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Book Description

A cura di uno dei suoi più grandi studiosi, una nuova immagine del mondo greco che qui cessa di essere un inimitabile modello di perfezione, per diventare una realtà complessa, agitata da problemi e ansie in gran parte simili ai nostri.

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    L'ALIENO GRECO

    Ottima raccolta di saggi, quella curata da Jeanne-Pierre Vernant con il titolo “L’uomo greco” (Editori Laterza).
    Ogni capitolo è dedicato a diversi punti di vista, con cui scrutare e esaminare la peculiarità dell’Uomo che abitò la Grecia antica.
    Moss ...(continue)

    Ottima raccolta di saggi, quella curata da Jeanne-Pierre Vernant con il titolo “L’uomo greco” (Editori Laterza).
    Ogni capitolo è dedicato a diversi punti di vista, con cui scrutare e esaminare la peculiarità dell’Uomo che abitò la Grecia antica.
    Mossé ce ne parla in relazione all’economia, Garlan rispetto alla guerra, Cambiano ne esamina il processo di crescita e formazione, Canfora lo osserva nella sua qualità di cittadino, Redfield lo coglie nella sua vita domestica e familiare, Segal ne analizza le qualità di uditore e spettatore, Murray esamina le caratteristiche della socialità e Vegetti il suo rapporto con gli Dei.

    Colto da tanti punti di vista, l’uomo greco ci viene restituito sotto forma di un ritratto multidimensionale di discreta profondità.
    Nell’affrontare come lettori una simile analisi, non possiamo non restare colpiti dalle grandi similitudini con questo nostro antenato culturale ma anche dalle immense differenze, che la morale cattolica e la cultura “disneyana” (che tende a rendere simile a sé ciò che simile non è) comunemente nascondono, come la diffusione di amori omosessuali e pedofili, l’infanticidio sistematico, la mancanza di una religione dogmatica, il disprezzo per il lavoro, il senso civico che giunge a dar prevalenza al pubblico sul privato in forme di comunismo ante-litteram, che poteva essere caratteristica solo di alcune città, come la peculiare Sparta, ma anche essere carattere permeante dell’intera cultura della penisola.

    Quanto diversa è infatti la religiosità degli uomini dell’Ellade, senza dogmi, dottrine, caste sacerdotali, libri sacri, ma che pervade così profondamente ogni istante del quotidiano.
    Quanto siamo lontani dal cogito cartesiano, come nota lo stesso Vernant, con la realtà che preesiste alle coscienze, con la vista che esercita azione sull’oggetto osservato.
    Quanto è diversa la vita eterna assicurata dalla memoria della comunità, rispetto ai paradisi cristiani.

    Pare quasi incredibile che il disprezzo per i lavori artigianali (da noi spesso così “vezzeggiati”) possa portare persino alla proibizione per i cittadini di praticarli, come nota Mossé, citando Senofonte.
    E che dire della diffusione della schiavitù? Forse in questo campo, in cui ci crediamo tanto diversi, le differenze sono minori: non siamo in fondo quasi tutti schiavi part-time, con il nostro tempo nelle mani dei datori di lavoro?
    Singolare che persino i banchieri fossero in prevalenza ex-schiavi, segno che il commercio del denaro fosse qualcosa di particolarmente repellente per un vero cittadino.
    Quando lo zoon politikòn diventa homo oeconomicus, finisce la grecità e inizia l’ellenismo.

    E la guerra? L’Atene classica vi dedicò in media 2 anni su 3. Sparta era in perenne stato di allerta, in continua guerra civile con i propri schiavi iloti. Gli storici greci si occupavano quasi solo di combattimenti, quasi che altre materie fossero di scarso interesse. La guerra era fonte primaria di approvvigionamento.

    Che gli spartani uccidessero i figli gracili lo sanno tutti, ma forse non tutti sanno che anche Aristotele abbia ribadito la necessità di una legge che proibisse di allevare figli deformi.
    Il poeta Posidippo scriveva “Ognuno, anche se povero, alleva un figlio maschio; una figlia, anche se ricco, la espone”. L’esposizione comportava morte quasi certa.
    A Sparta i neonati venivano lavati con vino, in modo che quelli malaticci fossero presi da convulsioni. Le loro nutrici (che li allevavano al posto delle madri), li abituavano subito al buio, alla solitudine, a un’alimentazione austera e a non far capricci. A sette anni venivano riuniti in squadre e vivevano fuori casa, scalzi e rasati, con un solo abito per ogni stagione. Per rimediare allo scarso rancio dovevano abituarsi a rubare, ma se scoperti venivano severamente puniti.
    La scuola si basava su ginnastica, musica e scrittura. E tutte le materie dei nostri figli?

    E l’usanza da far-west d’andare in giro armati?
    E la letteratura? Fulcro degli insegnamenti scolastici dei nostri giovani studenti del Liceo Classico e non solo? Di cosa parlavano i loro scritti? Non certo d’amore, non nel senso dei nostri romanzi rosa, romance o della stucchevole presenza in ogni racconto di un qualche inutile innamoramento.
    Certo abbondavano le storie che parlavano di rapporti tra uomini e donne, ma diverso ne era il senso e il fine. Ippodamia è il premio per chi batte suo padre Enomao. Conta la competizione non l’innamoramento. Giasone seduce Medea, ma per portare a compimento la sua missione, come nota Redfield.
    Non contava l’innamoramento ma la “successione familiare”. Il genitore o il figlio che bloccano la successione erano alla base della trama. Edipo che uccide il padre e sposa la madre. Urano e Crono che tentano di impedire la propria successione. Le Menadi che si nutrono della carne dei propri figli. L’Odissea mira a ricostruire un matrimonio, ma parla di molto altro.
    Le cose cambiano da Menandro in poi.

    E il ruolo della donna? Non solo erano escluse dalla cittadinanza come bambini e schiavi, ma non veniva riconosciuta loro la forma più alta d’intelligenza, quella politica, e non se ne incoraggiava l’istruzione. Persino il saggio Socrate considerava gli uomini migliori delle donne in tutto, persino nel tessere e nel cucinare.
    Solo nella più maschilista e militaresca delle città greche, Sparta, alle donne era riconosciuto il diritto di ereditare e possedere beni, ma questo derivava dal disprezzo degli spartani per le ricchezze. Come nota Redfield “Gli uomini avevano loro abbandonato la casa e la famiglia, a quanto pare, per assicurarsi la loro superiorità, lasciando alle donne l’instabile emozionalità, le tendenze antisociali e le basse motivazioni” (pag. 175).
    La casa era il loro mondo e non era previsto che viaggiassero.
    Il matrimonio (engye) era una transazione tra genero e suocero. La festa di nozze (gamos) era solo un festeggiamento che nulla sanciva e niente aggiungeva all’engye. Il mito di Pandora ci rivela come il matrimonio sia vissuto dall’uomo greco come un inganno. Come Eva, Pandora porta alla caduta dell’Uomo nei rapporti con la divinità.
    “Colui che si affida a una donna si affida all’inganno” scrive Esiodo ne “Le opere e i giorni”. A Sparta si diceva che lo Stato sarebbe perfetto se non ci fossero le donne.

    Insomma, quanto ci somiglia davvero questo nostro antenato, la cui cultura, con quella romana, araba e ebraica è una delle colonne portanti della nostra? Perché nelle scuole si dà così poco risalto alle profonde differenze che si sono create in secoli di storia? Abbiamo ancora paura di confrontarci con modelli sociali e morali diversi dal nostro, persino se si tratta, appunto delle nostre stesse radici? Siamo in grado di interrogarci sul perché di queste differenze e sul senso delle nostre scelte sociali?

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    Carlo Menzinger said on Jul 7, 2011 | Add your feedback

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    La mia professoressa di greco me l'ha fatto leggere durante le vacanze estive, bè l'ho letteralmente odiato: pesante, pesante, pesante.

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    Ka_Bohem. said on May 27, 2011 | Add your feedback

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    L'uomo greco è un pratico insieme di saggi, organizzati organicamente dallo studioso della civiltà greca Jean-Pierre Vernant, volto a conferire al lettore una più ampia conoscenza e delle solide basi di giudizio sui modelli umani che, nell'arco di pr ...(continue)

    L'uomo greco è un pratico insieme di saggi, organizzati organicamente dallo studioso della civiltà greca Jean-Pierre Vernant, volto a conferire al lettore una più ampia conoscenza e delle solide basi di giudizio sui modelli umani che, nell'arco di pressappoco quattro secoli hanno contraddistinto/formato/vissuto la società, la vita pubblica, la cultura, ogni forma organizzativa e del culto della Grecia classica. "Modelli umani", a discapito del titolo al singolare, dato che, come specificato nel libro stesso, è un'operazione antistorica accomunare indiscriminatamente per usi, costumi e concezioni tutti gli uomini che vissero nella Grecia classica, senza tener invece presente le dovute differenze spazio-temporali che ne denotavano invece la diversa formazione socio-culturale. Ogni saggio, di un diverso autore, tratta quindi un aspetto diverso dell'ampio panorama della classicità greca, ove il vero protagonista risulta essere l'uomo stesso, inserito nel suo habitat sociale, e preso accuratamente in analisi, così da poter comprendere il macrocosmo di una struttura sociale (con le dovute differenze spaziali, ed in costante evoluzione) attraverso il microcosmo della vita del greco, non più vago stereotipo, ma personaggio contestualizzato. Innanzitutto l'uomo greco viene inquadrato dallo storico Claude Mossé attraverso quello ch'è il fattore economico, inteso in senso lato: dalla concezione di buona gestione dei propri beni immobili (che in Grecia era l'accezione primigenea del termine economia, appunto da "oikos", ovvero "casa") a quello ch'è per noi odiernamente economia, vale a dire commercio, concezione della proprietà, attività lavorative e mestieri. Da questo studio si apprende che in Grecia la condizione di cittadino (salvo negli sconvolgimenti politici interni alla polis, con i quali le cittadinanze vennero distribuite con meno parsimonia) era strettamente legata al possedimento di terra - forse ataviche vestigia dell'antica aristocrazia tribale indoeuropea, nobiltà di suolo e spirito? [n.d.R.] - nell'antica concezione che solo chi fosse a stretto contatto con il lavoro dei campi ed atto al governo dell'agro avesse avuto le doti del buon Greco, adatto al lavoro fisico ed avente un sano abitus mentale. Questa concezione, sebbene in declino negli ultimi anni di vita della polis, restò predominante, se non come convinzione almeno come costume tradizionale, anche se buona parte dei proprietari terrieri in verità disponevano unicamente dei mezzi economici per governare i propri terreni, che affidavano a servi o subordinati, o affidavano attraverso particolari contratti simili alla mezzadria a semplici contadini. Questa concezione positiva del possidente agrario e del lavoratore della terra si contrapponeva invece al meno grato impegno artigianale, considerato attività anti-umana e degenerante, ma che non mancò di diventare fruttuoso quando artigiani stranieri, trasferitisi nelle poleis, usufruirono della propria arte, privi di concorrenza, per ammassare vere e proprie fortune. Col passare del tempo si affermò anche la classe mercantile, impegnata specialmente nei traffici marittimi, vere e proprie scommesse commerciali la cui riuscita dipendeva da centinaia di fattori (primo fra tutti, l'incolumità di merci e mercanti durante i viaggi, a causa dei fattori atmosferici e della pirateria) nei quali spesso investivano saltuariamente anche i ricchi possidenti. Infine una ridotta fetta dell'economia era costituita dall'edilizia urbana comunitaria, che si occupava dell'innalzare quegli edifici o strutture adibite all'uso della comunità o come simbolo della stessa; chi si apprestava a queste opere riceveva infatti un compenso minimo, addirittura simbolico, considerando il proprio lavoro come un vero e proprio dovere verso il consorzio comunitario.
    Il secondo saggio presenta invece il mondo della guerra nel vissuto dell'uomo greco. Buona parte del capitolo è basata sulla struttura militare del mondo greco delle poleis della falange oplitica, esercito non professionista a servizio della comunità cittadina, formato da ogni uomo in età da guerra della polis, organizzato in maniera poco gerarchica (considerando che era presente un solo grado per gli ufficiali, scelti senza veri e propri metodi accurati di selezione) e frequentemente male addestrato, ma che basava la sua forza sul principio di mutuo sostegno tra i soldati, e sul precetto d'onore e l'obbligo morale di non cedere mai la posizione, abbandonando il compagno di scudo. Difatti la guerra tradizionale tra le poleis si svolgeva predominantemente tra formazioni oplitiche, in battaglie campali. Solo successivamente vennero create classi di militi addestrati unicamente al servizio militare, come ad esempio i marinai, spesso mal visti dagli esponenti più conservatori della vita pubblica della città. Non erano rari anche episodi di mercenarismo.
    Successivamente lo storico Giuseppe Cambiano tratta del passaggio drastico del fanciullo alla vita adulta. Spesso fulcro centrale dell'iniziazione alla maggiore età era proprio la partecipazione al simposio, come introduzione del giovane alla vita sociale adulta. Il ragazzo, ad esempio, doveva intraprendere una relazione amorosa con un partecipante al banchetto, che gli avrebbe poi offerto dei doni tradizionali. Altra iniziazione fondamentale per la vita del ragazzo era senz'altro la guerra, o comunque la vita militare, il cui contraltare femminile era il matrimonio, con il quale la fanciulla rinunciava alla sua vita trascorsa per concedersi alla protezione del marito, lasciando quella del genitore.
    Luciano Canfora, insegnante di filologia, tratta invece del complesso rapporto che intercorreva tra il cittadino e la polis nella sua evoluzione storica, dal complesso meccanismo della cittadinanza, all'ordinamento democratico. In ogni caso viene tracciata una profonda linea di demarcazione tra una prima epoca di vigore ideale della polis e di sua equa amministrazione, e l'età invece del declino della stessa, caratterizzata da interne scissioni, in cui ogni fazione ambiva al potere, cercando di rovesciare l'ordine politico attraverso la sovversione, e portando al governo anche dei despoti, fino al contendersi delle poleis stesse con l'Impero Alessandrino.
    James Redfield illustra invece il complesso rapporto che avevano i greci con la dimensione domestica, donando al problema una propria visione senza dubbio di grande spessore scientifico - e che io non stento a condividere, non conoscendone di migliori, e ritenendola alquanto attendibile [n.d.R.] - e caratterizzata da una vasta analisi nel campo della cultura greca antica. Egli, ben sapendo che nella cultura greca, salvo i casi di eterodossia lacedemone, è tracciato un profondo solco che divide il mondo delle relazioni pubbliche da quello della vita domestica, ovvero tra il mondo della politica (ovvero dei rapporti sociali) e quello dell'economia (intesa nell'accezione greca del termine), e corrispettivamente tra i ruoli dell'uomo e quelli della donna, ne giustifica l'origine attraverso quell'abitus mentale originario della Grecia arcaica - e forse all'origine della cultura occidentale? - di separare i concetti atavici di Natura e di Ordine (rispettivamente il primo femmineo, ed il secondo virile) - come nella concezione che mutua Julius Evola dalla cultura classica di separazione tra l'elemento femminile lunare e quello maschile solare, dopo la divisione dell'entità completa dell'Androgino - . [Che anche la liminare differenza tra Apollo e Dioniso, erratamente contrapposti da una visione superata del Nietzsche filologo, che sono entrambi dotati di archetipi che in altre culture appartengono indistintamente alle divinità solari, sia originata da questa dualità insita nel mondo greco e negli albori della civiltà occidentale?]
    Da Charles Segal ci viene invece una descrizione della dimensione della spettacolarità propria della concezione greca dell'udire e del vedere. Dal poema epico al monumento, dal fasto dei re alla gloria degli eroi, nell'universo prevalentemente visivo e figurativo della Grecia antica era tutto una manifestazione di grandezza. La tragedia fu l'ultima grande forma di spettacolo infatti ideata dal mondo greco.
    Oswyn Murray invece ripercorre l'itinerario delle forme della socialità nella Grecia classica, evidenziando il diverso rapporto che l'uomo greco istituiva con la società, a seconda delle epoche. Dall'essere parte di una tribù nell'età arcaica, l'uomo passa ad essere quello che verrà definito poi un "animale sociale", ovvero l'uomo politico, l'uomo della polis, ed infine diventa un apolide, un soggetto individuale senza una forte identità né territoriale né comunitaria in epoca ellenistica, dopo lo sfaldarsi appunto della struttura della città stato, e con l'aprirsi delle frontiere verso nuovi modelli culturali, come quello macedone o quello egiziano.
    In ultimo Mario Vegetti descrive quelli che erano i culti e la religione nella Grecia antica, religione che non passava attraverso nessuna mediazione magisteriale, essendo invece stata creata e consolidasi nella tradizione popolare, di cui il mito era somma espressione, e fungendo essa stessa da fattore coesivo culturale ed identitario. Non a caso le più forti divergenze in materia religiosa, ed il dilagare delle sette e dei culti misterici (che non sempre però si contrapponevano alle credenze della religione tradizionale) e delle superstizioni, avvennero nel periodo dell'Ellenismo, con l'affermarsi (come spiega eccellentemente Eric R. Dodds nel suo eccellente I Greci e l'irrazionale) di un pensiero scettico razionalista, fortemente critico nei confronti della tradizione religiosa, che creerà per reazione una forte risposta esoterica o superstiziosa in chi troverà nell'irrazionale l'unico surrogato ad una ben più ragionevole fede tradizionale - non è solo il caso del mondo ellenistico, quanto anche dell'influenza dell'esoterismo in ambito illuminista e giacobino. Dopotutto, diceva Chesterton, "quando l'uomo smette di credere in Dio, inizia a credere in tutto" - .
    In definitiva L'uomo greco risulta essere sì unicamente un testo divulgativo, ma redatto con criterio, compilato con cura, impreziosito da varie intuizioni personali degli autori e ricco di spunti interessanti per possibili approfondimenti.

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    Ω said on Jan 13, 2011 | Add your feedback

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    serie di saggi (curati da importantissimi studiosi del mondo antico) in cui vengono toccati tutti gli aspetti della società greca antica: politica, economia, religione,vita domestica, teatro

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    Quela said on Jun 12, 2007 | Add your feedback

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