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Manituana

Romanzo copyleft

Di

Editore: Wu Ming Foundation

3.8
(2232)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese , Francese

Isbn-10: A000092421 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Copertina morbida e spillati , Altri

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
1775. In Massachusetts la tensione tra impero britannico e colonie del Nordamerica diventa guerra aperta.
Nella colonia di New York le Sei Nazioni - o "Confederazione della Grande Pace" - devono scegliere se combattere, e con chi.
Nella valle del fiume Mohawk vive un mondo meticcio. E' una grande comunità di indiani, irlandesi e scozzesi, fondata da Sir William Johnson, Sovrintendente agli Affari Indiani nominato da re Giorgio. I rumori della guerra arrivano da Boston e si fanno più vicini, antichi legami si rompono, la terra che Sir William chiamava "Irochirlanda" diviene teatro di odio e rancori.
Il capo di guerra Joseph Brant Thayendanega dovrà scegliere e partire, condurre il suo popolo lontano, spingersi oltre il mondo che ha sempre conosciuto.
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  • 4

    Nutro grande ammirazione, stima e rispetto per i Wu Ming. Mi piace l’idea della scrittura collettiva e dell’anonimato del singolo (si impedisce alla prepotenza dell’ego di rivendicare il proprio talento); plaudo all’iniziativa di rendere fruibili le loro opere, che si possono scaricare dire ...continua

    Nutro grande ammirazione, stima e rispetto per i Wu Ming. Mi piace l’idea della scrittura collettiva e dell’anonimato del singolo (si impedisce alla prepotenza dell’ego di rivendicare il proprio talento); plaudo all’iniziativa di rendere fruibili le loro opere, che si possono scaricare direttamente dal sito.
    L’idea della cultura fuori dalla commercializzazione, uammamà, e il rinunciare al successo della propria persona, sono cose eversive assai, molto più delle “agitazioni” e degli scherzetti mediatici di Luther Blissett.
    (Q ce l’ho ancora nella mente e nel cuore. )

    Dunque la lettura di Manituana è iniziata sotto i migliori auspici: benevola predisposizione, simpatia emotiva e razionale.
    Non sono rimasta delusa, ma.
    (del ma dico in coda)

    Manituana è un romanzo storico (come Q).
    Racconta della guerra di indipendenza americana da una prospettiva altra: coloni e inglesi vabbuò, ma gli indiani? Che ruolo avevano gli indiani?
    Perché si tende a dimenticare, io almeno lo faccio, tranne per l’episodio del Boston Tea Party, che soggetti (e oggetti) della guerra di indipendenza americana sono stati anche loro, gli indiani, che dall’arrivo degli europei nella parte settentrionale del continente convivevano, bene o male, con i coloni: facevano scambi e commerci, incrociavano le stirpi, adottavano sincretismi in cui tenere uniti gli spiriti della natura e il Dio delle chiese .

    Il libro racconta dell’epopea degli Irochesi e in particolare di Joseph Brant, un Mohawk realmente esistito, dal 1775 (il prologo) fino al 1783 (l’epilogo), di sua sorella Molly, e di tanti altri personaggi, tra cui Philip Lacroix Ronaterihonte, il Grande Diavolo, il personaggio più affascinante del libro, ma anche degli Highlanders, scozzesi che si trovano al fianco degli indiani a combattere per.
    Per cosa? Per Re Giorgio III d'Inghilterra? Per la propria terra? E contro chi? Chi è il nemico?
    (Gli Highlanders, guerrieri tra guerrieri, antichi celti sconfitti e costretti all’esilio tra i guerrieri sconfitti dal rum e dall’assistenzialismo).

    E’ l’epopea dei perdenti, incapaci di comprendere la portata dell’odio e della “civilizzazione”.

    La parte più mordace del libro è quella in cui si racconta del viaggio in Inghilterra: Londra è una città fetida e corrotta, non sono esclusi né i titolati, costretti nella gabbia delle ”etichetta” e nella menzogna dell’adulazione, né i pezzenti morti di fame.
    i E poi ci sono i Moloch, una banda all’arancia meccanica che, travestita da indiani e usando archi e frecce, dissemina il terrore tra le strade.
    L’assonanza Moloch (il dio distruttivo) e Mohawak, a cui il capo dei banditi vuole ricondurre una fantomatica discendenza bastarda, è la testa di ponte del gioco linguistico che punteggia le descrizioni dei bassifondi in cui agisce la banda.

    “Occhiosolo Fred locchiava le mignotte da dietro il banco della taverna. Era in un cortile di Tottenham Court Road, in mezzo a quello che chiamavano, con rispetto parlando, «l’isolato dei tagliagole» di Soho. Da vent’anni, pure se priva di insegne, portava il suo nome, Taverna Occhiosolo, cioè da quando Fred era sbarcato per sempre da gusci e legnacci sopra la terraferma, e con i quattro denghi che aveva gagnato tra paghe, ruberie e contrabbandi, s’era comprato quella stamberga per diventare un poldo bigio e ciucco in santa pace, e si fottesse l’acqua salata. L’affare era ganzo, il gagno sicuro, il truciolo in saccoccia allora non faltava, e la ciangotta ce l’aveva giusta per ispirare il rispetto. Il resto l’avevano fatto l’occhio guercio, ché uno buono era abbastanza per locchiare quello che si doveva locchiare, qualche sfregio a mescolare i tratti e l’espressione, la ghigna storta e i quattro zughi rimasti nel truglio, marci e affilati come quelli di un pescecane morto. S’era ritrovato oste. Altri tempi. Poi l’età bigia, loffia, scannata e bastarda aveva irrancidito ossa e budella, costringendo Fred a mettersi sotto padrone, un malcico merdoso e lezzo che conosceva da quando era fringuello e si chiamava James, ora Dread Jack. Teneva una ganga di soma infami, truffa e zavagli. Tutto il giorno a glutare gin e a riempirsi le gaioffe e le palandre di denghi frutto di tagli, infamate e borseggi.”

    [Fosco Maraini sentitamente ringrazierà del tributo, penso].

    Questo intermezzo rivela che non solo la ricerca storica e il gusto per l’avventura - in qualche modo Manituana è anche un romanzo di avventura - interessano ai Wu Ming, ma anche il pariamento e il cazzeggio puro.

    Manituana è un libro corale non solo perché è scritto a più mani, ma anche per le voci dei personaggi, nessuno escluso: c’è posto per i sogni premonitori del Sachem Tekarihoga e di Molly, per le preoccupazioni di generali e capitani lealisti e ribelli, persino per il più bastardo e schifoso personaggio del libro, Klug:
    “ I selvaggi erano in America da prima di tutti, che scoperta.
    Anche gli scoiattoli, allora, eppure nessuno chiedeva il loro permesso, prima di abbattere un bosco e coltivarci segale. Klug ne era sempre più convinto: bisognava liberarsi dai musi rossi una volta per tutte. Presto o tardi, un generale gentiluomo con la passione per le squaw si sarebbe convinto che anche gli
    indiani avevano diritto alla felicità. Anche i negri. Anche gli scoiattoli e i boschi. Se si andava avanti così, gli Stati Uniti d’America avrebbero avuto un orso per ambasciatore, un negro per ministro e Sorella Zucca seduta in Congresso.”

    Però nessuno è interamente cattivo o buono (tranne Klug, che è abominevole come lo sono tutti i razzisti).
    La fallacia e la miopia che guidano le azioni dei singoli e dei gruppi, anche quelle più “ragionate”, sembrano essere la cifra comune del romanzo.
    E’ per questo che Manituana, pur essendomi piaciuto abbastanza, non scalzerà Q dalla mia personale “graduatoria” di gradimento.
    Quello era un libro “contro”, qui c’è un po’ troppo grigio.

    Però ha avuto il merito “collaterale” di spingermi ad indagare sulle mille e mille nazioni indiane, più delle isole sul fiume San Lorenzo, la terra di Manituana, dove si ritirano a vivere i superstiti della guerra di indipendenza americana.
    “Il Padrone della Vita srotolò la coperta e dentro c’era unaterra di delizie, creata perché tutti vivessero nell’abbondanza e non ci fosse più motivo di combattere. Appoggiò il regalo sulle acque del San Lorenzo, a distanza uguale dalle due sponde, e invitò gli uomini a trasferirsi lì. Per lunghi anni, il popolo del Sud e il popolo del Nord vissero in pace su Manituana. Per parlarsi, mescolarono le loro lingue, così che nessuna incomprensione potesse sorgere. Nacquero i primi figli e molti di essi avevano il padre di un popolo e la madre dell’altro. Ciascuna famiglia voleva che i discendenti imparassero anzitutto la lingua e le abitudini degli avi. Così, mentre i figli crescevano e parlavano la lingua bastarda che non era madre per nessuno, la gente del Nord e la gente del Sud ripresero a odiare. Quelli del Sud tornarono al Sud e quelli del Nord al Nord. Soltanto i figli che non erano di nessun popolo restarono su Manituana, mentre i loro parenti si preparavano a combattere, per decidere chi tra loro avrebbe tenuto l’isola. Le grida e i canti di guerra salirono in alto e spinsero il Padrone della Vita a scendere una seconda volta. Arrivato sulla terra, capì che gli uomini combattevano di nuovo per colpa del suo regalo. Allora raccolse la coperta e la portò via. Ma mentre scostava la tenda del cielo, la coperta si aprì e la terra precipitò nel fiume. “

    Isolati, franti, rotti: questo il destino degli Irochesi delle Sei nazioni, il popolo della Lunga casa: la loro storia è il prologo della storia di tutti i nativi: Manituana precipitata nel fiume è l’anticipo delle riserve in cui tutti gli indiani dell’America Settentrionale furono poi spinti dagli “americani”.

    ha scritto il 

  • 3

    … la disciplina, colonnello, serve a illudersi che la guerra sia una partita a scacchi tra gentiluomini ...


    Puoi fermare le loro malattie, ma non il contagio che portano nell'animo. I bianchi ci distruggeranno come distruggono se stessi. Non fa differenza quale sia la bandiera. Sono un gorgo che si allarga e sprofonda ogni cosa.

    Abbiamo combattuto qui a Manhattan, a White Plains, abbi ...continua


    Puoi fermare le loro malattie, ma non il contagio che portano nell'animo. I bianchi ci distruggeranno come distruggono se stessi. Non fa differenza quale sia la bandiera. Sono un gorgo che si allarga e sprofonda ogni cosa.

    Abbiamo combattuto qui a Manhattan, a White Plains, abbiamo espugnato i forti, cacciato i continentali.Ho spedito Cornwallis dietro Washington, perchè lo inseguisse fino all'inferno, ma questo dannato paese è molto più grande dell'inferno.

    ha scritto il 

  • 4

    All'inizio, quasi fino a metà libro, non riuscivo a prendermi di questo libro, di questa storia che, come da buona tradizione letteraria nativa, faticava a prendere piede.
    La scrittura era ottima ma la fatica c'era.
    Poi, da metà libro in poi (da Londra in poi per intenderci) tutto cam ...continua

    All'inizio, quasi fino a metà libro, non riuscivo a prendermi di questo libro, di questa storia che, come da buona tradizione letteraria nativa, faticava a prendere piede.
    La scrittura era ottima ma la fatica c'era.
    Poi, da metà libro in poi (da Londra in poi per intenderci) tutto cambia, l'interesse si fa vivo, la storia prende piede, i personaggi iniziano ad essere familiari e il libro inizia a piacere.
    La storia, bè, quella purtroppo non si può cambiare e sai già come va a finire, ma mentre leggi, forse una parte di te spera di non sapere già il finale.
    Joseph Brant e Philippe Lacroix sono stati due compagni di viaggio fantastici.
    W le Sei Nazioni.

    ha scritto il 

  • 4

    Sperare che non finisca come sai già che finirà, rimanere con il fiato sospeso, non credere alle sciagure che arrivano...
    il libro è avvincente e pieno, splatter nei dettagli di guerra, bellissimo il lessico e la scrittura.
    La cosa positiva dei finali dei Wu Ming è che non sono mai nè ...continua

    Sperare che non finisca come sai già che finirà, rimanere con il fiato sospeso, non credere alle sciagure che arrivano...
    il libro è avvincente e pieno, splatter nei dettagli di guerra, bellissimo il lessico e la scrittura.
    La cosa positiva dei finali dei Wu Ming è che non sono mai nè completamente negativi, nè completamente positivi, non ti lasciano insoddisfatto come accade con altri. Anche se in questo caso, ho preferito 54...

    ha scritto il 

  • 4

    Buono

    Romanzo storico con buona parte dei personaggi realmente esistiti, questo libro racconta di come le sei nazioni degli Irochesi passino nel giro di cinque anni da una pacifica stabilità alla fame e alla distruzione. Gli autori riescono ancora a ricordarci, come al tempo di 'Q', quanto sia orrenda ...continua

    Romanzo storico con buona parte dei personaggi realmente esistiti, questo libro racconta di come le sei nazioni degli Irochesi passino nel giro di cinque anni da una pacifica stabilità alla fame e alla distruzione. Gli autori riescono ancora a ricordarci, come al tempo di 'Q', quanto sia orrenda la guerra e quanto siamo fortunati noi occidentali del XXI secolo.

    Molto efficace la parte centrale a Londra, ricca di satira sociale e punteggiata dal gergo 'drugo' dei Mohawk di Soho - un esperimento linguistico piuttosto riuscito. Bella anche la dura, coriacea parte finale, a base di genocidio e torture. Meno riuscito invece l'inizio - troppi personaggi inseriti troppo in fretta. Si ha spesso la sensazione che ce ne siano troppi, che molti di loro in realtà non servano all'economia del racconto.

    E' un libro che sembra lungo e non lo è, anche perché, come in 'Q', abbondano le pagine lasciate mezze bianche. Il testo è fortemente segmentato.

    Riassumendo, peggio di 'Q' (ma quel libro fu scritto in stato di Grazia) e se la gioca forse con 'Altai' (che mi piacque di più, ma solo perché ne adoro l'ambientazione). E ricordate che in America non c'era (e non c'è) posto per il passato. C'è solo l'eterno presente del capitalismo dispiegato.

    ha scritto il 

  • 4

    Manituana è un canto bellissimo. Pieno di odori quasi, perché non so, io mi sono sentita quasi accudita leggendolo, e oltre l'epicità della situazione (che secondo me non è poi l'intento principale, quello dell'epicità), mi sono sentita così in mezzo a degli esseri umani.

    ha scritto il 

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