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Luce d'agosto

Di

Editore: Mondadori (Oscar classici)

4.2
(428)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 387 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Francese , Portoghese

Isbn-10: A000039432 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Traduttore: Elio Vittorini

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Travel

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Descrizione del libro
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  • 3

    Sonno d'agosto

    Un libro con andamento sinusoidale: di una lentezza disarmante all'inizio; successivamente un miglioramento sempre più importante (mi riferisco ai capitoli 7 ed 8) che, purtroppo, confluiscono nella noia mortale. Le ultime cinquanta pagine mi hanno quasi costretto ad abbandonare la lettura: ho cr ...continua

    Un libro con andamento sinusoidale: di una lentezza disarmante all'inizio; successivamente un miglioramento sempre più importante (mi riferisco ai capitoli 7 ed 8) che, purtroppo, confluiscono nella noia mortale. Le ultime cinquanta pagine mi hanno quasi costretto ad abbandonare la lettura: ho creduto, ad un certo punto, di leggere un racconto annesso allo stesso volume, tanto la storia andava discostandosi (avrei tranquillamente potuto saltare quella parte, andando direttamente alle ultime tre pagine, almeno si riparlava di Lena).
    Sono così duro perché mi aspettavo molto di più da Faulker, dopo aver letto "Mentre morivo", probabilmente.
    Inutilmente intricato e complesso, ad ogni modo, a differenza di quel che fece suo compare Joyce nell'Ulisse o il grande Dosto ne "L'Adolescente".

    ha scritto il 

  • 4

    E' il primo Faulkner che leggo, e devo dire che mi sono avvicinata con una certa inquietudine, pensando che fosse sopra le mie possibilità.
    In realtà, sì, ha molte delle cose che mi aspettavo, e certo non è di facile lettura, ma diciamo che mi sono goduta il viaggio.
    E' un romanzo pod ...continua

    E' il primo Faulkner che leggo, e devo dire che mi sono avvicinata con una certa inquietudine, pensando che fosse sopra le mie possibilità.
    In realtà, sì, ha molte delle cose che mi aspettavo, e certo non è di facile lettura, ma diciamo che mi sono goduta il viaggio.
    E' un romanzo poderoso, con una scrittura che non intende rendersi amabile. Nè completamente comprensibile. Ci sono punti a cui arrivi e ti chiedi dove sia finito il panorama e forse hai sbagliato strada e invece l'autore voleva portarti proprio lì e non farti capire, e farti cercare, e farti dare le tue risposte. C'è sempre, strisciante, il dubbio di "ma avrò capito davvero?", c'è l'elemento discordante, il proseguire con logica via via sempre più rilassante e poi, di colpo, un momento straniante che ti catapulta fuori dalla lettura a chiederti cosa sia successo.
    Probabilmente non è per me, questo, il momento di romanzi lineari con la bella trametta confezionata, perchè credo che, prima, questo libro non mi sarebbe piaciuto. Ora invece ho amato la sfida.

    ha scritto il 

  • 4

    Un po' tutto il romanzo verte su un unico centro: spostarsi, andare a piedi, ricominciare una vita, fuggire, essere altrove; in altre parole la vita 'on the road', ma senza aspettarsi assolutamente nulla, quasi come fosse un gesto automatico, quasi un istinto migratorio; non una ricerca di altrov ...continua

    Un po' tutto il romanzo verte su un unico centro: spostarsi, andare a piedi, ricominciare una vita, fuggire, essere altrove; in altre parole la vita 'on the road', ma senza aspettarsi assolutamente nulla, quasi come fosse un gesto automatico, quasi un istinto migratorio; non una ricerca di altrove ma un semplice impulso, il muoversi per non cadere, un passo dietro l'altro.
    Nel mezzo, tra un passo e un altro, le vicende e le vite di personaggi di provincia, nel piccolo paese di Jefferson.

    Quello che ho provato alla fine di questo libro è la sensazione di aver appena visto solo la superficie del romanzo, ma intuendone la profondità e la grandezza.
    Le vicende narrate, il luogo in cui si svolgono (la provincia del profondo sud-est americano) e il tempo in cui si svolgono hanno la dimensione del mito, ma la grandezza dell'opera risiede soprattutto nella psicologia dei personaggi e quindi, nello stile di scrittura.
    Il cosiddetto "flusso di coscienza" dei grandi scrittori modernisti, qui è ai suoi vertici di bellezza e complessità; ne deriva una scrittura tutt'altro che semplice, con punti di vista multipli e a volte (spesso) assolutamente oscuri. Sembra davvero di addentrarsi non nella mente del personaggio, bensì proprio nella sua coscienza contraddittoria e contorta; una catena ininterrotta di tunnel che si aprono su grandi caverne per poi restringersi improvvisamente togliendo il fiato.
    Non ne consiglio la lettura a nessuno che non sia un vero appassionato di letteratura, uno di quelli che non si ferma davanti alla fatica (a volte enorme, ma MAI per la noia, bensì per la complessità) di, se non proprio "capire", "sentire" i personaggi.
    Un libro che, sono convinto, mi piacerà ancora di più nella seconda lettura.

    ha scritto il 

  • 2

    Ci ho riprovato a leggere un autore americano, ma non c'è stato niente da fare, dopo alcune pagine, quel linguaggio povero, quegli argomenti, quegli spazi, non mi coinvolgono e l'ho abbandonato.

    ha scritto il 

  • 4

    Un po' Mc Carthy

    Questo romanzo mi ricorda molto alcuni testi di McCarthy, anche se non lo trovo altrettanto deliziosamente accattivamente.... molto dettagliato comunque nella descrizione dei personaggi, nel gioco di intrecci ma confesso che mi aspettavo qualcosa di più. Cosa, non lo saprei proprio dire.

    ha scritto il 

  • 4

    La scrittura di Faulkner, densa e ruvida, asciutta, senza fronzoli stilistici, spesso con un linguaggio non strutturato denota una grande chiarezza e lucidità di vedute. Bastano allo scrittore pochi tratti per delineare un personaggio o un paesaggio , ma poi questi tratti sono strutturati i ...continua

    La scrittura di Faulkner, densa e ruvida, asciutta, senza fronzoli stilistici, spesso con un linguaggio non strutturato denota una grande chiarezza e lucidità di vedute. Bastano allo scrittore pochi tratti per delineare un personaggio o un paesaggio , ma poi questi tratti sono strutturati in modo da tale da suggerire al lettore un quadro d’insieme in cui storie e voci si rincorrono e si sovrappongono dando origine ad un mondo dove convivono tragedia e commedia, verità e menzogna, passato e presente. Anzi a volte il passato si sovrappone al presente scompigliando tutte le carte!! Ci sono pochi personaggi semplici, direi che la maggior parte sono complessi, quasi un crogiolo di dubbi, speranza, paure, rabbia, certezze e cattiveria. Forse l’unico personaggio positivo, quasi il simbolo stesso della forza della vita è Lena che riesce perfino ad attrarre a sé quel Byron Brunch, che aveva dedicato tutto il suo tempo a fuggire la vita!! Non lo è Johanna, che vuole assumere su di sé i sensi di colpa dei bianchi verso i neri, non lo è assolutamente Lucas, l’incarnazione della vigliaccheria e della presunzione pura, né il reverendo Hightower, che di fronte ad una vita ingrata e sempre in salita si aggrappa alla memoria della morte del nonno, unico dato puro e positivo, tanto da confondersi con esso. Ma soprattutto non lo è Christmas, sul quale incombe già all’inizio del libro un fato quasi inesorabile. Avrebbe potuto salvarsi? Forse no! Faulkner ci descrive un Christmas quasi a 360° con tutti i suoi dubbi, le sue paure, la sua rabbia, un uomo che fugge dal suo passato, da se stesso, dalla sua condanna, dal suo sangue ma con una rassegnazione così irosa e testarda, sulla quale non ci possono essere spiegazioni!!! Forse una grande pietà!!

    ha scritto il 

  • 4

    Dall'Alabama al Tennessee.

    Penso a un domino circolare in cui, alla fine, l'unico a rimanere in piedi è l'ultimo pezzo, che poi è anche il primo.
    Questo non è possibile nella realtà, ma come in un quadro di Escher, dove l'impossibile diventa possibile e percorribile, lo è in Luce d'Agosto, dove a Lena resta fr ...continua

    Penso a un domino circolare in cui, alla fine, l'unico a rimanere in piedi è l'ultimo pezzo, che poi è anche il primo.
    Questo non è possibile nella realtà, ma come in un quadro di Escher, dove l'impossibile diventa possibile e percorribile, lo è in Luce d'Agosto, dove a Lena resta fra le braccia un bambino, e oltre a quel bambino restano lo stupore e l'incanto, l'ingenuità e la determinazione con le quali affronta la vita.
    Nonostante tutto quello che accade a lei, in lei e intorno a lei.
    È il mio primo romanzo di Faulkner (prima avevo letto solo i racconti Una Rosa per Emily) e per descriverlo uso per la seconda volta per un romanzo lo stesso aggettivo: malmostoso.
    Una storia in cui immergersi fino alle ginocchia, in cui spesso si cade e ci si sporcano anche le braccia, il viso, i pensieri.
    Ma anche densa, soffocante, a tratti delirante, e poi ancora lineare e polverosa, nitida, complessa, al punto che resta il dubbio di non aver compreso proprio tutto, e il desiderio di riafferrare tutti i pezzi per mettere ordine, le parole per osservarle nuovamente da un'altra angolatura.
    Sarà stato anche agosto a Jefferson, e la luce abbacinante - come commentano in molti - ma io in più punti ho avuto freddo, ho desiderato una coperta per difendermi dalla cattiveria e dalla crudezza delle azioni degli uomini, dall'invidia e dal giudizio, dall'assenza di giustizia.
    Stati uniti solo di nome, l'Alabama da dove parte Lena Grove in cerca del padre (mascalzone e farabutto avrebbe detto mia nonna) del bambino che porta in grembo, e il Mississipi dove arriva luminosa e solare; stati ancora divisi dai pettegolezzi e dalla razza, dove i neri sono ancora i negri, e le donne possono ancora creare scandalo con i loro comportamenti. E gli uomini… Beh, gli uomini, ogni uomo è un capitolo a sé, un diverso esemplare del genere umano.
    Stati Uniti in cui si respira ancora odore di Secessione, di schiavitù, di punizione divina pronta ad abbattersi sugli uomini e sui loro peccati invocata e inflitta da altri uomini: per mezzo di una frustata, o di un colpo di rivoltella, o della lama di un pugnale, o di un cappio intorno al collo.
    C'è Lena alle estremità di tutto, dall'Alabama fino al Tennessee, e c'è Joe Christmas, al centro di tutto, un personaggio silenzioso e enigmatico, bianco ma anche nero, che affascina e respinge, la cui storia diventa epifania per tutte le altre storie che ruotano intorno alla sua e per causa sua, di vita e morte, di nascita e di rinascita.
    Una linea retta che si chiude come un cerchio, e in mezzo, tra l'Alabama e il Tennessee, il Mississipi di Faulkner.
    Un posto in cui perdersi e avanzare fra le paludi malmostose del vivere. Un posto dal quale allontanarsi in fretta.

    Sotto il calmo pomeriggio calante, la strada rossa va avanti dolcemente, in salita. 'Be', una salita riesco a sopportarla' pensa. 'Una salita uno può sopportarla'. Tutto è immobile, tranquillo, familiare dopo sette anni. 'Si direbbe che uno riesca a sopportare quasi tutto. Riesce a sopportare anche quello che non ha fatto. Riesce a sopportare anche il pensiero che certe cose sono più di quanto riesce a sopportare. Riesce a sopportare anche se riuscisse a lasciarsi andare e si mettesse a piangere, non lo farebbe. Riesce a sopportare di non voltarsi a guardare, anche se sa che voltarsi a guardare o non voltarsi a guardare non gli servirebbe a niente.

    - No all'edizione di Elio Vittorini, rimaneggiata, censurata e piuttosto dubbia.
    Ho dovuto interrompere la lettura e aspettare l'arrivo dell'Adelphi in biblioteca per ricominciare e confrontare i capitoli già letti: il confronto è stato addirittura peggiore di quanto avessi intuito.

    ha scritto il 

  • 0

    Il più profondo dei libri risulta sempre falso non appena lo si applica alla vita

    Un'amica (ortensia) mi aveva passato questo divertente link
    http://www.archiviocaltari.it/2011/10/18/i-30-insulti-p…
    dove fra gli altri c'era Bill che diceva a proposito di Ernie:
    Non risulta aver adoperato mai parola che ...continua

    Un'amica (ortensia) mi aveva passato questo divertente link
    http://www.archiviocaltari.it/2011/10/18/i-30-insulti-piu-caustici-della-storia-della-letteratura-prima-parte/
    dove fra gli altri c'era Bill che diceva a proposito di Ernie:
    Non risulta aver adoperato mai parola che costringesse il lettore a consultare il dizionario
    a me poteva sembrare un complimento, ma nell'introduzione di Fernanda Pivano ho letto il preambolo che mancava
    Ernest Hemingway: non ha coraggio, non si è mai arrampicato su un ramo sporgente. Non ha mai usato una parola che inducesse il lettore a controllare sul vocabolario per vedere se è usata correttamente
    Ho rimandato a lungo la lettura di questo mostro sacro (è il mio primo Faulkner) ma non è stato per l'aneddoto su Hem, anzi quell'aneddoto è stato ciò che mi ha fatto decidere. A sentire la Pivano ho scelto l'opera più abbordabile. In effetti il timore di trovarmi di fronte ad un post modernista ante litteram è stata fugata quasi subito. Mi ero documentato, questa, più delle altre, mi era sembrata un'opera alla mia portata.
    Anni' 30 sud degli Stati Uniti, razzismo e religione, corruzione e purezza. Una galleria di personaggi interminabile. Bill tira fuori una foto da uno scatolone. Mentre la illustra ne tira fuori un'altra e uno si chiede quale delle due stia descrivendo. Il dubbio viene risolto a vantaggio di una terza foto, e una quarta...
    La sua è una scrittura ad uncinetto. Una grande capacità di ricamare, di creare elaborati centri tavola con la pazienza di una nonna, ma anche con la stessa verve. Dell'uncinetto è apprezzabile il prodotto finito, assistere alla lavorazione è assai noioso. Quanto possa essere divertente lavorarlo, non saprei dirlo.
    Bill parla d'amore come uno scalpellino parlerebbe della pietra che sta scolpendo.
    Vi sono dei passi notevoli in questo libro, ma se questo era il Faulkner più abbordabile, non intendo dedicarmi agli altri. Nell'ottima introduzione, vengo giustificato
    Negli Anni Trenta, quando la letteratura americana era sotto l'influenza della tersa, stellante, inesorabile prosa hemingwayana oppure si avviava nel clima socialisteggiante di Franklyn Roosevelt verso una narrativa realistica a sfondo sociologico, la prosa oscura di Faulkner non poteva non riuscire sgradevole alla critica ufficiale, quando addirittura non riusciva incomprensibile per un suo virtuosismo che poteva anche sembrare verbosità.
    Io sono un adepto della tersa stellante inesorabile, nonostante sia nato nei '70. La verbosità e i virtuosismi li lascio a coloro che sono più virtuosi di me.

    Se tengo conto:
    di quanto mi ha divertito la lettura ★
    dell'imprevedibilità ★ ★
    dell'omogeneità ★ ★ ★
    della potenza evocativa ★ ★ ★ ★
    della semplicità dei termini usati ★ ★ ★ ★ ★
    (non ho mai dovuto consultare il dizionario, forse però per questo devo ringraziare il traduttore Elio Vittorini)

    E-book N°48
    Luce d'Agosto (William Faulkner)
    Marzo 2014

    ha scritto il 

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