Martin Chuzzlewit

Di

Editore: Adelphi (Gli Adelphi, 317)

4.3
(132)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1289 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8845922146 | Isbn-13: 9788845922145 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Bruno Oddera ; Illustratore o Matitista: Hablot Knight Browne

Disponibile anche come: Cofanetto , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
"Voi sapete con altrettanta sicurezza di me, che io giudico il "Chuzzlewit" la mia opera senza confronti migliore, sotto infiniti aspetti. Che io sono cosciente delle mie forze come mai prima d'ora. Che io so che, se la salute mi assisterà, potrò conservare il mio posto nell'animo degli uomini pensanti, anche se cinquanta romanzieri cominciassero a scrivere domani stesso" (Charles Dickens a John Forster).
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  • 5

    Dickens scrisse a Forster che questo era senz’altro il miglior romanzo che avesse mai scritto. E forse è vero, o comunque rimane nel novero di quelli meglio riuscitigli. Fin dall’inizio i suoi person ...continua

    Dickens scrisse a Forster che questo era senz’altro il miglior romanzo che avesse mai scritto. E forse è vero, o comunque rimane nel novero di quelli meglio riuscitigli. Fin dall’inizio i suoi personaggi principali ci vengono presentati con ricchissima ironia, taluni con pieno sarcasmo, scoprendo apertamente il tono ferocemente satirico della storia che non è solo un feroce attacco alla società vittoriana, che Dickens sa destinato a scomparire, ma soprattutto a quello di un mondo in rapida trasformazione che sta sovvertendo i valori di umanità, di rispetto e di pietà per i propri simili che ancora riuscivano a sopravvivere, sempre più violentemente travolti dai nuovi idoli imposti dal nascente capitalismo: il culto del denaro, del suo accumulo, della cupidigia che sta conquistando una borghesia in rapida ascesa nella scala sociale e del potere.

    Ma in questo enorme romanzo corale di quasi 1300 pagine la satira si avventura anche oltreoceano investendo l’America, cercando di smascherare quel falso ideale di libertà sul quale un popolo di fuggiaschi pretende di avere costituito la prima repubblica fondata su di esso per rendere possibile a chiunque la propria felicità realizzando la propria ricchezza. Una libertà che si rivela abusata dai più prepotenti e dai più furbi, quelli più scevri da ogni freno morale, a danno dei più deboli che vengono truffati, gabbati, sfruttati, e senza alcuna tutela.
    Una libertà priva di apparenti confini, perché non limitata da alcun rispetto per gli altri, una libertà propalata da una stampa libera di diffondere la verità come la menzogna, e in continua ricerca di incrementare le tirature per il puro profitto, incurante di ogni rispetto, e di cui si serve una politica che già allora assume il valore di spettacolo riempendosi la bocca con parole (libertà, democrazia, ricchezza per tutti, democrazia) che già allora sembrano svuotarsi del loro profondo e vero significato per assumerne uno che sia comprensibile a tutti, ma così ampiamente comprensibile da sembrare la pelle dello scroto, che la si può tirare dove e fin che vuoi, per accaparrarsi i voti di chiunque.

    Il buon vecchio Charles dimostra ancora una volta, con ampia preveggenza, che sapesse vedere ben più lontano del proprio naso o di quello dei suoi contemporanei!

    E con splendida efficacia sono ritratti i personaggi, tipicamente dickensiani, più o meno caricaturali a seconda che giochino il ruolo di cattivo o o anche semplicemente di debole che si adatta al sistema, qualunque esso sia, per trovarvi anche un misero tornaconto, oppure dei buoni, addirittura angelicati come sempre in Dickens nel trattare i protagonisti femminili, e in questo caso anche di un uomo, quel Tom Pinch che giocherà un ruolo decisivo nello svolgimento della storia sentimentale del protagonista del titolo (ma poi in fondo solo di quello e tutt’al più dell’intermezzo “americano” del romanzo nel quale gioca il ruolo dell’illuso e poi disilluso dopo venire truffato) e della storia sentimentale fra lui e Mary, assistente e figlia adottiva dell’omonimo nonno (i Martin Chuzzlewit infatti sono due), ricchissimo e apparentemente arido, che appare costruito quasi sul modello del vecchio Scroodge.
    Ma sono i veri cattivi, come al solito, tutt'altro che comprimari, a riuscire indimenticabili: l’ipocrita, tronfio e mellifluo Pecksniff (vero co-protagonista del romanzo nel suo insieme), il perfido Jonas Chuzzlewit, l’opportunista Signora Gamp, lo scaltro Tiff Montague (o Montague Tiff), che troveranno alla fine la giusta punizione per i loro misfatti permettendo all’amore e,o al ravvedimento, e alla felicità di tutti i meritevoli, di trionfare.

    Un lieto fine come sempre in Dickens, ma che qui assume un tono talmente lieve da sembrare quasi “mozartiano” nell’equilibrio felicemente raggiunto dalla commedia e dalle mille peripezie, a volte dai tragici risvolti, attraversate, stimolando i sentimenti più elementari di qualsiasi lettore, con il quale l’autore talvolta si estranea dalla storia per dialogare direttamente con lui. Perché i romanzi di Dickens sono aperta finzione letteraria, puro teatro, e l’autore vuole che ce possiamo rendere conto in ogni momento prendendone ogni tanto le distanze, anche se assomiglia tanto alle nostre vite e al mondo che sempre ci circonda.

    Capolavoro.

    ha scritto il 

  • 4

    Divertimento allo stato puro

    Nonostante la mole, per leggerlo in italiano si trova solo la copia cartacea di oltre 1200 pagine, questo romanzo di Dickens è stato un fine divertimento dalla prima all'ultima pagina: inventiva, iron ...continua

    Nonostante la mole, per leggerlo in italiano si trova solo la copia cartacea di oltre 1200 pagine, questo romanzo di Dickens è stato un fine divertimento dalla prima all'ultima pagina: inventiva, ironia che spesso sconfina nel più vivo sarcasmo, personaggi indimenticabili, fluidità e dinamismo, tutto concorre a fare di Martin Chuzzlewit una lettura da non perdere

    ha scritto il 

  • 5

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/04/24/martin-chuzzlewit-charles-dickens/

    “Per un gentiluomo dal cuore tenero come Mr. Pecksniff era quello uno spettacolo assai doloroso. Egli non poteva non p ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/04/24/martin-chuzzlewit-charles-dickens/

    “Per un gentiluomo dal cuore tenero come Mr. Pecksniff era quello uno spettacolo assai doloroso. Egli non poteva non prevedere la possibilità che il suo rispettato parente cadesse vittima di persone interessate e intriganti, e che le ricchezze di lui finissero in mani indegne. Ciò lo faceva soffrire a tal punto che decisi di assicurare l’eredità a se stesso, di tenere a distanza gli aspiranti cattivi eredi, e di murare, per così dire, a suo solo uso e consumo l’anziano gentiluomo. A poco a poco, pertanto, incominciò a sondare la possibilità che Mr. Chuzzlewit fosse incline a divenire un promettente strumento nelle sue mani, e, constatato ch’era così, e che, anzi, egli si lasciava plasmare assai facilmente dalle sue duttili dita, non pensò - anima buona! - ad altro scopo nella vita che a quello di affermare su di lui il proprio ascendente; e siccome ogni piccolo esperimento al quale si azzardava otteneva un successo superiore alle sue speranze, incominciò a credere che i contanti del vecchio Martin stessero già tintinnando nelle sue spirituali tasche.”
    (Charles Dickens, “Martin Chuzzlewit”, ed. Adelphi)

    Pubblicato in dispense tra il 1843 e il 1844, “Martin Chuzzlewit” riflette anche l’amara esperienza negli Stati Uniti che l’autore aveva fatto tra il gennaio e il maggio del 1842; non a caso, il giovane Martin, assieme a un suo amico, sono “spediti” da Dickens proprio negli Stati Uniti e offrono a Dickens l’opportunità di utilizzare la propria satira contro una nazione che lo aveva profondamente deluso, non tanto per l’accoglienza ricevuta, quanto piuttosto per non aver confermato, nei fatti, le aspettative circa ideali umanitari e sociali. Peraltro, gli strali di Dickens contro gli Usa saranno poi rivisti venticinque anni dopo, tanto che l’autore pretese fosse aggiunta, all’opera, una breve appendice.
    “Martin Chuzzlewit” è innanzitutto un romanzo che si “fa leggere” tutto d’un fiato, nonostante la sua mole (quasi 1300 pagine) o forse proprio grazie alla sua struttura monumentale, che consente all’autore di presentarci una serie di personaggi e situazioni diverse ma tutte accomunate da una satira costante, dalla capacità dell’autore di farci sorridere ma al tempo stesso percepire l’amarezza che è la causa del sorriso stesso. Il tema principale del romanzo è l’egoismo umano nelle sue molteplici sfaccettature; l’Io come pronome dominante, il Denaro come strumento e l’ipocrisia sono i corollari che permeano ogni singola pagine della storia. Il Martin Chuzzlewit citato nel titolo è sia il nome del vecchio Martin sia quello del nipote, ed ovviamente loro due sono tra i principali protagonisti. Il primo è accompagnamento dalla giovane Mary, il secondo è invaghito della stessa Mary e perciò diseredato dal nonno.
    Figure forse ancora più forti dei due Martin sono, però, altre. Innanzitutto Mr. Pecksniff, in teoria architetto, in pratica ipocrita di enormi proporzioni, che si presenta come un “un uomo totalmente morale” ma che in realtà è dedito alla più bieche macchinazioni pur di entrare nelle grazie del vecchio Chuzzlewit, suo cugino, e di conseguenza carpirne l’eredità. Un altro membro della famiglia che ha ben pochi scrupoli è Jonas Chuzzlewit, nipote del vecchio Martin e allevato dal padre in nome di un solo dio: il denaro. Attorno a questo nucleo di personaggi, se ne muovono numerosi altri, spesso di dubbia moralità, ciascuno con segreti da nascondere agli altri, tutti magistralmente rappresentati dalla caustica penna di Dickens, che ne salva ben pochi, e tra questi l’ingenuo e bonario Tom Pynch.
    Com’è palese, è ardua riassumere un romanzo di 1300 pagine in poche righe e non avrebbe neanche senso cercare di spiegare nel dettaglio gli intrecci, le situazioni tragicomiche e i disvelamenti di segreti/identità che rendono avvincente la narrazione. Forse è più interessante notare come Dickens, oltre a bersagliare (nei capitoli “americani”) la retorica della libertà statunitense e la facilità nell’uso della pistole negli Usa (e siamo nel 1843...), ci narri situazioni ed eventi che purtroppo non hanno perso d’attualità neanche a un secolo e mezzo di distanza, a dimostrazione che l’essere umano forse sopravvaluta la propria capacità evoluzionistica. Tra i vari esempi, si possono citare la signora Gamp e la sua visione del tutto personale del lavoro da infermiera, oppure la Società Anglo-Bengalese di assicurazioni sulla vita la cui occupazione principale è quella di frodare i clienti.
    “Martin Chuzzlewit” è un romanzo che mi è dispiaciuto finire, al momento una delle migliori opere di Dickens che ho letto.

    “L’educazione di Mr. Jonas era stata impartita sin dalla culla in base ai princìpi più severi del puro tornaconto. La primissima parola ch’egli aveva imparato a balbettare era stata , e la seconda, una volta perfezionatosi fino ai plurisillabi, . Eccezion fatta per due conseguenze che forse, all’inizio, non erano state chiaramente previste dal suo guardingo genitore, si sarebbe potuto dire ch’egli avesse ricevuto un’educazione ineccepibile. Una delle due pecche consisteva in questo, che, essendogli stato insistentemente insegnato dal padre a mettere nel sacco tutti quanti, egli aveva preso gusto a mettere nel sacco anche quel venerabile consigliere. L’altra era la seguente: essendo egli stato abituato sin dalla prima fanciullezza a considerare spazientito suo padre come una certa quota di patrimonio personale che non aveva alcun diritto di spostarsi a suo piacimento e che sarebbe dovuta, invece, essere rinchiusa in quel particolare tipo di cassaforte chiamata bara, e depositata nella tomba.”

    ha scritto il 

  • 5

    Ah, Dickens! Un suo romanzo equivale a una decina di 'romanzi' contemporanei. Che incredibile, variegata, fantastica messa in scena… Si ha decisamente l'impressione di aver investito bene i propri sol ...continua

    Ah, Dickens! Un suo romanzo equivale a una decina di 'romanzi' contemporanei. Che incredibile, variegata, fantastica messa in scena… Si ha decisamente l'impressione di aver investito bene i propri soldi.

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavori come questo sono assai difficili da commentare, sebbene di cose da dire ce ne siano diverse. Cominciamo col dire che questo romanzo è del tutto immeritatamente uno dei meno conosciuti dell' ...continua

    Capolavori come questo sono assai difficili da commentare, sebbene di cose da dire ce ne siano diverse. Cominciamo col dire che questo romanzo è del tutto immeritatamente uno dei meno conosciuti dell'Inimitabile, perché stacca di diverse lunghezze un romanzo celebre come Oliver Twst, per esempio, e si appaia, anche se per motivi diversi, agli acclarati capolavori come David Copperfield.
    Quello che più ha colpito me è che potrebbe essere stato scritto anche oggi come satira contro gli Stati Uniti, perché molte delle cose che vengono rimproverate oggi agli States sono già ben presenti e descritte nel solito modo sublime dal Mio (memorabile Mark quando dice che gli americani amano talmente la libertà da prendersi delle libertà con essa; altrettanto la descrizione di un certo comprimario che gira armato come espressione massima della democrazia statunitense; per finire, solo per breve resoconto, s'intende, l'ipocrisia di una società che, pur avendo fatto dell'uguaglianza e delle pari opportunità il vessillo della propria esistenza, è, nei fatti, molto più discriminatoria di quella inglese). E' straordinario e rende ancora una volta conto di cosa significhi la parola "classico" e di quanto restituisca in termini di riflessione (per tacere della bellezza) leggerne uno.
    I due Martin sono due bei personaggi, anche se non troppo nuovi nel panorama dickensiano; anche Mark ricorda un po' il mitico Sam de Il circolo Pickwick, anche se nuova e stramba e divertentissima è la sua fissazione di aver del merito nell'essere contento; ma, naturalmente, il migliore è lui, Tom Pinch, il "buono" tipicamente dickensiano, che solo ad occhi un po' troppo cinici potrebbe apparire ridicolo. IO credo e spero che persone così esistano davvero, in qualche angolo di mondo; e Dickens deve averne conosciuti e ci ha fatto l'immenso dono di descrverceli così bene.
    Ultima nota, il romanzo fa straridere: è un Dickens, dopotutto.

    ha scritto il 

  • 5

    Dickens aveva la capacità, con le sue storie e con i suoi personaggi, di far entrare il lettore dentro le sue pagine, e Martin Chuzzlewit non fa eccezione: l'incantesimo è più potente che mai! Sfido c ...continua

    Dickens aveva la capacità, con le sue storie e con i suoi personaggi, di far entrare il lettore dentro le sue pagine, e Martin Chuzzlewit non fa eccezione: l'incantesimo è più potente che mai! Sfido chiunque a non empatizzare sin da subito con il povero Tom Pinch dal cuore d'oro, o a non considerare sin da subito nella cerchia degli amici più stretti l'allegro (fin troppo!) Mark Tapley!
    Insomma, l'ennesimo capolavoro di Dickens, in un'ottima edizione Adelphi impreziosita dalle bellissime illustrazioni di Phiz.

    ha scritto il 

  • 5

    una miniera di umanità

    Nonostante la mole la lettura è scorrevolisima. L'ho letto dopo il david copperfield ed ero rimasto molto coinvolto dal racconto dell'io narrante, mentre con martin chuzzelwit descritto da un narrato ...continua

    Nonostante la mole la lettura è scorrevolisima. L'ho letto dopo il david copperfield ed ero rimasto molto coinvolto dal racconto dell'io narrante, mentre con martin chuzzelwit descritto da un narratore onniscente almeno inizialmente il coinvolgimento è stato più difficile. Come in copperfield colpisce la capacità di Dickens di descrivere degli "archetipi" formidabili siano essi dei puri di cuore (pinch) o degli ipocriti egoisti incurabili (Pecksiff). Il classico lieto fine forse un po' favolistico e rassicurante apre però una breccia nel cuore di assoluta fiducia che le qualità migliori dell'uomo alla fine emergono vittoriose.
    L'edizione è arricchita dalle preziose illustrazioni dell'epoca da parte di un fantomatico "phiz".

    ha scritto il