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Mars on meidän

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Publisher: WSOY

3.9
(570)

Language:Suomi | Number of Pages: 277 | Format: Mass Market Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian , German , Spanish , French , Dutch

Isbn-10: 9510187631 | Isbn-13: 9789510187630 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy

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Book Description
Mars on meidän on yksi Philip K. Dickin varhaistuotannon mestariteoksista. Romaanin tapahtumat sijoittuvat Marsissa sijaitsevaan siirtokuntaan, jonka asukkaiden pelkoja ja arkisia tavoitteita Dick kuvaa elävästi karuja olosuhteita vasten. [...]

Mars on meidän on mustan huumorin terästämä kuvaus avaruuden uudisasukkaista. Dick on luonut planeetasta oman maailmansa, jolla ei ole mitään tekemistä Bradburyn ja Burroughsin Marsien kanssa.
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  • 0

    Noi. Marziani.

    Se vi aspettate omini verdi con le antenne siete stati tratti in inganno dal titolo.
    Un titolo esplicito, certo, ma che per Philip K. Dick significa qualcosa di ben diverso da quello che, condizionati ...continue

    Se vi aspettate omini verdi con le antenne siete stati tratti in inganno dal titolo.
    Un titolo esplicito, certo, ma che per Philip K. Dick significa qualcosa di ben diverso da quello che, condizionati da tantissima “altra” fantascienza, siamo abituati ad intendere noi.
    I Marziani ci sono, nessun imbroglio. Ma assomigliano piuttosto ad Aborigeni australiani, che vagano per il deserto del pianeta colonizzato fumando sigarette e affidandosi ai loro idoli semplici.
    Anche la prospettiva ucronica può deludere il lettore esigente: sulla terra ci sono ancora i due blocchi della Guerra fredda ma l’ONU riesce ad avviare un programma di colonie sul pianeta rosso, con l’intento non dichiarato di sgravare la Terra dal peso della sovrappopolazione.

    Chi è il protagonista del romanzo, un testo che nello stile classico di Dick segue molti personaggi in un intarsio di cambiamenti di prospettiva?
    Manfred, un bambino autistico. O, meglio, schizofrenico. Ma il disagio psichico viene definito poco per volta, e sono i lettori testimoni di una sorta di diagnosi graduale. Nulla viene concesso immediatamente. È necessario arrivarci.
    Confinato in un kibbutz della Nuova Israele, di fatto la colonia marziana più efficiente, Manfred sa pronunciare una sola parola: gubble, che viene reso in italiano con putrìo e che, nella versione originale richiama il “gabba gabba” del cinema degli anni trenta che ispirò anche i Ramones.

    La vita scorre attorno a lui: l’assillante problema dell’acqua che provoca liti di vicinato – e ci vuole uno sforzo immane per non considerare Dick profetico su quello che sarà la causa di tante guerre del terzo millennio; affaristi che cercano di speculare, niente di stupefacente; poca cultura, salvo i dischi di Arnie: su Marte sopravvivono i tecnici, i riparatori, gli artigiani. E quelli che si arrangiano trafficando cibi di lusso.
    C’è poi il solito refrain dickiano dell’adulterio, che coinvolge i personaggi più positivi – non c’è nessun buono o cattivo assoluto nella visione mai manichea di Dick.

    O forse, i buoni per una volta ci sono: Manfred e i Marziani, che saranno coloro grazie ai quali il bambino raggiungerà la sua giusta dimensione e troverà l’equilibrio.
    A costo di sofferenza.
    Perché “Noi Marziani” è un romanzo sull’alienazione mentale, e descrive il dolore psichico con una finezza che ho trovato solo nei testi del professor Eugenio Borgna.
    Manfred lo schizofrenico, colui che vive di un tempo proprio, in cui i concetti di passato presente e futuro si mescolano, infrangendo le barriere.
    A suo modo è un viaggio nel tempo, altro topos della fantascienza, ma non è prodotto da macchine con l’intento di cambiare la storia, è invece una condanna per chi lo porta, per chi strutturato secondo criteri “diversi dai nostri” – qualunque cosa voglia significare – non ha accesso alle relazioni.
    Eppure non è fuori dal nostro mondo. La presenza di Manfred riesce a modificare il mondo circostante. Anche per chi gli sta vicino le barriere del tempo e i criteri normali di interpretazione della realtà cadono.
    Una letteratura che in fondo traduce la psichiatria esistenzialista, quella che scorge l’affinità tra la malattia mentale e il disagio a cui i sani comunque non riescono a scampare – la condizione umana.
    E che non si arrende anche quando la cura sembra impossibile. E forse lo è. Ma quello che conta è almeno il tentativo di squarciare il muro dell’incomunicabilità, la sola salvezza è nelle relazioni. Quelle che Manfred riesce a stabilire con i Marziani, con cui potrà essere finalmente se stesso affrancato dalla peggiore delle schiavitù: la paura.

    Se vi aspettavate omini verdi con le antenne sarete rimasti delusi. Ma se avete accettato un viaggio anche più arduo, negli abissi e nelle vette della psiche, lottando non contro mostri rettiliformi ma contro l’alienazione e il muro che si pone nelle relazioni umane disgregando quanto ci definisce come uomini, allora avrete compreso anche il titolo.
    “Noi Marziani”. O meglio: noi.
    Marziani.

    said on 

  • 4

    La colonizzazione fantascientifica più realistica

    In questo libro Dick racconta la colonizzazione di Marte immaginandosela nell'unico modo che, a parer mio, potrebbe avvenire...una colonizzazione fallita in cui gli interessi cambiano e il pianeta div ...continue

    In questo libro Dick racconta la colonizzazione di Marte immaginandosela nell'unico modo che, a parer mio, potrebbe avvenire...una colonizzazione fallita in cui gli interessi cambiano e il pianeta diventa l'ennesimo fallimento della razza umana. Il tutto fa da sfondo, come scusa fantascientifica, alla solita indagine sulle vite di un gruppo di personaggi in viaggio senza meta come spesso accade nei romanzi di Dick.
    Nel mio caso è quello che cercavo quindi il libro mi è piaciuto molto e lo consiglierei a chiunque volesse assaporare l'atmosfera a metà tra beatnick e rassegnazione nichilista che spesso Dick regala.

    said on 

  • 4

    Un romanzo di fantascienza che potrebbe benissimo non esserlo, per questo sono riuscita a finirlo!
    Gli esseri umani in parte sono emigrati su Marte, hanno formato colonie e sottomesso i nativi (che ve ...continue

    Un romanzo di fantascienza che potrebbe benissimo non esserlo, per questo sono riuscita a finirlo!
    Gli esseri umani in parte sono emigrati su Marte, hanno formato colonie e sottomesso i nativi (che vengono chiamati blackman), ma sono sempre gli stessi esseri umani assetati di potere e irrispettosi della vita.
    La storia gira intorno ad un bambino autistico e la sua visione dissociata del mondo circostante. Uno dei potenti di Marte cercherà di usarlo per prevedere il futuro e aumentare i suoi affari.
    Vita e morte, passato e presente si alternano e la sensazione che rimane alla fine della lettura è un po’ di amarezza per quelle vite emarginate.

    said on 

  • 3

    Un'opera discreta di Dick: la confusione tra reale e allucinatorio, il ruolo ambiguo delle figure femminili e l'alienazione sono presenti anche qui e ben sviluppate. La pecca principale del romanzo è ...continue

    Un'opera discreta di Dick: la confusione tra reale e allucinatorio, il ruolo ambiguo delle figure femminili e l'alienazione sono presenti anche qui e ben sviluppate. La pecca principale del romanzo è il ritmo narrativo: per i primi tre quarti assistiamo ad uno sviluppo lento ed alla pittura di un affresco desolante sulla condizione umana su marte senza coinvolgimento e piuttosto noioso per poi risolvere l'intreccio (abbastanza banale) nelle ultime 40 pagine. Da leggere per gli appassionati ma sconsigliato a chi si accosta per la prima volta a PKD

    said on 

  • 0

    Un libro decisamente incasinato: tra personaggi schizofrenici, pseudoviaggi nel tempo e psicosi varie, seguire il filo (...il filo..) è decisamente complesso. Una piccola delusione deriva dal fatto ch ...continue

    Un libro decisamente incasinato: tra personaggi schizofrenici, pseudoviaggi nel tempo e psicosi varie, seguire il filo (...il filo..) è decisamente complesso. Una piccola delusione deriva dal fatto che di "marziano" c'è ben poco, anzi nulla
    , potrebbe essere ambientato ovunque, non è fantascienza sotto nessun aspetto. Alla fine mi ha lasciato un po' così, non si può dire che sia brutto, ma del tutto diverso da quello che uno si aspetta. boh, non so dare un giudizio così a caldo, sarebbe da rileggere più avanti per capire meglio ( ma non lo farò mai).

    said on 

  • 4

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2012/11/01217-tiempo-de-marte-philip-k-dick.html

    En Tiempo de Marte Dick habla de paranoia y autismo, de un niño cuyo tiempo interior no coincide con el ext ...continue

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2012/11/01217-tiempo-de-marte-philip-k-dick.html

    En Tiempo de Marte Dick habla de paranoia y autismo, de un niño cuyo tiempo interior no coincide con el exterior y no puede comprender ni interactuar con el mundo que le rodea, de un hombre en el abismo de la locura que a veces se pierde en el tiempo, de un Marte sucio, fronterizo, caciquil, un mundo que es el futuro y no admite anomalías, de tierras conquistadas y nativos marcianos que vagan por el desierto, de tierras vírgenes por conquistar. Si Bradbury traslada la conquista de América a Crónicas Marcianas, Dick se acerca a aquellas historias de la conquista del oeste. La voz de Bradbury es limpia y fatalista, la de Dick fragmentada, desmañada desesperada.

    Dick divide la historia en varias voces y miradas. No hay héroes ni villanos de una pieza, sólo hombres y mujeres desubicados metidos en un enigma que desconocen e intentan esclarecer, actúan a impulsos sin saber realmente qué ocurre a su alrededor, si aquello que viven es real o una mentira de su mente. En Tiempo de Marte hay un niño autista capaz de trastocar el tiempo, una lucha por el agua y el territorio virgen, un técnico que sufre brotes esquizofrénicos y ve despedazado el orden del espacio y el tiempo, mujeres que viven en granjas solitarias y miran el paisaje desértico a través de las ventanas y se preguntan qué hacen en aquel planeta, contrabandistas y sindicalistas, objetos que se reconstruyen una y otra vez por la falta de nuevas piezas, robots que ejercen de maestros, campos de reclusión para aquellos niños anómalos que hay que esconder porque Marte es sinónimo de futuro y perfección.

    Los momentos más extraños y alucinados de Tiempo de Marte son las visiones del niño autista y del técnico psicótico, el tiempo parece despedazarse en sus visiones, el niño amedrentado porque no ve el tiempo que le rodea sino el futuro, la muerte que le espera a él y a cada rincón de ese planeta (la muerte como un edificio abandonado en mitad de una montaña rocosa), el técnico que no puede controlar algunos de sus ataques, se desconecta de la realidad, el tiempo se frena y ve los cuerpos como extraños mecanismos que se pudren piel adentro. El tiempo y el espacio producen fragilidad, ruido y laberintos.

    Decía Bolaño sobre Tiempo de Marte: Dick es el primero, y si no el primero, el mejor, en hablar sobre la percepción de la velocidad, la percepción de la entropía, la percepción del ruido del universo, en "Tiempo de Marte", donde un niño autista, como un Jesucristo mudo del futuro, se dedica a sentir y a sufrir la paradoja del tiempo y del espacio, la muerte a la que todos estamos abocados (Entre paréntesis, anagrama).

    Para serle franco, Papá Bueno, yo emigré a Marte porque tuve un episodio esquizofrénico a los veintidós años, cuando trabajaba para el Emporio Corona. Estaba al borde del colapso. Tuve que mudarme de un complejo urbano a un sitio más sencillo, más libre, un lugar primitivo de frontra; o emigraba o me volvía loco. Ese edificio cooperativo: ¿se imagina una cosa que agrupa, piso sobre piso, como un rascacielos, y con tanta gente como para necesitar supermercado propio? Yo me volví loco en la cola de la librería. Todo el mundo, Papá Bueno, hasta la última persona de esa librería y del supermercado... vivía en el mismo edificio que yo. Era una sociedad de un solo edificio, Papá Bueno. Y hoy el edificio es pequeño comparado con otros que han construido. ¿Qué me dice?
    - Vaya, vaya -dijo el Papá Bueno meneando la cabeza.
    - Le diré qué pienso yo -dijo Jack-. Pienso que esta Escuela Pública y ustedes, las máquinas docentes, van a criar una nueva generación de esquizofrénicos, descendientes de gente como yo, que se está adaptando muy bien a este planeta. Como preparan a los niños para un medio ambiente que no existe, les van a dividir la mente en dos. Además ese medio ya no existe ni en la Tierra; está obsoleto. Pregúntele al docente Whitlock si una inteligencia auténtica no tiene que ser práctica. Yo he oído decir eso: que la inteligencia debe ser una herramienta de adaptación.

    ( … )

    Ahora comprendo qué es la psicosis: una alienación total de la percepción respecto de los objetos del mundo exterior, sobre todo de los objetos que importan: la gente afectuosa. ¿Y qué ocupa su lugar? Una espantosa preocupación por... el inacabable ascenso y descenso de la marea del propio ser. Por los cambios que surgen dentro y sólo afectan al mundo interior. Es una escisión tal de los dos mundos que ninguno registra los movimientos del otro. Ambos siguen existiendo, pero cada cual por su cuenta.
    Es la detención del tiempo. El fin de la experiencia, de cualquier cosa nueva. Una vez que una persona se vuelve psicótica, ya nunca le ocurrirá nada.
    Y yo estoy en el umbral de eso. Tal vez siempre ha sido así; estaba implícito en mí desde el comienzo. Pero este niño me ha llevado muy lejos. Mejor dicho, he llegado muy lejos a causa de él.
    Una identidad coagulada, fija e inmensa que borra todo lo demás y ocupa todo el campo.

    said on 

  • 4

    Dovrei essere impegnato nella recensione di “Cronache Marziane” di Ray Bradbury ed invece… Mi ritrovo a descrivere le impressioni restituite da “Noi marziani” di Philip Dick.

    Questa premessa in quanto ...continue

    Dovrei essere impegnato nella recensione di “Cronache Marziane” di Ray Bradbury ed invece… Mi ritrovo a descrivere le impressioni restituite da “Noi marziani” di Philip Dick.

    Questa premessa in quanto avevo deciso di leggere lo scritto di Bradbury ma, causa “errore” del bibliotecario, mi sono ritrovato in mano il libro di Dick. Posso dire, nell’errore, di essere stato fortunato in quanto mi sono imbattuto nel testo dell’amato Dick e, di non minore importanza, in una lettura che non conoscevo ma che appartiene ad uno dei periodi di maggiore prolificità dell’autore.

    Infatti “Noi Marziani” porta con sé, ben visibili, i tratti distintivi della produzione dickiana; ha tutta la visionarietà tipica dei migliori scritti dell’autore e lancia il lettore in quello spazio fantascientifico enormemente vicino ad una diretta evoluzione dei nostri, attuali, tempi.

    Ecco quindi che la Marte colonizzata, la popolazione che ne calpesta il suolo e cerca, dopo un lungo viaggio spaziale, di iniziare qui una nuova esistenza e di trasformare un ambiente inospitale in un luogo vitale, simile a quella terra abbandonata volontariamente od a seguito di alcuni raggiri, appare la perfettamente logica prosecuzione di un progresso già in atto in quest’epoca, il traguardo di un percorso che nasce dai nostri giorni e si snoda, con continuità, attraverso quello che per i protagonisti è un passato e, per il lettore, un futuro molto prossimo.

    La credibilità del futuro presentato da Dick traspare anche dalle problematiche che assalgono le umanità che animano la vicenda… Dalla bramosia di potere e ricchezza alla vanità, dal narcisismo alla volontà di evadere da un sistema sociale opprimente e soffocante, dall’eccitante brivido del tradimento alla tristezza che, successivamente, assale il peccatore, dalla voglia di vendetta alle turbe psicologiche, è un continuo parallelismo tra l’oggi ed un realistico domani.

    Una buona lettura che, però, non mi sento di annoverare tra i migliori testi, da me letti, dell’autore. Una storia che decolla rapidamente ma, procedendo con le pagine, rallenta poco a poco, lasciando un retrogusto di accartocciamento, quasi si perdesse, essa stessa, nell’autismo del piccolo Manfred e nella distorta visione temporale che anima la narrazione. Al contrario, è (come sempre) da premiare la capacità di Dick di far smarrire il lettore, di sballottarlo in un labirinto dove realtà e fantasia si intrecciano inestricabilmente, dando vita ad una mescolanza dove qualsiasi ipotetico riferimento è in continua mutazione, impegnato ad assumere sembianze differenti in base al punto dal quale lo si osserva.

    Un Dick “a sorpresa”, sicuramente positivo ma che non riesce a folgorarmi come, invece, sa fare di solito.

    said on 

  • 5

    .... e se il mondo reale fosse il risultato delle fantasie di uno schizofrenico

    Martian time-Slip, 1964

    Solo uno che ha avuto esperienze psicotiche poteva scrivere questo libro.Un po diverso da altri romanzi di Dick; meno confusione e più fascino e nostalgia.

    said on 

  • 4

    Un altro libro di PKD, di qualità discreta, con molte delle topiche ricorrenti dell’autore: la confusione tra vero e apparente (declinata nella variante schizofrenica, come in Follia per sette clan), ...continue

    Un altro libro di PKD, di qualità discreta, con molte delle topiche ricorrenti dell’autore: la confusione tra vero e apparente (declinata nella variante schizofrenica, come in Follia per sette clan), i paradossi temporali, la lotta del protagonista debole e “perdente” per non soccombere in un mondo aggressivo e vorace. Però, in effetti, chi è il vero protagonista del libro? Jack Bohlen, il meccanico timido e complessato e incline alla schizofrenia? Oppure Arnie Kott, l’egoista e lubrico capo del sindacato idraulici che agisce con metodi mafiosi e vuole sfruttare tutto e tutti per i suoi fini? L’interrogativo è lecito perché alla fine, con quello che mi sembra uno dei rari happy end della produzione di PKD, il primo, ricompensato per il suo atto iniziale di generosità verso i poveri Bleekman, gli autoctoni di Marte, vince; e il secondo soccombe, a causa di un’inaspettata e fortuita ritorsione alla sua prepotenza.
    E allora chi era davvero il perdente?

    said on 

  • 2

    Sarà anche uno dei più famosi di Dick ma io l'ho trovato molto deludente. Troppo didascalico per i primi tre quarti, con alcune trovate che oggi appaiono invecchiate e con qualche personaggio gettato ...continue

    Sarà anche uno dei più famosi di Dick ma io l'ho trovato molto deludente. Troppo didascalico per i primi tre quarti, con alcune trovate che oggi appaiono invecchiate e con qualche personaggio gettato un po' alla rinfusa nell'intreccio. Ma anche coi protagonisti non va meglio. Non sono mai riuscito davvero a empatizzare con nessuno di loro, a parte che per brevi paragrafi.
    Nelle ultime pagine però devo ammettere che il romanzo si riprende parecchio.

    said on 

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