato, prepotente, senza freni e aggressivo, immaginate di doverlo sorbire per una giornata intera, durante un barbecue, di dover cercare parole per i vostri figli esas ...continua

    "Immaginate un marmocchio iperviziato, prepotente, senza freni e aggressivo, immaginate di doverlo sorbire per una giornata intera, durante un barbecue, di dover cercare parole per i vostri figli esasperati che chiedono una giusta punizione alle sue malefatte, mentre i genitori del delinquentello sorseggiano seraficamente vino bianco lanciando di tanto in tanto occhiate indulgenti verso il loro bambino che sta strappando i capelli alla figlia di qualcun altro, o distruggendo suppellettili, o minacciando un coetaneo con una mazza da cricket. Per quanto il romanzo Lo schiaffo di Tsiolkas sia ambientato in un sobborgo residenziale di Melbourne, Australia, non è difficile immedesimarsi nella situazione e avvertirne il senso di impotenza, la frustrazione, immaginarsi sulla via del ritorno a casa, nella privacy della propria auto, a sfogare la rabbia e l’indignazione proferendo giudizi feroci e inappellabili nei confronti dei genitori molli o inetti. Questo è grossomodo ciò che accade normalmente: sorrisi tirati e sguardi indifferenti o al più imbarazzati durante la tempesta, parole di blanda comprensione, addirittura, che lasciano posto alla condanna più violenta non appena ci si ritrova tra fidati, a minacce sul genere ‘so io cosa ci vorrebbe per un bambino così’. Ma ecco che se, malauguratamente, uno a caso dei presenti, non il genitore o altro avente diritto sul pargolo, si alza in piedi e, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere un ghigno soddisfatto, appioppa alla piccola peste quello schiaffo sonoro che prudeva sui palmi di tutti i presenti, beh, allora la faccenda si fa diversa, molto diversa. Il suono secco di una mano adulta che colpisce con forza una rosea guancia infantile è quello di uno strappo, segna un punto di non ritorno, finisce per l’opporre mariti e mogli, amiche del cuore, genitori e figli. Nella cosmopolita, multirazziale, multiculturale middle class emergente australiana, con i piedi che affondano ancora nel proletariato di padri immigrati da ogni parte del mondo e lo sguardo proiettato verso un futuro sfavillante, la scelta della parte della barricata su cui stare rispetto alla faccenda – tra i ‘qualcuno doveva pur farlo!’ o, al contrario, nella schiera de ‘i bambini non si toccano’ – prende proporzioni ben più vaste e imprevedibili. L’episodio dello schiaffo e i suoi strascichi – denuncia, tentativo di conciliazione e quindi processo – si declina nelle vite di otto personaggi, intrecciandosi con le loro storie personali, i molti scheletri nell’armadio, il rapporto di ciascuno con la violenza, subita, osservata o inflitta, la loro onestà, spingendoli – individualmente e in segreto – davanti a uno specchio. Nessuno alla fine pagherà, dall’autoprocesso usciranno tutti assolti per insufficienza umana, si potrebbe dire. Ogni ritratto è tracciato con crudele precisione, ma anche con una buona dose di pietas e benevolenza. Così il narcisista Hector adora davvero la moglie Aisha, per quanto abbia ceduto alla tentazione di sedurre la giovanissima Connie; il cugino Harry, quello che ha mollato il ceffone alla piccola peste, è tutto sommato un buon padre di famiglia, pur con un’amante e la tendenza – ma si sforza di controllarsi e ci riesce quasi sempre – a mettere le mani addosso alla moglie e a chiunque gli metta i bastoni tra le ruote; la sardonica Anouk in fondo è buona, anche se non risparmia certo giudizi feroci sulle amiche e allo stesso tempo le tiene all’oscuro di quei segreti che scatenerebbero il loro giudizio; Aisha riesce a fare sentire bene tutti quelli che la conoscono, così che nessuno immagina la sua sostanziale freddezza, e tanto meno se ne sente ferito; la debole Rosie, la madre del piccolo tiranno, occupata in apparenza per la maggior parte del suo tempo a offrirgli il seno (da più di tre anni), per quanto isterica paga lo scotto di una feroce insicurezza e tiene in piedi eroicamente il matrimonio con un uomo alcolizzato e inetto.
    Insomma, i ragazzi sono anime davvero pure, anche se non fanno che impasticcarsi e fantasticare sul sesso, i genitori, nonostante la tendenza generale a bere troppo e ad andare a letto con chiunque, cercano di fare del loro meglio, le zie strambe sono piene di attenzioni e tenerezza, così come i padri gay, le madri lesbiche, gli amici e le amiche ex teste calde ora convertite all’islam, e anche i nonni greci, vestigia viventi di un mondo sorpassato, regalano un passaggio di sobria poesia nel capitolo dedicato a Manolis, padre di Hector. Nel piccolo ecosistema creato da Christos Tsiolkas tutto, alla fine, sembra tenersi assieme e girare morbidamente sulla rotaia di una morale condivisa, ben oliata da una generosa dose d’ipocrisia: passate e presenti violenze, tradimenti, vizi privati... alcol sesso e droga scorrono a fiumi, in ogni capitolo, senso di colpa ed eccitazione sessuale sembrano essere i principali motori che muovono i personaggi, ma, nonostante tutto, i loro passi ‘pubblici’ vanno sempre nella direzione della famiglia, del nido, degli affetti. Ci appaiono quasi come bambini lasciati soli in casa: al tempo stesso eccitati fino al parossismo e spaventati dalla loro libertà, insicuri, edonisti, inconcludenti, ma più che pronti a tornare in riga, a tornare a fare sul serio, al ritorno dei genitori. Fanno tenerezza. E, per dirla come il vecchio Manolis, “c’è qualcosa di sbagliato nel mondo quando il vecchio ha compassione del giovane”. Solo l’episodio dello schiaffo, la plateale violenza sotto agli occhi di tutti, sembra avere il potere di mettere temporaneamente a rischio quel fragile ma perfetto equilibrio. Come dire che tutto è lecito, purché portato avanti discretamente o, almeno, ammantato di una patina glamour, mentre un solo gesto compiuto sotto al sole, rozzo e spudorato fin nelle intenzioni, ingiustificabile ma anche profondamente umano, costituisce una minaccia allo status quo, deve essere stigmatizzato, analizzato, passato al vaglio della legge, della famiglia, dei rapporti interpersonali. L’aspetto più snervante della faccenda è che da subito è evidente che non sarà possibile evitare di prendere posizione: l’atto è stato così deliberato da non poter essere eluso, si frappone come un ostacolo inevitabile fra i personaggi, ma anche tra ognuno di loro e l’immagine che ciascuno si è costruito e ama coltivare di sé. Eppure, anche questo maremoto viene superato. Scatena colpi e contraccolpi, è vero, ma alla fine tutto viene assorbito; il carnevale di sesso, violenza, segreti, alcol, droga, barbecue e mezze confessioni riprenderà con la stessa disperata allegria. Nessuno dei personaggi si discosta dalla morale claustrofobica e sessuofobica borghese, quel modello è stato completamente introiettato, per quanto platealmente lo si trasgredisca.
    Nessuno mostra serie intenzioni di provare a demolirlo, di affermarne uno nuovo. Qualche residua speranza l’Autore sembra regalarcela nell’ultimo capitolo, dedicato al giovane Richie, omosessuale e sfigatello, alle prese con la costruzione del suo campo di valori. Superando il tradimento della figura paterna, l’idealizzazione della madre e dell’amica del cuore, dopo un tentativo poco serio di suicidio, è alla ricerca di un’etica personale, di uno scheletro, leggero, traslucido, elastico che possa tenerlo in piedi senza appesantirlo. Il suo avanzare danzando, in un crescendo di musica, baci, incontri e promesse, riesce a emozionare, la sua innocenza adolescenziale, il suo romanticismo ci tocca e ci lascia con un sapore dolce sulla lingua. In verità, non è difficile immaginarlo tra qualche anno, con una villetta dal prato intonso, una bella moglie e un paio di bambini, mentre, dopo averli messi a letto leggendo loro una fiaba politically correct, gira per bar a rimorchiare giovanotti. Non bastano i consigli di una zia vetero-hippy all’adorata nipotina su come e quante droghe assumere, mentre le aggiusta addosso uno dei suoi vecchi abiti, agghindandola come una principessa per il ballo; non basta mettere nel calderone una quota di personaggi omosessuali, neri, musulmani, asiatici, per creare un nuovo modello sociale. Del resto, questo non è compito di un romanziere, a cui possiamo chiedere al massimo di mettere in discussione quello esistente. Si può dire che Tsiolkas ci riesca, scandalizzando e divertendo il lettore, sebbene l’attacco non appaia così netto e feroce, scivolando alla fine, in una sorta di malinconica nostalgia. Il rischio – che vale la pena di correre, comunque, anche solo per il puro piacere di una buona lettura – è di ritrovarsi a chiudere un romanzo come Lo schiaffo con un sospiro e un’amara, inconcludente riflessione da anziano alla panchina, sul genere: ‘Si stava meglio quando si stava peggio’.
    O, al massimo, si stava uguale."
    Sabrina C.

    ha scritto il 

  • 4

    Grazie per lo schiaffo, fra tutti gli altri l’ho riconosciuto. Ossia: da Nilla Pizzi a Nina Zilli, cambia il mondo ma noi no, noi casomai cambiamo la marca dei jeans, l’artista preferito e la meta delle vacanze.

    Eventualità esistenziali che stai tranquillo, possono succedere solo in un libro o se non in un libro (come, non in un libro?) solo in Australia, e comunque mai a te, specie se sei bianca/o, cattolica ...continua

    Eventualità esistenziali che stai tranquillo, possono succedere solo in un libro o se non in un libro (come, non in un libro?) solo in Australia, e comunque mai a te, specie se sei bianca/o, cattolica/o, padre/madre di famiglia, economicamente stabile o meglio, e armoniosamente felice di te stessa/o:

    1) puoi avere quaranta anni, una bella famiglia, un corpo attraente, un cazzo che fa sognare le ragazze e i ragazzi, un ottimo tenore di vita, e andare in fissa per l’assistente quasi maggiorenne di tua moglie e non avere più voglia di ascoltare i dischi con cui riempi casa da sempre; cioè puoi non aver niente di cui lamentarti, e essere triste lo stesso; fare le vasche in piscine forse ti aiuta, provaci;

    2) puoi essere una bella donna di origini ebraiche, scrivere sceneggiature per soap-opera, fidanzarti con l’attore giovane della soap, licenziarti da sceneggiatrice della soap, rompere con il bell’attore giovane della soap che vuole un figlio da una sua amica lesbica perché tu figli non ne vuoi; puoi non voler smettere di fumare, mai, e avere delle amiche con dei problemi familiari perché loro ce le hanno, delle famiglie, e avere delle conoscenti con dei problemi di integrazione religiosa, perché loro ce l’hanno, una religione; e tu, che sei la più libera di tutti, che bizzarria la vita!, allora sembra che hai meno di tutti gli altri, e in effetti di te si potrebbe fare tranquillamente a meno senza che la narrazione ne risenta; è il prezzo che paga, come nei reality, chi non ha una biografia gustosamente disastrata;

    3) puoi aver picchiato tua moglie ma ringraziare il cielo di averla affianco assieme al tuo figlio adorato, puoi essere ricco e intraprendente e avere una amante a cui paghi le piste di coca, puoi essere affettuoso e violento, vincente e perdente, e se un bambino di quasi quattro anni ha rotto le palle a tutti durante un barbecue arrivando a minacciare tuo figlio con una mazza di legno, mollargli un ceffone che forse così impara; e al processo poi presentati con tua moglie coi vestiti più cafonamente abbaglianti che hai, il tuo avvocato penserà anche a quello;

    4) puoi essere giovane e carina e vergine e sentirti dire da un bel ragazzo nero a casa dei genitori di un vostro comune amico coi genitori ricchi ex-vagabondi affascinanti coi capelli lunghi che hanno sfondato grazie a un blog: “Ti posso scopare?”, e trovarla niente male come dichiarazione d’amore iniziale, e avere una zia che si prende cura di te da quando tuo padre, che era bisessuale, è morto di AIDS, ma dopo tua madre, i tuoi genitori da giovani si sono malridotti, quei ganzacci, e avere un amico gay e essere un’ottima baby sitter;

    5) puoi essere una donna affascinante di quaranta anni e aver un passato da troia causa problemi in famiglia, si ubriacavano tutti a tutte le ore, e aver sposato un operaio che dice di voler far il pittore e che si ubriaca e aver un bambino che a quasi quattro anni ancora non ti lascia andare le tette, lui si ubriaca con quelle, per ora, e avere due migliori amiche che però sono molto più benestanti di te, si vede da dove vivono e da come vestono e dalle acconciature dei capelli; dai, non sentirti in colpa se le odi;

    6) puoi essere un vecchio greco emigrato, avere una moglie che litiga con la nuora oltre che con te, avere dei nipotini adorati, puoi leggere i necrologi e scoprire che è morto un tuo caro amico emigrato come te quaranta anni fa, puoi andare al suo funerale, rivedere i vecchi amici: chi ha divorziato dalla moglie matta, a chi hanno ucciso il figlio sparandogli in faccia, chi ha la nipote coi massimi voti a scuola, insomma: la gente; puoi capire che sei vecchio anche tu e che morirai tra non molto, che Dio fa morire le persone giovani e che quindi è un idiota, e che tua nuora, anche se siete sempre andati d’accordo, non fa come tu vuoi, se le chiedi di farlo; meglio dedicarsi all’orto;

    7) puoi essere una veterinaria, non avere di che lamentarti come tuo marito Hector, ma andare a un congresso e scopare con uno che ce l’ha più piccolo di tuo marito Hector, non per un motivo particolare, forse perché in tutta la tua vita, prima di tuo marito, te ne sei scopati solo otto, e se è vero che il tuo amante ce l’ha più piccolo di tuo marito, in compenso non sembra ogni volta che ti stia stuprando, quando ti entra dentro da dietro; e puoi avere voglia di cambiare vita ma non di non farlo perché sai com’è, ci sono i figli; e la clinica veterinaria:

    8) puoi avere quasi diciotto anni, essere magrolino e averci un cazzo che ti sempre sproporzionato per la tua magrezza, puoi avere un padre che ti ha avuto quando lui di anni ne aveva diciannove; un padre che non si è fatto vedere per anni e anni e che quando riappare ti fa sapere che vorrebbe regalarti un Ipod per il tuo compleanno, vabbé facciamo come non ci fosse; puoi essere omosessuale e provare attrazione per Hector, sempre lui, e per il tuo migliore amico, e poi fissare il tuo primo appuntamento con un altro tuo amico che si chiama Lenin e che è nero di pelo; puoi provare il suicidio quando pianti un casino e fai vergognare tua madre di te e per fortuna cavartela con la lavanda; a pace fatta puoi ringraziare tua madre che ti regala quaranta dollari quando vai al mega-concerto e, quando non sai dirle bugie e le fai capire che in fondo, dai mamma, certo che mi drogherò, può darsi che lei sospiri e che ti dia uno strappo con la macchina dagli amici.

    Tsiolkas scrive un libro sulla normalità di oggi, in una comunità di australiani, di ultima o penultima importazione e di aborigeni, e a me è piaciuto perché fa a meno di qualsiasi effetto speciale. È la vita quando non le rifai il trucco, ovvero quando glielo strappi via le maschere e ridipingi i volti e i corpi e i pensieri coi una retorica fredda purtroppo ancora mooolto da serial ma adulta e pratica e di ottima qualità. Il romanzo me l’ha consigliato una persona che vive in Inghilterra e con la quale mi scambio delle mail, che mi ha detto: “In Inghilterra l’hanno accolto malissimo, cioè è piaciuto a tutti quelli che non se la sono sentita di dirlo; dicono sia un libro immorale, perché in questo libro quando si parla del cazzo degli uomini si scrive cazzo e quando si parla della fica delle donne si scrive fica. Gli inglesi sono delle pippe.” E siccome gli italiani non sono da meno degli inglesi, perché inglesi e italiani dovrebbero essere da meno degli australiani? L’ultimo capitolo del romanzo l’ho letto sotto la pioggia, mi scocciava cercarmi un riparo e dover ritardare di cinque minuti la lettura dell’ultima ventina di pagine, sono rimasto su una panca di pietra riparato soltanto dalla felpa, e questa cocciutaggine di finirlo pur se sotto la pioggia depone a favore di Tsiolkas, e va a mio scorno: volevo sentirmi australiano, cioè mediocremente felice salvo qualche picco di infelicità comunque nella norma, anche io, sillogizzando consolatoriamente in questo modo: “Se voglio esserlo significa che non lo sono. Io non sono così. Capito? Capito?”. L’amico che abita in Inghilterra mi ha detto che la potenza del romanzo è nella sua mescolanza linguistica, c’è il greco-inglese-indiano-australiano nella forma orginale, mescolanza del tutto persa in traduzione, i personaggi nella versione italiana potrebbero abitare tutti a Cinecittà, iscritti a un corso di dizione, imperlinato da qualche esclamazione in questa o quella lingua. Strutturalmente il romanzo di Tsiolkas è molto tradizionale, capitoli&psicologie, sono-sonostato-sarò, i nodi sono contanti e si passano di mano in mano il pettine, e a questo giro mi va benone così. Il bello di essere Joyce è che solo tu puoi essere Joyce; se tutti scrivessero come Joyce, l’unico vero Joyce diventerebbe Stephen King, o Philip Roth, e a il temperamento come indifferente, informativo e basta, di Tsiolkas a me piace più di quello inutilmente prolisso trovato nei libri di Roth.

    Lo schiaffo del titolo è l’innesco che s’inventa Tsiolkas per deflagrare e descrivere un gruppo di persone e i loro rapporti interni e esterni, impliciti e espliciti, il colpo di mano che srotola la mappa del loro piccolo mondo, e tante volte: quanto è piccolo il mondo; siamo tutti nella stessa mappa.

    Oppure no e la realtà esiste solo nei libri, confinati in Australia per ragioni di sicurezza, e di riservatezza.

    ha scritto il 

  • 1

    verboso, autocompiaciuto. Rimane l'impressione di averlo già letto almeno cento volte o forse della crisi esistenziale dei quarantenni benestanti e annoiati, che annegano tra convenzioni sociali da ri ...continua

    verboso, autocompiaciuto. Rimane l'impressione di averlo già letto almeno cento volte o forse della crisi esistenziale dei quarantenni benestanti e annoiati, che annegano tra convenzioni sociali da rispettare, alcool, droga e sesso facile, non ne posso più.

    ha scritto il 

  • 5

    Letto dopo aver iniziato a seguire il serial (quello americano)...un romanzo che, con la scusa di uno schiaffo dato da un adulto ad un bambino durante una festa, prende a narrare la vita dei personagg ...continua

    Letto dopo aver iniziato a seguire il serial (quello americano)...un romanzo che, con la scusa di uno schiaffo dato da un adulto ad un bambino durante una festa, prende a narrare la vita dei personaggi che partecipavano alla festa. Realistico e politicamente scorretto al punto giusto. Davvero bello.
    La serie è decisamente più edulcorata e differente in più punti rispetto al romanzo.

    ha scritto il 

  • 1

    Si fa fatica a credere che un mondo simile non solo esista ma possa essere concepito. I personaggi non hanno alcuna credibilità, la scrittura è più che debole, la trama inconsistente. Droghe,alcol e v ...continua

    Si fa fatica a credere che un mondo simile non solo esista ma possa essere concepito. I personaggi non hanno alcuna credibilità, la scrittura è più che debole, la trama inconsistente. Droghe,alcol e violenza vengono dati per scontati: mi rifiuto di credere che questo possa essere uno spaccato credibile della società australiana

    ha scritto il 

  • 2

    A pagina 460, sfiancato dalle infinite descrizioni dei vestiti che portano questi quarantenni biechi e meschini e infantili e ancora-bellissimi-senza-un-filo-di-grasso che popolano questo libro come i ...continua

    A pagina 460, sfiancato dalle infinite descrizioni dei vestiti che portano questi quarantenni biechi e meschini e infantili e ancora-bellissimi-senza-un-filo-di-grasso che popolano questo libro come inutili Oompa-Loompa, mi imbatto nella magistrale descrizione 'Anche Aisha si era messa in tiro, con un due pezzi rosso di cotonina che aveva comprato d'impulso' e sento che alla cotonina potrei non farcela più. Che cazzo è la cotonina? Ma soprattutto, chi cazzo ha deciso che questo Christos Tsiolkas con la sua prosa stracciapalle fosse degno di essere pubblicato?

    Ma sarò forte, e finirò questo libro, e mi vendicherò per il tempo perso.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzone complesso, forse un po' troppo ambizioso. I personaggi descritti portano a chiedersi: siamo veramente così? L'unico personaggio positivo ci rimette. Molti i temi affrontati. La scrittura è ...continua

    Romanzone complesso, forse un po' troppo ambizioso. I personaggi descritti portano a chiedersi: siamo veramente così? L'unico personaggio positivo ci rimette. Molti i temi affrontati. La scrittura è attenta al dettaglio, scorrevole e piacevole.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    1

    Ma perchè vengono osannati questi.........?

    Veramente brutto. Una girandola impressionante di personaggi. Uno più irreale e surreale dell'altro. Un'umanità fallita di uomini violenti, volgari e puttanieri. Una accozzaglia di donne adultere, ipo ...continua

    Veramente brutto. Una girandola impressionante di personaggi. Uno più irreale e surreale dell'altro. Un'umanità fallita di uomini violenti, volgari e puttanieri. Una accozzaglia di donne adultere, ipocrite, immature. Una assurda banda di studenti uno più tossico dell'altra. Due episodi sopra tutti. Aisha, moglie di Hector, veterinaria bella e (pare) forte ed intelligente non esita ad infilarsi nel letto di un collega di lavoro canadese durante un convegno ed il giorno dopo quando raggiunge il marito a Bali lo incita a sco...... per cancellarel'adulterio. E quando il marito tra le lacrime le confessa di averla tradita con una ragazzina, che fa? Confessa anche lei? Macchè! Ma dai!!!! Ma chi è 'sta scema? E che dire del branco di ragazzotti freschi freschi di maturità e pronti ad andare all'università che non esitano per provare a spararsi nelle vene l'eroina all'interno di un bagno a casa di una zia di uno di loro.....
    Autore paragonato a DeLillo, Frantzen e Perotta. Condivido. E' proprio una cane di scrittore come 'sti tre che a furia di descrivere l'incomunicabilità dell'essere umano e la insofferenza di vivere non sono mai stati capaci di comunicare nulla al lettore. Risultato descivono città, paesi, mondi assurdi dove non esiste un solo essere normale. Questa è vera fantascenza, altro che Star Trek!

    ha scritto il 

  • 5

    è un intreccio di personaggi con le loro culture, i loro ideale, le loro paure e sofferenze. è un attimo, uno schiaffo ad un bambino alla grigliata con parenti e amici che immediatamente si schierano ...continua

    è un intreccio di personaggi con le loro culture, i loro ideale, le loro paure e sofferenze. è un attimo, uno schiaffo ad un bambino alla grigliata con parenti e amici che immediatamente si schierano da una parte o dall'altra. Si va avanti nelle pagine che volano scorrevoli e cambia la percezione di ogni personaggio...chi apparentemente è felice nasconde il buio, chi è apparentemente fedele è perso nell'oblio della solitudine. Da leggere e vivere!

    ha scritto il 

  • 3

    Misticanza all'inglese - 22 giu 14

    L’avrei collocato vicino a Markaris, quando ne lessi il titolo e vedendolo uscire per i tipi della Beat, una casa editrice associata di tascabili, che, in genere, pubblica molti romanzi di genere. Poi ...continua

    L’avrei collocato vicino a Markaris, quando ne lessi il titolo e vedendolo uscire per i tipi della Beat, una casa editrice associata di tascabili, che, in genere, pubblica molti romanzi di genere. Poi lo prendo in mano (dopo un po’ di mesi è vero) e scopro che l’autore è australiano, seppur d’origine greca. E che il plot maggiore del poderoso volume, è proprio ambientato nella comunità greca e-migrata in Australia, ed in quel melting pot che ne risulta. Forse risulta strano per chi ne legge. Me se siete stati a Melbourne (e spero che ci potrà ci andrà) potrete capire meglio sia la mescolanza delle comunità (qui si parla di greci, indiani e arabi, ma io ricordo anche gli italiani, a passeggio lungo lo Yarra River) sia i difficili rapporti tra emigrati e locali (quando poi ci si rende conto che per locali, si intendono solo emigrati di terza generazione, che di aborigeni pochi ne rimangono). L’autore (non a caso sceneggiatore, che si sente una mano teatrale nel muovere l’articolata vicen-da) con un’inusuale tecnica, riesce a farci fare un giro, lungo e articolato, in queste comunità. Scoprendone vizi (tanti) e virtù (mica tante), problemi di rapporti, odi, ma anche rispetto (in alcuni casi) ed altre qualità di un mondo giovane (che così si sentono i nativi). Riprendendo l’idea di base di Rashomon, ma facendola evolvere e mischiandola con Schnitzler, Tsiolkas non ci presenta la stessa scena vista dagli occhi dei vari protagonisti. Ma ci racconta una storia, che si spande per diversi mesi, utilizzando 8 personaggi in soggettiva. Che narrano una parte delle vicende, ma che, ovviamente, tornano anche su avvenimenti precedenti, dandocene la loro interpretazione. I per-sonaggi principali di questa sarabanda sono appunto Hector (il greco) con la moglie Aisha (indiana), le due amiche di Aisha, Anouk (single) e Rosie (sposata con Gary, alcolista perso), e poi Harry (il cugino di Hector), Manolis (il padre di Hector) ed infine Connie (la studentessa che lavora con Aisha nello studio di veterinaria) e Richie (il più grande amico di Connie, e gay). Nella storia quindi si intrecciano relazioni e dipendenze. I greci sono dei gran puttanieri, ma Hector dice fin da subito che sesso è una cosa e amore è un’altra; è “onesto” nei suoi sbandamenti. Come invece non è onesto Harry che mantiene un’amante visto lo scarso affetto per la moglie australiana. Le tre amiche, che si sono trasferite da Perth nel nord dell’Australia, sino a Melbourne, sono molto legate, ma anche molto problematiche, ed a volte, molto in conflitto. Anouk è single, ha una storia con un attore più giovane di lei, e si tira un po’ fuori, quasi a far da analista esterno. Rosie ha avuto infanzie problematiche, ha sposato un inconcludente alcolista, e l’unica sua “gioia” è il figlio Hugo che all’inizio del romanzo ha poco più di 3 anni. Rosie riversa su di lui tutte le sue nevrosi, e cerca di educarlo secondo teorie libertarie, come solo in Australia si può pensare di portare avanti. Tant’è che lo allatta ancora. E gli fa fare quello che vuole. Hugo è quindi un capriccioso rompipalle, che alla festa di Hector e dei suoi figli, fa delle scenate assurde, prendendo a calci Harry. Il quale (certo sbagliando, ma lo avrei fatto anch’io) gli molla un sonoro ceffone. Questo è lo schiaffo del titolo, quello che dà il là a tutte le peggiori concatenazioni di vicende. Rosie decide di denunciare Harry per maltrattamenti, Harry si vuole scusare, ma niente, si va in causa. Dove Harry, forte dei suoi soldi, comunque ne esce indenne. Provocando una frattura tra Rosie e Aisha, la quale è dilaniata tra il dar ragione all’amica (non si prendono a schiaffi i bimbi) e la lealtà verso la famiglia. Dove Tsiolkas ci fa piombare, nei riti e nei ricordi della patria lontana, nell’interludio in cui diventa protagonista Manolis, il patriarca. Nel frattempo Aisha, in un seminario a Bangkok, ha una fugace storia d’amore con un cino-canadese (tutti sangue misti…). In una successiva vacanza a Bali con Hector questi le confessa di averla tradita con una diciannovenne. Dilaniati e dilanianti, alla fine l’amore e l’attrazione tra i due è più forte del resto. Torneranno uniti in patria. Dove però non sanno che la diciannovenne di cui sopra è Connie, che però capisce l’inutile storia con il greco e si mette, con sua somma felicità, con Ali l’arabo. Non prima di aver confessato le sue scappatelle all’amico del cuore. E finiamo con Richie, il suo rapporto nullo con il padre che lo ha abbandonato da piccolo, il suo amore per la madre lesbica, il suo outing (ma solo con Connie) di essere gay, il suo sbandamento quando vede Hector nudo sotto la doccia, ed il tentativo di far crollare tutto. Ma quel mondo di relazioni, di razzismi, di legami, è più forte del timido tentativo. Gli unici a patirne saranno Rosie e la sua famiglia, che non potranno alla fine che andarsene da Melbourne. Mentre tutti gli altri continueranno a vivere i loro amori e le loro ipocrisie. Benché lungo si legge molto bene. Non avvince nella storia in sé, ma illumina in alcuni di quei tratti che ho delineato prima. La madre di Hector non chiama mai per nome la nuora, ma la chiama “l’indiana”. Per uno schiaffo si monta addirittura un processo. E tanti altri piccoli tasselli miranti alla composizione di un bel quadro. Non un capolavoro, ma un’interessante vista della vita nel nuovo mondo (ed anche in molti vecchi, che i rapporti interpersonali d’amore e d’amicizia, ovunque hanno modo di esprimersi).
    “Solo gli imbecilli non hanno rimpianti.” (360)

    ha scritto il