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Lo spazio bianco

By Valeria Parrella

(202)

| Others | 9788806199661

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Book Description

Maria ha superato da poco i quarant'anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. Dietro l'oblò del Continue

Maria ha superato da poco i quarant'anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. Dietro l'oblò dell'incubatrice Maria osserva le ore passare su quel piccolo corpo come una sequenza di possibilità. Niente è più come prima: si ritrova in un mondo strano di medicine, donne accoltellate, attese insensate sui divanetti della sala d'aspetto, la speranza di portare sua figlia fuori da lì. Nei giorni si susseguono le mense con gli studenti di medicina, il dialogo muto con i macchinari e soprattutto il suo lavoro: una scuola serale dove camionisti faticano su Dante e Leopardi per conquistarsi la terza media. La circonda e la tiene in vita un mondo pericolante: quello napoletano, dove la tragedia quotidiana si intreccia con la farsa, un mondo in cui il degrado locale è solo la lente d'ingrandimento di quello nazionale.

214 Reviews

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    Un bel libro e una bella storia, non facile da raccontare.
    Ma la brevità del racconto non ha reso il libro più intenso.

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    Rosella said on Dec 19, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Bellissimo libro, molto intenso, e bellissimo il linguaggio, essenziale, scarno e potentissimo, capace di coinvolgere e emozionare nel profondo

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    Elebolle said on Dec 7, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Lo spazio bianco tra il nascere e il morire

    Lo spazio bianco (Einaudi, pagg.112, euro 10,00) è il primo romanzo della scrittrice napoletana Valeria Parrella, classe 1974, scritto nel 2008 dopo una serie di raccolte di racconti, tra cui il suo esordio narrativo Mosca più balena, con cui ha vint ...(continue)

    Lo spazio bianco (Einaudi, pagg.112, euro 10,00) è il primo romanzo della scrittrice napoletana Valeria Parrella, classe 1974, scritto nel 2008 dopo una serie di raccolte di racconti, tra cui il suo esordio narrativo Mosca più balena, con cui ha vinto il Premio Campiello Opera Prima.
    La copertina del romanzo è completamente bianca se non fosse per le ciglia nere di un paio di occhi, indubbiamente chiusi, e ovvi caratteri che ne indicano titolo, autrice ed editore. Senza dubbio una delle copertine più invitanti che abbia mai visto, essa lascia al lettore uno spazio bianco in cui egli può immaginare i personaggi e la possibile storia descritti all’interno.
    Maria, voce narrante del romanzo, è una donna napoletana di 42 anni che rimane incinta del primo figlio e si ritrova sola dopo che il compagno, «piccolo uomo [...] ma non piccolo come una figura vista da lontano, piuttosto senza prospettiva in un mosaico bizantino», informato della gravidanza, abbandona lei e il bambino.
    Una sera, tornando a casa dopo il lavoro alla scuola serale dove insegna italiano, Maria finisce all’ospedale per dare alla luce la figlia Irene, nata prematura al sesto mese di gravidanza. Ma è davvero nata? «Mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non l’ho capito bene... ».
    Single e senza aiuti, il mondo della donna è ridotto per tre mesi alla routine: di sera scuola, con gli alunni che faticano per prendere la licenza di terza media, di giorno reparto neonatale di terapia intensiva, dove la minuscola bambina è ricoverata in un’incubatrice, una scatola bianca, uno spazio bianco, in attesa di nascere; là Maria conosce altre madri nella sua stessa situazione e tra loro si instaura un rapporto di solidarietà (specialmente contro i medici) e anche amicizia, sebbene si capisca che è lei la più forte, la più perspicace e intellettuale tra di loro.

    Attendere è proprio quello che Maria non sa fare, cosa che la Parrella non tarda a ripeterci innumerevoli volte: «Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. », «Io non so aspettare e non voglio farlo, nell'attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi. Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza» e ancora «Io me la sono augurata a volte [la morte] che venisse a mettere fine all'angoscia, che arrivasse riconoscibile e chiara, senza più dubbi né tentennamenti. E questo pensiero viveva nello stesso spazio della speranza». Maria è perciò obbligata ad imparare una nuova arte, quella dell’attesa; anche ciò che una volta l’aveva aiutata a superare momenti difficili adesso non la aiuta più: «stavolta non riuscivo a leggere». È proprio così, infatti, che si apre il breve romanzo della Parrella, con il personaggio di Maria che, durante il solito viaggio in metropolitana fino all’ospedale, tenta di leggere saggistica.
    La città di Napoli, che fa da cornice alla storia, è come al solito stereotipata insieme ai suoi abitanti: gli alunni della scuola serale dove lavora Maria sono senza un titolo di studio, uomini condannati al lavoro minorile, agli scippi, a vendere cocaina e al riformatorio e donne costrette a stare a casa e a rinunciare alle lezioni per problemi economici con gli usurai. Poi c’è la Napoli dei borseggiatori di Piazza Cavour, dei tossici dell’ex villa comunale con la più grande piazza di spaccio d’Europa e poi la piazza dell’abbeveratoio «Qual è? – Quella dove succedono tutte le sparatorie...?», la Napoli con gli svincoli che «servivano solo a buttarci frigoriferi vecchi e mobili sfasciati», container pieni di topi e strade senza fermate dell’autobus. Anche le descrizioni di «un mare mai bonificato, la sabbia radioattiva» non lasciano certo spazio all’ammirazione del lettore sulla bellezza del luogo. Non un commento positivo su questa città dove, in effetti, l’unica cosa che si avverte è la solidarietà tra i personaggi in un ambiente così lacerato.

    Il romanzo è corto e compatto, certi lo hanno definito essenziale, senza nulla di troppo. Per quanto si possa apprezzare una narrazione corta e senza troppi fronzoli, tuttavia, ci si aspetta – soprattutto visto il tema trattato – una certa dose di dettagli sugli stati d’animo della neo-madre che invece non arriva mai. Per certi versi Maria appare una donna fredda e cinica: «Io voglio che Irene viva, me ne importa solo di questo. Anzi, io non lo so neanche se voglio questo, voglio che questo incubo finisca presto», non c’è neanche gioia quando Irene comincia a respirare da sola senza l’aiuto dei macchinari «È normale che gli esseri umani respirino e lo facciano da soli, e noi, dopo quasi due mesi, avevamo raggiunto l’ordinario». Fa finalmente piacere avvertire un’emozione quando Maria tiene in braccio la figlia per la prima volta: «Ho sentito che non avrei avuto più né fame né sete, che non avrei più avuto bisogno di fare all’amore e che sarei potuta restare in quell’istante per quindici anni senza temere di aver perso tempo solo un giorno.», peccato però che la Parrella tronchi subito la felicità del lettore, che cominciava a credere Maria umana e capace di amare, con un «poi mi è venuto sonno». Non c’è gioia neppure quando alla fine Irene viene dimessa dall’ospedale. Il personaggio di Maria appare quindi sì come una donna moderna, libera, anticonformista e tenace, ma c’è davvero bisogno di andare a scapito dei sentimenti per far capire al lettore che non è una donna succube che si arrende di fronte alle difficoltà?

    Lo spazio bianco è anche la riga vuota tra due pensieri, «Mettici uno spazio bianco e ricomincia a scrivere quello che vuoi», è ciò che Maria suggerisce a un suo studente il giorno dell’esame quando questi non riesce ad andare avanti. Ma è anche la riga vuota che la Parrella lascia tra i flashback sull’infanzia di Maria e i momenti della sua vita quotidiana, lo spazio della narrazione del romanzo che, tolti prologo ed epilogo, non ha capitoli. È Lo spazio che sarebbe stato meglio utilizzato cercando di coinvolgere il lettore nella straziante storia di questa madre. Invece, alla centododicesima pagina di questo romanzo, al lettore non rimane niente.

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    Zelda said on Sep 20, 2013 | Add your feedback

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    “Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprend ...(continue)

    “Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. […] Io non so aspettare e non voglio farlo, nell’attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi.”

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    Vyola said on Sep 10, 2013 | Add your feedback

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    Maria, professoressa di una scuola serale, che a quarant’anni, sola e senza avere nessun appoggio, partorisce una bambina prematura.

    Da quel momento la sua vita, inevitabilmente, è catapultata in una dimensione diversa rispetto alla quotidianità pro ...(continue)

    Maria, professoressa di una scuola serale, che a quarant’anni, sola e senza avere nessun appoggio, partorisce una bambina prematura.

    Da quel momento la sua vita, inevitabilmente, è catapultata in una dimensione diversa rispetto alla quotidianità provata fino ad allora, quotidianità fatta di attimi che si ripetono senza neanche troppa convinzioni. Le sue giornate si dividono in due momenti e in due ambienti differenti, la scuola in cui insegna e l’ospedale in cui la figlia, Irene, è ricoverata, ancorata con la piccola mano alle dita della madre.
    La città che fa da scenario a questa storia è Napoli con tutte le sue contraddizioni, con le sue strade di sampietrini, le sue storie al contrario, con i racconti, le favole e le bugie. Ogni parola del romanzo Lo spazio bianco” racchiude il dolore della protagonista, che è certa delle difficoltà che è costretta ad affrontare giorno per giorno, ma è altrettanto convinta di poter riuscire in quello che più desidera, portare la bambina fuori da lì.a sofferenza che prova Maria, è dettata dalla fragilità di un animo umano che per quanto speranzoso, teme sempre di avere contro un destino avverso, ma l’amore la induce a credere nella possibilità di potersi ritrovare con figlia al di fuori di quelle mura di ospedale che sanno di medicine, di riflessioni opache, di stanchezza e di preghiere, di cose non dette e di altrettante cose non chieste, perché trovandosi di fronte a tanto dolore a volte è meglio non sapere la verità.
    La maggior parte del tempo la protagonista lo percepisce attraverso uno spazio bianco che è quello posto tra lei, al di là del vetro, e la bambina nell’incubatrice, tra lei e gli altri nell’incomprensione, tra lei e se stessa, quando cerca di arrivare in fondo al proprio cuore. Un libro dalle varie sfumature, toccante,

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    Mapi84 said on Sep 4, 2013 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (202)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
    • 1 star
  • Others 120 Pages
  • ISBN-10: 8806199668
  • ISBN-13: 9788806199661
  • Publisher: Einaudi
  • Publish date: 2010-03-01
  • Also available as: Hardcover
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