Lo scrivano

Di

Editore: Einaudi

3.4
(88)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 192 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806141007 | Isbn-13: 9788806141004 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: E. Volterrani

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Un lungo racconto autobiografico, che fonde ricordi, digressioni, frammenti di persone conosciute, accensioni di una memoria che ricupera immagini perdute, o sepolte dall'autocensura. Bambino malato che sogna la vita e guarda avidamente il mondo intorno a lui, il protagonista conserverà questa disposizione a fantasticare sulla realtà che lo circonda, a vivere con una sensibilità esasperata emozioni e sentimenti, a "sentire" con la stessa intensità gli ambienti in cui vive: Fès, la città natale, la bianca Tétouan chiusa fra le montagne; Tangeri, Casablanca, le città della vita adulta, porte socchiuse verso l'Europa. Studente insicuro, innamorato timido alle prese con donne sfuggenti, lascia il suo paese e va a vivere a Parigi.
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  • 2

    Confesso che da questo libro di Tahar ben Jelloun, considerata la fama dell’autore, mi aspettavo ben di più; debbo invece riconoscere a malincuore che, sebbene stilisticamente dotato, il celebre scrit ...continua

    Confesso che da questo libro di Tahar ben Jelloun, considerata la fama dell’autore, mi aspettavo ben di più; debbo invece riconoscere a malincuore che, sebbene stilisticamente dotato, il celebre scrittore marocchino si rivela, perlomeno qui, davvero noioso. Il guaio a mio avviso viene dal sovraccarico intellettuale: nell’evocare a sprazzi e a strappi dai toni poetici ed aspri al contempo l’infanzia e la giovinezza, il Nostro fa l’esatto contrario di ciò che vorremmo sentire da lui: non racconta, ma cesella, gira intorno alle idee, ed anzi quando la narrazione sembra aver preso l’aire si tronca di botto o si affloscia in un rutilare sfrangiato d’immagini che non appaiono meno tornite o miniate perché sgradevolmente dure. Temo che un eccesso di psicologismo, forse addirittura il desiderio di non aver l’aria del solito scrittore arabo che inanella storie bellissime (ma davvero fosse magari così! – allora sì mi sarebbe piaciuto), forse un’incontrollata sofisticazione intellettualistica sono scesi ad asfissiare sotto una cappa di ricercatezze frigide una commozione spontanea e una memoria sincera, circondando tutto con un’aura grigia di tedio.

    ha scritto il 

  • 2

    “Tangeri è cosí: un libro non concluso”.

    Come “Lo scrivano”.
    Il narratore passa la penna allo scrivano. Gesto che muove la vita da vissuta a scritta.
    Schegge di deliri sessuali, visioni femminili; des ...continua

    “Tangeri è cosí: un libro non concluso”.

    Come “Lo scrivano”.
    Il narratore passa la penna allo scrivano. Gesto che muove la vita da vissuta a scritta.
    Schegge di deliri sessuali, visioni femminili; desiderio di terra e di corpi. Un turbinio di ambiguità e fascinazione. Un alternarsi di richiami e silenzi. Di luce e ombra. Di odori e colori. E di suoni. Sempre in lontananza. Un’eco di vita.
    L’uso sapiente della parola frena dalla voglia di allontanarsi.
    M’è rimasta l’idea di una storia frammentaria, scritta sulla linea di confine tra due terre, due culture. Entrambe chiamano. Ambedue respingono.
    C’era tanto e non mancava la poesia. La scrittura è elevata. Ma non è stato amore. L’ho trovata straniata e straniante.
    Limite mio.

    Lo rileggerei?
    Rispondo con le parole di un altro scrivano (che ho amato), Bartleby: "Preferirei di no".

    ha scritto il 

  • 3

    "Scriverò questa storia a bassa voce nella speranza di smascherare l'immagine confusa dello specchio. Si tratta di qualcuno che conosco bene, che ho frequentato per molto tempo. Non si tratta di un a ...continua

    "Scriverò questa storia a bassa voce nella speranza di smascherare l'immagine confusa dello specchio. Si tratta di qualcuno che conosco bene, che ho frequentato per molto tempo. Non si tratta di un amico, ma di una conoscenza. Una presenza della quale non ho diffidato abbastanza.
    La sua inafferrabilità è irritante. E' qualcuno che è sempre da un'altra parte. è un uomo che ha fretta. è appena arrivato e già sta per ripartire"

    Ben Tahar Jelloun, uno scrittore marocchino che adotta la lingua adottiva, quella del colonizzatore, quella del paese che gli dà altre possibilità: il francese.
    Per quanto le forme siano prese in prestito la sua scrittura ha tutto il sapore ed il colore delle piazze marocchine che accompagnano il lettore in un vorticoso mondo onirico che spesso diventa spiazzante...
    Leggere Ben Tahar Jelloun è come ritrovarsi nel sogno di qualcun altro. Devi acuire ogni senso perchè intorno ruotano immagini che non ti appartengono. Forte è il senso di spaesamento. Tuttavia, altrettanto intenso è l'appagamento che deriva da una prosa lirica di alto livello.
    Ben Tahar Jelloun riformula in generale la narrazione orale del mondo arabo, ossia, quella dei cantastorie che sono caratterizzati formalmente da un andamento ipnotico e come contenuti miscelano il vero al surreale.
    "Lo scrivano" non è uno scritto biografico in senso stretto e tradizionale. Più che altro lo si potrebbe considerare come uno scritto in cui l'autore racconta l'origine delle sue difficoltà di uomo che si è ritrovato sulla linae di confine tra oriente ed occidente. Un uomo che ha messo in atto uno sdoppiamento come arma di difesa ed ha utilizzato la scrittura come riparo e rifugio.

    "Confesso che il mio doppio mi aiuta molto, mi salva la faccia. In realtà sono un uomo che rispetta le convenienze. Evacuo nella scrittura le fantasie e la follia".

    "Dovrei un giorno smettere di scrivere, cessare questo va e vieni tra la vita reale e i suoi simulacri, e approfondire nel silenzio e nella solitudine la conoscenza di me stesso"

    ha scritto il 

  • 1

    Una prosa barocca e artificiosa che mal dissimula la pochezza di contenuti. Il delirio di uno scrittore palesemente affetto da satiriasi e con forte astrazione culturale di stampo mediorientale ma che ...continua

    Una prosa barocca e artificiosa che mal dissimula la pochezza di contenuti. Il delirio di uno scrittore palesemente affetto da satiriasi e con forte astrazione culturale di stampo mediorientale ma che rinnega le sue origini ed è eccessivamente occidentalizzato.
    Laddove per Occidente s'intende quel luogo che ha, ormai, perso ogni connotato spaziale per confondersi con l'immagine di modernità e civiltà che si contrappone, a livello globale,all'ultima incarnazione dell'arretratezza e della violenza : il Medio Oriente (privilegio che fino a poco tempo fa spettava ai paesi del blocco comunista).
    Paladino del travaglio intellettuale? No, solo un turiferario mediatico.

    ha scritto il 

  • 2

    Arabeschi sulla sabbia

    Lirico, onirico, frammentario.
    La somma dei fattori ha come risultato (soggettivo) lo straniamento e l'estraneità.
    Ci sono certamente degli affascinanti arabeschi di scrittura, c'è una confessione int ...continua

    Lirico, onirico, frammentario.
    La somma dei fattori ha come risultato (soggettivo) lo straniamento e l'estraneità.
    Ci sono certamente degli affascinanti arabeschi di scrittura, c'è una confessione intima del tutto umana, e anche una riflessione sul senso dello scrivere come nascondimento che renderebbero la lettura accattivante. Ma l'assenza di un filo narrativo trasforma questi aspetti in bagliori estemporanei, miraggi che luccicano a tratti nella distesa sabbiosa di un deserto. L'effetto è naturalmente respingente. E in verità un poco mi dispiace.

    ha scritto il 

  • 4

    Libro senza una vera storia, una sorta di mille e una notte oscura e densa d'inquetudine. Jelloun opera incursioni nelle illusioni, nei desideri, nelle paure e nelle angoscie che lo hanno accompagnato ...continua

    Libro senza una vera storia, una sorta di mille e una notte oscura e densa d'inquetudine. Jelloun opera incursioni nelle illusioni, nei desideri, nelle paure e nelle angoscie che lo hanno accompagnato durante la sua vita, affrontandoli con il potere esorcizzante della scrittura.

    Certo è disturbante, eccessivo ma anche poetico e affascinante.

    ha scritto il 

  • 3

    " Questo va e vieni tra me e l'altro è l'origine dei miei mali: mali di testa e di cuore, fatica e vertigine"

    Meno affascinante di "Creatura di sabbia" o " Notte fatale", ma sicuramente Tahar Ben Jell ...continua

    " Questo va e vieni tra me e l'altro è l'origine dei miei mali: mali di testa e di cuore, fatica e vertigine"

    Meno affascinante di "Creatura di sabbia" o " Notte fatale", ma sicuramente Tahar Ben Jelloun con lo stile di scrittura che lo contraddistingue crea come sempre immagini surreali su resti di ricordi lontali, intreccia il reale ed il sogno, la poesia e la crudeltà della percezione umana in modo unico.

    ha scritto il 

  • 4

    un libro che mi ha salvato quell'estate del '92. pieno pieno di lirismo e vita, vita e lirismo. poi il ritratto di quel bambino deboluccio mi piaceva assai. da rileggere, per dire cose più sensate.
    ri ...continua

    un libro che mi ha salvato quell'estate del '92. pieno pieno di lirismo e vita, vita e lirismo. poi il ritratto di quel bambino deboluccio mi piaceva assai. da rileggere, per dire cose più sensate.
    ricordo che la prima pagina mi conquistò subito.

    ha scritto il 

  • 3

    L’ho letto con fatica rispetto a "creatura di sabbia" e "notte fatale", la trama e quasi assente e la storia della vita dello scrivano e' solo il pretesto per evocare immagini stesso poetiche che illu ...continua

    L’ho letto con fatica rispetto a "creatura di sabbia" e "notte fatale", la trama e quasi assente e la storia della vita dello scrivano e' solo il pretesto per evocare immagini stesso poetiche che illustrano temi piu' ampi quali il rapporto tra Francia e Marocco, la famiglia tradizionale araba, la condizione degli immigrati e le relazioni sentimentali. Ricco di descrizioni e poco fluido nella narrazione

    ha scritto il