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Lo spazio bianco

Di

Editore: Einaudi

3.6
(947)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 120 | Formato: Altri

Isbn-10: 8806199668 | Isbn-13: 9788806199661 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Maria ha superato da poco i quarant'anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. Dietro l'oblò dell'incubatrice Maria osserva le ore passare su quel piccolo corpo come una sequenza di possibilità. Niente è più come prima: si ritrova in un mondo strano di medicine, donne accoltellate, attese insensate sui divanetti della sala d'aspetto, la speranza di portare sua figlia fuori da lì. Nei giorni si susseguono le mense con gli studenti di medicina, il dialogo muto con i macchinari e soprattutto il suo lavoro: una scuola serale dove camionisti faticano su Dante e Leopardi per conquistarsi la terza media. La circonda e la tiene in vita un mondo pericolante: quello napoletano, dove la tragedia quotidiana si intreccia con la farsa, un mondo in cui il degrado locale è solo la lente d'ingrandimento di quello nazionale.
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  • 3

    Storia interessante.
    La protagonista ha appena partorito una bambina prematura e per tutto il libro non sa se la piccola sopravviverà.
    Tra gli impegni quotidiani, il lavoro di insegnante di scuola di italiano per stranieri e la non vita che trascorre accanto all'incubatrice, sperando ...continua

    Storia interessante.
    La protagonista ha appena partorito una bambina prematura e per tutto il libro non sa se la piccola sopravviverà.
    Tra gli impegni quotidiani, il lavoro di insegnante di scuola di italiano per stranieri e la non vita che trascorre accanto all'incubatrice, sperando sempre in un miglioramento della figlia.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    2

    Lo spazio bianco tra il nascere e il morire

    Lo spazio bianco (Einaudi, pagg.112, euro 10,00) è il primo romanzo della scrittrice napoletana Valeria Parrella, classe 1974, scritto nel 2008 dopo una serie di raccolte di racconti, tra cui il suo esordio narrativo Mosca più balena, con cui ha vinto il Premio Campiello Opera Prima.
    La cop ...continua

    Lo spazio bianco (Einaudi, pagg.112, euro 10,00) è il primo romanzo della scrittrice napoletana Valeria Parrella, classe 1974, scritto nel 2008 dopo una serie di raccolte di racconti, tra cui il suo esordio narrativo Mosca più balena, con cui ha vinto il Premio Campiello Opera Prima.
    La copertina del romanzo è completamente bianca se non fosse per le ciglia nere di un paio di occhi, indubbiamente chiusi, e ovvi caratteri che ne indicano titolo, autrice ed editore. Senza dubbio una delle copertine più invitanti che abbia mai visto, essa lascia al lettore uno spazio bianco in cui egli può immaginare i personaggi e la possibile storia descritti all’interno.
    Maria, voce narrante del romanzo, è una donna napoletana di 42 anni che rimane incinta del primo figlio e si ritrova sola dopo che il compagno, «piccolo uomo [...] ma non piccolo come una figura vista da lontano, piuttosto senza prospettiva in un mosaico bizantino», informato della gravidanza, abbandona lei e il bambino.
    Una sera, tornando a casa dopo il lavoro alla scuola serale dove insegna italiano, Maria finisce all’ospedale per dare alla luce la figlia Irene, nata prematura al sesto mese di gravidanza. Ma è davvero nata? «Mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non l’ho capito bene... ».
    Single e senza aiuti, il mondo della donna è ridotto per tre mesi alla routine: di sera scuola, con gli alunni che faticano per prendere la licenza di terza media, di giorno reparto neonatale di terapia intensiva, dove la minuscola bambina è ricoverata in un’incubatrice, una scatola bianca, uno spazio bianco, in attesa di nascere; là Maria conosce altre madri nella sua stessa situazione e tra loro si instaura un rapporto di solidarietà (specialmente contro i medici) e anche amicizia, sebbene si capisca che è lei la più forte, la più perspicace e intellettuale tra di loro.

    Attendere è proprio quello che Maria non sa fare, cosa che la Parrella non tarda a ripeterci innumerevoli volte: «Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. », «Io non so aspettare e non voglio farlo, nell'attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi. Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza» e ancora «Io me la sono augurata a volte [la morte] che venisse a mettere fine all'angoscia, che arrivasse riconoscibile e chiara, senza più dubbi né tentennamenti. E questo pensiero viveva nello stesso spazio della speranza». Maria è perciò obbligata ad imparare una nuova arte, quella dell’attesa; anche ciò che una volta l’aveva aiutata a superare momenti difficili adesso non la aiuta più: «stavolta non riuscivo a leggere». È proprio così, infatti, che si apre il breve romanzo della Parrella, con il personaggio di Maria che, durante il solito viaggio in metropolitana fino all’ospedale, tenta di leggere saggistica.
    La città di Napoli, che fa da cornice alla storia, è come al solito stereotipata insieme ai suoi abitanti: gli alunni della scuola serale dove lavora Maria sono senza un titolo di studio, uomini condannati al lavoro minorile, agli scippi, a vendere cocaina e al riformatorio e donne costrette a stare a casa e a rinunciare alle lezioni per problemi economici con gli usurai. Poi c’è la Napoli dei borseggiatori di Piazza Cavour, dei tossici dell’ex villa comunale con la più grande piazza di spaccio d’Europa e poi la piazza dell’abbeveratoio «Qual è? – Quella dove succedono tutte le sparatorie...?», la Napoli con gli svincoli che «servivano solo a buttarci frigoriferi vecchi e mobili sfasciati», container pieni di topi e strade senza fermate dell’autobus. Anche le descrizioni di «un mare mai bonificato, la sabbia radioattiva» non lasciano certo spazio all’ammirazione del lettore sulla bellezza del luogo. Non un commento positivo su questa città dove, in effetti, l’unica cosa che si avverte è la solidarietà tra i personaggi in un ambiente così lacerato.

    Il romanzo è corto e compatto, certi lo hanno definito essenziale, senza nulla di troppo. Per quanto si possa apprezzare una narrazione corta e senza troppi fronzoli, tuttavia, ci si aspetta – soprattutto visto il tema trattato – una certa dose di dettagli sugli stati d’animo della neo-madre che invece non arriva mai. Per certi versi Maria appare una donna fredda e cinica: «Io voglio che Irene viva, me ne importa solo di questo. Anzi, io non lo so neanche se voglio questo, voglio che questo incubo finisca presto», non c’è neanche gioia quando Irene comincia a respirare da sola senza l’aiuto dei macchinari «È normale che gli esseri umani respirino e lo facciano da soli, e noi, dopo quasi due mesi, avevamo raggiunto l’ordinario». Fa finalmente piacere avvertire un’emozione quando Maria tiene in braccio la figlia per la prima volta: «Ho sentito che non avrei avuto più né fame né sete, che non avrei più avuto bisogno di fare all’amore e che sarei potuta restare in quell’istante per quindici anni senza temere di aver perso tempo solo un giorno.», peccato però che la Parrella tronchi subito la felicità del lettore, che cominciava a credere Maria umana e capace di amare, con un «poi mi è venuto sonno». Non c’è gioia neppure quando alla fine Irene viene dimessa dall’ospedale. Il personaggio di Maria appare quindi sì come una donna moderna, libera, anticonformista e tenace, ma c’è davvero bisogno di andare a scapito dei sentimenti per far capire al lettore che non è una donna succube che si arrende di fronte alle difficoltà?

    Lo spazio bianco è anche la riga vuota tra due pensieri, «Mettici uno spazio bianco e ricomincia a scrivere quello che vuoi», è ciò che Maria suggerisce a un suo studente il giorno dell’esame quando questi non riesce ad andare avanti. Ma è anche la riga vuota che la Parrella lascia tra i flashback sull’infanzia di Maria e i momenti della sua vita quotidiana, lo spazio della narrazione del romanzo che, tolti prologo ed epilogo, non ha capitoli. È Lo spazio che sarebbe stato meglio utilizzato cercando di coinvolgere il lettore nella straziante storia di questa madre. Invece, alla centododicesima pagina di questo romanzo, al lettore non rimane niente.

    ha scritto il 

  • 0

    “Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro d ...continua

    “Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. […] Io non so aspettare e non voglio farlo, nell’attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi.”

    ha scritto il 

  • 5

    Maria, professoressa di una scuola serale, che a quarant’anni, sola e senza avere nessun appoggio, partorisce una bambina prematura.


    Da quel momento la sua vita, inevitabilmente, è catapultata in una dimensione diversa rispetto alla quotidianità provata fino ad allora, quotidianità fatta d ...continua

    Maria, professoressa di una scuola serale, che a quarant’anni, sola e senza avere nessun appoggio, partorisce una bambina prematura.

    Da quel momento la sua vita, inevitabilmente, è catapultata in una dimensione diversa rispetto alla quotidianità provata fino ad allora, quotidianità fatta di attimi che si ripetono senza neanche troppa convinzioni. Le sue giornate si dividono in due momenti e in due ambienti differenti, la scuola in cui insegna e l’ospedale in cui la figlia, Irene, è ricoverata, ancorata con la piccola mano alle dita della madre.
    La città che fa da scenario a questa storia è Napoli con tutte le sue contraddizioni, con le sue strade di sampietrini, le sue storie al contrario, con i racconti, le favole e le bugie. Ogni parola del romanzo Lo spazio bianco” racchiude il dolore della protagonista, che è certa delle difficoltà che è costretta ad affrontare giorno per giorno, ma è altrettanto convinta di poter riuscire in quello che più desidera, portare la bambina fuori da lì.a sofferenza che prova Maria, è dettata dalla fragilità di un animo umano che per quanto speranzoso, teme sempre di avere contro un destino avverso, ma l’amore la induce a credere nella possibilità di potersi ritrovare con figlia al di fuori di quelle mura di ospedale che sanno di medicine, di riflessioni opache, di stanchezza e di preghiere, di cose non dette e di altrettante cose non chieste, perché trovandosi di fronte a tanto dolore a volte è meglio non sapere la verità.
    La maggior parte del tempo la protagonista lo percepisce attraverso uno spazio bianco che è quello posto tra lei, al di là del vetro, e la bambina nell’incubatrice, tra lei e gli altri nell’incomprensione, tra lei e se stessa, quando cerca di arrivare in fondo al proprio cuore. Un libro dalle varie sfumature, toccante,

    ha scritto il 

  • 3

    E mezzo

    Di questo libro mi è piaciuta soprattutto l'assenza di pathos. Una scrittura apparentemente fredda, ma che racconta puntualmente quello strano spazio bianco abitato dai bambini prematuri e soprattutto dai loro genitori.

    ha scritto il 

  • 3

    Seguimi qui : http://lunanelventoelavita.blogspot.it/


    "Non ho neppure capito bene se Irene mi mancava, la notte. Non avevo mai conosciuto la sua presenza e ora mi toccava un'assenza che non sapevo riconoscere. La cercavo in come me la sarei immaginata, e non potevo. Non potevo guardare la ...continua

    Seguimi qui : http://lunanelventoelavita.blogspot.it/

    "Non ho neppure capito bene se Irene mi mancava, la notte. Non avevo mai conosciuto la sua presenza e ora mi toccava un'assenza che non sapevo riconoscere. La cercavo in come me la sarei immaginata, e non potevo. Non potevo guardare la parete della camera da letto e proiettarci l'immagine di una culla, finchè il suo unico spazio era dentro la terapia intensiva. Io non avevo immagini"

    Questo libro all'apparenza si presenta piccolo, la copertina spiazzante nella sua semplicità, scarna e bianca, come lo spazio di cui si parla nel titolo. Lo spazio estenuante dell'attesa disperata, logorante ma rivitalizzante. Uno spazio pieno di vita e morte, dolore e rispetto, gioia, speranza, sofferenza, desiderio. Uno spazio pieno.

    "Io non so aspettare e non voglio farlo, nell'attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi"

    Grossi i temi racchiusi in queste poco più di 100 pagine: la vita, la morte, la maternità, la fatica di fare una scelta...
    L'amore.

    "...tenere Irene in braccio per la prima volta... Senza pensarlo, senza pensare, io ho sentito che non avrei avuto più nè fame nè sete, che non avrei più avuto bisogno di fare all'amore. E che sarei potuta restare in quell'istante per quindici anni senza temere di aver perso tempo un solo giorno."

    La storia di una donna che cammina incerta tra i vicoli della sua vita, una donna che ha paura di catapultarsi nella vita ma che un giorno si trova a dover fare i conti con l'essenza più pura di questa.

    "Ma sentivo che l'errore c'era comunque: a sposarsi e a restare soli,a fidanzarsi e ad amare, a innamorarsi e sostenersi, a sfidarsi, a vincere e a perdere, a proteggere e a farsi proteggere."

    Durante la lettura anche io mi sono trovata avvolta nel bianco, ho atteso con ansia e trepidazione di conoscere il destino di Irene, di conoscere il destino di quella donna e madre.

    "Forse sentiva solo il mio battito accelleratissimo, che rincorreva il suo, o neppure quello. Ma mi sentiva. Stava nel mio braccio, la tenevo, mi sentiva e io le sorrisi. Non quella smorfia che mi ero calcata in faccia dal primo momento, quella che era solo la variante socialmente accettabile di una fuga. Proprio un sorriso di quando, in un momento, nella vita, sbuca una cosa inaspettata e piena e tua."

    Consiglio la visione del film di FRancesca Comencini uscito nel 2009 con una straordinaria Margherita Buy.
    http://www.mymovies.it/film/2009/lospaziobianco/

    ha scritto il 

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