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Los detectives salvajes

By Roberto Bolaño

(12)

| Others | 9789800111017

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Book Description

201 Reviews

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  • 13 people find this helpful

    L'intimidatore

    Non mi interessano molto i paragoni tra David Foster Wallace e Roberto Bolano. In particolare perché non conosco bene il Wallace “narrativo”, ammesso che esista un Wallace narrativo. Ho letto invece gran parte dell'opera di Bolano (tranne "Il Terzo R ...(continue)

    Non mi interessano molto i paragoni tra David Foster Wallace e Roberto Bolano. In particolare perché non conosco bene il Wallace “narrativo”, ammesso che esista un Wallace narrativo. Ho letto invece gran parte dell'opera di Bolano (tranne "Il Terzo Reich") e ho intenzione di rileggerla, se sarà possibile. Il libro che preferisco è forse i detective selvaggi, insieme a 2666.
    Diciamo che ci sono due scrittori per me fondamentali: quelli che ti intimidiscono (Bolano) e quelli che ti convincono (Wallace). Prevalendo sulla mia attività corticale il più candido stupore infantile, per Elemire Zolla motore del mondo, ho una lieve predilizione per i primi: gli intimidatori.
    I motivi del successo sono sempre oscuri, ma a volte si intravedono, e non so se sia necessario o utile discuterli. La fama e il successo sono cose, come ben sapeva Seneca, effimere. Al di là dei meriti letterari (per me evidenti), sicuramente Bolano risponde bene a quell'imperativo di Milton: il poeta deve essere egli stesso una poesia. L'aura mitica, l'accettazione incondizionata e estatica da parte di tanti fan, la non discussione per principio di Bolano, si basa sulla costruzione, certo involontaria, di una figura in parte nuova nel mondo letterario, che recupera il maledettismo di tanti autori beatnik, che vive come dice bene Wordsworth con dinanzi il buio e dietro la voce del pericolo, che si autoesilia, si autoemargina, sfugge, provoca, intenerisce ("la mia patria sono i miei figli"). Bolano è sulla frontiera della comunicazione e riesce a vedere più lontano degli altri. Si camuffa da rockstar, spala nella merda e trova i diamanti, ha un innegabile fiuto per gli affari, non ultimi: li disprezza profondamente. Poi c'è la sua voce: rauca e gracchiante come quella di Battisti, crepuscolare, molto plastica, dai molti registri, ideale per cantare un mondo che ha perduto la poesia, o meglio, ha perduto la voglia di poesia (che cosa sia la poesia per Bolano lui non ce lo dice – non ci dice tante cose - , non è un genere, forse è un simbolo, forse una condizione dell'esistenza, forse un valore) e vuole recuperarla con l'esca dell'anti-poesia. Nicanor Parra è il suo poeta preferito. Poi c'è la attenzione sfrenata alla forma. Ammira Cortazàr non perché gli piace il gioco di Cortazar, le avventure della Maga (cfr Rayuela), di Oliveira, ma perché gli piace la scatola del gioco, quel buffo, apparentemente gratuito rompicapo delle piste di lettura. Ogni suo libro presenta dei piccoli o grandi shock formali. 600 pagine di investigazioni deliranti interacalate nel bel mezzo del diario di un adolescente, 5 romanzi come se fossero uno, voci che si rincorrono, racconti mischiati a conferenze, monologhi come musiche da camera. E’ come se per Bolano contasse in primis quel che ha detto Ruskin: tutte le arti devono aspirare alla condizione della musica, che è pura forma. Bolano si confronta con il tempo e il suo divenire; il suo pessimismo non è una conclusione, ma una dichiarazione d’intenti: si parte da questa condizione per arrivare a un’altra, anche a costo di essere sconfitto; si combatte questa oscura ruota dell’essere con la dignità. Il pessimismo è sempre autocentrico. Da questo punto di vista, il pessimismo bolaniano non è un vero pessimismo, perchè non lo riguarda. Gli incidenti di percorso, le possibili sconfitte, per Bolano sono medaglie al valore. La storia per lui è una grande nuba fatta di tante cose, comprese le cadute rovinose, ma dietro questa nube c'è il sole dei combattenti, di chi non si perde d'animo. Come per il poeta Archiloco, abbandonare il proprio scudo in mezzo al campo per Bolano non vuol dire nulla. "Che vada in malora, se ho salvato me stesso". Ciò che conta è l'ardore. Dice: Nella mia cucina letteraria abita un guerriero, che alcune voci (senza corpo né ombra) chiamano scrittore. Questo guerriero non fa altro che combattere. Sa che alla fine qualunque cosa faccia, verrà sconfitto. Eppure percorre la cucina letteraria, che è di cemento, e affronta il suo avversario senza dare né chiedere quartiere.
    Mi pare che per Bolano la sconfitta o la vittoria siano condizioni marginali, effimere come il successo o la fama.
    I viaggi, il sesso e i libri, ha detto, sono strade che non portano da nessuna parte, e tuttavia sono strade dove bisogna incamminarsi e perdersi per ritrovarsi di nuovo o per incontrare qualcosa, quello che sia, un libro, un gesto, un oggetto perduto, qualunque cosa, forse un metodo se si ha fortuna: il nuovo, quello che da sempre è stato lì.

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    sigurd said on Aug 19, 2014 | 11 feedbacks

  • 15 people find this helpful

    Se la recensione ti sembra sconnessa non prendertela con il recensore ma con l'insidioso sole messicano

    Questo romanzo è folle! Non schizoide, non demente, folle! Di una follia che conquista, che fa sgranare gli occhi e assumere espressioni fra l’estatico e il deficiente. È folle come sono folli - sempre, almeno un po’ - i geni. Quindi si può definirlo ...(continue)

    Questo romanzo è folle! Non schizoide, non demente, folle! Di una follia che conquista, che fa sgranare gli occhi e assumere espressioni fra l’estatico e il deficiente. È folle come sono folli - sempre, almeno un po’ - i geni. Quindi si può definirlo geniale: follemente geniale o genialmente folle. È un romanzo sul Messico, sulla poesia, sull’utopia frutto della gioventù. Ma non è un romanzo sul Messico, e nemmeno sulla poesia, e neanche sulle speranze giovanili destinate a infrangersi contro la realtà. È un romanzo, o forse due o tre. È un romanzi, al plurale, è folle ma non scemo, è un mondo intero nato dal big bang provocato da un biscotto fatto di utopia, poesia, povertà, odore di sesso, violenza, inutile erudizione e utile esperienza intinto nel café con leche servito in un locale di calle Bucareli, nella città-stato Mexico City; nell’immenso Distrito Federal, una specie di “paese piccolo dove la gente mormora” con quattordici milioni di abitanti. È il posto dove nasce il realvisceralismo, anzi, è il posto dove il poeta taciturno Ulises Lima e l’espatriato cileno Alberto Belano si incontrano con altri poeti con l’intenzione di ridare vita al realvisceralismo messicano, già esistito e prontamente perito negli anni ’20.

    Lima e Belano sono due poeti che campano rubando libri e spacciando marijuana, o forse sono solo due spacciatori che scrivono qualche verso e rubano libri per leggere, o per vivere, che per gente come loro è più o meno la stessa cosa. Ma sono anche due leader, altrimenti perché mai tutti i poeti anticonformisti (ovverosia che non pendono dalla penna di Octavio Paz) del DF, dovrebbero andargli dietro e gioire per essere stati ammessi a far parte del movimento realvisceralista? E sono pure due bravi ragazzi, se è vero come è vero che non ci pensano un solo istante a rischiare la loro pellaccia per strappare dalle grinfie di un magnaccia superdotato e dei suoi amici poliziotti senza scrupoli, una giovane puttana amica di letto, amica amica e persino confidente, di alcuni membri del gruppo, compreso quel Juan García Madero grazie al diario del quale è giunta fino a noi la prima e la terza parte del romanzi. C’è Lima alla guida dell’Impala, generosamente offerta da Quim Font - architetto sputato con schifo dal circolo degli architetti del DF da quando si era occupato della grafica della rivista di quei delinquenti-capelloni-drogati-froci-sporchi-e-cattivi realvisceralisti che non sono altro - (padre di María, anch’essa poetessa del movimento ma, soprattutto, femmina di quelle che ti fanno sbattere la testa contro il muro e contro cui puoi opporre tutte le docce gelate che vuoi ma tanto non c’è modo di togliertele dalla testa), per mezzo della quale si tenta di portare in salvo Lupe, la puttana ricercata. E c’è Belano sul sedile del passeggero, con la testa abbassata perché quelli, il magnaccia e i poliziotti - infedeli, diremmo noi -, sono armati e non si fanno pregare quando si tratta di sparare. Lupe è seduta, pure lei con la testa abbassata, sul sedile posteriore dell’Impala e, accanto a lei, c’è García Madero, anche se non dovrebbe esserci; ma cosa vuoi farci, nel DF e fra i realvisceralisti in particolare, le cose capitano e tanto vale farsene una ragione.

    Belano e Lima sfruttano l’occasione di dover allontanare Lupe dai suoi aguzzini (ma forse lo avrebbero fatto a prescindere ché con quei due non si può mai sapere), per mettersi sulle tracce di Cesárea Tinajero. Voi direte: E chi è Cesárea Tinajero? Ed io, rifacendomi allo sketch di un comico che andava per la maggiore qualche anno fa, dovrei rispondervi domandandovi a mia volta: Chi è Cesárea? Chi è Cesárea? Cesárea è una poetessa, è LA poetessa attorno alla quale si riunirono i primi (veri?) realvisceralisti messicani durante gli anni ’20. È la poetessa di cui tutti parlano (tutti è un po’ eccessivo, diciamo tutti coloro che non si sentono di far parte della cultura mainstream) e di cui nessuno sa più che fine abbia fatto e di cui solo pochissimi, forse (ma un FORSE proprio grande), hanno letto qualcosa. Belano e Lima, con la distaccata e spaventata partecipazione del giovanissimo (e arrapato) García Madero e della sempre più consapevole (et pericolosa per l’arrapamento altrui) Lupe, percorrono le strade (in senso molto lato) del Sonora per sfuggire al magnaccia e ai suoi amici e per inseguire le sempre meno nitide tracce del passaggio di Cesárea Tinajero su questo mondo, per l’occasione impersonato dal deserto del Sonora.

    Nella seconda parte del romanzi, trovano spazio mille mila interviste (raccolte da qualcuno, chi non si sa; o almeno, non si sa fino alla fine del romanzi, quando pur continuando a non sapersi, si può almeno intuire) rilasciate da persone che ebbero modo di incontrare o di scontrarsi con Lima e Belano nel corso della loro traiettoria, e fra le quali desidero citarne un paio. Quella ad altissimo contenuto alcolico concessa da Amadeo Salvatierra, ex poeta realvisceralista innamorato a sua insaputa di Cesárea, nella quale racconta di quella volta che due giovani poeti andarono a trovarlo per chiedergli notizie della Tinajero. E quella dell’indimenticabile Auxilio Lacouture (Amuleto), altrimenti nota come la madre dei giovani poeti messicani e che, anche in questa circostanza, oltre a ricordare di aver conosciuto Belano da giovanissimo, non ha mancato di ripetere la vicenda per la quale è famosa, ovverosia, il fatto di essere rimasta l’unica a presidiare l’università, sia pure dalla non troppo comoda e non necessariamente onorevole postazione offerta da una tazza del cesso, quando le forze dell’ordine ne violarono la santità. Si tratta di interviste raccolte in Messico, ovviamente, ma anche in Spagna, Francia, Italia, Stati Uniti e Israele, dentro abitazioni, luoghi di lavoro o di svago o di perdizione o proprio per strada, che avevano come scopo quello di sapere che fine avessero fatto quei due (Belando & Lima) dopo essere andati via dal DF sull’Impala bianca del povero Quim Font, nel frattempo trasferitosi in manicomio. Anche perché, se si sapeva che erano tornati, si sapeva pure che lo avevano fatto solo per andarsene di nuovo, e stavolta più lontano, fuori dal Messico.

    Non so se si è capito qualcosa, spero di no. Comunque, questa è solo una minima parte delle cose che avrei voluto dire su questo romanzi. Ma giacché il conta parole di word mi informa che sono arrivato a 1053 parole (and counting), mi sa che mi tocca fermarmi qui, ma non prima di avervi invitato a leggere “I detective Selvaggi”, capolavoro (o dovrei dire capolavori?) di Roberto Bolaño e avervi assicurato che il finale vi sorprenderà (se qualcuno conosce un finale più assurdamente inintelligibile di questo, è pregato di farmelo sapere). Grazie (per la pazienza).

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    Dan78 said on Aug 16, 2014 | 20 feedbacks

  • 6 people find this helpful

    (disperso fra pagina 244 e poco oltre).

    Bolaño è uno che scrive, a volte, che pensi quasi al paradiso come il Messico al tramonto (un tramonto che si trasforma in notte, e poi ancora alba e ancora notte, unica alba-tramonto, duplice notte, ciclicamente, per sempre), e pensi di trovarlo lì, ...(continue)

    Bolaño è uno che scrive, a volte, che pensi quasi al paradiso come il Messico al tramonto (un tramonto che si trasforma in notte, e poi ancora alba e ancora notte, unica alba-tramonto, duplice notte, ciclicamente, per sempre), e pensi di trovarlo lì, a bere mezcal e caffè latte, a fumare nel deserto (idiota, sbruffone, letterario, bellissimo), con i capelli scompigliati dal vento, lo sguardo di chi ha visto tutto, tornato per sorriderti in faccia (non per raccontartelo, ma per stare lì a fumare) e sogni di correre lì e picchiarlo, combattere tutta la notte come giacobbe e l’angelo, e alla fine, stanchi, nell’alba ulteriore, prendergli la testa fra le mani, piangendo, e chiedergli perchè, non è giusto, torna.

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    Andrea Zanni said on Aug 3, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    No me gusta Bolaño

    Después de leer 2666 y de que no encontrara gusto en su lectura, un amigo me recomendó esta novela. Y tampoco ha sido de mi gusto.
    Reconozco la calidad literaria y la originalidad narrativa, pero en ningún momento me ha cautivado. Me ha resultado, ad ...(continue)

    Después de leer 2666 y de que no encontrara gusto en su lectura, un amigo me recomendó esta novela. Y tampoco ha sido de mi gusto.
    Reconozco la calidad literaria y la originalidad narrativa, pero en ningún momento me ha cautivado. Me ha resultado, además, innecesariamente extenso.
    No a todos nos tienen que gustar los grandes autores, y éste es mi caso con Bolaño.

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    betv said on Jul 31, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    finalmente dopo un paio d'anni dall'uscita dal catalogo sellerio, Adelphi presenta questa nuova edizione di detective selvaggi.
    La narrazione è affidata a quello che definirei un diario collettivo, nel quale i personaggi-testimoni si raccontano e ci ...(continue)

    finalmente dopo un paio d'anni dall'uscita dal catalogo sellerio, Adelphi presenta questa nuova edizione di detective selvaggi.
    La narrazione è affidata a quello che definirei un diario collettivo, nel quale i personaggi-testimoni si raccontano e ci fanno vivere gli eventi che ruotano attorno ai protagonisti; ogni vicenda, ogni testimonianza, ci fornisce un pezzo, un punto di vista, un nuovo anello della catena che ci porta a ricercare la verità, a 'chiudere un caso'. Siamo sempre lì a chiederci cosa è successo, perchè e dove; in questo senso non c'è niente di più giallo. E' un romanzo liquido: incomincia dall'inizio passa per la fine, si concede flashback apparentemente assurdi e momenti apparentemente incongruenti; eppure nulla è a caso, tutto ci porta a comprendere chi, come, dove, quando e perchè!
    finendo questo libro capisco che quando lo rileggerò, cercerò i particolari che mi sono sfuggiti, e so che ad ogni lettura ne troverò di nuovi

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    Michele Masetti said on Jul 16, 2014 | Add your feedback

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    sento addosso la polvere che la Ford Impala ha raccolto attraversando i deserti di Sonora.

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    Gnapppo said on Jun 14, 2014 | Add your feedback

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