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Los miserables

By Victor Hugo

(20)

| Paperback | 9788432039430

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Book Description

Jean Valjean es un ex-presidiario. Cuando llega al pueblo de D., rumbo a su pueblo natal y presenta su pasaporte -en el que figura como ex-reo y ''hombre peligroso''- en el ayuntamiento, nadie se digna a acogerle y a darle de comer, salvo don Bienven Continue

Jean Valjean es un ex-presidiario. Cuando llega al pueblo de D., rumbo a su pueblo natal y presenta su pasaporte -en el que figura como ex-reo y ''hombre peligroso''- en el ayuntamiento, nadie se digna a acogerle y a darle de comer, salvo don Bienvenido, el párroco. Traicionando a su protector, Valjean le roba la cubertería de plata, pero le detienen en los alrededores, llevándole frente al párroco. Don Bienvenido decide no denunciarle, pero le arranca una promesa: usar lo que ha tomado para hacerse un hombre de bien.

582 Reviews

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  • 4 people find this helpful

    L'altra edizione che possiedo non so dove sia finita...questo l'ho comprato per una futura rilettura...lo so, sono malata...

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    Chiara White said on Oct 5, 2014 | 5 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    «Fino a quando esisterà, per causa delle leggi e dei costumi, una dannazione sociale, che crea artificialmente, in piena civiltà, degli inferni e che complica con una fatalità umana il destino, che è divino; fino a quando i tre problemi del secolo, l ...(continue)

    «Fino a quando esisterà, per causa delle leggi e dei costumi, una dannazione sociale, che crea artificialmente, in piena civiltà, degli inferni e che complica con una fatalità umana il destino, che è divino; fino a quando i tre problemi del secolo, l'abbrutimento dell'uomo per colpa dell'indigenza, l'avvilimento della donna per colpa della fame e l'atrofia del fanciullo per colpa delle tenebre, non saranno risolti; fino a quando, in certe regioni, sarà possibile l'asfissia sociale; in altre parole, e, sotto un punto di vita ancor più esteso, fino a quando si avranno sulla terra, ignoranza e miseria, i libri del genere di questo potranno non essere inutili.»

    Basta questa citazione, le prime frasi dell'opera in questione: un capolavoro immenso. Ok, Hugo tende troppo a divagare (mi riferisco ai capitoli prettamente storici, per non parlare delle pagine sul possibile utilizzo del "timo", delle fogne romane, parigine... ma ha reso tutto interessante, tutto). Finalmente, dopo anni, sono riuscito a ritrovare un libro capace di trasmettermi quasi le stesse emozioni di un Dostoevskij o Tolstoj.

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    EmptyWords said on Oct 2, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Opera monumentale ambientata nella Parigi della prima metà dell'800. Protagonisti, come recita il titolo, i miserabili, cioè coloro che per cause da imputare al destino o alle loro scelte sono gli emarginati della società, i diseredati, i senza dirit ...(continue)

    Opera monumentale ambientata nella Parigi della prima metà dell'800. Protagonisti, come recita il titolo, i miserabili, cioè coloro che per cause da imputare al destino o alle loro scelte sono gli emarginati della società, i diseredati, i senza diritti. Sui tanti personaggi che Hugo ci presenta, troneggia la figura di Jean Valjean, nel cui grande animo trovano spazio atti di estrema generosità e tentazioni di risentimento e vendetta; ma nel suo continuo oscillare tra slanci sovrumani e disumani impulsi, Jean Valjean dimostra di essere propriamente umano, tale infatti è la natura degli uomini, attraversata fino alla fine dal bene e dal male.
    A mio avviso, lo stile di Hugo è simile a quello di Dumas per quanto attiene la capacità di affascinare il lettore e di tenerlo attaccato al romanzo, ma molto più sottile nello sviscerare le emozioni dei personaggi. Da parte mia ammiro molto anche il suo modo di accostare le manifestazioni della natura a quelle umane, quasi fossero un tutt'uno: "In certe ore tutto ci sembra impossibile, in certe altre tutto diventa facile; e in quel momento egli attraversava una delle ore buone. Queste, di solito, vengono dopo le cattive, come il giorno dopo la notte, [...]".
    Unico appunto che posso fare è che Hugo appare così sicuro delle proprie idee da assumere talvolta toni paternalistici nei confronti di chi legge, come se si trattasse di un bambino da guidare...
    Riporto un'ultima frase per rendere onore al titolo: "La vittoria quando è a favore del progresso, merita l'applauso dei popoli, ma una sconfitta eroica merita la loro tenerezza; l'una è magnifica, l'altra sublime. Per noi che preferiamo il martirio al successo, John Brown è più grande di Washington e Pisacane è più grande di Garibaldi. E' necessario che qualcuno parteggi anche per i vinti. Di consueto la società è ingiusta verso i generosi che tentano di attuare l'avvenire, quando falliscono".
    Una storia che non smetterà mai di riecheggiare nella mente e nel cuore dei suoi lettori.

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    Il genio dei pensieri said on Sep 25, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Vastissimo. Monumentale. Titanico. Possente. Storico. Drammatico. Melodrammatico. Enciclopedico. Universale. Galleria di personaggi. Oggi un libro come i Miserabili non si scriverebbe più. Probabilmente, nell’epoca della velocità e della società dell ...(continue)

    Vastissimo. Monumentale. Titanico. Possente. Storico. Drammatico. Melodrammatico. Enciclopedico. Universale. Galleria di personaggi. Oggi un libro come i Miserabili non si scriverebbe più. Probabilmente, nell’epoca della velocità e della società delle App, non c’è neanche più il tempo per leggerselo per intero. Io, infatti, non l’ho letto, almeno in prima battuta: l’ho ascoltato. Un autentico tour de force.
    Ho ascoltato cinque CDs di 12 ore ciascuno. In macchina andando a lavorare. Ed ho capito, una volta di più, non solo quanto tempo spreco per spostarsi in macchina durante la settimana. Ma anche quanto poco tempo abbiamo a disposizione per dedicarci ai capolavori dell’umanità.
    Gli eroi dei I Miserabili sono arcinoti. Ma a fianco di Jean Valjean, Cosette, Fantine, stanno con pari dignità figure altrettanto essenziali quali il commissario Javert ed i coniugi Tenardiet. Senza di loro, senza queste forze contrapposte, I Miserabili non esisterebbero.

    Ogni tanto Monsieur Victor interrompe la narrazione e si abbandone a lunghe digressioni. Il narratore cede il posto al pensatore ed allo storico. E così si avvicendano pagine e pagine, autentiche tirate, profonde e colte riflessioni sull’amore, sulla distinzione tra sommossa e insurrezione, sul valore del gergo, sul progresso, sulle fogne di Parigi (quuest’ultima davvero troppo lunga). Autentici trattati consegnati alla storia dell’umanità grazie al fatto di essere nel prezioso contenitore de I Miserabili. Un gigantesco e casuale libro di scuola. Ma la più mirabile, affascinante e coinvolgente di tutte, è sicuramente la minuziosa e palpitante descrizione del terribile scontro di Waterloo, teatro di orrendo sterminio e sublimi eroismi.
    Spettacolare ed emozionante difatti l’inizio del secondo libro, con la suggestiva epica ed omerica cronaca della battaglia che ha dato forma al secolo decimo nono. Capitoli e capitoli dentro la battaglia. Acuta e profonda riflessione sulla guerra, gli uomini, generali soldati, gli inglesi Napoleone, Wellington. Il fato supremo. Sarebbe piaciuta ad Hemingway? La conosceva Hemingway?. Hemingway ammirava Tolstoj e Stendhal come scrittori di guerra e ha parlato dell’influsso che Napolenone ha avuto su di loro. Eppure il “bonapartista” Hugo non lo cita mai. Rileggerò Stendhal, anche se la descrizione di Monsieur Victor mi sembra superiore in tutto a quella de Il Rosso e Nero. E neanche l’Austerlitz di Guerra e Pace gli sta viccino. Rileggerò anche quella.

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    Albe said on Sep 16, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior"

    Mi perdonerà Victor Hugo se, per introdurre le mie riflessioni su Les Misérables, invece di citare le sue parole, prendo in prestito quelle di Fabrizio De André, ma durante la lettura di questo caposaldo della letteratura francese, a tornarmi ...(continue)

    Mi perdonerà Victor Hugo se, per introdurre le mie riflessioni su Les Misérables, invece di citare le sue parole, prendo in prestito quelle di Fabrizio De André, ma durante la lettura di questo caposaldo della letteratura francese, a tornarmi ripetutamente alla memoria è stato proprio il famoso verso di "Via del Campo".
    La ragione è semplice: nelle oltre 1300 pagine del suo romanzo, Hugo ci regala un vivido e minuzioso affresco della Francia della Restaurazione vista con gli occhi dei bisognosi, dei deboli e degli emarginati, e presentandoci, una dopo l'altra, tutte le facce della miseria, ci dimostra come spesso proprio questa povertà materiale si accompagni ad un'insospettata, e perciò ancor più sorprendente e preziosa, ricchezza interiore.
    I temi della colpa, del pentimento, del perdono, della fede e della redenzione, sono al centro di quest'opera monumentale, che pagina dopo pagina, partendo da tali premesse, riesce a toccare, in modo singolarmente esaustivo, un po'tutti gli ambiti del sapere umano: la religione, la filosofia, la politica, la giustizia, la Storia... Ma a farla da padrone è ancora una volta quel sentimento unico che racchiude in sé tutto il senso della vita: l'amore. Amore che apre all'essere umano nuove prospettive, diventando sacrificio, compassione, forza d'animo, e perfino riscatto; che spinge gli uomini a compiere grandi gesti, e che rende grande anche il gesto più semplice. Un amore che, anche quando costretto ad abbassarsi e a farsi calpestare, mantiene sempre, nella sua onestà, la più immacolata dignità.
    E nell'opera di Hugo, l'amore, sincero e disinteressato, rappresenta anche lo strumento attraverso cui le anime perdute, proprio quando ogni speranza sembra ormai vana, hanno l'opportunità di ritrovare la strada. E questo è un po'quel che accade allo stesso protagonista del romanzo: l'ex forzato Jean Valjean.
    Dopo quasi vent'anni di prigione, Valjean, appena riconquistata la libertà, deruba il vescovo di Digne, che lo aveva accolto in casa. Quando però quest'ultimo, invece di denunciarlo, lo difende di fronte ai gendarmi, facendogli anche dono di due candelieri d'argento, Jean, a seguito di una profonda crisi spirituale, e dopo un ultimo sconsiderato furto, si converte e decide di cambiar vita.
    Assunta una falsa identità, egli diviene quindi sindaco del paesino di Montreuil-sur-mer, dove si guadagna la stima e il rispetto della gente. Le sue gesta, però, e soprattutto la sua inusuale forza fisica, attirano l'attenzione dell'integerrimo ispettore Javert, che convinto di aver riconosciuto nell'uomo l'ex forzato Valjean, non esita a dargli la caccia.
    Così per Jean, diviso tra la propria coscienza e la parola data a Fantine, una giovane prostituta morente accolta in casa tempo prima, ha inizio una lunga fuga, la cui prima tappa sarà Montfermeil, il luogo in cui, presso la locanda dei loschi Thénardier, vive infelice e maltrattata la piccola Cosette, figlia di Fantine.

    Di fronte allo spessore di questo romanzo, all'indiscutibile grandezza letteraria e intellettuale di Hugo, e alla portata delle sue osservazioni, resterebbe ben poco da dire. Ciò nonostante, i miei sentimenti durante la lettura, sono stati parecchio contrastanti. In realtà un po'me l'aspettavo: la conoscenza già piuttosto approfondita della trama (che tra l'altro mi ha del tutto privata del gusto per i colpi di scena, e dell'interesse rispetto a gran parte delle vicende narrate), e una pregressa esperienza infelice con l'autore, mi avevano infatti preparata.
    Da un lato ho provato sincera ammirazione per la scrittura di Hugo, e per i contenuti da lui affrontati; dall'altro, il senso di indicibile stanchezza per le chilometriche digressioni, e la mia difficoltà ad entrare in sintonia tanto con lo scrittore quanto coi protagonisti, hanno senza dubbio pregiudicato il pieno apprezzamento dell'opera.

    Fantine, il primo dei cinque libri in cui è suddiviso il romanzo, ha rappresentato per me, il momento migliore della lettura. Dopo un inizio un po'lento, dedicato alla vita e alle gesta del buon Monsignor Bienvenue, veniamo infatti introdotti nell'infelice mondo di Jean Valjean, ne conosciamo i trascorsi, la lenta e inarrestabile rovina, e diventiamo così partecipi dei suoi tormenti, dei suoi dubbi e della sua conversione, così ben evocati dalla penna, senz'altro prolissa ma stilisticamente ineccepibile, dello scrittore.
    È in questa porzione della storia che, come da titolo, facciamo la conoscenza di uno dei personaggi più toccanti: Fantine, appunto. Non si tratta certo di una figura particolarmente approfondita (molti altri esempi di femmes perdues mi hanno colpita maggiormente nella mia esperienza di lettrice), ma la sua tragedia, la sua inesorabile caduta, e i suoi ultimi istanti di vita sono stati indubbiamente uno dei frangenti più memorabili e commoventi dell'intera opera.

    Conclusasi la prima parte, purtroppo, anche il mio entusiasmo ha iniziato ad affievolirsi progressivamente, soprattutto perché, pagina dopo pagina, è venuto alla luce quello che, a parer mio, rappresenta uno dei maggiori punti deboli del romanzo: i personaggi.
    Con l'eccezione di Jean Valjean e di Eponine (potenzialmente un buon personaggio, ma di fatto una specie di clone femminile, peraltro meno interessante, del dickensiano Sydney Carton), essi infatti, sono per lo più figure unidimensionali, facilmente inquadrabili in ben noti cliché (Javert, i Thénardier, Gillenormand), o come nel caso della stessa Fantine e di Gavroche, destinati ad incarnare, sia pur in modo significativo, uno dei tanti volti della miseria, con una valenza prettamente simbolica.
    Inoltre, anche lo stesso Valjean, l'analisi della cui travagliata interiorità, costituisce l'aspetto di maggior pregio della prima metà del romanzo, nella seconda parte, tra siparietti sentimentali e barricate, passa un po' in secondo piano, ricordandomi infine, con tutti i suoi scrupoli, e il suo ingiustificato senso d'inferiorità, la povera Ruth Hilton di Elizabeth Gaskell.

    Col procedere della narrazione, come accennavo, indiscusse protagoniste dell'opera diventano le complesse, articolate, ed interminabili digressioni relative ai molteplici aspetti (conventi, guerre, sommosse, società segrete, dialetti, e molto altro ancora) della Francia, e soprattutto della Parigi del tempo. Tematiche di per sé interessanti, se opportunamente dosate ed integrate nel corso dei capitoli, ma che così concepite, assumono piuttosto i tratti di autentici saggi a sé stanti, di certo profondamente rilevanti sul piano storico e sociologico, ma altrettanto pesanti e, per i miei gusti, eccessivi, nel contesto di un romanzo.
    E se all'inizio, le sia pur impegnative divagazioni dell'autore, conferivano fascino e spessore alla lettura, man mano che si procede, districandosi tra le infinite pagine di nozioni politiche, filosofiche e architettoniche (a volte persino più vicine ad un puro, per quanto riuscitissimo, esercizio di stile), e le pedanti prediche traboccanti di morale cattolica, si ha l'impressione che la trama vera e propria, ovviamente spezzata dai sopra citati interventi dell'autore, si sia via via trasformata in un mero intermezzo al servizio della lunga lezione che Hugo, dall'alto della sua innegabile cultura, tenta di impartire ai lettori.
    Perché il buon Victor, diversamente da un Charles Dickens, appare privo di una dote fondamentale: quella di denunciare, criticare, e sensibilizzare, senza diventare didascalico. Il tono sermoneggiante, e talvolta fastidiosamente presuntuoso, di cui egli invece si serve, mi hanno reso davvero impossibile entrarvi in sintonia.
    Ho trovato, inoltre, non poche difficoltà a simpatizzare con alcune delle sue stesse idee: dalla concezione incredibilmente maschilista e superficiale circa la figura della donna ("...uno dei due germi che devono riempire tutta la vita della donna: la civetteria. L'altro è l'amore."; e ancora: "Una bambina senza bambola, è quasi altrettanto infelice ed impossibile quanto una donna senza figli": frasi sufficientemente esaustive per comprenderne la mentalità), all'evidente propensione alla generalizzazione, spesso addirittura accompagnata da un irritante buonismo che, personalmente, sopporto poco nella mentalità comune, e riesco ad apprezzare ancor meno in un intellettuale del calibro di Hugo.

    Egli, tra le altre cose, rivela un'idea dei rapporti tra le diverse generazioni, alquanto discutibile ("I rami, senza staccarsi dal tronco, se ne allontanano. Non è colpa loro. La gioventù va dove è la gioia, alle feste, alle vive luci, agli amori. La vecchiaia va verso la fine."), giustificando bonariamente l'egoistico, e ingiustificabile, disinteresse dei giovani nei confronti dei genitori: nello specifico, il deplorevole atteggiamento di una Cosette, ormai felicemente sposata, verso quel padre adottivo che per lei aveva dato tutto.
    E proprio Cosette, insopportabile ragazzina immatura, dalla scarsa volontà, e l'ancor più scarso intelletto, è stata uno dei principali motivi della mia insofferenza rispetto alla seconda parte del romanzo, di cui lei, insieme al degno Marius, è il personaggio principale.
    Cosette, inizialmente omologo femminile (ma decisamente più incolore) dello sfortunato Oliver Twist, per due terzi del romanzo apre bocca ben di rado; quando poi, finalmente, comincia a parlare, è davvero difficile non rimpiangerne i ben più gradevoli silenzi.
    Sono tante, senza dubbio troppe, le pagine che Hugo dedica agli stucchevoli (a tratti, oserei dire perfino nauseanti) sproloqui sentimentali tra i due giovani innamorati. Sguardi rubati che si protraggono per svariati capitoli; incurabili tormenti amorosi ad elevatissimo tasso glicemico; e persino la trascrizione, per filo e per segno, dei versi d'amore che Marius, poco prima della tanto agognata dichiarazione, recapita alla sua dolce metà, di cui, per inciso, ignora persino il nome, non avendole mai rivolto la parola neppure per un istante - il che, più che rendere romantica la vicenda, la fa apparire piuttosto ridicola.
    Probabilmente apparterrò a quella categoria (cito testualmente), di persone "imbecilli e cattive" che non si emozionano di fronte alle "fanciullaggini, ripetizioni, risate per nulla, futilità, sciocchezze, che escono dalla bocca di due innamorati, (...) senza cui essi non sono niente", resta il fatto che l'idea di amore romantico proposto da Hugo, e la sua convinta apologia del colpo di fulmine, da lui giudicata come l'unica autentica forma d'amore tra uomo e donna, a me (e sto usando un eufemismo) fanno decisamente storcere il naso, rendendo addirittura piacevoli, al confronto, perfino i dettagliatissimi capitoli sulla storia della fognatura.

    Al termine della lettura, fatica e perplessità a parte, tra tutte le scene memorabili e i momenti di pathos vissuti nel corso della narrazione, restano impresse due immagini in particolare: quella dei due candelieri accanto al morente Valjean; e quella di una tomba spoglia, nel cimitero del Père-Lachaise, in cui riposa un uomo, uno come tanti, che nella miseria è stato spinto al peccato, ma che nell'amore e nella fede, ha ritrovato la santità.

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    Camelia said on Sep 11, 2014 | 6 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    5 stelle se solo ci fossero meno divagazioni

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    Anna said on Sep 11, 2014 | Add your feedback

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