Manhattan Transfer

Di

Editore: Dalai editore

3.8
(425)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 400 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Basco

Isbn-10: 8866208035 | Isbn-13: 9788866208037 | Data di pubblicazione: 

Curatore: Stefano Travagli

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
Come la Parigi di Baudelaire, la Londra di Eliot e la Berlino di Döblin, la New York di Dos Passos è un universo esiziale, realistico e fantastico al tempo stesso: la città – caleidoscopio di colori, suoni, odori – è un essere vivente fatto di nervi e cuore, un organismo che mette al mondo i propri figli, li cresce ma allo stesso tempo brama di divorarli. Manhattan Transfer, romanzo lirico e visionario, è opera di linguaggio, di stile, di scrittura ma è anche una riflessione straordinaria sulla condizione dell’uomo nella metropoli, un romanzo politico sui guasti della ricerca assoluta del profitto, un balletto cui partecipano decine di personaggi indimenticabili, e i cui protagonisti si agitano e si perdono nell’ansia di stare al passo con la città fulcro del Secolo Breve.
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  • 3

    Un altro grande ritratto-mosaico

    E' passato ormai qualche giorno dal momento in cui ho finito questo libro, e mi permane la fastidiosa sensazione che mi sia rimasto molto poco: non ricordo nulla dei nomi dei personaggi, nè degli even ...continua

    E' passato ormai qualche giorno dal momento in cui ho finito questo libro, e mi permane la fastidiosa sensazione che mi sia rimasto molto poco: non ricordo nulla dei nomi dei personaggi, nè degli eventi di questo lunghissimo e faticosissimo intreccio.
    Eppure non dovrebbe essere una sorpresa, visto che fin dalle prime pagine traspare che l'intento di John Dos Passos, nello scrivere questo "Manhattan Transfer", non era affatto quello di raccontare una storia nel senso tradizionale del termine, ma di tracciare l'infernale e meraviglioso ritratto della New York degli anni ruggenti.

    Come più tardi accadrà a Don De Lillo con "Underworld", un cimento simile si può tentare di affrontare solamente con l'accostamento di infinite immagini micrscopiche, che tutte insieme possono dare una impressione di quel ciclopico e mostruoso essere vivente che è la grande mela. E proprio il parallelismo con De Lillo, che compie la stessa operazione sulla New York del dopo guerra, è ciò che rende interessante qusto libro.

    Ma mentre Don De Lillo si incentra sulla New York all'interno del mondo, lasciando spazio nel mosaico/ritratto alla guerra fredda, al terrore del nucleare, al problema sempre più importante dei rifiuti, John Dos Passos trova posto soltanto per riprodurre il feroce consumismo nascente, la doppiezza che si nasconde dietro valori tanto stringenti ed imposti quanto poco sentiti, la feroce ansia di arricchirsi che caratterizza tutta la società americana (che sempre più negli anni successivi metterà in relazione la dignità della persona con il censo). La grande bolla immobiliare, il crack del '29, gli anni del proibizionismo, Roosevelt e la minaccia hitleriana nascente rimangono solo sullo sfondo, l'autore non ha trovato il modo di dare spessore a questi eventi.

    De Lillo è superiore a Dos Passos, ma parte da quest'ultimo. E quindi, per chi fosse interessato a questo tipo di romanzi, o a conoscere meglio quell'incredibile evento umano che è New York, "Manhattan Transfer" è un libro utile e consigliabile, anche per dare ultieriori significato e valore aggiunto a "Underworld".

    "Quanto ti vorrei bene, papà, se tu fossi ricco!". In questa frase che sfugge innocentemente di bocca ad una piccola bambina, sta il senso di tutto il libro.

    ha scritto il 

  • 4

    "Questo non è un Paese per vecchi"

    Un libro pervaso di presenze, formiche guardate dall'alto e poi seguite una per una, tra descrizioni classiche e flussi di coscienza.
    La storia dell'umanità a New York, tra gli anni precedenti la prim ...continua

    Un libro pervaso di presenze, formiche guardate dall'alto e poi seguite una per una, tra descrizioni classiche e flussi di coscienza.
    La storia dell'umanità a New York, tra gli anni precedenti la prima guerra mondiale e la fine della seconda, americani che arrivano qui tutti da altrove, tra chi parte in miseria per poi scalare tutte le classi sociali, chi non ce la fa, chi si barcamena tutta la vita e chi dopo aver compiuto il ciclo completo torna sul fondo.

    Mi sono appassionata a seguire gli intrecci, a guardare ragazzini crescere, fortune nascere e crollare, a lasciare qualcuno a un angolo di strada o in un affollato caffè per seguire qualcun altro e poi ritrovare il primo dopo venti o trenta pagine, in una brulicante tensione spesso amara e disillusa di vita e vite, in una città che non dà tregua mai, che è polvere, pioggia, gelo e afa, stanze fredde e saloni surriscaldati, alcol e sudore, belletto e sporcizia, che freme tra banchine, strade, palazzi, imbarcazioni e la L-line ferroviaria, ideale trait d'union tra tutte le storie.

    ha scritto il 

  • 3

    Un ritratto di NYC a tutto tondo. Bianco e nero denso di odori, colori, sensazioni, emozioni, volti e paesaggi urbani in continuo cambiamento. Flusso di coscienza e sovrapposizione di piani e personag ...continua

    Un ritratto di NYC a tutto tondo. Bianco e nero denso di odori, colori, sensazioni, emozioni, volti e paesaggi urbani in continuo cambiamento. Flusso di coscienza e sovrapposizione di piani e personaggi che si incrociano senza incontrarsi. Experimental writing techniques and narrative collages that would become more pronounced in his U.S.A. trilogy and other later works. James Joyce's Ulysses (1922), T. S. Eliot's The Waste Land, and experiments with film collage by Soviet director Sergei Eisenstein.

    ha scritto il 

  • 4

    Il modo di scrivere di Dos Passos tende in questo romanzo a rappresentare e quindi a spingere verso l’identificazione in una realtà caotica, quale è quella di New York. E’ una città che non dorme m ...continua

    Il modo di scrivere di Dos Passos tende in questo romanzo a rappresentare e quindi a spingere verso l’identificazione in una realtà caotica, quale è quella di New York. E’ una città che non dorme mai , che non perdona attimi di cedimento, in cui i rapporti umani sono ridotti al minimo. La rappresentazioni dei personaggi che animano la storia non è lineare , le loro storie vengono frammentate cronologicamente e assemblate insieme senza una successione temporale sistematica e ordinata . Il flusso di coscienza viene ora spezzettato sotto forma di riflessioni o di monologhi ed alternato a momenti di descrizione realistica soprattutto dei suoni, dei colori così stridenti e caotici che avvolgono la città. Un inferno metropolitano che denuncia apertamente tutto quello che è il consumismo, l’indifferenza sociale e l’aridità dei sentimenti. Non è un libro di facile lettura perché non riesci a star dietro a tutti personaggi che spesso appaiono e scompaiono con salti temporali o le cui azioni avvengono in contemporanea a quelli di altri. Non è facile amare questo lavoro, occorre forse decantare la lettura e magari riprenderla una seconda volta.

    ha scritto il 

  • 4

    Può un romanzo reggersi soltanto su una scrittura magistrale? Manhattan Transfer può. La trama è volutamente discontinua, i personaggi sono troppi, si confondono l'un l'altro e complessivamente sono p ...continua

    Può un romanzo reggersi soltanto su una scrittura magistrale? Manhattan Transfer può. La trama è volutamente discontinua, i personaggi sono troppi, si confondono l'un l'altro e complessivamente sono poco riusciti. Ma la scrittura è tale che nonostante questi enormi difetti vi convincerete di aver letto un capolavoro.

    ha scritto il 

  • 5

    Non un briciolo di senso artistico, non un bel monumento, non atmosfera storica: ecco New York. Sarà, ma allora perché questo libro esplode di energia, ritmo frenetico, voglia di nuovo? Anche se fin ...continua

    Non un briciolo di senso artistico, non un bel monumento, non atmosfera storica: ecco New York. Sarà, ma allora perché questo libro esplode di energia, ritmo frenetico, voglia di nuovo? Anche se fin dall'inizio si capisce che non è possibile ricordare tutti i personaggi -forse ricordiamo tutte le persone sedute dietro di noi a un ristorante o che salgono e scendono dai tram? - si viene attratti dalla varietà di storie e microstorie e di come sono raccontate in poche parole con tanti dialoghi che si susseguono a brevissima distanza come treni della metropolitana. Mi sembra tutto così moderno, così veloce, in contrapposizione alla lentezza europea di quel periodo, del resto non era un paese per vecchi neppure allora, ed è proprio qui che quella famosa citazione ha origine. Ci sono spunti che si ritrovano poi in tanti romanzi e film successivi, per non parlare dell'ironia , così fresca dopo novant'anni "Tornato ora, Capitano?"
    "Sì, abbiamo preparato il mondo alla democrazia"
    Il barbiere attutì le parole sotto l'asciugamano surriscaldato.

    Alla fine quasi gira la testa, e come Ellen dico:
    Oh, tutte queste storie di danze plastiche, di letteratura, di socialismo e di psicoanalisi. Una dose troppo forte.... Sì, proprio così, George... Forse invecchio

    ha scritto il 

  • 4

    Dove accadono le cose

    Scegliere un punto da cui iniziare questa recensione è stato molto difficile, e non tanto per le 400 pagine fitte fitte in carattere minuscolo che compongono questo "Manhattan Tr ...continua

    Dove accadono le cose

    Scegliere un punto da cui iniziare questa recensione è stato molto difficile, e non tanto per le 400 pagine fitte fitte in carattere minuscolo che compongono questo "Manhattan Transfer", quanto per il numero di personaggi e di situazioni che vanno a costruire una trama tanto intricata quanto inestricabile. Se però c'è una cosa che ho imparato, a me che piace perdere tempo dietro puzzle da migliaia di tessere, è che per fare un puzzle, per quanto sia complesso, magari puoi partire dalla cornice e poi tutto diventa più semplice. Se dovessimo cercare la cornice di questo libro di Dos Passos potremmo partire proprio dalla primissima pagina, lì dove uno dei tanti protagonisti, sul traghetto che a breve lo sbarcherà a Manhattan, si rivolge a un ragazzo per chiedergli se ci vuole ancora molto ad arrivare. E alla controdomanda del giovane, "Dipende da dove vuole andare", la risposta dell'uomo è la più semplice e al tempo stesso la più rappresentativa di tutto il romanzo: "Come si arriva a Brodway? Vorrei andare dove accadono le cose".

    Ecco la chiave di tutto "Manhattan Transfer": dove accadono le cose. Dos Passos è un esperto di puzzle e quello che va a comporre è il più grande puzzle su New York, una grande illustrazione sulle "cose" che accadono ai suoi abitanti e nelle sue strade. In quello che è il suo libro più noto, lo scrittore americano sperimenta con il linguaggio e con lo stile, e ne esce fuori quella che potrebbe essere una raccolta di racconti, ma con tutti i paragrafi mischiati fra loro. Le vite dei protagonisti vengono mescolate proprio come tante tessere di questo grande puzzle: ne troviamo alcune che mai si incontrano, ne troviamo altre che si incastrano fra loro, perdiamo per strada personaggi e ne ritroviamo di dimenticati. Dos Passos intesse così tante storie-racconti che seguire la sua voce a volte diventa disperatamente difficile, ma è una voce, quella di Dos Passos, che è tanto potente e immaginifica che difficilmente può stancare. Una voce che è la voce stessa della città, rappresentata qui in tutte le sue centinaia di luci e in tutto il suo essere uno dei più grandi palcoscenici del mondo: si mischiano storie di felicità e storie di povertà, di scalate al successo e di repentine cadute nella miseria, di amori e disamori, di famiglie che si sfaldano e famiglie che si costruiscono, di nascite e di morti, di proibizionismo, di guerra e di pace. E man mano che la storia procede, Dos Passos reinventa colori e suoni di questa città, fra metafore bellissime e caratterizzazioni uniche che coinvolgono tutti i sensi ("si sentiva odore di caffè e di «New York Times»", "il cielo era del colore blu dell'uovo del pettirosso", "l'amava fino a conoscerne tutta la fitta foresta dei suoi capelli", ...). Più volte in queste pagine si sentono echi dei grandi romanzi americani del periodo e di quello immediatamente successivo, da Fitzgerald a Yates passando per Steinbeck, e non tanto per lo stile, quanto per il fatto che "Manhattan Transfer" racconta in maniera così vivida la vita di tutti i giorni - tanto comune da essere così straordinaria - che ne esce uno dei tanti affreschi, forse il più completo, del XX secolo americano.

    Sono quattro stelle piene: non nascondo di aver fatto un po' di fatica a seguire tutte le trame così mescolate fra loro, ma la soddisfazione è stata anche tanta. Probabilmente una seconda lettura mi permetterà di focalizzare l'attenzione su altri aspetti, perché c'è tanto materiale in questo libro su New York che anche dopo diverse letture potrà sorprendervi.

    ha scritto il 

  • 4

    Un romanzo emblematico (e forse precursore) dell’essenza di tanta letteratura americana: il senso di vuoto esistenziale e l’assenza assoluta di speranza, entrambe acuite da uno stile volutamente crudo ...continua

    Un romanzo emblematico (e forse precursore) dell’essenza di tanta letteratura americana: il senso di vuoto esistenziale e l’assenza assoluta di speranza, entrambe acuite da uno stile volutamente crudo (nel lessico, nelle descrizioni, nei personaggi), che esprime lo squallido contesto in cui si muovono come alienati automi i personaggi, coatti a ripetere costantemente i medesimi schemi comportamentali, in una spirale di ricerca esistenziale che culmina nella disperata perdizione.

    ha scritto il 

  • 4

    Il suono di alcuni nomi di persone o di città, o di parte di esse, ha la capacità di fissartele in un’immagine che nulla ha a che fare con la loro realtà in cui ti imbatterai a volte per scelta a volt ...continua

    Il suono di alcuni nomi di persone o di città, o di parte di esse, ha la capacità di fissartele in un’immagine che nulla ha a che fare con la loro realtà in cui ti imbatterai a volte per scelta a volte per caso.
    Via via che leggevo, il nome Dos Passos ha cambiato suono e si è svestito dell’aura del romantico hidalgo mentre quello di Manhattan Transfer ha smesso di evocarmi il vitalismo della nuova caput mundi, sensazioni confuse che mi avevano accompagnato per tanto tempo.
    Mi è apparso, allora, uno scrittore combattuto tra la pulsione costruttivista-razionalista, raffigurata nella metropoli con il suo porto e il suo snodo ferroviario più importante, e l'altra figurativa-irrazionalista con un sistema di personaggi che non raggiungono mai lo spessore di persone e volutamente.
    La critica sociale parte, sottesa, dal celeberrimo primo emendamento che sta chiaramente sui cabbasisi al comunista Dos Passos con tutto il suo carico di monito morale.
    “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità …”
    L’ipocrita veste religiosa non ce la fa a nascondere il volto demoniaco di questa felicità che la speciale progenie statunitense ha il diritto inalienabile di ricercare a tutti i costi, quello della ricchezza.
    Un gruppo di personaggi si muove all’ombra di Manhattan Transfer, un “passage” in cui Dos Passos coglie l’«espressione fisiognomica» della nuova civiltà di massa pronta a fagocitarne ogni carattere individuale, retaggio di un mondo perduto, non appena sbarcati a New York con l’imperioso obbligo del successo, unico visto valido per essere inglobati in questo corpaccione di cui costituiranno gli oleati e felici ingranaggi. Pena l’esclusione, l’emarginazione e soprattutto la riprovazione sociale. Mancare l’obiettivo dell’arricchimento e del successo è il nuovo peccato.
    Per chi non ce la fa non resta che il suicidio.
    Che si incrocino o meno l’attricetta sempre a un passo dalla gloria, il giornalista disincantato che fa tanto europeo, il ricco rampollo bello e dannato, il marinaio sfigatissimo, il carrettiere che riesce a ribaltare il suo destino, l’avvocaticchio che scala Wall Street, il barbone saggio che da là è ruzzolato o il barman dai mille mestieri non cambia le traiettorie delle loro esistenze che corrono su binari paralleli verso un traguardo di sconfitte che non sanno immaginare.
    Su questo nuovo mondo incombe l’incomprensibile tragedia della vecchia Europa, da cui sarà coinvolto e sconvolto.

    Il linguaggio per affrontare questa nuova realtà, in cui l’elemento fondamentale è l’accelerazione del tempo che ha azzerato il “prima e poi”, si serve necessariamente di una prospettiva in cui i punti di vista sono molteplici come nella Battaglia di San Romano di Paolo Uccello o, meglio, annullati come nella Guernica. Tutti agiscono contemporaneamente e il limite del mezzo cartaceo con il suo dovere essere sfogliato in ordine cronologico viene superato con l’eliminazione del ‘mentre’, la congiunzione croce e delizia del nostro Manzoni e dei suoi coevi.
    Si dice che il suo “modo di raccontare” risenta dell’opera del maestro Eisenstein.
    Piuttosto direi che entrambi non possano prescindere dalla relatività di Einstein, scoperta coeva all’invenzione del cinema diventato subito, e facilmente, lo strumento principe per la manipolazione della “distanza” e della “prospettiva”, cardini della narrazione, tentati con un certo successo in Manhattan Transfer, un qui ed ora sospesi nell’arco di dieci anni senza un vero incipit e senza naturalmente una fine.
    Ma nonostante la novità stilistica, il romanzo sa di déjà-vu, forse perché bombardati da quasi un secolo da tutta una filmografia “cult” di quegli anni ‘dieci’ americani, quando la costa orientale statunitense e il suo porto, New York, furono il far west dei cafoni di mezza Europa. Quello stile di vita, che ci appare ormai un cliché, era il modello ambito da milioni di poveracci affamati e lungi dal vederne le lacrime e il sangue di cui grondava. E soprattutto i fiumi di alcol dalla portata superiore a quella dell’ Hudson, con cui competeranno nell’inghiottire le fragili vite.

    ha scritto il 

  • 5

    La luce fra i grattacieli

    Affresco corale di storie umanissime, che in parte si intrecciano fra loro via via; un ampio quadro impressionista con pennellate forti, volutamente confuso nel complesso e dettagliato nel particolare ...continua

    Affresco corale di storie umanissime, che in parte si intrecciano fra loro via via; un ampio quadro impressionista con pennellate forti, volutamente confuso nel complesso e dettagliato nel particolare: la New York dei primi vent'anni del Novecento, terra del denaro, delle speranze e delle cadute. Un interessante testimone storico scritto magnificamente, con una deliziosa e splendida predilezione per la fotografia e il montaggio, si direbbe se fosse un film (e lo sembra): luce e colori sono l'occhio dell'autore, e il flusso di coscienza il suo modo di tagliare il mazzo. Assieme a loro sono protagonisti i piroscafi e il porto come scenografia (la Grande Mela vi risulterà una città di mare come mai prima) e le relazioni amorose come personaggi, che appaiono anche loro uno spinoso, appassionato, verticale quanto inevitabile ..divenire nel divenire. La modernità in fasce.

    ha scritto il