Manituana

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Publisher: Verso

3.8
(2367)

Language: English | Number of Pages: 384 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Italian , Spanish , French

Isbn-10: 1844673421 | Isbn-13: 9781844673421 | Publish date: 

Translator: Shaun Whiteside

Also available as: Paperback , Others

Category: Fiction & Literature , History , Political

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Book Description
A book of dazzling scope, Manituana is the latest from the collective of four
young Italian writers who call themselves Wu Ming.
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  • 5

    Libro eccezionale per moti motivi. Primo fra tutta le ricerche alla base sono molto dettagliate da tutti punti di vista, da quello storico a quello antropologico. La narrazione dei popoli nativi (già ...continue

    Libro eccezionale per moti motivi. Primo fra tutta le ricerche alla base sono molto dettagliate da tutti punti di vista, da quello storico a quello antropologico. La narrazione dei popoli nativi (già contaminati dalla cultura europea) è vivida più che mai. Si possono intravedere gli ossimori e le contraddizioni di un popolo che sta scomparendo ma che non vuole rintanarsi nel passato (indiano) né gettarsi verso il nuovo mondo (cultura europea. La narrazione è avvincente e la tecnica con storie intrecciate tra di loro e nella trama stessa è qualcosa che mi ha sempre impressionato perché portata alla perfezione.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Epico

    Tekarihoga lo vide raggiungere il gruppo. I giovani sorrisero. Qualcuno sollevò il fucile e lanciò un grido di entusiasmo. Joseph diede l'ordine e partirono di corsa. Passarono davanti al sachem, rapi ...continue

    Tekarihoga lo vide raggiungere il gruppo. I giovani sorrisero. Qualcuno sollevò il fucile e lanciò un grido di entusiasmo. Joseph diede l'ordine e partirono di corsa. Passarono davanti al sachem, rapidi e leggeri. - Guarda, piccolo, - disse il vecchio rivolto al bambino accucciato ai suoi piedi. - Guardali bene. Un giorno, quando io sarò morto da tempo, potrai dire di avere visto Thayendanega e Ronaterihonte correre insieme.

    Non ho potuto trattenere oltre le mie lacrime per l'inizio della fine di un grande popolo

    said on 

  • 4

    La fine di un popolo: colpa di scelte sbagliate, di valori non negoziabili, di confronti economici impari. Comunque l'ennesima fine di tradizioni a opera di un uomo bianco che qui sembra più straccion ...continue

    La fine di un popolo: colpa di scelte sbagliate, di valori non negoziabili, di confronti economici impari. Comunque l'ennesima fine di tradizioni a opera di un uomo bianco che qui sembra più straccione che mai. Una storia poco raccontata è molto dolorosa.

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  • 2

    Questo libro è stato una cocente delusione. Una lettura partita con tutte le migliori intenzioni si è rivelata poi un viaggio travagliato in cui non è mai scattata la scintilla capace di legarmi alle ...continue

    Questo libro è stato una cocente delusione. Una lettura partita con tutte le migliori intenzioni si è rivelata poi un viaggio travagliato in cui non è mai scattata la scintilla capace di legarmi alle vicende narrate. C'è così tanta carne sul fuoco che basterebbe per due o tre romanzi, ma la cottura, per me, è quasi sempre risultata sbagliata: troppo al sangue o troppo cotta, mai giusta. Roba da farti diventare vegetariano...

    É lo stile narrativo il tallone d'Achille di questo libro: la costruzione logica delle frasi, la scelta dei vocaboli, del ritmo da dare alla narrazione, il modo di presentare le vicende, il modo di mostrare al lettore il mondo dei nativi americani stretti tra sincretismi e battaglie per il potere da cui escono, volenti o nolenti, sempre perdenti.
    La narrazione adotta uno stile cinematografico, ma è quello dei peggiori blockbuster hollywoodiani: troppa enfasi, disperata ricerca della spettacolarizzazione e di piazzare la frasetta ad effetto al posto giusto. É come guardare uno di quei film in cui le scene di violenza vengono mostrare al rallentatore per renderle più spettacolari, ma in cui la violenza finisce per risultare un fine e non un mezzo per comunicare qualcosa.

    Un altro problema che ho riscontrato è la discontinuità di tali scelte stilistiche: alcune parti infatti sono ben scritte e scorrevoli, penso perché il Wu Ming di turno abbia deciso di mordere il freno e ricordarsi di come si scrive senza sembrare un piazzista di emozioni. Queste pagine aiutano ad andare avanti, ma sono come piccoli fari nella nebbia delle altre tante, troppe, pagine mal riuscite.

    Non è un libro semplice, indubbiamente, né da leggere, né tantomeno lo sarà stato da scrivere: ci sono dentro nativi americani, coloni, nuovi e vecchi americani. C'è la nascita di una nazione che si è stancata di essere solo una colonia e le resistenze a questo cambiamento. Insomma, davvero tanti livelli di lettura. Ma alla fine, per me, il gigante narrativo è risultato coi piedi d'argilla.

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  • 4

    Un’introduzione ai Wu Ming: è il terzo che ho letto, e ne ho in programma almeno un altro nei prossimi mesi. Già da questo si può capire che mi piacciano assai! Ebbene, sono un collettivo di autori bo ...continue

    Un’introduzione ai Wu Ming: è il terzo che ho letto, e ne ho in programma almeno un altro nei prossimi mesi. Già da questo si può capire che mi piacciano assai! Ebbene, sono un collettivo di autori bolognesi, attivo sulla scena culturale e politica già da una quindicina di anni. Sono diventati famosi soprattutto per “Q”, sotto il nome di Luther Blisset. “Q” è il mio romanzo preferito scritto da loro, e se il blog avrà vita lunga riuscirò, prima o poi, a scriverci un bel post. Ma passiamo a Manituana.
    Come tutti gli altri del gruppo (o almeno come gli altri che ho letto), Manituana è un romanzo storico e basato su fatti realmente avvenuti e personaggi veramente esistiti mescolati con altri inventati. Il fatto: la guerra d'indipendenza americana. Il punto di vista: gli irochesi. Già da qui si mostra una certa originalità, non so voi ma quando a storia si parlò della guerra d'indipendenza gli indiani non furono proprio menzionati, come se non esistessero. Invece sfogliando i primi capitoli torniamo a “ricordarci” di loro, e veniamo catapultati in una terra paradisiaca, quella dei Mohawk, la cui unica speranza è un'alleanza oltreoceano, con la corona inglese. Ci affezioniamo talmente tanto ai personaggi (io sono andata persino su internet a cercarli uno a uno, e a leggere la loro storia “vera” per intero) che quasi speriamo che le cose possano andare diversamente, mentre la guerra, la distruzione e il disinteresse verso questo popolo indigeno imperversa senza pietà. Il più epico? Forse il Grand Diable, ho tifato per lui fino alla fine.
    Qualche pecca: le scene in cui i nostri amici gironzolano per Londra sono stati molto lenti per me, forse ne avrei fatto totalmente a meno. Inoltre, chiamare gli stessi indiani in tre modi diversi (il nome indiano, il nome indiano tradotto e il nome “cristiano”) ha reso la lettura iniziale piuttosto difficile.
    In toto, ve lo consiglio se siete interessati agli eventi della guerra civile e agli indiani d'America, ma non lo consiglierei come primo libro dei Wu Ming; ce ne sono altri di migliori.
    Ps. per un libro davvero commovente sugli indiani consiglio anche Cavallo Pazzo di Mari Sandoz.

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  • 3

    Ho iniziato la lettura di questo romanzo con la sensazione di galleggiare in un dolce limbo di perfezione.
    Innanzitutto mi sono innamorata della carta. Riciclata e non sbiancata, ovvero riposante per ...continue

    Ho iniziato la lettura di questo romanzo con la sensazione di galleggiare in un dolce limbo di perfezione.
    Innanzitutto mi sono innamorata della carta. Riciclata e non sbiancata, ovvero riposante per gli occhi, accogliente, familiare. Amore a prima vista, nel vero senso della parola.
    (Che ci vuole, dico io, a fare tutti i libri così? Quando sarò dittatrice assoluta del mondo sarà una delle prime leggi che emanerò!)
    In secondo luogo è una storia di indiani, che fin da piccolina mi intrigano assai. E quindi curiosità immediata per ogni nome, ogni formula, ogni dettaglio storico.
    Infine è un libro di Wu Ming scritto "normale". Che sarò limitata io, ma quando si mettono a inventare linguaggi e storpiare parole e mescolare idiomi mi fa tanto futurismo e mi scatta la repulsione.

    Insomma, inizio a leggerlo con sommo appagamento, sorridente come se avessi fumato roba davvero buona, avvolta da un senso di pace ritrovata nei confronti dello spigoloso mondo della letteratura contemporanea, su cui da qualche decennio sbatto troppo spesso gli stinchi.
    Ero così contenta che mi ci sono messa d'impegno, senza lasciarmi scalfire o preoccupare dai primi capitoli, dove occorre decodificare i rapporti di parentela e di amicizia tra i personaggi in una narrazione non cronologica, nonché a quale individuo corrisponda il nome iperconsonantico che si va leggendo. L'ho preso come un "Cent'anni di solitudine" ambientato un po' più a nord.
    E poi boh. Finito tutto.

    A metà sono arrivati alcuni capitoli scritti in "assurdese" che mi hanno veramente dato fastidio. Io capisco le intenzioni, il lavoro che ci sta dietro, gli studi, la sonorità, capisco tutto, ma mi fa lo stesso fastidio.
    Se uno è bravo a descrivermi una scena può dirmi tranquillamente che "il mariolo occhieggiò la saccoccia del riccastro e buttò giù un cicchetto prima di muoversi", o una roba del genere. Me lo può scrivere in italiano, magari con parole in disuso, ma sempre in italiano. Se mi scrive che questo "locchia" la tasca o che "glua" il bicchierino di rum, o ancora che "snicchia" un rumore o che ha "la ghigna storta e quattro zughi rimasti nel truglio", io sinceramente ho voglia di chiudere il libro e lanciarlo fuori dalla finestra, non fosse che l'ho pagato e mi scoccia.
    Se oltretutto 'sta agonia di linguaggio corrisponde a capitoli che, nell'economia della narrazione, definirei inutili il danno mi pare doppio. Capace che non abbia capito io a cosa servivano, eh, ma quando ho visto che alla fuga dei matti non veniva dato seguito mi sono abbastanza sentita presa in giro.

    Comunque questo fastidio per l'italinglese non è stato una secchiata di acqua gelida in testa, una pagina prima sono nel pieno dell'innamoramento e alla pagina dopo bam, non ti amo più. Quando ci sono arrivata avevo già rallentato parecchio il ritmo di lettura, quindi ha solo peggiorato una situazione che si stava già mettendo male. Ecco, diciamo che se non ci fosse stato l'intermezzo in assurdese forse non sarei arrivata a leggere tre pagine al giorno, una lentezza da bradipo che non ho raggiunto nemmeno con i trattati palloserrimi di Darwin, però ero già sulla buona strada per la noia.
    E qui scatta il gigantesco perché.
    Parla di indiani e la cosa mi intriga, è scritto benissimo a parte sporadici svarioni, segue molti personaggi che alla lunga riconosco anche col nome mohawk, mi insegna la storia in modo dettagliato, preciso e piacevole... perché mi ha annoiato? Perché non mi è piaciuto? Perché non mi ha trasmesso nessuna emozione?
    Mi sconvolge 'sta cosa. Un libro potenzialmente perfetto che mi lascia del tutto indifferente. Perché?

    Casualmente, proprio in questi giorni, ho letto un articolo che parla di narrativa per donne e narrativa per uomini. Pare non sia una leggenda metropolitana: ci sono alcuni libri che toccano corde femminili e non dicono nulla ai maschi, e libri che furoreggiano tra i maschi ma che per le donne sono neutri.
    Vuoi vedere che la spiegazione è questa?
    Vuoi vedere che sono una femmina, con tutte le limitazioni del caso, e nei romanzi ci devo trovare qualcosa che in questo non c'è?
    Cosa? Boh.
    Più sentimenti, forse. Più interazione tra i personaggi, forse. Meno descrizioni di ambienti, meno particolari sugli spostamenti, meno battaglie, decisamente meno battaglie, anche niente battaglie volendo, e più dialoghi, forse.
    Probabilmente un libro in cui la gente si sposta, guerreggia, naviga, prepara, pianifica, scalpa, marcia, sogna, si incazza e si vendica ma non parla, non bacia, non abbraccia, non piange, non urla, non si deprime e non si esalta... per me è un libro che parla di niente.
    Delle decine e decine di personaggi descritti mi sembrava ce ne fosse solo uno "umano": Lacroix.
    Limite mio, senza dubbio.
    Però magari questo limite ce l'ha anche qualcun altro, e se è così masochista da aver letto fino a qua magari può scegliere un altro romanzo. Uno con più "dentro" e meno "fuori", che sia più nelle sue corde. Tutta 'sta pappardella di pseudo-recensione è finalizzata solo a questo, dopotutto.

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  • 4

    Un romanzo storico basato su fatti realmente avvenuti che illustra un punto di vista a cui non siamo abituati: la guerra d'indipendenza americana vista dalle tribù irochesi che avevano raggiunto un eq ...continue

    Un romanzo storico basato su fatti realmente avvenuti che illustra un punto di vista a cui non siamo abituati: la guerra d'indipendenza americana vista dalle tribù irochesi che avevano raggiunto un equilibrio con la corona inglese e che vedranno crollare il loro mondo sotto la spinta dei "ribelli" americani. Sempre molto avvincente come altri dei Wu Ming.

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  • 5

    Purtroppo una storia dalla parte sbagliata della storia

    Fin dai primi capitoli, i Wu Ming riescono a portarti in una terra paradisiaca: il popolo Mohawk, il popolo della Lunga Casa prospera appena dopo i Monti Appalachi, c'è speranza all'orizzonte, c'è il ...continue

    Fin dai primi capitoli, i Wu Ming riescono a portarti in una terra paradisiaca: il popolo Mohawk, il popolo della Lunga Casa prospera appena dopo i Monti Appalachi, c'è speranza all'orizzonte, c'è il progresso che arriva da est, dall'Europa. C'è il legame sempre più stretto tra i pellerossa e gli europei, alleanze e famiglie miste, tanto che la tribù irochese dei Mohawk ha dato l'appellativo a quella terra di "Irochirlanda".
    Ma la tragica fine dei pellerossa è risaputa: sterminati dall'avanzare dei neonati Stati Uniti d'America. E allora da est cominciano a non arrivare solo buone nuove, ma allarmi che diventano sempre più pressanti, fino al giungere della guerra.
    Come dice il sottotitolo, Manituana narra "una storia dalla parte sbagliata della storia": il popolo Mohawk, come molti altri, è destinato a soccombere tra "la distruzione immediata" dei loro insediamenti (come dice in una lettera lo stesso George Washington) e un alleato, il Regno Unito, che presto si disinteresserà della loro causa.
    Quei simpaticoni dei Wu Ming ti fanno affezionare ai personaggi e alle loro cause, ti fanno quasi sperare che alla fine la storia possa cambiare e che i figli di europei e pellerossa possano continuare a tenere i loro territori per continuare a prosperare in mezzo alle Tre Sorelle, Mais, Zucca e Fagiolo. E invece no, infieriscono con tutta la crudeltà della guerra e della devastazione.
    Tutto ciò, scritto con una prosa poetica che non stanca, mai scontata o fuori luogo. Un giorno che leggevo in mezzo ai rumori della città e con un brano sono riusciti a farmi estraniare da tutto e a farmi venire la pelle d'oca.
    Unica pecca? L'argomento: penso che noi italiani ed europei non abbiamo abbastanza conoscenza per addentrarci in un racconto del genere e tutti i luoghi e gli avvenimenti di cui parlavano sono stati di assai difficile comprensione per me.

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  • 5

    Prezioso.

    Per il punto di vista unico nella narrativa, per la ricerca storica, per una narrazione epica priva di fronzoli retorici. Il personaggio più riuscito è le Grande Diable, uno dei più affascinanti mai i ...continue

    Per il punto di vista unico nella narrativa, per la ricerca storica, per una narrazione epica priva di fronzoli retorici. Il personaggio più riuscito è le Grande Diable, uno dei più affascinanti mai incontrati navigando fra le righe della letteratura. Sua è la citazione magistrale che elargisce al piccolo Peter Johnson. Wu Ming. "Possano i loro tamburi suonare a lungo" (cit.)

    said on 

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