Lord Jim

Di

Editore: Mursia (Gruppo Editoriale)

3.9
(840)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 384 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese , Portoghese , Ceco , Polacco , Greco , Danese , Tedesco , Olandese

Isbn-10: 8842510610 | Isbn-13: 9788842510611 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: R. Prinzhofer , U. Mursia

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Viaggi

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Descrizione del libro
Fra la verità e il giudizio umano, fra il coraggio e il dubbio, che si alternano come onde di nebbia lungo tutto il romanzo (e proprio le nebbie, le nuvole, i vapori delle tempeste ne sono immagini chiave), si scorge a tratti la figura sfuggente del protagonista, dipinta con elusiva precisione. E' Lord Jim, uno dei personaggi più celebri, complessi, difficili e amati di Conrad, con il suo idealismo tenebroso, problematico ed essenzialmente umano.
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  • 5

    Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche

    Per uno strano caso mi sono ritrovato a leggere in sequenza tre libri di letteratura inglese editi in un lasso di tempo piuttosto breve, tra il 1886 e il 1912: oltre al piccolo volume contenente tre r ...continua

    Per uno strano caso mi sono ritrovato a leggere in sequenza tre libri di letteratura inglese editi in un lasso di tempo piuttosto breve, tra il 1886 e il 1912: oltre al piccolo volume contenente tre racconti di Mary Cholmondeley, infatti, prima di Lord Jim ho affrontato Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Tutti e tre i libri contengono storie che potrebbero apparire di genere: storie che narrano di avventure, di viaggi in paesi esotici e sconosciuti, oppure storie di terrore. Tutti, infine, sono stati originariamente pubblicati su riviste a larga tiratura, anche se il Blackwood's Edinburgh Magazine, sul quale apparve a puntate tra 1899 e 1900 (raramente date furono più simboliche) Lord Jim, era una rivista illustre, che aveva ospitato nel tempo autori del calibro di Shelley, Coleridge e Wordsworth, e non può quindi paragonarsi alle riviste popolari su cui pubblicavano Cholmondeley e Doyle.
    Le somiglianze tra questi tre libri, però, finiscono qui. Altrove ho già fatto notare la distanza sia formale sia sostanziale che intercorre tra il romanzo di Doyle e i racconti di Cholmondeley: molta di più è possibile rinvenirne tra le opere di questi due autori e il romanzo di Conrad, a testimonianza della straordinaria ricchezza e varietà della letteratura britannica al passaggio tra XIX e XX secolo, della quale peraltro questa triade di autori rappresenta solo una minima parte. Questa distanza può essere espressa con una formulazione qualitativa, che è bene a mio avviso puntualizzare subito: mentre Il mondo perduto si eleva rispetto al romanzo di genere solo formalmente, e unicamente grazie all’abilità tecnica dell’autore , mentre ancora i racconti della Cholmondeley rappresentano sicuramente opere di un livello letterario molto buono, nel caso di Lord Jim ci troviamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, ad uno dei (secondo me fortunatamente moltissimi) capisaldi della letteratura di tutti i tempi.
    Lord Jim è un capolavoro perché dotato di una stratificazione narrativa che permette diversi livelli interpretativi, perché ciascun lettore può trovarvi la propria storia, perché pone interrogativi che tutti ci siamo prima o poi posti (o che ci porremo, nel caso fossimo molto giovani), perché parla di un uomo (uno di noi, secondo la famosa chiosa dell’introduzione al romanzo scritta di Conrad nel 1917) ma anche di un mondo, che per analogia potrebbe essere il nostro mondo, ed infine (last but not least) perché è scritto in modo meraviglioso. Il linguaggio di Lord Jim, forse anche a causa del fatto che per Conrad l’inglese era la terza lingua, è estremamente evocativo, denso di cromatismi, oserei dire postimpressionista; a mio avviso deve molto a colui che può essere considerato il grande maestro di Conrad, Robert L. Stevenson (anche se Conrad faticò a riconoscere tale ascendenza), e forse trova suoi corrispettivi nei quadri di Paul Gaugin (anche per la comunanza di temi) e nella musica di Claude Debussy. Un linguaggio che affonda le sue radici nell’800 al servizio di una storia che come vedremo anticipa il ‘900, ovvero un romanzo al contempo postimpressionista e premodernista: ecco ciò che ritengo uno dei motivi dell’indubbio fascino di questo libro.
    Mi rendo conto però di avere mentito, affermando che ciascun lettore può trovare la propria storia in Lord Jim: in realtà, come testimoniano le stroncature e gli abbandoni reperibili in rete, ci sono lettori che vengono negativamente spiazzati da questo romanzo: sono quelli che – attratti dall’ambientazione esotica – credono di essere di fronte ad un romanzo d'avventura, scritto da una sorta di Salgari inglese (inglese?) Le loro speranze, provo ad azzardare, rimangono abbastanza salde per i primi quattro capitoli, anche se l’inizio non è proprio quello folgorante che si aspettavano: troppo prosaico che l’eroe del libro venga presentato come un abile piazzista, troppo confusa la descrizione del primo fallimento di Jim, giovane apprendista marinaio, in una notte di tempesta. La storia del Patna, subito dopo, sembra promettere bene: c’è un capitano rinnegato tedesco del Nuovo Galles del Sud ed anche il resto della ciurma è composto da pochi di buono. All’improvviso però, dopo che neppure si è capito bene cosa sia successo, c’è un brusco salto temporale in avanti e ci si trova nel bel mezzo di una indagine a carico di Jim: la confusione narrativa sembra al suo apice, ma la volontà è ancora quella di andare avanti, per vedere come andrà a finire. Tutto sommato una certezza ancora c’è, ed è rappresentata da uno dei fari cui affidarsi in questi casi: il narratore onnisciente, che, se all’inizio ha creato un po’ di nebbia con il suo procedere per salti, saprà certo anche portare la nave del racconto nel porto sicuro della sequenzialità e dell’azione. Ma ecco che, a partire dal quinto capitolo, viene meno anche quest’ultima certezza: al narratore onnisciente si sostituisce Marlow, un marinaio più anziano del giovane Jim, che lo incontra durante il processo che questi subisce per il brutto affare del Patna, che gli diviene amico e che da questo momento parlerà di Jim sia raccontando dei suoi incontri e colloqui con lui, sia riferendo quanto ha saputo sulla sua vita da altre persone. Marlow racconterà le storie di Jim ”… in seguito, molte volte, in lontane parti del mondo… Forse un dopocena, su una veranda adornata da un immobile fogliame e coronata di fiori, nell’oscurità dell’imbrunire punteggiata dalle estremità ardenti dei sigari.” Marlow sconvolge le residue certezze o speranze dei nostri lettori: è infatti un narratore ancora più confusionario del primo, perché non scrive ma parla, e parlando ovviamente salta di palo in frasca, anticipa fatti su cui deve tornare, racconta altre storie nella storia, si dilunga in considerazioni personali. Inoltre Marlow, non essendo onnisciente, non conosce tutta la storia, ma solo dei pezzi, ed anche quelli sono filtrati dalla sua esperienza, dal suo modo di vedere le cose. Insomma, i nostri lettori in cerca di avventure si sentono traditi: la storia non decolla, perché accada qualcosa è necessario sorbirsi pagine e pagine di elucubrazioni, e quando qualcosa finalmente accade raramente è l’azione a dominare. Il risultato è l’abbandono del libro o, giunti alla fine, la sua classificazione come noioso o confuso, sino al lancio del sommo anatema: romanzo lento (sulla lentezza in letteratura – e non solo - come disvalore si potrebbe aprire un proficuo dibattito socio-filosofico).
    Per chi invece non è in cerca di un romanzo d'avventura ma di un’opera nella quale questa sia costituita dalla capacità del narratore di far riflettere, di porre degli interrogativi essenziali, di parlare di un mondo che anche se lontano nel tempo e nello spazio può essere percepito come attualissimo, il vivere di Jim attraverso gli occhi, a volte benevoli, a volte irritati, a volte delusi, a volte commossi di Marlow costituisce uno degli elementi di maggior fascino del romanzo, oltre che essere uno dei connotati che lo proiettano di peso verso il ‘900 letterario. Quello di Marlow non è un vero e proprio stream of consciousness, ma qualcosa che gli somiglia molto, lo definirei uno stream of chats, che si protrae praticamente ininterrotto per ben 41 capitoli, e rappresenta, come dice benissimo Domenico Starnone nella sua preziosa prefazione, la grande invenzione di Conrad, l’espediente attraverso il quale ci consegna una storia enigmatica e sfaccettata, in cui come detto ciascuno di noi può trovare la propria storia, senza essere costretto ad accettare la verità che il narratore onnisciente per definizione fissa. Non a caso in un altro dei suoi capolavori assoluti, Cuore di tenebra, scritto quasi contemporaneamente a Lord Jim, la storia sarà raccontata sempre da Marlow, che peraltro compare anche in alcuni altri romanzi di Conrad.
    Ma quali sono gli interrogativi che pone questo grandissimo ed inquietante romanzo? Il primo, e forse quello centrale, riguarda quello che sarà uno dei grandi temi della letteratura novecentesca: l’inadeguatezza dell’individuo rispetto ai suoi compiti morali e sociali.
    Jim sin dall’inizio si immagina in grado di compiere grandi imprese, “...salvare persone da navi che affondano, recidere l’alberatura durante un uragano, nuotare tra la spuma dei marosi con una gomena...”, ma già alla prima prova vera, il soccorso ad alcuni marinai in mare dopo una collisione, giungerà tardi. In seguito ci sarà il brutto affare del Patna, uno degli episodi centrali del romanzo e senza dubbio quello che segnerà la vita di Jim. Egli paga il debito con la società per il suo comportamento inadeguato (a differenza dei suoi compari), ma questo per lui non ha importanza: deve riscattarsi, deve avere un’altra possibilità, e sinché questa non arriverà sarà costretto a scappare, inseguito dai suoi fantasmi interiori. L’occasione si presenta grazie all’affetto di Marlow e alla fiducia di Stein, ed egli la sfrutta, divenendo Tuan Jim, il signore della comunità indigena di Patusan, saggio e deciso: lì trova anche l’amore, e sembra che i suoi fantasmi siano ormai scomparsi, sinché il fiume non viene risalito dalla nave di Brown. Molti di noi, credo, si ritrovano in Jim, nelle sue paure, nei suoi balbettii e nei suoi sogni: la distanza tra ciò che crediamo di essere e ciò che realmente siamo è esperienza comune di chi almeno una volta abbia provato ad analizzare con schiettezza i propri comportamenti, ed a tutti è capitato di giungere troppo tardi o di abbandonare una nave che sta affondando, cercando poi di riscattarsi.
    Per spingerci un po’ oltre questa accezione individualistica della vicenda di Jim possiamo aggiungere però una constatazione: Jim non è codardo (lo dimostra molte volte, specie nel finale), non è furbo: è inadeguato perché le cose, le circostanze, sono maledettamente complicate, e lui non riesce a prendere la decisione giusta. Jim non è in sintonia con il mondo, o meglio il mondo in cui vive funziona secondo logiche che gli sono estranee: le logiche degli affari, dello sfruttamento, della sopraffazione. Le sue decisioni, almeno a Patusan, (detto per inciso: quante somiglianze tra questo remoto insediamento e la base di Kurtz) sono dettate da un profondo senso di giustizia ed anche di fiducia nel prossimo, ma si riveleranno inadeguate rispetto alle regole sociali, generando in chi nell’ambito di queste regole ha costruito il suo piccolo potere il sordo rancore che porterà all’epilogo della vicenda.
    Ampliando ancora un po’ lo sguardo possiamo chiederci: chi è Jim, chi rappresenta specificamente? Conrad ci dice che è uno di noi, ma chi siamo noi? Io sposo appieno la tesi di Starnone, secondo cui noi siamo tutta la ”gente di buoni sentimenti, anime belle dell’Occidente” che ancora crede nella favola della civiltà superiore, della democrazia da esportare, dei valori delle nostre radici contrapposte a quelle di altri, e non vede come veramente funziona il mondo in cui viviamo. Rileggiamo in questa chiave alcuni passaggi del libro, ed in particolare la parte della storia che si svolge a Patusan: Jim diviene, come detto, Tuan Jim perché libera gli indigeni dalle scorrerie di Sherif Ali e dall’oppressione di Tunku Allang, che si contendevano il predominio dei commerci sfruttando la popolazione, ed esautora il corrotto portoghese Cornelius. L’arrivo di Brown sancirà l’inevitabile fine della < d>democratizzazione di Patusan, perché Brown rappresenta la vera anima dell’impresa coloniale, l’anima nera, quella della depredazione delle materie prime, della violenza, della schiavitù: Jim non riconosce questa anima e ritiene che Brown, essendo un bianco, agisca sulla base di un codice morale simile al suo: per questo gli concede di andarsene. Ma Brown e Cornelius sanno come funziona il mondo, e per loro sarà semplicissimo ricacciare Jim nel baratro della sua inadeguatezza, che ora gli concederà una sola via d’uscita.
    Ho tralasciato tantissime cose di questo splendido libro: le storie dei personaggi minori, l’amore di Jim per Gioiello, le vivide descrizioni di porti, isole, mari e foreste: ho cercato di dire il meno possibile sulla trama, a costo di essere criptico, perché questo è un libro che va letto in prima persona, gustandolo pagina dopo pagina, perché a tutti può lasciare molto, qualcosa, o forse solo la coscienza di essere un libro maledettamente lento.

    ha scritto il 

  • 1

    È stata una gran fatica finire questo romanzo, sono stato tentato di lasciarlo a metà.
    La storia non mi ha appassionato né il protagonista è riuscito ad ispirarmi empatia. Soprattutto però ho trovato ...continua

    È stata una gran fatica finire questo romanzo, sono stato tentato di lasciarlo a metà.
    La storia non mi ha appassionato né il protagonista è riuscito ad ispirarmi empatia. Soprattutto però ho trovato lo stile ostico: situazioni poco chiare, discorsi diretti pieni di balbettamenti ed interruzioni, pagine e pagine per descrivere un dettaglio, termini marinareschi a profusione, personaggi che raccontano la storia di altri personaggi che raccontano la storia di altri personaggi.
    C'è da dire che il libro ha ben più di cent'anni e la traduzione dell'edizione che ho letto, cinquanta. Questo naturalmente significa poco, ma per me non fa parte di quei capolavori assoluti capaci di rimanere godibili nonostante il passare del tempo.

    ha scritto il 

  • 5

    Che dire? Immenso

    Non è una rilettura, e per raggiunti limiti d’età (la mia) rischia di non esserlo mai. Mi mancherà il necessario periodo di decantazione e poi sedimentazione prima che mi ritorni quel qualcosa, più ch ...continua

    Non è una rilettura, e per raggiunti limiti d’età (la mia) rischia di non esserlo mai. Mi mancherà il necessario periodo di decantazione e poi sedimentazione prima che mi ritorni quel qualcosa, più che un ghiribizzo, che mi spinga a rileggerlo. Almeno vent’anni. Peccato.
    È nelle prime pagine che viene svelato il mistero del perché del baratro psichico in cui precipita il suo eroe: come sempre e come sempre eroe negativo.
    Niente è più terribile che osservare un uomo colto nel mezzo non di un crimine, ma di una debolezza più che criminale. Una saldezza d’animo assai comune ci impedisce di diventare criminali in senso legale; è da queste debolezze che non ci si può salvare – sulle debolezze sconosciute, ma forse sospettate, come in certe parti del mondo si sospetta la presenza di serpenti in ogni cespuglio – da debolezze che possono rimanere annidiate in noi, visibili o invisibili, temute o virilmente disprezzate, represse o magari ignorate per più di metà della nostra vita. Cediamo alla tentazione di fare delle cose per le quali ci coprono di insulti e cose per le quali veniamo condannati alla forca, e tuttavia lo spirito può sopravvivere – sopravvivere alla condanna, sopravvivere al capestro, per giove! E ci sono cose – che sembrano insignificanti a volte – che invece segnano la nostra fine assoluta.
    Jim non aveva fatto niente di criminale nell’accezione legale, ma solo disonorevole. La vera tragedia era nel tradimento di se stesso, dei suoi sogni di giovane romantico, sogni che aveva scambiato per sua vera natura: fantasticava di difendere vedove e orfani, patria e famiglia e invece era scappato come un topo dalla nave che affonda con ottocento pellegrini diretti alla Mecca. Senza sapere perché: a sua insaputa. Ma la nave non affonda e la tragedia si risolve in farsa, ma non per lui. Come Raskolnikov ( che l’usuraia e la povera sorella le aveva uccise) non poteva dimenticare l’autotradimento. Al pietroburghese Dosto, però, non nega alla fine la catarsi nella fede e in Sonja; cosa che Conrad nega a Jim: da romantico vero berrà l’amaro calice del sacrificio, il solo a poterlo riabilitare ai suoi propri occhi, magari solo nell’attimo prima di morire. E in effetti, gli eroi di Conrad sono degli eroi romantici quando non erano più di moda. Gente pronta a sacrificare se stessi in nome di un’idea. Peccato che questa idea poteva essere sbagliata! E Marlow, da uomo concreto (nonché di razza superiore), non lo capisce e non accetta quel poco che intuisce. Lo aiuta a fuggire perché il ragazzo gli è simpatico ma vede le complicazioni di una fuga per un tipo sognatore come lui.
    Vana, infatti, la fuga dal mondo e da se stesso, vano il rifugiarsi nel buco del culo del pacifico e diventare il re dei piccoli siamesi di un isolotto. Vano il suo lasciarsi il passato dietro le spalle perché il passato non è che la prima parola del destino incisa in una pietra. Quel fantasma, che velato lo insegue, gli si svela alla fine: è la morte.
    Nemmeno per un momento pensiamo al lieto fine; non solo per il parlare sibillino e catastrofico di Marlow, l’alter ego di Conrad, “il più grande secondo narratore della letteratura moderna”, narratore di roba per stomaci forti. Non lo possiamo pensare perché, date le premesse, (il temperamento, i sogni, la razza, sì la razza: “è uno di noi” ripete a mantra Marlow, uomo dell’impero britannico), non ci si può aspettare di meno che l’ andare incontro, di Jim, a una morte tanto onorevole quanto inutile.
    E dire che non aveva agito vigliaccamente lasciando andare il bandito che minacciava il prospero villaggio. Avrebbe risparmiato un inutile spargimento di sangue. Quello era, sì, un mascalzone, ma a volte gli uomini agiscono male senza essere peggiori di altri“. Chi non sbaglia nella vita? E lui, quella sua colpa non l’aveva mai dimenticata,nonostante il successo e l’amore. In nome di quella colpa, cristianamente perdona. Ma era il “bambino” che pensavano i suoi nemici. Un bambino ingenuo che non sapeva prevedere le conseguenze delle sue azioni: il cattivo, cattivo lo era davvero. E quando gli uccide l’amico capisce che il suo destino si era compiuto.
    L’atmosfera è quella di Cuore di tenebra: la foresta, il fiume, la foschia, la notte e a volte il mistero della luna. E silenzio, silenzio, silenzio … quello che avvolge nella solitudine le nostre esistenze.

    ha scritto il 

  • 4

    L'eterna maledizione dell'eroe

    Uno dei capolavori di Conrad, dove la sua capacità di tratteggiare un'epica romantica, ma totalmente umana arriva ai suoi vertici maggiori.
    Lord Jim è un simbolo, certo, ma è e resta un uomo. Rimane s ...continua

    Uno dei capolavori di Conrad, dove la sua capacità di tratteggiare un'epica romantica, ma totalmente umana arriva ai suoi vertici maggiori.
    Lord Jim è un simbolo, certo, ma è e resta un uomo. Rimane scolpito nella memoria come espressione più alta e drammatica dei dilemmi esistenziali (salvare se stessi o sacrificarsi per un rischio inutile?), ma resta anche dentro il cuore nei suoi tratti più veri e reali che riconosciamo in ogni pagina come nostri (pensieroso e irruento, entusiasta e disilluso, ingenuo e sfiduciato). Conrad scava nella contraddizione dell'eroe romantico, nelle catene che ci si costruiscono intorno (ma sono forse meglio quelli che vivono liberi dei lacci dell'onore?), nel destino ineluttabile e straziante che porta Lord Jim a cercare la fine che, forse, lo perseguitava dai tempi del Patna.
    E' ovvio sentire echeggiare "Cuore di tenebra": anche qui è Marlow a raccontare la vicenda di Lord Jim; Kurtz può essere visto come un Lord Jim decaduto e smarrito, preda del delirio di potenza che affascina lo stesso Jim; entrambi i personaggi fuggono "into the wild", ne vengono rigenerati e finiscono per esserne distrutti. Un altro straordinario apologo sulla nostra drammatica, straziante condizione; siamo scissi e segni viventi di contraddizione.

    ha scritto il 

  • 3

    "Imperscrutabile nel cuore, esageratamente romantico"

    Lord Jim, un giovane dagli ideali romantici trascinato dagli eventi in quella che sarebbe diventata la macchia nel suo animo per tutta la vita. Una figura affascinante, quasi fuori posto in mezzo alla ...continua

    Lord Jim, un giovane dagli ideali romantici trascinato dagli eventi in quella che sarebbe diventata la macchia nel suo animo per tutta la vita. Una figura affascinante, quasi fuori posto in mezzo alla massa che lo circonda. Un po' pesantuccio però, forse un po' tanto. All'inizio, diciamo una prima metà, il ritmo è un po'più incalzante per via del processo..dopo si rischia di rimanere impantanati e proseguire a fatica: per questo una valutazione nella media. Credo che la lettura fatta da Christian Iansante abbia contribuito, almeno per me, ad andare avanti abbastanza velocemente perchè ascoltarlo è davvero un piacere..e magari ha contribuito anche il fatto che, nei momenti che dedicavo al libro/audiolibro, non potevo fare altro se non questo (in aggiunta a quanto stavo già facendo) e meno male perchè se no chissà quanto ci avrei messo a finirlo. Perchè in effetti la sera, a casa comodamente sul divano, gli preferivo altro..
    Tre stelle, o quasi tre.

    ha scritto il 

  • 3

    Del 1899.
    La prima parte (fino e incluso l'incontro con Stein) è bellissima: il ritratto di un uomo con idee romantiche che si scontra con i propri limiti. Sembra quasi, per l''empatia dell'autore ver ...continua

    Del 1899.
    La prima parte (fino e incluso l'incontro con Stein) è bellissima: il ritratto di un uomo con idee romantiche che si scontra con i propri limiti. Sembra quasi, per l''empatia dell'autore verso Jim, che Conrad si chieda "cosa avrei fatto io?".
    La seconda parte è più avventurosa ma in definitiva inutile, anche se ribadisce, in modo iper-romantico, forse in modo ancora più duro, la visione contraria al romanticismo di Conrad.
    Meravigliosi i personaggi secondari.

    ha scritto il 

  • 2

    Noioso ed inutilmente difficile. Lord jim ha la profondità d'animo e l'empatia di una zucca, talmente romantico da apparire talvolta scemo. Sia durante l'incidente del Panta sia durante quello di Pat ...continua

    Noioso ed inutilmente difficile. Lord jim ha la profondità d'animo e l'empatia di una zucca, talmente romantico da apparire talvolta scemo. Sia durante l'incidente del Panta sia durante quello di Patusa il suo turbamento interiore non sembra causato dalla compassione per chi sta soffrendo o rischia di morire ma dal suo venir meno alla sua idea romantica di eroe, avventuriero e uomo d'onore. Forma narrativa inverosimile. Sono rimasto deluso anche dalle descrizioni tanto decantate. Non fosse per certi riferimenti non sarebbe scontato capire che il romanzo si svolge nel sud est asiatico. È un libro che in definitiva non mi ha lasciato nulla, sebbene affronta tematiche che di per sé mi avrebbero interessato.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Uau. Questo libro mi ha scavato dentro.
    L'adolescenza romantica, i sogni a occhi aperti di avventure, la certezza di essere pronti a qualsiasi sfida.
    E poi. . .
    Il confronto con la dimensione quotidia ...continua

    Uau. Questo libro mi ha scavato dentro.
    L'adolescenza romantica, i sogni a occhi aperti di avventure, la certezza di essere pronti a qualsiasi sfida.
    E poi. . .
    Il confronto con la dimensione quotidiana, la scoperta della propria debolezza, il terrore della mediocrità.
    Forse non tutti abbiamo avuto un caso drammatico come quello del Patna con cui confrontarci, ma credo che in molti abbiamo vissuto almeno un momento in cui le illusioni che abbiamo costruito su noi stessi sono cadute.
    In questo Jim é uno di noi.
    Eppure è anche diverso perché la sua grandezza sta nel rifiuto disperato di perdonarsi, e quindi di sopravvivere.
    Romanzo oscuro, difficile, straziante, imperdibile

    ha scritto il 

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