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Madri Assassine

Diario da Castiglione delle Stiviere

Di

Editore: Gaffi

3.9
(20)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 123 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8887803773 | Isbn-13: 9788887803778 | Data di pubblicazione: 

Genere: Family, Sex & Relationships , Non-fiction , Social Science

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Descrizione del libro
La pazzia non è espressione di malvagità neppure quando porta a compiere il più inconcepibile dei delitti. L'uccisione dei propri figli piccoli. E' malattia... Sappiamo come sono fatti gli anelli di Saturno e il Grand Canyon ma non c'è informazione sulle malattie della mente tranne i soliti luoghi comuni: "il raptus" o "era in cura per depressione"... Il racconto di Adriana è anche il tentativo rispettosto, mi pare, di sapere come si origina questa malattia che è la psicosi gravissima. - Annelore Homberg
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    Di certi libri non si puoi parlare (scrivere in questo caso) per tanti motivi ogni volta diversi.


    Nel mio caso non scriverò una ‘non recensione’ a questo romanzo, ‘Madri assassine’ di Adriana Pannitteri (Gaffi Editore). Non lo farò perchè la tematica che tratta mi stordisce, mi graffia da ...continua

    Di certi libri non si puoi parlare (scrivere in questo caso) per tanti motivi ogni volta diversi.

    Nel mio caso non scriverò una ‘non recensione’ a questo romanzo, ‘Madri assassine’ di Adriana Pannitteri (Gaffi Editore). Non lo farò perchè la tematica che tratta mi stordisce, mi graffia da dentro da troppo tempo per poter mantenere quel minimo distacco necessario a commentare un testo nella sua interezza.

    In questo libro ci sono aspetti positivi e negativi ma, come ho detto, non voglio soffermarmi sull’ ‘oggetto libro’, per fortuna non sono un critico, posso evitare uno schema rigido quando scrivo di un testo.

    In questo libro ho trovato delle conferme.
    Conferme legate alle analisi del fenomeno, l’infanticidio e più nello specifico di quelle dinamiche che portano alcune donne a uccidere i proprio figli. Conferme crude, macabre, dannatamente tristi e rabbiose. Eppure si, leggendo mi sono sentita immersa in una materia insidiosa ma che col tempo (ormai è più di un anno che studio e seguo le dinamiche), col tempo insomma ho imparato ad affrontare senza condizionamenti mediatici o teorie preconfezionate. Quello che si vede quasi mai è quello che è, nemmeno le madri stesse lo sanno, quello che è, non subito almeno e, in certi casi, neanche dopo.

    ” Una prima cosa che veniamo a sapere è che non sono malattie che si creano da un giorno all’altro. La dicitura ‘raptus’ che i giornalisti usano sempre è sbagliata e forviante. Ci sono, in ognuna delle storie riportate, lunghi periodi in cui il rapporto con la realtà, e in particolare con quella del proprio bambino, pian piano s’altera, fino a un punto di non ritorno raggiunto il quale bisognava uccidere…” (dalla postfazione di Annelore Homberg, psichiatra e psicoterapeutica, pag.117).

    Questo per me è un nodo cruciale nell’approccio. Ne ho scritto anche nella prefazione a un romanzo (Gezim di Susanna Sarti) e si ritroverà in ‘Cicatrici’ (se mai prima o poi verrà pubblicato), pur non volendo cucirmi addosso un ruolo che non mi appartiene, ho sempre sentito che quel modo di raccontare, sentire le storie terribili delle madri assassine non può fermarsi alla mera catalogazione in ‘raptus‘ che lo snatura, di fatto, dal contesto, il passato e la ragione. Se è stato un raptus non era prevedibile. Ergo i parenti e amici non potevano fare niente. Ergo non c’era modo di prevederlo. Ergo la donna era davvero felice fino a pochi secondi prima poi le sono venuti dei ‘momenti di buio totale, spina staccata’ e basta. Ergo le madri assassine non si potevano aiutare prima del fatto. Ergo viviamo in un mondo di pazzi.
    Più o meno funziona così, nelle discussioni a cena tra amici, nelle cene in famiglia, nei commenti davanti alla macchinetta del caffè e viadicendo.
    E’certamente una valutazione di comodo, egoistica mi sento di definirla che ha un suo senso nell’essere imperfetti perchè uccidere un figlio è di certo una delle tragedie più sentite, dolorose e temute. Ancora più che uccidere un convivente, un amante… perchè coi figli si instaura (dovrebbe) un legame diverso, che ha radici in una profondità che nessun altro tipo di rapporto può raggiungere. Di solito. E allora quando arrivano certe notizie, queste, anche la mente di chi le vive da spettatore ha bisogno di trovare risposte (anche se fasulle), ha bisogno di individuarne le dinamiche e convincersi che non può succedergli. Convincersi che sarà diverso per la sua famiglia, gli amici e tutti quelli che conosce. Assolutamente. Allora arriva in soccorso il raptus che spiega tutto in fretta e bene. E ci rende schiavi di una motivazione subdola e sorda. In un certo senso le storie che oggi danno vita a ‘Cicatrici’ sono nate per demolire proprio questa dinamica moderna.

    “Sono tornata a sedermi. Sola. Il dolore è diventato ribellione. Una rabbia che avrebbe voluto spaccare il mondo. Mi sono chiesta se tutti attorno a Manuela hanno finto di non vedere o non sono stati capaci di capire. Si gira sempre la testa dall’altra parte e si aspetta fingendo che il bene trionfi. E ho persino odiato gli uomini in camice bianco. Non ho avuto pietà per loro, imperfetti. Ho pensato a Debora, alla sua bambina com’era in una foto. I capelli ondulati, la pelle del viso morbida… odore di pesca, fragola, nuvole di soffice borotalco.
    Ma in fondo si assomigliano tutti i bambini a quell’età. Ho guardato i suoi occhi dolci e grandi riempirsi di terrore, spalancati in una fuga impossibile.
    E dentro, un tormento senza risposta.
    Per Manuela, per Debora, si poteva fare qualcosa di più?” (pag.38)

    Questa è la voce di Adriana Pannitteri, giornalista e donna sensibile, attenta che in un intermezzo si interroga, svela quei pensieri che là, dentro l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere deve aver trattenuto, celato molte volte.
    Questo è un’altro nodo stretto, strettissimo che spesso sento anch’io intorno al collo. Superata l’illusione del raptus, è davvro così difficile, addirittura impossibile, accorgersi di certi segnali? Non notare i malesseri, gli umori, i gesti e la sofferenza. Molte delle donne ricoverate a Castiglione erano già state da psicoterapeuti, chi più chi meno, eppure non era servito, non era bastato. Somministrazioni blande, pacche sulle spalle e sorrisi di gomma. Allora? Chi e come può? A volerle guardare da una certa angolazione, tutte queste vicende di morte, solitudine e dolore insopportabile, sembra che davvero nessuno possa. Eppure io non ci credo, non del tutto e forse, anche per questo bruciore che ho dentro, continuo a cercare, studiare, ascoltare. Forse.

    “Talvolta le madri uccidono ciò che non sono riuscite ad amare, la loro stessa identità. Eliminado il loro bambino, spiegano i medici, è come se cancellassero la loro insoddisfazione ma anche la parte di sè che non amano, che non riconoscono e che dunque non accettano. Ci sono quelle che straziano i loro piccoli, ripetendo sul loro corpo ciò che magari hanno subito da bambine, come le violenze, il dolore degli abbandoni. E ci sono quelle che vogliono salvarli da un mondo crudele.
    Accade qualcosa nella loro testa, come ‘un clic’ nel cervello, ma prima di quel clic c’è stato sempre qualcosa che gli altri non hanno capito. Nemmeno i medici. Quelle madri non hanno volti maligni, come pensava Lombroso, ma sono ombre, battiti di ciglia… chi guarda davvero negli occhi delle madri che stanno male?” (pag.44)

    Ecco dunque la nuda e cruda realtà. Le madri assassine non sono donne indemoniate che sputano fuoco. Non sono creature nate malvage e dedite a riti satanici. Non mettono al mondo bambini con l’intento di ucciderli nel peggiore dei modi. La c.d. madri assassine sono un mondo complesso di silenzi (tantissimi, troppi), dolori, cicatrici del passato e del presente, difficoltà ad adattarsi ai modelli che oggi ci sono imposti (’hai visto quella là che dopo due settimana dal parto sfila in passerella?’, ‘Ma lo sai che la Pina fa la pasta in casa e i suoi tre figli sono sempre ordinati, puliti ed educati?’). Sono creature che vorrebbero gridare, chiedere aiuto ma spesso non ci riescono, non sanno neanche loro come e dove farlo. Sono esseri umani, nient’altro, che perdono la rotta, non riescono a distinguere i contorni di giornate che diventano lente, soffocanti, piene di confusione e circostanze che faticano a gestire e sopportare ma che per gli altri sono assolutamente normali. E in questa normalità talune madri si smarriscono.

    ” Vorrei che tutti potessero vedere Maria P. come l’ho vista io e provare un pò di rimorso per le banalità scritte nei rotocalchi. Davanti a me c’è solamente una donne di ventinove anni che avrebbe potuto avere dinanzi a sè una vita felice e si è trasformata invece in una giovane madre divorata dalla depressione. Qualche medico l’aveva visitata ma non aveva capito. Si tende sempre a pensare che le donne quando hanno partorito diventano un pò noiose.” (pag.104)

    Allora è questo il passo grosso, faticoso e complicato che tutti, come società ed esseri umani, dovremmo fare. Imparare ad ascoltare, non fermarsi ai gesti di rito, non lasciare che le cose si risolvano da sole perchè funziona così, lo dicono tutti.
    Ma soprattutto non dimenticare che un papà e una mamma sono prima di tutto esseri viventi autonomi, con proprie identità, desideri, caratteri e bisogni. E amarli per quello che sono, offrire un aiuto anche se non richiesto, capire come vivono la neo condizione di genitori e non cedere all’egoismo, accettare anche la possibilità che possano avere dei problemi, delle difficoltà soggettive, delle imperfezioni insomma.
    Perchè siamo tutti imperfetti.
    Che ci piaccia o meno.

    ha scritto il