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Martin Chuzzlewit

Di

Editore: Adelphi (Gli Adelphi, 317)

4.4
(116)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 1289 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8845922146 | Isbn-13: 9788845922145 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Bruno Oddera ; Illustratore o Matitista: Hablot Knight Browne

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
"Voi sapete con altrettanta sicurezza di me, che io giudico il "Chuzzlewit" la mia opera senza confronti migliore, sotto infiniti aspetti. Che io sono cosciente delle mie forze come mai prima d'ora. Che io so che, se la salute mi assisterà, potrò conservare il mio posto nell'animo degli uomini pensanti, anche se cinquanta romanzieri cominciassero a scrivere domani stesso" (Charles Dickens a John Forster).
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  • 5

    Capolavori come questo sono assai difficili da commentare, sebbene di cose da dire ce ne siano diverse. Cominciamo col dire che questo romanzo è del tutto immeritatamente uno dei meno conosciuti dell'Inimitabile, perché stacca di diverse lunghezze un romanzo celebre come Oliver Twst, per esempio, ...continua

    Capolavori come questo sono assai difficili da commentare, sebbene di cose da dire ce ne siano diverse. Cominciamo col dire che questo romanzo è del tutto immeritatamente uno dei meno conosciuti dell'Inimitabile, perché stacca di diverse lunghezze un romanzo celebre come Oliver Twst, per esempio, e si appaia, anche se per motivi diversi, agli acclarati capolavori come David Copperfield.
    Quello che più ha colpito me è che potrebbe essere stato scritto anche oggi come satira contro gli Stati Uniti, perché molte delle cose che vengono rimproverate oggi agli States sono già ben presenti e descritte nel solito modo sublime dal Mio (memorabile Mark quando dice che gli americani amano talmente la libertà da prendersi delle libertà con essa; altrettanto la descrizione di un certo comprimario che gira armato come espressione massima della democrazia statunitense; per finire, solo per breve resoconto, s'intende, l'ipocrisia di una società che, pur avendo fatto dell'uguaglianza e delle pari opportunità il vessillo della propria esistenza, è, nei fatti, molto più discriminatoria di quella inglese). E' straordinario e rende ancora una volta conto di cosa significhi la parola "classico" e di quanto restituisca in termini di riflessione (per tacere della bellezza) leggerne uno.
    I due Martin sono due bei personaggi, anche se non troppo nuovi nel panorama dickensiano; anche Mark ricorda un po' il mitico Sam de Il circolo Pickwick, anche se nuova e stramba e divertentissima è la sua fissazione di aver del merito nell'essere contento; ma, naturalmente, il migliore è lui, Tom Pinch, il "buono" tipicamente dickensiano, che solo ad occhi un po' troppo cinici potrebbe apparire ridicolo. IO credo e spero che persone così esistano davvero, in qualche angolo di mondo; e Dickens deve averne conosciuti e ci ha fatto l'immenso dono di descrverceli così bene.
    Ultima nota, il romanzo fa straridere: è un Dickens, dopotutto.

    ha scritto il 

  • 5

    Dickens aveva la capacità, con le sue storie e con i suoi personaggi, di far entrare il lettore dentro le sue pagine, e Martin Chuzzlewit non fa eccezione: l'incantesimo è più potente che mai! Sfido chiunque a non empatizzare sin da subito con il povero Tom Pinch dal cuore d'oro, o a non c ...continua

    Dickens aveva la capacità, con le sue storie e con i suoi personaggi, di far entrare il lettore dentro le sue pagine, e Martin Chuzzlewit non fa eccezione: l'incantesimo è più potente che mai! Sfido chiunque a non empatizzare sin da subito con il povero Tom Pinch dal cuore d'oro, o a non considerare sin da subito nella cerchia degli amici più stretti l'allegro (fin troppo!) Mark Tapley!
    Insomma, l'ennesimo capolavoro di Dickens, in un'ottima edizione Adelphi impreziosita dalle bellissime illustrazioni di Phiz.

    ha scritto il 

  • 5

    una miniera di umanità

    Nonostante la mole la lettura è scorrevolisima. L'ho letto dopo il david copperfield ed ero rimasto molto coinvolto dal racconto dell'io narrante, mentre con martin chuzzelwit descritto da un narratore onniscente almeno inizialmente il coinvolgimento è stato più difficile. Come in copperfield co ...continua

    Nonostante la mole la lettura è scorrevolisima. L'ho letto dopo il david copperfield ed ero rimasto molto coinvolto dal racconto dell'io narrante, mentre con martin chuzzelwit descritto da un narratore onniscente almeno inizialmente il coinvolgimento è stato più difficile. Come in copperfield colpisce la capacità di Dickens di descrivere degli "archetipi" formidabili siano essi dei puri di cuore (pinch) o degli ipocriti egoisti incurabili (Pecksiff). Il classico lieto fine forse un po' favolistico e rassicurante apre però una breccia nel cuore di assoluta fiducia che le qualità migliori dell'uomo alla fine emergono vittoriose.
    L'edizione è arricchita dalle preziose illustrazioni dell'epoca da parte di un fantomatico "phiz".

    ha scritto il 

  • 5

    Precisa e satirica descrizione dei peggiori comportamenti e difetti umani. Al di là delle immagini riportate sul libro (quelle dei bei libri del tempo che fu) i personaggi sono palpabili come se fossero lì realmente con il lettore o peggio come in taluni casi fossero il lettore stesso. Non per al ...continua

    Precisa e satirica descrizione dei peggiori comportamenti e difetti umani. Al di là delle immagini riportate sul libro (quelle dei bei libri del tempo che fu) i personaggi sono palpabili come se fossero lì realmente con il lettore o peggio come in taluni casi fossero il lettore stesso. Non per altro Dickens voleva introdurre questo libro con una citazione del tipo "potrebbe essere casa vostra, potreste essere voi" ma gli fu sconsigliato. Poi, il lieto finale dove il bene trionfa! Nonostante la consistenza del volume (1300 pagine) una piacevolissima lettura che mi dispiace sia terminata

    ha scritto il 

  • 4

    Dopo avergliene dette peste e corna per un buon terzo del romanzo, nella postfazione che per sua espressa volontà deve suggellare ogni edizione del Chuzzlewit, il buon Charley cerca la tardiva riappacificazione con l'America e gli americani.
    Ma non ci casca nessuno, vecchio marpione.

    ha scritto il 

  • 3

    Too Many Coincidences

    A good story, which at times is very funny. The better understanding of a previous era is also worth the read. The problem is that there are too many coincidences, ending with almost every character in the book coming together at the finale even though at the beginning many of them were complete ...continua

    A good story, which at times is very funny. The better understanding of a previous era is also worth the read. The problem is that there are too many coincidences, ending with almost every character in the book coming together at the finale even though at the beginning many of them were complete strangers!

    ha scritto il 

  • 4

    Il figlio più amato

    Quasi metà dei romanzi di Dickens reca per titolo un nome proprio, come se si trattasse di una compilazione alla voce oggetto dell’apposita schedatura.
    Prendiamo in mano David Copperfield e ci figuriamo di immergerci nella sua vita, dalla nascita alla maturità; apriamo Oliv ...continua

    Quasi metà dei romanzi di Dickens reca per titolo un nome proprio, come se si trattasse di una compilazione alla voce oggetto dell’apposita schedatura.
    Prendiamo in mano David Copperfield e ci figuriamo di immergerci nella sua vita, dalla nascita alla maturità; apriamo Oliver Twist e seguiamo per filo e per segno le sue disavventure di ragazzo di strada; scegliamo Nicholas Nickleby e siamo sicuri che ci aspetterà una lunga lista di traversie prima della riscossa finale del nostro eroe.
    Con questo librone, la prevedibile coincidenza tra protagonista e frontespizio vacilla.
    David Copperfield è David Copperfield, perbacco. Leggiamo invece due-trecento pagine di questo lunghissimo romanzo e ci stupiamo dell’assenza di un beniamino che si imponga alla nostra sensibilità, per le cui peripezie struggerci; in sua vece troviamo due Martin Chuzzlewit, entrambi personaggi importanti ma non in prima linea o per lo meno non continuativamente, e stentiamo a capire se Dickens avesse inteso far balzare agli onori della copertina il nonno tirannico, complessato dal lauto peculio che ingolosisce gli affetti, o il nipote spaccone che sarebbe tornato dall’America con la cresta abbassata.
    Non è neppure un romanzo corale, casomai una lunga jam session durante la quale alcuni personaggi ruotano sul palcoscenico per un assolo virtuosistico.
    Tra i più applauditi, Sairey Gamp, una bieca vecchiaccia di volta in volta ostetrica o truccatrice di cadaveri, sempre accompagnata da un’amica immaginaria sentenziante e da una bottiglia; Charity e Mercy, sorelle dal comportamento diametralmente opposto ai loro nomi angelici; Mrs Todgers, la matura romantica pensionante che impazzisce alle prese con il ragù; Tom Pinch, l’alieno nella tana dei lupi; Mr Moddle, l’innamorato piagnucoloso; Mark Tapley, l’inguaribile ottimista alla ricerca di un’impresa impossibile che metta alla prova il suo talento per il buonumore.
    Più volte chiamato alla ribalta, emerge su tutti il gran maestro della sfrontatezza, il monumento all’ipocrisia, l’elogio vivente della rispettabilità sorniona, Mr. Pecksniff, il cane da tartufo della circonvenzione degli ingenui.
    Charles Dickens era convinto di aver scritto il proprio capolavoro, e con il suo asso si dichiarava pronto a gareggiare in bravura con i suoi colleghi scrittori futuri e contemporanei. Davanti a questo libro, arretrava di qualche passo come un pittore che contemplasse la propria tela dopo aver tracciato l’ultima pennellata di rifinitura e se ne sentisse orgogliosamente e pienamente soddisfatto.
    Né i lettori del suo tempo né i posteri hanno mai condiviso questo parere così parziale, così viscerale e miope per il figlio più amato: un libro magmatico e discontinuo, con picchi straordinariamente brillanti (soprattutto il romanzo nel romanzo della tragicomica migrazione in America: un libello sferzante sulla protervia di una falsa democrazia) e avvallamenti lentissimi, davvero ardui da superare (un prologo elefantiaco rapportabile a un buon 2o%).

    ha scritto il 

  • 5

    ironico e spiritoso

    intricato come sempre, ma molto divertente. E' un tipo di umorismo che mi fa proprio ridere di gusto! ovviamente alcuni passaggi sono pesanti, anche perchè ad esempio le critiche che vengono mosse agli stati uniti da poco formatisi spesso non si riescono a cogliere ora come ora. Per il resto i pe ...continua

    intricato come sempre, ma molto divertente. E' un tipo di umorismo che mi fa proprio ridere di gusto! ovviamente alcuni passaggi sono pesanti, anche perchè ad esempio le critiche che vengono mosse agli stati uniti da poco formatisi spesso non si riescono a cogliere ora come ora. Per il resto i personaggi mi sono piaciuti da matti: Tom Pinch sopra tutti gli altri, di una bontà e una semplicità incredibile, alla fine rimane solo, ma con l'amicizia di tutti e il più adorato dai bambini (la morale è che la fedeltà e l'onestà pagano con la felicità). Mark Tapley è l'altro dei miei preferiti: non si può sentire allegto se non in mezzo alle disgrazie... ma poi si ricrede! alla fine è il più saggio di tutti che con poche parole riesce a far capire gli errori agli altri. Il più divertente rimane però sempre Mr. Peckniff... che risate mi sono fatta alle legnate fisiche e morali che si prende!!!! mi sono proprio divertita... è un libro che consiglio a tutti!

    ha scritto il 

  • 2

    Due stelle (politiche) e niente altro

    Grazie alla memoria elettronica di anobii riesco a calcolare precisamente il lunghissimo lasso di tempo che ho impiegato per leggere questo libro: 679 giorni, quasi due anni. Ed è solo grazie alla mia (patologica?) caparbietà e all'impossibilità di lasciare a metà qualsiasi romanzo di Dick ...continua

    Grazie alla memoria elettronica di anobii riesco a calcolare precisamente il lunghissimo lasso di tempo che ho impiegato per leggere questo libro: 679 giorni, quasi due anni. Ed è solo grazie alla mia (patologica?) caparbietà e all'impossibilità di lasciare a metà qualsiasi romanzo di Dickens che oggi, finalmente, dopo mesi e mesi di fatiche posso con orgoglio esclamare: ce l'ho fatta!

    Ebbene, cosa c'è in questo libro che non va? Me lo sono chiesto piú e piú volte, mentre mandavo giú le pagine con la scorrevolezza della carta vetrata. Credo che la risposta sia nel fatto che tutta la prima parte è davvero poco interessante, lenta, avvitata, piena di personaggi su cui l'autore ha calcato troppo la mano. Si pensi soltanto a Tom Pinch, uno dei elementi chiave della vicenda. Fino alla sua (tra l'altro davvero poco credibile e molto tirata per i capelli) repentina presa di coscienza sulla vera natura del suo padrone, Mr. Pecksniff, viene descritto come un vero e proprio minorato, un poverino incapace di intendere alcunché e totalmente succube del malvagio architetto.
    La seconda parte è invece un po' meglio, ma rimane pur sempre poco coinvolgente. Ecco, questo è il punto: il libro non mi ha coinvolto.

    Contrariamente a molte opinioni espresse da altri lettori, non mi sento in alcun modo di consigliare Martin Chuzzlewit a chicchessia. D'altronde se questo è uno dei romanzi meno noti di Charles Dickens un qualche motivo dovrà pur esserci.

    ha scritto il