Settant'anni fa in Italia, seguendo il vento che spirava dalla Germania nazista, veniva pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti, conosciuto anche come Manifesto della razza. Si trattava di un documento in dieci punti, voluto dal regime fascista, che iniziava con la frase «Le razze umane esContinue
Settant'anni fa in Italia, seguendo il vento che spirava dalla Germania nazista, veniva pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti, conosciuto anche come Manifesto della razza. Si trattava di un documento in dieci punti, voluto dal regime fascista, che iniziava con la frase «Le razze umane esistono», e stabiliva, al punto 3, che la «razza» è un concetto puramente biologico.
Il resto della storia è fin troppo noto, ma sembra non aver portato a più miti consigli. Basta guardare a conflitti molto più vicini nel tempo, per esempio quelli della ex Jugoslavia nei primi anni novanta, in cui i belligeranti si identificavano in gruppi etnici geneticamente distinti. Parte da qui la storia raccontata da Steve Olson nel suo libro Mappe della storia dell'uomo, in edicola con «Le Scienze» di ottobre. Parte dall'assurdità e dalla pericolosità di concepire i gruppi umani come razze biologicamente differenti, una visione ancora oggi condivisa da diverse persone anche se è ormai chiaro che non ha alcuna base scientifica.
«I gruppi umani sono troppo strettamente correlati per essere davvero diversi tra loro: le differenze sono soltanto superficiali», spiega Olson citando i numerosi studi di genetica che hanno relegato le razze umane a concetto sociologico o culturale. La stretta correlazione tra il patrimonio genetico di ciascuno di noi e quello della persona geograficamente più lontana che possiamo immaginare, per esempio un aborigeno australiano, è figlia di una storia comune fatta di continue migrazioni e unioni tra uomini e donne di gruppi etnici diversi. Una storia che grazie alla genetica oggi siamo in grado di ricostruire con accuratezza nel tempo e nello spazio, dagli albori africani di Homo sapiens alla conquista del mondo (si veda Tracce di un lontano passato di Gary Stix a p. 50) e che Olson ripercorre seguendo le diverse tappe del viaggio dell'uomo sulla Terra, con un occhio al passato e uno al presente.
Si parte dall'Africa, con la nascita dell'uomo moderno e la fuoriuscita dal continente per conquistare il Vicino e il Medio Oriente, e si continua con Asia e Australia, fino allo sbarco in Europa e nel continente americano. A ogni tappa viene raccontata la storia degli uomini in quella parte del pianeta, dal loro arrivo fino a oggi. Con un fulcro intorno a cui tutto ruota: «Indagare su quanto la nostra storia genetica ci dica di noi stessi, del nostro passato e del futuro che ci aspetta come specie». Tra i più citati c'è Luigi Luca Cavalli Sforza, e non potrebbe essere altrimenti, visto che lo scienziato italiano è stato un pioniere della genetica delle popolazioni umane e della sua comparazione con tratti culturali delle diverse etnie (si veda Geni, Popolazioni e lingue in «Le Scienze» n. 281, gennaio 1992, ristampato nel numero speciale di «Le Scienze» in edicola a settembre).
Gli studi di Cavalli Sforza e dei suoi colleghi in tutto il mondo hanno permesso di affermare con certezza che l'equazione tra geni e razza, e tra razza e cultura, è totalmente sballata. «Le indagini genetiche sul nostro passato - scrive Olson - ci stanno rivelando che le differenze culturali tra i gruppi non possono avere origini biologiche», ma sono il risultato di esperienze individuali.
Una lezione che ancora qualcuno non ha capito, continuando a pensare che la differenza nel colore della pelle, nei tratti del volto o nella morfologia del corpo corrisponda a differenze nel carattere, o più in generale nell'intelligenza. Ed è per questo che in ogni tappa del viaggio l'autore descrive anche alcune culture del luogo, presenti o passate, ma soprattutto racconta come sono cambiate nel tempo queste culture grazie all'incontro con gli immigrati, in barba a tutte le ideologie e le politiche, anche queste presenti o passate, che intendono o intendevano preservare la «purezza» dei gruppi dominanti: un compito impossibile da portare a termine e foriero di guai.
Il libro di Olson racconta dunque tante storie in una, quella della nostra specie, con un riferimento all'attualità estremamente affascinante e per certi versi sconcertante.