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Marcovaldo

I grandi romanzi italiani n. 3

Di

Editore: RCS - Corriere della Sera

4.0
(7747)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 140 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Tedesco , Spagnolo , Francese , Danese , Portoghese

Isbn-10: A000006713 | Data di pubblicazione: 

Prefazione: Gian Antonio Stella

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Altri , CD audio , eBook

Genere: Education & Teaching , Fiction & Literature , Humor

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Descrizione del libro
Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s'accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d'altre terre.
Un giorno, sulla striscia d'aiuola d'un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi.
Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram...
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  • 4

    Calvino, quando non ci da dentro con scienza o filosofia scrive fiabe perfette. Poetiche, divertenti, originali pur guardando le stesse cose che tutti noi guardiamo normalmente, inoltre qui parla di m ...continua

    Calvino, quando non ci da dentro con scienza o filosofia scrive fiabe perfette. Poetiche, divertenti, originali pur guardando le stesse cose che tutti noi guardiamo normalmente, inoltre qui parla di miseria e di ecologia senza sbracare nel buonismo o nella geremiade, rimane sempre fiabesco, poetico e divertente.
    Personalmente il racconto che preferisco è quello sullo GNAC, incipit perfetto e ricordi d'infanzia.

    ha scritto il 

  • 3

    Italo Calvino, Marcovaldo

    L'opera, pur breve, è estremamente efficace. Sono una serie di esperienze vissute dal protagonista, cittadino di periferia quasi indigente, e dalla sua famiglia. Sono quasi una serie di leggende metro ...continua

    L'opera, pur breve, è estremamente efficace. Sono una serie di esperienze vissute dal protagonista, cittadino di periferia quasi indigente, e dalla sua famiglia. Sono quasi una serie di leggende metropolitane contrapposte a una natura ormai apparentemente assoggettata e ad un tempo agognata.
    Satira, ironia, comicità, ma anche tristezza, smarrimento, delusione.

    ha scritto il 

  • 5

    Marcovaldo è un operaio,immigrato dalle dubbie e incerte radici, caratterizzato da un forte senso di nostalgia per le sue origini, da un'attrazione per la vita in campagna dalla quale proviene, e un'a ...continua

    Marcovaldo è un operaio,immigrato dalle dubbie e incerte radici, caratterizzato da un forte senso di nostalgia per le sue origini, da un'attrazione per la vita in campagna dalla quale proviene, e un'avversione per una città industriale e moderna,in cui vive ma non sente appartenenza. E' alienato dalla realtà, bellissimo nella sua goffezza e nel suo essere sempre trasognante,impegnato nel notare la bellezza nei piccoli dettagli, mettendo un pizzico di sogno in una realtà monotona,quotidianamente grigia, come la città moderna in cui è immerso. I suoi racconti sono ricchi di spontanea semplicità,di immaginazione e poesia. Ma c'è anche tanta insoddisfazione nelle sue vicende, che invece di buttarlo giù lo spingono a continuare a guardare il mondo con occhi pieni di fantasia. questo suo eterno fantasticare è un atteggiamento purtroppo dimenticato e sottovalutato dalla maggior parte delle persone. E' incantevole in Marcovaldo la volontà di ricerca di quelle piccole cose che danno un senso al resto,nonostante tutto, il suo enfatizzarle, per quanto piccole siano e non siano allo stesso tempo. Trovo ammirevole la sua capacità di mettere sempre un pizzico di poesia, e perseverare comunque con questo atteggiamento, nonostante i fallimenti e le avventure donchisciottesche.

    “Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.”

    ha scritto il 

  • 3

    Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori (Zibaldone).

    Premesso che Marcovaldo non fa parte della mia cultura scolastica (pubblicato nel ’63, stavo per uscire dalla secondaria inferiore una volta chiamata semplicemente “media”e il mio incontro con Calvino ...continua

    Premesso che Marcovaldo non fa parte della mia cultura scolastica (pubblicato nel ’63, stavo per uscire dalla secondaria inferiore una volta chiamata semplicemente “media”e il mio incontro con Calvino risale al ’70 con il “Visconte dimezzato”), il mio rapporto con lo scrittore è andato avanti a pizzichi e bocconi senza che, sinceramente, ne fossi conquistata fino in fondo.

    Nulla da dire della sua scrittura semplicissima e per questo ricercatissima. Ogni cosa ha un posto e ogni cosa è al suo posto. Se tecnica c’è, è quella del levare per raggiungere l’armonia. La diversità di questa scrittura non può che stupire, nel panorama degli scrittori di quegli anni ancora ancorati ai vecchi schemi da cui, come i Prigioni di Michelangelo vogliono liberarsi (cmq, molto più moderno e coinvolgente mi sembra il barocco di Gadda o quello della Morante, mentre freddo e iperspecialistico, nella sua semplicità, quello di Calvino. Sarà perché la letteratura favolistica non è nelle mie corde essendo cresciuta a miti e cannoli).
    Detto questo e reso il doveroso omaggio a uno dei pilastri della letteratura italiana, mi chiedo se la sterminata bibliografia su Marcovaldo non sia come l’infinito disquisire su “Bartleby lo scrivano” di cui, come dice Dan Mac Call, si può parlare di Bartleby Industy, cioè “la produzione a ritmo industriale di articoli accademici sul racconto, i cui gli autori si parlano addosso confutandosi a vicenda e travisando definitivamente il personaggio”.

    Basta spulciare un po’ la cronologia delle opere di Calvino, per capire che, nati i primi racconti di Marcovaldo a ridosso del Visconte dimezzato, di questo ne continuano la tematica: il bene da solo perde la sua bellezza così come il male la sua malvagità. Solo assieme possono bilanciarsi e raggiungere l’equilibrio anche se, più che il raggiungimento di quest’ obiettivo, nel tendervi all’infinito sta la vera sapienza. Yin e Yang.

    Letto a più di sessant’anni ( i più metteteli voi,senza esagerare! Diciamo che sono nata quando Marcovaldo veniva alla luce ma non ancora pubblicato) il libro mi sembra assolutamente datato, quasi un piccolo saggio antropologico.
    Sospeso tra” Il ragazzo della via Gluck” e “Come è bella la città…” Marcovaldo sogna l’idillio campagnolo per scoprirne tutta la pericolosità, e quando si converte alle sirene del progresso ne sconta sulla sua pelle la vera loro natura. Ma, come i personaggi dei cartoni animati (non a caso la I edizione era accompagnata dalle vignette di Sergio Tofano, firmato STO) o quelli di Chagal, Marcovaldo non si arrende, non cade, ma riprende l’impossibile volo tra i palloncini o meglio tra le bolle di sapone, come se non fosse successo nulla. Solo il povero coniglio, cavia di laboratorio, ha un colpo di schiena di dignità umana cercando di finirla.
    Se volontariamente Calvino si tenga lontano dallo scavo psicologico del suo personaggio, limitandosi a ritagliare una “figurina” buona per la vignetta, o nega qualsiasi pietà ai suoi simili, non mi intriga approfondire. Col suo stesso metodo, dico: la cosa non mi cale mica.

    In questi venti racconti brevi ( scritti dal ’51 al ’61) Calvino fa attraversare a Marcovaldo dieci anni dell’Italia del boom, da povero operaio non specializzato, col naso all’in su perché “aveva un occhio poco adatto alla vita di città”.
    Sarà per la suggestione di aver letto che Tofano ne aveva illustrato l’edizione scolastica, ma non posso non immaginarmelo che con le fattezze del signor Bonaventura, la cui sagoma fin da piccola non mi appassionava per nulla: troppo bidimensionale per me, paffutella anche allora.

    ha scritto il 

  • 5

    Piacevole sorpresa il Marcovaldo. Il primo libro di Calvino che ho letto è stato "se una notte d inverno un viaggiatore"...stupendo ma ha richiesto un certo grado di attenzione, il Marcovaldo non è da ...continua

    Piacevole sorpresa il Marcovaldo. Il primo libro di Calvino che ho letto è stato "se una notte d inverno un viaggiatore"...stupendo ma ha richiesto un certo grado di attenzione, il Marcovaldo non è da meno, ma non mi aspettavo la semplicità narrativa di questi racconti. La e scrittura è lirica è disimpegnata i racconti ilari, divertenti, e pregni di significato. Magnifiche novelle

    ha scritto il 

  • 4

    Venti piccoli racconti che hanno per denominatore comune quest'uomo semplice, di mestiere manovale e con famiglia numerosa a seguito, che nonostante la vita grama non tralascia di apprezzare la belle ...continua

    Venti piccoli racconti che hanno per denominatore comune quest'uomo semplice, di mestiere manovale e con famiglia numerosa a seguito, che nonostante la vita grama non tralascia di apprezzare la bellezza e la poesia della natura e dei dettagli. Marcovaldo e i racconti di cui è protagonista conquistano il lettore per la loro tenerezza e semplicità ricca di dettagli, per l'ingenuità di un protagonista dal cuore sognatore che nonostante l'insoddisfazione è sempre pronto a ricominciare.

    ha scritto il 

  • 4

    Un contemporaneo Don Quichotte

    Questo libro mi ha un po’ rappacificato con Calvino che di solito non mi appassiona molto. Il personaggio di Malcovaldo, operaio alienato dalla realtà che lo circonada ed il suo goffo rapporto con la ...continua

    Questo libro mi ha un po’ rappacificato con Calvino che di solito non mi appassiona molto. Il personaggio di Malcovaldo, operaio alienato dalla realtà che lo circonada ed il suo goffo rapporto con la natura è commuovente. L’ingenuità di Marcovaldo che continuamente aspira ad un bucolico contatto con la natura lo porta inevitabilmente a fallire ed i suoi tentativi di farne parte sono donchisciotteschi. In realtà suo malgrado Marcovaldo è parte integrante di quel mondo di cui è vittima inconsapevole. Marcovaldo ha per la natura un desiderio di possesso e devastazione: i funghi vanno raccolti, gli uccelli migratori cacciati, i pesci pescati, le vespe e la sabbia usati per curarsi, il coniglio allevato e nutrito per poi farlo arrosto… E in questa contraddizione che rende contemporaneamente Marcovaldo (e con lui tutti noi, uomini contemporanei) vittima della modernità ma anche inconsapevole complice di quella devastazione e di quel grigiore che lo circonada. Nelle ultime storie la natura che sporadicamente fa fa capolino nella vita di Marcovaldo sparisce del tutto, al suo posto troviamo grattacieli e merci con la loro potenza devastatrice.
    Riporto alcuni dei passaggi che mi sono piaciuti, riflessioni che purtroppo negli ultini 20 anni si fanno sempre meno:
    “Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori. Per tutta la giornata il gran daffare della popolazione produttiva era il produrre: producevano beni di consumo. A una cert'ora, come per lo scatto d'un interruttore, smettevano la produzione e, via!, si buttavano tutti a consumare”
    “Marcovaldo stava per dire: «Siete voi i bambini poveri!», ma durante quella settimana
    s'era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: – Bambini poveri non ne esistono più!”
    “Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell'industria e del Commercio”.

    Mi dispiace leggere tante recensioni che trovano questo romanzo superato (io lo trovo attualossimo, a tratti profetico) e Marcovaldo uno sfigato, come se ci si potesse del tutto dissociare da questo personaggio e dai suoi errori.

    ha scritto il 

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