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Manhattan Transfer.

By John DosPassos

(4)

| Others | 9783499141331

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Book Description

59 Reviews

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  • 6 people find this helpful

    Il suono di alcuni nomi di persone o di città, o di parte di esse, ha la capacità di fissartele in un’immagine che nulla ha a che fare con la loro realtà in cui ti imbatterai a volte per scelta a volte per caso.
    Via via che leggevo, il nome Dos Pass ...(continue)

    Il suono di alcuni nomi di persone o di città, o di parte di esse, ha la capacità di fissartele in un’immagine che nulla ha a che fare con la loro realtà in cui ti imbatterai a volte per scelta a volte per caso.
    Via via che leggevo, il nome Dos Passos ha cambiato suono e si è svestito dell’aura del romantico hidalgo mentre quello di Manhattan Transfer ha smesso di evocarmi il vitalismo della nuova caput mundi, sensazioni confuse che mi avevano accompagnato per tanto tempo.
    Mi è apparso, allora, uno scrittore combattuto tra la pulsione costruttivista-razionalista, raffigurata nella metropoli con il suo porto e il suo snodo ferroviario più importante, e l'altra figurativa-irrazionalista con un sistema di personaggi che non raggiungono mai lo spessore di persone e volutamente.
    La critica sociale parte, sottesa, dal celeberrimo primo emendamento che sta chiaramente sui cabbasisi al comunista Dos Passos con tutto il suo carico di monito morale.
    “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità …”
    L’ipocrita veste religiosa non ce la fa a nascondere il volto demoniaco di questa felicità che la speciale progenie statunitense ha il diritto inalienabile di ricercare a tutti i costi, quello della ricchezza.
    Un gruppo di personaggi si muove all’ombra di Manhattan Transfer, un “passage” in cui Dos Passos coglie l’«espressione fisiognomica» della nuova civiltà di massa pronta a fagocitarne ogni carattere individuale, retaggio di un mondo perduto, non appena sbarcati a New York con l’imperioso obbligo del successo, unico visto valido per essere inglobati in questo corpaccione di cui costituiranno gli oleati e felici ingranaggi. Pena l’esclusione, l’emarginazione e soprattutto la riprovazione sociale. Mancare l’obiettivo dell’arricchimento e del successo è il nuovo peccato.
    Per chi non ce la fa non resta che il suicidio.
    Che si incrocino o meno l’attricetta sempre a un passo dalla gloria, il giornalista disincantato che fa tanto europeo, il ricco rampollo bello e dannato, il marinaio sfigatissimo, il carrettiere che riesce a ribaltare il suo destino, l’avvocaticchio che scala Wall Street, il barbone saggio che da là è ruzzolato o il barman dai mille mestieri non cambia le traiettorie delle loro esistenze che corrono su binari paralleli verso un traguardo di sconfitte che non sanno immaginare.
    Su questo nuovo mondo incombe l’incomprensibile tragedia della vecchia Europa, da cui sarà coinvolto e sconvolto.

    Il linguaggio per affrontare questa nuova realtà, in cui l’elemento fondamentale è l’accelerazione del tempo che ha azzerato il “prima e poi”, si serve necessariamente di una prospettiva in cui i punti di vista sono molteplici come nella Battaglia di San Romano di Paolo Uccello o, meglio, annullati come nella Guernica. Tutti agiscono contemporaneamente e il limite del mezzo cartaceo con il suo dovere essere sfogliato in ordine cronologico viene superato con l’eliminazione del ‘mentre’, la congiunzione croce e delizia del nostro Manzoni e dei suoi coevi.
    Si dice che il suo “modo di raccontare” risenta dell’opera del maestro Eisenstein.
    Piuttosto direi che entrambi non possano prescindere dalla relatività di Einstein, scoperta coeva all’invenzione del cinema diventato subito, e facilmente, lo strumento principe per la manipolazione della “distanza” e della “prospettiva”, cardini della narrazione, tentati con un certo successo in Manhattan Transfer, un qui ed ora sospesi nell’arco di dieci anni senza un vero incipit e senza naturalmente una fine.
    Ma nonostante la novità stilistica, il romanzo sa di déjà-vu, forse perché bombardati da quasi un secolo da tutta una filmografia “cult” di quegli anni ‘dieci’ americani, quando la costa orientale statunitense e il suo porto, New York, furono il far west dei cafoni di mezza Europa. Quello stile di vita, che ci appare ormai un cliché, era il modello ambito da milioni di poveracci affamati e lungi dal vederne le lacrime e il sangue di cui grondava. E soprattutto i fiumi di alcol dalla portata superiore a quella dell’ Hudson, con cui competeranno nell’inghiottire le fragili vite.

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    Maria Francesca e basta said on Aug 22, 2014 | 6 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    La luce fra i grattacieli

    Affresco corale di storie umanissime, che in parte si intrecciano fra loro via via; un ampio quadro impressionista con pennellate forti, volutamente confuso nel complesso e dettagliato nel particolare: la New York dei primi vent'anni del Novecento, t ...(continue)

    Affresco corale di storie umanissime, che in parte si intrecciano fra loro via via; un ampio quadro impressionista con pennellate forti, volutamente confuso nel complesso e dettagliato nel particolare: la New York dei primi vent'anni del Novecento, terra del denaro, delle speranze e delle cadute. Un interessante testimone storico scritto magnificamente, con una deliziosa e splendida predilezione per la fotografia e il montaggio, si direbbe se fosse un film (e lo sembra): luce e colori sono l'occhio dell'autore, e il flusso di coscienza il suo modo di tagliare il mazzo. Assieme a loro sono protagonisti i piroscafi e il porto come scenografia (la Grande Mela vi risulterà una città di mare come mai prima) e le relazioni amorose come personaggi, che appaiono anche loro uno spinoso, appassionato, verticale quanto inevitabile ..divenire nel divenire. La modernità in fasce.

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    Giorgia Fazzini said on May 4, 2014 | Add your feedback

  • 7 people find this helpful

    "Questo qui non è Paese per i vecchi" (vi ricorda qualcosa, questa frase?), dice ad un certo punto uno dei tantissimi personaggi che popolano questo grande libro corale, caleidoscopico, rutilante, brulicante, coloratissimo.Romanzo su New York ...(continue)

    "Questo qui non è Paese per i vecchi" (vi ricorda qualcosa, questa frase?), dice ad un certo punto uno dei tantissimi personaggi che popolano questo grande libro corale, caleidoscopico, rutilante, brulicante, coloratissimo.Romanzo su New York e sull'urbanizzazione di una grande metropoli, importante anche per meglio comprendere (e perchè no, anche ridimensionare) tanti altri autori e romanzi americani di grande successo che sono venuti dopo.
    Non è una lettura facilissima; la non linearità del racconto, il grande numero dei personaggi, gli sbalzi temporali nella narrazione, la struttura a patchwork richiedono costanza di lettura e parecchia attenzione. Ma alla fine si è molto contenti di aver letto questo che mi pare proprio possa essere considerato un pilastro della letteratura americana.Libro del 1925, famosissimo un tempo, poi dimenticato ed uscito da tutti i cataloghi, ora fortunatamente riesumato.
    Eccellente ed utilissima la prefazione di Piero Gelli.

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    Gabrilu said on Feb 25, 2014 | 1 feedback

  • 8 people find this helpful

    " Ciò che c’è di più tremendo a New York è che quando ne avete fin sopra i capelli, non sapete più in quale altro posto andare."

    Protagonista indiscussa di questo libro, pubblicato nel 1925, è la metropolitana di New York, cuore pulsante di una città difficile, fotografata dallo scrittore nel periodo del suo massimo sviluppo, dal 1898 fino, appunto, al 1925. La fotografia, tut ...(continue)

    Protagonista indiscussa di questo libro, pubblicato nel 1925, è la metropolitana di New York, cuore pulsante di una città difficile, fotografata dallo scrittore nel periodo del suo massimo sviluppo, dal 1898 fino, appunto, al 1925. La fotografia, tuttavia, non è del tutto fedele: le immagini della città-Babele, ognuna in sé del tutto realistica, si caricano, nel loro sovrapporsi e intersecarsi in un crescendo di caleidoscopica fantasmagoria, di una quaota di visionarietà che fa immediatamente acquisire l’approccio apparentemente dimesso e cronachistico alle vette della grande letteratura.
    Avvalendosi di una tecnica narrativa estremamente avvertita, e utilizzando al meglio gli strumenti di “montaggio” mutuati dal cinema, Dos Passos dà qui davvero forma a un mondo in sé conchiuso, che di sé rivela, con la massima evidenza, le stimmate inconfondibili di una dolorosa, ipertrofica modernità: i miti dell’arricchimento e le pratiche della corruzione, l’invadenza ossessiva dei giornali e della pubblicità, le insostenibili condizioni di vita in sempre più ampie sacche di povertà, cui fatalmente corrispondono inimmaginabili vertici di ricchezza, il chiacchiericcio ora svagato ora a suo modo funebre che pervade l’intero intreccio, si incarnano nel romanzo in una miriade di controllatissimi frammenti, che paiono preda arresa di un’invincibile forza centrifuga, ma che poi, anche grazie alla sottile ironia che informa il tutto, vengono ricondotti tutti verso un ancor più forte centro d’attrazione: quello fornito da una robustissima vocazione etica, che ha sempre l’ultima parola sul destino dei singoli, di una città, di un mondo.

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    Marina di Malombra said on Oct 12, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    "Manhattan transfer" di John Dos Passos: una città, il suo porto, chi arriva chi parte chi ci vive. Mille storie che si intrecciano si sfiorano o corrono parallelamente, per intersecarsi, forse, solo nell' infinità delle narrazioni. Tanti personaggi ...(continue)

    "Manhattan transfer" di John Dos Passos: una città, il suo porto, chi arriva chi parte chi ci vive. Mille storie che si intrecciano si sfiorano o corrono parallelamente, per intersecarsi, forse, solo nell' infinità delle narrazioni. Tanti personaggi con una caratteristica comune, non si dimenticano. Sono animali che si muovono in una giungla, urbana ma non per questo meno feroce, dove la natura, se si esclude il mare, è totalmente assente. Acciaio vetro asfalto odori rumori sono l'habitat in cui si muovono Hellen Bud George Jimmy Stan e mille altri.
    "Non e' un paese per vecchi" anticipa Dos Passos. Una scrittura perfetta, una struttura sincopata che ci obbliga ad una lettura attenta, non superficiale che ci ripaga ampiamente. Insomma un grandissimo libro che vi invito caldamente a leggere e questa volta ... o no? proprio non riesco a scriverlo ... O no?

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    Manricogallotti said on Oct 6, 2013 | Add your feedback

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