Möss och människor

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Förlag: Albert Bonniers förlag

4.2
(5578)

Language: Svenska | Number of Pages: | Format: Others | På andra språk: (andra språk) English , Spanish , Chi traditional , German , French , Italian , Dutch , Portuguese , Turkish , Catalan , Danish

Isbn-10: 9100117560 | Isbn-13: 9789100117566 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature , History , Social Science

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  • 4

    i miseri indomabili

    Lennie non è cattivo, Lennie non vuole fare del male, Lennie vuole solo affetto, Lennie vuole abbracciare forte, ma Lennie abbraccia spezzando le ossa, solo George lo sa, gli altri no, quindi Lennie è ...fortsätt

    Lennie non è cattivo, Lennie non vuole fare del male, Lennie vuole solo affetto, Lennie vuole abbracciare forte, ma Lennie abbraccia spezzando le ossa, solo George lo sa, gli altri no, quindi Lennie è un mostro. Poco più di un racconto questo di Steinbeck, ma di un'intensità strabiliante. Il solito Steinbeck, quello in grado di cogliere e rappresentare quel rovescio della medaglia dagli aspetti miseri e sordidi della scintillante società americana, quella degli umili, ma non dei vinti, che sanno ancora sognare. Perché è proprio questo che rende stupefacente lo scrittore Californiano, egli non crea storie, ma scolpisce personaggi rubati dalla strada con un efficacia impareggiabile, perché non restano le vicende, ma i personaggi con i loro strascichi di umanità e disumanità in grado, pare proprio, di vivere di vita propria districandosi pure dalle vicende più drammatiche. Steinbeck fa pensare ad un Twain ma più maturo e complesso, ricorda anche London ma più acuto e modesto, ad un Hemingway ma meno ingabbiato dall'ingombrante sagoma del super uomo alcolizzato, un Faulkner ma più raggiungibile, a mio modesto parere, il punto più alto raggiunto dalla letteratura americana.

    sagt den 

  • 4

    C'è un non so che di primordiale e brutale in questo libro che, in sole 117 pagine, riesce ad essere profondamente d'impatto.
    Steinbeck è profondamente crudele e impietoso nel trattare i due protagoni ...fortsätt

    C'è un non so che di primordiale e brutale in questo libro che, in sole 117 pagine, riesce ad essere profondamente d'impatto.
    Steinbeck è profondamente crudele e impietoso nel trattare i due protagonisti, Lennie e George, obbligandoli e precipitare in quello che è il loro destino in quel periodo difficile del dopo Depressione. Un dramma sociale, dove osare credere di uscire dal proprio ruolo è impossibile. Ed ecco che quel progetto così bello e semplice di un pezzo di terra proprio viene spazzato via.
    Semplice e forte Lennie, intelligente e cauto George: si presentano già come strani solo per il fatto di vagare assieme da ranch in ranch, per guadagnare i soldi necessari a quel grande progetto. Attorno a loro ruotano figure ferocemente imprigionate nei loro ruoli: da Crooks, il garzone nero, a Candy il vecchio scopino che vede sempre più vicino il suo venir rimpiazzato come il suo vecchio cane.
    Per queste persone il sogno di Lennie e George pare una follia, eppure tutti ne sono in qualche modo attratti e vorrebbero farne parte, segno di un desiderio di rivalsa che però rimane latente e che non osano concretizzare.

    Crudele, asciutto, forte.
    Ti rimane dentro fino all'ultima riga.

    sagt den 

  • 5

    Romanzo amaro e brutale che riesce a renderti partecipe delle vite e delle emozioni dei due protagonisti in appena un centinaio di pagine.

    sagt den 

  • 4

    Il titolo "Uomini e topi" si riferisce al fatto che sia gli uomini che i topi fanno dei piani per cercare di migliorare la propria vita, ma puntualmente finiscono in fallimento.
    E' proprio quel che ac ...fortsätt

    Il titolo "Uomini e topi" si riferisce al fatto che sia gli uomini che i topi fanno dei piani per cercare di migliorare la propria vita, ma puntualmente finiscono in fallimento.
    E' proprio quel che accade a George e Lennie. Lennie è il tipico "gigante buono", non ha molto cervello e George si prende cura di lui ormai da tanto tempo che si è abituato. Devono spostarsi in un ranch della California per cercare lavoro, perché hanno perduto il precedente a causa di Lennie e della sua mania di accarezzare sempre tutto ciò che gli piace. In questo nuovo ranch intrecceranno le loro avventure insieme a quelle degli altri lavoratori: lo scopino Candy, molto affezionato al suo vecchio cane e poco utile perché ha perduto una mano; il rissoso Curley, figlio del padrone; Slim, l'autorevole ma anche molto umano capo-mulattiere; Crooks, lo stalliere di colore isolato e vittima di razzismo. Tra loro vi è anche la sensuale moglie di Curley, presagio di sventura fin dalla sua prima comparsa.
    Steinbeck è riuscito a tenermi incollata alle pagine fino alla fine: racconta della speranza di libertà, della obbligatoria condizione da sottomessi dei braccianti, della speranza di una terra propria, di razzismo. Molto commovente il personaggio di Lennie, non si può non amare: al termine sono rimasta con le lacrime al cuore, ricordando anche la sorte del povero vecchio cane di Candy.

    sagt den 

  • 5

    Il dolore si cura con l’erbetta alfalfa.

    Di “Uomini e topi” andavo dicendo a tutti come avessi provato a leggerlo ma: la noia!, m’ero addormentato alla prima pagina e addio a mai più John Steinbeck, che da allora diventò per me il termine di ...fortsätt

    Di “Uomini e topi” andavo dicendo a tutti come avessi provato a leggerlo ma: la noia!, m’ero addormentato alla prima pagina e addio a mai più John Steinbeck, che da allora diventò per me il termine di paragone: “Chi ti dice che certi scrittori o ti piacciono o non ti piace la letteratura mandalo da me, che gli parlo di John Steinbeck, di come quella mattina d’estate m’addormentai sulla sedia del balcone alla prima pagina che ancora me la ricordo a stento, una grande descrizione su una cascata mi pare, e d’un tratto gli uomini e i topi, una robaccia.”

    Nessuna cascata, nel breve romanzo c’è la brevissima descrizione di un fiume in apertura, dopodiché una scrittura lanciata al galoppo, leggera e inclemente, affascinane e terribile come un destino che non ha animosità alcuna. Cosa devo aver creduto di leggere quindici o venti anni fa? Di cosa fu colpevole l’ammanco di sonno che attribuii vigliaccamente al libro di Steinbeck? Ogni tanto bisogna ricordarsi dei propri giudizi, per potergli dare di piccone.

    Ho letto Steinbeck dopo aver letto il romanzo “Le cure domestiche” della Robinson. Il romanzo e lo stile della Robinson sono il loro mondo a parte, eppure leggendolo dentro mi è suonato qualcosa: dove ho già sentito dei vagabondi americani, dei lavoranti privi di un centro di gravità permanente; di quali altre storie sono i più immediati protagonisti?

    Allora mi sono andato a ripescare il libro di Steinbeck. L’ho letto in una mattinata, nella traduzione di Pavese. È teatro, non è bello perché è teatro ma perché si vede ogni cosa. Si vede come tutto è ingiusto, disperato, condizionato, necessitato, sbagliato, irrevocabile, e leggere questa tragedia è bellissimo, è commovente, è un atto dovuto.

    Leggi Uomini e topi e puoi sentire la voce di Steinbeck che ti dice “Ora tu vedi.”

    Tu vedi come non è colpa di George anche se è colpa di George, e come sia colpa di Lennie anche se non può essere colpa di Lennie, e sembra tutti siano meno colpevoli di Curley, ma perché mai Curley dovrebbe essere più colpevole della moglie o di suo padre, o di Crooks lo stalliere? Sarà colpa della vita nei ranch o della vita e basta. O dell’America! O di tutto il Dio-mondo.

    A me viene voglia di adagiarli tutti su un campo di alfalfa i personaggi di Steinbeck e di accarezzarli sulla fronte, sullo spazio tra gli occhi, come fossero cagnolini, coniglietti, topini da mettersi nella tasca della giacca, ottimi per procurarsi una illusione di prossimità, di vicinanza. Di indicibile tenerezza.

    sagt den 

  • 3

    Un lungo racconto (o breve romanzo) ancora una volta a cavallo della Grande Depressione, penalizzato da una traduzione che, per quanto "evocativa", suona anacronistica

    sagt den 

  • *** This comment contains spoilers! ***

    4

    Uomini e topi

    Un capolavoro della letteratura mondiale.
    George Milton e Lennie Small, due braccianti stagionali, giungono in un ranch della California. Siamo alla fine degli anni venti: l’epoca della grande crisi, ...fortsätt

    Un capolavoro della letteratura mondiale.
    George Milton e Lennie Small, due braccianti stagionali, giungono in un ranch della California. Siamo alla fine degli anni venti: l’epoca della grande crisi, che ha lasciato i suoi strascichi in un’America che si è dimostrata, alla prova dei fatti, meno forte di quel che credeva di essere.
    Lennie è forte e possente come un toro ma ha il cervello di un bambino piccolo: nonostante l’impegno di George per proteggerlo (dagli altri ma, soprattutto, da se stesso), non riuscirà a sfuggire al proprio destino, andando incontro alla tragedia incombente.
    In poco più di cento pagine Steinbeck è riuscito a condensare lo spirito e le problematiche di un’epoca difficile e piena di contraddizioni. Povertà ed utopia, amicizia e solitudine, razzismo e disillusione sono gli ingredienti di un racconto che tocca il lettore nel profondo. Il sogno americano – il desiderio di possedere un pezzo di terra, con un orto, qualche mucca e dei conigli - viene frantumato e dissolto nel vento caldo della California dalla inoppugnabile crudeltà degli eventi: la speranza si rivela essere una semplice illusione; i sogni un qualcosa di intangibile che scivola via pian piano, come sabbia tra le dita.
    Scrittura asciutta, essenziale, diretta, che restituisce – grazie anche all’ottima traduzione di Cesare Pavese – l’anima di un’America che non è ancora nazione ma un manipolo di persone che si muovono, agiscono e si sfiancano inseguendo le proprie inquietudini e insoddisfazioni.
    Il mio primo Steinbeck… che ha instillato in me la voglia di leggere anche gli altri romanzi (il prossimo sarà “Furore”).

    sagt den 

  • 0

    La perduta gente

    Mi ripeto, devo averlo scritto da qualche altra parte: "La perduta gente" doveva essere il titolo di quello che poi è diventato "Il cielo è rosso" di Giuseppe Berto.
    Dico questo perché leggendo questo ...fortsätt

    Mi ripeto, devo averlo scritto da qualche altra parte: "La perduta gente" doveva essere il titolo di quello che poi è diventato "Il cielo è rosso" di Giuseppe Berto.
    Dico questo perché leggendo questo romanzo breve-racconto lungo di Steinbeck, m'è venuto da pensare proprio al libro d'esordio di Berto, incasellato un po' a ragione e un po' a torto nel neorealismo e paragonato ai grandi narratori americani, Hemingway in primis. Fatto sta che all'epoca Berto aveva letto solo pochi racconti del grande Ernest, mentre pare che nel campo di prigionia di Hereford, Texas, grazie a qualche passaggio di mano, gli siano arrivati diversi testi firmati dall'autore di "Furore".
    Ecco: resta ancora da capire quali; ma ci scommetterei parecchio sulla presenza, tra di essi, di "Of Mice and Men", poiché quest'ultimo pare riecheggiare in molte pagine bertiane degli inizi: sia per la forma sia per la sostanza, per i contenuti e per lo sguardo rivolto verso i diseredati, i vinti. Appunto, la perduta gente.

    In "Uomini e topi" ci troviamo nella Grande Depressione. George e Lennie sono due braccianti in cerca di lavoro, col sogno di una fattoria tutta loro. Troveranno occupazione in un ranch, e George, con la sua attitudine saggia e scafata, dovrà sopperire alle mancanze del gigante Lennie, ingenuo come un bambino. La loro sarà una vicenda difficile, tutta in salita, segnata dalla poverà e della sofferenza, da una violenza che pare intrinseca e talvolta necessaria in ogni azione e in ogni pensiero, dai pesanti risvolti morali, dagli esiti tragici e commoventi per chi legge.
    Un racconto dove la disperazione e l'umiliazione degli ultimi è portata alle estreme conseguenze, dove le vie di fuga sembrano non essere contemplate, come testimonia il finale crudo e spiazzante, che si pone come unica soluzione possibile per questi personaggi emarginati e privati di ogni speranza e della loro dignità di uomini.

    La scrittura di Steinbeck è ancora oggi resa bene dalla traduzione di Cesare Pavese, che proprio recentissimamente è stata sostituita da quella - immagino, svecchiata e meno "censurante" - di Michele Mari, alla quale dovrò per forza dare uno sguardo, anche se l'obiettivo, a questo punto, sarebbe la lettura in lingua originale.

    sagt den 

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