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Lu campo di girasoli

Di

Editore: Adelphi (Fabula)

3.9
(99)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 176 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845926087 | Isbn-13: 9788845926082 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Il primo sorriso Caterina e Lorenzo se l’erano scambiato al ‘party’ del sindaco – «Ca lu chiamava party picché faceva cchiù moderno. E cu lu modernamiento isso s’era vinciuto li votazioni». Era da un pezzo che Lorenzo teneva nel cuore quella malattia, ma aveva cercato di non pensarci: perché sulla «vuaglioncella» aveva messo gli occhi Rancio Fellone, il figlio dell’uomo più ricco del paese, e lui, Lorenzo, era solo il nipote dello scarparo: «Pirciò aviva deciso ca Caterina se l’aviva levare da la capa». Poi, quella sera, lei lo aveva guardato, e non aveva smesso di guardarlo mentre lui suonava la tammorra come mai prima. E da allora si erano visti di nascosto, ogni domenica mattina, al mare. Ma Rancio Fellone sapeva: e aveva deciso di vendicarsi, e insieme di togliersi quel «vulìo». Così, il giorno della festa di San Vito, mentre sulla piazza del paese tutti si preparavano a scatenarsi nella pizzica, Rancio Fellone, insieme ai suoi degni compari Cicciariello e Capa di Ciuccio, aveva aspettato i due ragazzi nel campo di girasoli dove si erano dati appuntamento. E la cosa sarebbe finita male se non lontano da quello stesso campo non si fossero fermati, dopo aver goffamente svaligiato un banco lotto, due rapinatori improvvisati: Dummenico, un operaio disoccupato, e il Professore, uno di quelli che ancora credevano alla solidarietà, al popolo e alla rivoluzione proletaria. Saranno questi due «angeli con la pistola» (comprata, peraltro, in un negozio di giocattoli) il deus ex machina della vicenda – da cui, proprio come in un film di Frank Capra, i buoni usciranno vincitori e i cattivi sconfitti. Per raccontarci questa insolita «fiaba nera», che ha come sfondo un Sud affocato e sanguigno, Andrej Longo si è inventato una lingua che non si identifica con nessuno dei dialetti del Meridione, ma ne contamina più di uno: il risultato è un impasto efficace ed espressivo, vivace e ricco di tutti i colori, i suoni e i sapori dell’estate mediterranea: dal giallo acceso dei girasoli al richiamo ossessivo e quasi minaccioso della tammorra, al gusto forte e deciso del vino Primitivo.
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  • 3

    Non la storia, ma la lingua (e la musica)

    Non la storia, ma la lingua (ch'è inventata, sognata - ma bastano poche pagine per farla scivolare). Finale proletar-consolatorio che si perdona (volentieri). Andrej Longo conferma sempre più le ...continua

    Non la storia, ma la lingua (ch'è inventata, sognata - ma bastano poche pagine per farla scivolare). Finale proletar-consolatorio che si perdona (volentieri). Andrej Longo conferma sempre più le sue doti di ottimo narratore - in questo libro concentrandosi più sulla lungua che sulla storia, ma questo non è un difetto, bensì prova della sua capacità artigianale di saper maneggiare trama e lingua. Scusate se mi ripeto: non aspettatevi una trama mozzafiato. Ma compensate cercando di leggere queste pagine ad alta voce, magari anche gesticolando e mimando un po': darete a questo libro una vita sapida che probabilemtne non immaginavate! NB. Per i lettori salentini: se cercate la fedeltà linguistica, siete fuori strada: anzi, non provateci neppure, non compratelo. Non è questo l'approccio corretto. E' l'essere verosimile in un possibile universo dialettale (del sud italia, vabbuò) a renderla appetibile. Bisogna incarnarla, mimarla, lasciarle prendere vita (con partecipazione, trasporto ed entusiasmo, come con la pizzica, la tamorra ed il ballo di san vito che egualmente ai personaggi, attraversa tutto il libro senza essere soverchiante, ma co-protagonista).

    ha scritto il 

  • 4

    Mi sono avvicinata con sospetto a questo testo. L’idea che la lingua fosse un prodotto bastardo di più idiomi meridionali non mi rassicurava. Poi, ho scoperto che molte di quelle parole sono in ...continua

    Mi sono avvicinata con sospetto a questo testo. L’idea che la lingua fosse un prodotto bastardo di più idiomi meridionali non mi rassicurava. Poi, ho scoperto che molte di quelle parole sono in uso nella zona in cui risiedo, il Basso Salento, dove il griko e l’arbereshe non sono solo una simpatica anomalia etno-linguistica. Un altro aspetto dello scritto che non mi convinceva e che in dati punti sembrava di essere nell’Italia del secondo dopo guerra, ma altri punti erano piena attualità, parlando, ad esempio, d’immigrazione, di crisi economica, di questione femminile. Su quest’ultimo argomento, contando 124 vittime di femminicidio nel 2012 ed a tutt’oggi diverse decine, mai scrittura fu più attuale. Con tutte le modalità ben note: sorrisi rassicuranti a denti digrignati, bisogno di sicurezze che volgono ad pensiero ossessivo di possesso, violenza gratuita, desiderio di porre fine alla vita altrui per affermare la propria. La lezione di vita agli uomini smidollati sempre pronti alla compra-vendita per il proprio benessere, lavoro, silenzio e sesso è tenuta da Rita, donna e mamma forte e temprata dai guai e dai pensieri: sbattuti fuori da casa entrambi, marito senza onore e ricco prepotente disgustoso. Il primo che valutava quanto potesse valere una figlia violentata e l’altro che valutava quanto potesse valere la libertà di un figlio scapestrato che per sfregio si prende le donne con la forza. Invece, la lezione di vita ai ladri di galline che cercano rimedio al propria miseria è tenuta dal”Lu Niro”. Quell’esule arrivato con il barcone che “pinzò ca la guerra era meglio de lu viaggio ca mo’ furneva a quella manera” (Pg. 66), morto affogato di notte nel mare in tempesta. Lu Niro restituisce il denaro sottratto illecitamente dai due miserabili e ritrovato casualmente perché “a fiuto” le povertà si riconoscono. Testo interessante: un pizzico di creatività per una buona riuscita di una stesura che consente una lettura piacevole. Gradevole la suddivisione dei capitoli. Semplice e gustoso l’epilogo. Un po’ di positività non guasta, in questa valle di lacrime e tasse.

    ha scritto il 

  • 5

    Che bel libro e quanto è bravo, Longo! Un bellissimo racconto, caldo e sensuale come la terra in cui è ambientato. Un racconto fatto con ingredienti genuini, di ideali fatti di carne e sangue, ...continua

    Che bel libro e quanto è bravo, Longo! Un bellissimo racconto, caldo e sensuale come la terra in cui è ambientato. Un racconto fatto con ingredienti genuini, di ideali fatti di carne e sangue, immersi nella dura e cruda realtà. È contro questo scenario di miseria e disperazione che i poveri cristi, alla fine, si stagliano come giganti. E contro i soprusi dei ricchi e prepotenti, Longo ci fa credere che l'amore possa, ancora, vincere.

    ha scritto il 

  • 0

    Del 2011. Lasciato a pagina 14 (ho letto due pagine, in effetti...), quando ho capito che non ci avrei capito nulla. Forse avrei dovuto essere più paziente per leggere quello "strano" dialetto, ma ...continua

    Del 2011. Lasciato a pagina 14 (ho letto due pagine, in effetti...), quando ho capito che non ci avrei capito nulla. Forse avrei dovuto essere più paziente per leggere quello "strano" dialetto, ma ho deciso che non ne avevo voglia. Mi spiace perché gli altri libri di Longo mi erano piaciuti molto.

    ha scritto il 

  • 0

    Leggevo questo libro pensando a quanto sia poetica la scrittura dialettale, in ogni minimo passo. Mi trovavo ad emozionarmi nella descrizione di un'alba, di un gesto, di un corso d'acqua. Mi ...continua

    Leggevo questo libro pensando a quanto sia poetica la scrittura dialettale, in ogni minimo passo. Mi trovavo ad emozionarmi nella descrizione di un'alba, di un gesto, di un corso d'acqua. Mi emozionavo nel sentirmeli vicino, già visti e conosciuti, eppure rivelati (ribaltati) in una nuova forma creata dalla penna di Andrej Longo.

    Continua su http://www.liberdocet.it

    ha scritto il 

  • 3

    mah.. non m'ha convinto...

    C'è tutto il sud più classico, con l'amore le passioni le prepotenze il caldo, il sudore e il mare azzurro. C'è un Renzo musico, una Lucia moderna e coraggiosa, un Don Rodrighino figlio di un ...continua

    C'è tutto il sud più classico, con l'amore le passioni le prepotenze il caldo, il sudore e il mare azzurro. C'è un Renzo musico, una Lucia moderna e coraggiosa, un Don Rodrighino figlio di un imprenditore e pure due bravi.... insomma una sorta di promessi sposi in una salsa dal sapore di ammanniti.

    Il fatto però di scrivere la storia in un dialetto meridionale completamente inventano sposta l'attenzione dalla storia alla lingua. E probabilmente non fa godere nè dell'uno nè dell'altro.

    E alla fine i personaggi sono troppo sterotipati mentre la storia risulta un pò troppo lasca.

    Insoma si può leggere ma senza troppo entusiasmo

    ha scritto il