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L'omonimo

By Jhumpa Lahiri

(8)

| Paperback

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Book Description

79 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    ma di preciso dove voleva andar a parare questa storia?
    l'ho letto velocemente sperando che ad un certo punto succedesse qualcosa...ed è successo che è finito..così come iniziato..una storia poco convincente che cerca di incentrare la storia sul "nom ...(continue)

    ma di preciso dove voleva andar a parare questa storia?
    l'ho letto velocemente sperando che ad un certo punto succedesse qualcosa...ed è successo che è finito..così come iniziato..una storia poco convincente che cerca di incentrare la storia sul "nome"..il concetto è stato chiaro dall'inizio, quindi tutte le ripetizioni di cui è infarcito il libro le ho trovate inutili...

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    Dilloamari said on Aug 24, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    The Namesake, “l’omonimo” in italiano, è Gogol, un giovane americano a cui i genitori, immigrati dall’India, hanno dato il nome dello scrittore preferito dal padre, professore universitario di ingegneria in un college del New England. E il titolo de ...(continue)

    The Namesake, “l’omonimo” in italiano, è Gogol, un giovane americano a cui i genitori, immigrati dall’India, hanno dato il nome dello scrittore preferito dal padre, professore universitario di ingegneria in un college del New England. E il titolo del romanzo rimanda proprio al rapporto –difficile- fra il protagonista e questo nome che fa di lui l’omonimo, appunto, dell’autore russo. Un nome che rappresenta una doppia fonte di straniamento: se da una parte il giovane Gogol sente forte il distacco dalla cultura indiana a cui invece i genitori sono strenuamente legati e che cercano disperatamente di trasmettergli, dall’altra egli non si capacita di aver ricevuto un nome che non ha nulla a che fare né con la civiltà americana né tantomeno con quella indiana, e che in fin dei conti non è neanche un vero nome ma un cognome, che lo associa poi ad un personaggio lontanissimo da lui nel tempo e nello spazio, protagonista di un’esistenza assurda e disperata…
    Jumpha Lahiri scrive un romanzo di formazione che segue cronologicamente la vita del protagonista dal giorno precedente alla sua nascita, quando in un afoso agosto del 1968, in un appartamento di un quartiere universitario di Boston, la madre Ashima inizia ad avere le doglie, fino a trentadue anni dopo, al Natale dell’anno 2000. Le lunghe ore di travaglio in gran parte solitario della donna, la corrispondente attesa, altrettanto solitaria, del marito, consentono all’autrice per mezzo di due lunghi flashback di raccontare alcuni momenti della precedente esistenza in India dei due personaggi, entrambi originari di Calcutta, dove si sono conosciuti e sposati. Questa prima parte del romanzo è perfettamente integrata con l’evoluzione della storia e la voce narrante in terza persona assume via via il punto di vista dei principali personaggi, rivelandosi più efficace nella caratterizzazione delle figure femminili.
    Il protagonista Gogol resta invece in qualche modo una figura opaca, che lo sguardo dell’autrice non riesce mai completamente a squarciare, anche se è comunque interessante il racconto della sua educazione sentimentale, del modo in cui le dinamiche spesso inaspettate e fortuite delle relazioni familiari e amorose influenzino il rapporto di Gogol con le sue culture di riferimento, americana e indiana.
    Infine la descrizione degli ambienti, degli spazi e dei luoghi assume un ruolo molto importante, è molto accurata e mai fine a sé stessa, così che ci sembra di sentire il freddo degli inverni del Massachusetts ma anche la calura umida di Calcutta, il sapore dei cibi speziati del Bengala e i profumi delle donne amate da Gogol. Abbiamo perfettamente davanti agli occhi, anzi ci sembra proprio di camminare fino alla punta di Cape Cod in una giornata d’inverno, sentiamo sulla nostra pelle la solitudine di una giovane madre in un piccolo appartamento pieno di piatti sporchi e di biancheria da lavare, con un neonato da allattare ed accudire e un’insopportabile nostalgia del proprio paese di origine.

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    Valefish said on Aug 14, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    pieno di luoghi comuni. troppe desrizioni dei colori: cioccolato, crema, petunia, verde acido... -.- du palle -.-'

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    nuova_leva said on Jul 31, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Sinceramente dopo un mese non so ancora riorganizzare il mio pensiero su questo libro. Perché se da un lato trovo sia bello e veritiero, dall’altro non mi sembra così eccezionale come alcuni lo descrivono. Ho come la sensazione che le tematiche tratt ...(continue)

    Sinceramente dopo un mese non so ancora riorganizzare il mio pensiero su questo libro. Perché se da un lato trovo sia bello e veritiero, dall’altro non mi sembra così eccezionale come alcuni lo descrivono. Ho come la sensazione che le tematiche trattate nel libro - la maternità, la cultura, l’inserimento in una nuova società - pur trattate con molta delicatezza, non propongono davvero una nuova visione, una nuova interpretazione. Mi sembra di aver letto da qualche parte parole molto simili.
    Dall’altro lato però mi trovo a condividere molte cose: la sensazione di non appartenere a nessun luogo, perché non si condividono le abitudini e i valori né del luogo di provenienza né del luogo di “accoglienza”. La sensazione di non essere veramente capiti da nessuno, perché per gli abitanti di A sei B, e per quelli di B sei A. Certo, io non sono nella situazione di Gogol, per me è tutto ridimensionato, ma è comunque faticoso doverci convivere.
    Un altro motivo che mi spinge ad immedesimarmi in Gogol è la questione del nome. Io non faccio mistero di odiare il mio nome. È qualcosa che devo accettare, ma nessuno potrà mai farmelo piacere. Anch’io vorrei poterlo cambiare. Ma non posso.
    Nel complesso però il libro non mi ha colpito più di tanto. La scrittura è fluida, sì, ma anche troppo. È impersonale, fredda; parla di ogni personaggio nello stesso modo.
    È un bel libro, questo sì, ma non lo considererei un capolavoro. Degno di essere letto, certamente. Ma non un capolavoro.

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    Lucy said on Apr 5, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Peccato

    Troppa carne al fuoco e poco sugo. Ci sono personaggi interessanti ai quali però manca spessore, umanità, restano dei racconti, una serie di fatti, di oggetti, di luoghi, di odori. Anche il protagonista che si prende la briga di cambiare il proprio n ...(continue)

    Troppa carne al fuoco e poco sugo. Ci sono personaggi interessanti ai quali però manca spessore, umanità, restano dei racconti, una serie di fatti, di oggetti, di luoghi, di odori. Anche il protagonista che si prende la briga di cambiare il proprio nome ma non di conoscerne l'origine dedicando 30 minuti alla lettura del racconto che ha affascinato il padre sembra essere il re dei superficiali.
    L'unico personaggio veramente riuscito è Ashima, la madre di Gogol, l'unica parte del romanzo davvero avvincente, poetica, spessissima è quella che racconta della sua nuova vita in America accanto ad un marito che non conosce, in una casa che le è estranea, in un Paese che non capisce fino in fondo. Se Lahiri avesse continuato su questo registro sarebbe stato un bellissimo romanzo, probabilmente le riescono meglio i racconti.

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    Marozzi said on Feb 19, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Si beve l'odore dolce, lattoso, della sua pelle, il profumo burroso del suo alito.

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    Lucio said on Feb 14, 2014 | Add your feedback

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