Mary Barton

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Publisher: Oxford University Press

4.0
(91)

Language: English | Number of Pages: 480 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , Spanish

Isbn-10: 0199538352 | Isbn-13: 9780199538355 | Publish date: 

Curator: Shirley Foster

Also available as: Hardcover , Audio Cassette , Library Binding , Others , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Book Description
'It's the masters as has wrought this woe; it's the masters as should pay for it.' Set in Manchester in the 1840s - a period of industrial unrest and extreme deprivation - Mary Barton depicts the effects of economic and physical hardship upon the city's working-class community. Paralleling the novel's treatment of the relationship between masters and men, the suffering of the poor, and the workmen's angry response, is the story of Mary herself: a factory-worker's daughter who attracts the attentions of the mill-owner's son, she becomes caught up in the violence of class conflict when a brutal murder forces her to confront her true feelings and allegiances. Mary Barton was praised by contemporary critics for its vivid realism, its convincing characters and its deep sympathy with the poor, and it still has the power to engage and move readers today. This edition reproduces the last edition of the novel supervised by Elizabeth Gaskell and includes her husband's two lectures on the Lancashire dialect. ABOUT THE SERIES: For over 100 years Oxford World's Classics has made available the widest range of literature from around the globe.
Each affordable volume reflects Oxford's commitment to scholarship, providing the most accurate text plus a wealth of other valuable features, including expert introductions by leading authorities, helpful notes to clarify the text, up-to-date bibliographies for further study, and much more.
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  • 4

    Questo romanzo non parla d'amore, l'amore della protagonista è solo un pretesto letterario per parlare d'altro.
    Questo romanzo parla di disuguaglianza sociale, di povertà, di lavoro e delle ingiustizi ...continue

    Questo romanzo non parla d'amore, l'amore della protagonista è solo un pretesto letterario per parlare d'altro.
    Questo romanzo parla di disuguaglianza sociale, di povertà, di lavoro e delle ingiustizie che le persone devono subire dai potenti.
    Fin troppo attuale pur essendo ambientato nel periodo Vittoriano.
    La vicenda che travolge Mary, i suoi parenti e i suoi amici, è impregnata di dolore e di sofferenza umana.
    Carnefici e vittime si scambiernno i ruoli varie volte durante tutto il romanzo, e impareranno attraverso il sangue una dura lezione di vita.
    Consigliato perchè è un romanzo che fa riflettere.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    2

    2 * e 1/2

    A metà strada tra gli scenari fumosi e caotici di Nord e Sud, e le cupe e ammalianti atmosfere marittime de Gli innamorati di Sylvia, Mary Barton è il genere di romanzo che, pur nella sua immaturità, ...continue

    A metà strada tra gli scenari fumosi e caotici di Nord e Sud, e le cupe e ammalianti atmosfere marittime de Gli innamorati di Sylvia, Mary Barton è il genere di romanzo che, pur nella sua immaturità, rappresenta il perfetto paradigma della narrativa gaskelliana, di cui anticipa tutte le caratteristiche e i temi ricorrenti: la contrapposizione tra tradizione e progresso; il conflitto tra padroni e operai; il dolore per la prematura perdita di un figlio; la lontananza obbligata dalla propria casa; la sofferenza per un amore non corrisposto; il profondo sentimento religioso.

    Era il 1848 quando l'allora trentottenne Elizabeth, reduce da un devastante lutto familiare, diede alle stampe la sua prima fatica letteraria. L'ispirazione le giunse direttamente dall'ambiente in cui viveva, quello della città di Manchester, luogo simbolo della rivoluzione industriale e polo strategico del settore tessile, dove lusso e miseria coesistevano senza incrociarsi mai; dove l'accesso alle cure mediche era un privilegio riservato a pochi; dove la sacrosanta lotta per i diritti, esacerbata dalle continue vessazioni, assumeva non di rado il volto dell'ostilità e della violenza, mentre la morte era vista da molti come la sola liberazione possibile da una vita di tormenti.
    Su questo sfondo fosco e turbolento - fedelmente ritratto da una penna focalizzata tanto sulle cause quanto sulle conseguenze dei tumulti sociali dell'epoca - si svolgono le vicende dell'operaio John Barton, membro attivo del movimento cartista, e della sua sfortunata famiglia: una fragile moglie incinta che presto lo lascerà solo; una cognata misteriosamente scomparsa - forse per via di una fuga d'amore; e una figlia, la Mary del titolo appunto, su cui grava tutto il peso di un'esistenza segnata da privazioni e continui sacrifici. Ancora giovanissima ma già oppressa da responsabilità più grandi di lei, Mary, come molte fanciulle in condizioni analoghe, coltiva il sogno di una vita diversa, lontana dal degrado e dalla povertà che la circondano, una vita simile magari a quella della cara zia Esther di cui nessuno ha più notizie, ma che certamente - lei non ha dubbi - sarà divenuta una gran signora.
    Intanto gli anni passano, e mentre suo padre, ormai provato e disilluso, si lascia assorbire completamente dalle battaglie del sindacato, la vulnerabile ragazza, impegnata come apprendista sarta, si trova contesa tra le attenzioni di due spasimanti molto diversi: l'onesto e volenteroso Jem Wilson, a cui la lega una lunga amicizia, e l'affascinante e audace Henry Carson, figlio ed erede di uno dei maggiori industriali della città.
    Una tragica fatalità, però, rimetterà tutto in discussione.

    Chi ama incondizionatamente Elizabeth Gaskell e le sue opere, difficilmente resterà deluso da Mary Barton: un romanzo indubbiamente valido, che affronta problematiche delicate e rilevanti, e propone spunti di riflessione tutt'altro che banali.
    Perché mai allora, ci si chiederà, un romanzo con tali pregi dovrebbe meritare una valutazione tanto ingenerosa?
    Perché malgrado io riconosca la bravura di Elizabeth Gaskell e di solito ne condivida il pensiero, la sua opera prima, ahimè, non è riuscita a convincermi, e anzi, col procedere della lettura, ha suscitato in me una crescente perplessità.
    Le ragioni sono tante, a partire dalla discutibile scelta dell'autrice di trasformare quello che a primo impatto sembra un realistico e promettente romanzo di denuncia, in un'improbabile detective story destinata a culminare poi in un processo per omicidio, che in un modo o nell'altro diverrà il punto focale di tutta la seconda parte.
    Invero, la letteratura vittoriana, da Dickens in poi, è colma di riuscitissime commistioni di generi diversi in cui critica sociale, analisi psicologica, ed elementi sensazionali si sposano alla perfezione. Elizabeth Gaskell, però, non è né Charles Dickens né Wilkie Collins e, complice anche una scarsa dimestichezza col genere investigativo, finisce col servirsi della componente poliziesca nel modo meno proficuo possibile: il colpevole risulta evidente dal primo istante, il mistero del tutto inconsistente, e quanto alle rocambolesche indagini intraprese dalla protagonista (sulla cui plausibilità preferisco non pronunciarmi) la loro unica utilità è quella di dilatare la trama per troppe pagine, senza per questo aggiungere sufficiente tensione narrativa ad un racconto lodevole nelle intenzioni, ma decisamente deludente nella resa finale.

    I personaggi, dal canto loro, non aiutano: lungi dall'essere altro che semplici figurine bidimensionali, essi mancano di vitalità, e restano confinati nella pagina come meri simboli di un'idea o di un ruolo sociale le cui traversie lasciano pressoché indifferenti. Il discorso purtroppo non riguarda esclusivamente il nutrito stuolo di infelici creature che la Gaskell introduce al solo scopo di narrarcene la morte poche pagine più avanti, ma si estende anche agli stessi protagonisti: abbiamo la ragazza onesta ma priva di una guida (sul modello di Ruth, per intenderci) insidiata dal riccastro di turno; l'eroico innamorato dall'immacolata integrità, pronto a sacrificare la vita pur di non arrecare dispiaceri all'amata; il marinaio vanesio con una spiccata tendenza alla mistificazione; l'angelica fanciulla talmente virtuosa da non riuscire a figurarsi in alcun modo le ragioni delle altrui debolezze: insomma, l'intero campionario di figure che ci si aspetterebbe d'incontrare in un qualsiasi prodotto della narrativa vittoriana in generale, e di quella gaskelliana in particolare.
    Tutto il romanzo, in realtà, diviene l'incarnazione stessa dei più radicati luoghi comuni sulla letteratura ottocentesca: dalla prosa traboccante di citazioni bibliche e letterarie (spesso decisamente forzate), alle interminabili descrizioni di ambienti e situazioni superflue; dalle febbri cerebrali e gli svenimenti causati dall'eccessiva emozione, alla straripante melodrammaticità di scene e dialoghi.

    Il confronto con Nord e Sud è praticamente inevitabile. Se però, in quest'ultimo, l'osservazione del tessuto sociale - autentica, vissuta e attualissima - costituiva il vero punto di forza del romanzo, in Mary Barton la medesima analisi, pur iniziando sotto i migliori auspici, cede progressivamente il passo ad una serie di considerazioni superficiali e retoriche - nonché altamente opinabili - su come chi vive nell'agiatezza sia inevitabilmente indifferente all'altrui miseria; chi sbaglia lo faccia sostanzialmente per disperazione e ignoranza del bene; e chi invoca la giustizia stia in realtà dando voce ad una mera sete di vendetta.
    A completare questo quadro già di per sé poco esaltante, contribuisce anche l'atteggiamento della stessa narratrice che, forse per puro vezzo letterario, forse per ovviare a una reale mancanza di confidenza con alcune delle materie trattate ("proiettili o pallini - non so bene come dovrei chiamarli", afferma a un tratto), giustifica imprecisioni ed eventuali trascuratezze dichiarando più volte la propria incompetenza o la materiale impossibilità di ricontrollare le fonti.

    Malgrado la bella scrittura di Elizabeth Gaskell conferisca al testo una certa fluidità, la prevedibilità delle situazioni, la fragilità dell'intreccio, e la continua necessità di districarsi tra le innumerevoli e superflue tragedie che si susseguono, hanno reso la lettura di Mary Barton a tratti piuttosto pesante e, soprattutto, tediosa.
    Unico faro di luce - e soprattutto di leggerezza - nell'impenetrabile cappa di sofferenza che permea il romanzo, sono le pagine dedicate ai piccoli aneddoti della vita quotidiana: non a caso le più riuscite. Vale la pena di ricordare, su tutto, le schermaglie tra lo "scienziato" Job Legh e il millantatore Will Wilson; o il resoconto del viaggio londinese di John Barton, scandalizzato dalla vista di statue che "avevano bisogno che qualcuno gli mettesse i vestiti addosso", e fermamente convinto della sconvenienza del lavoro in fabbrica per le ragazze, poiché "guadagnerebbero abbastanza da potersi mantenere."

    Come in ogni romanzo gaskelliano che si rispetti, anche in Mary Barton la religiosità - aspetto imprescindibile della personalità dell'autrice - trova ampio spazio. Purtroppo, Elizabeth, al pari della tanto ammirata Anne Brontë, si lascia prendere troppo dall'urgenza di "edificare" il lettore, ed inciampa così nel pericolo di banalizzare il discorso della fede, arrivando talvolta, oserei dire, perfino a ridicolizzarlo. Si pensi, ad esempio, all'episodio in cui un'anziana donna di comprovata saggezza riesce a placare la disperazione di una fanciulla ormai a un passo dalla cecità, semplicemente ricordandole che non è bene preoccuparsi poiché "una mente sempre in ansia non raggiunge la santità".
    Per giunta, la Gaskell, nel tentativo di essere sempre politicamente corretta e rispettosa dei sentimenti di tutti, evita per tutto il racconto di assumere una posizione netta, ricordandoci di continuo che quello che riporta non è il suo pensiero ma solo quello dei personaggi di cui scrive, e osando sbilanciarsi moderatamente solo quando farlo non comporta sfidare, neppure velatamente, la ferrea morale vittoriana.
    È proprio in virtù di questo principio, che la sorte "esemplare" riservata ad alcuni personaggi, per quanto amara, non può stupirci: d'altronde, se la sventurata Mary - la cui colpa consiste esclusivamente nell'aver accettato i complimenti e la compagnia di un giovane facoltoso - ha la possibilità di riabilitarsi soltanto al prezzo di gravi lutti e patimenti, è inevitabile che a un'autentica fallen woman, non sia concessa altra forma di espiazione che la morte.

    Benché il romanzo porti il titolo di Mary Barton, il ruolo di autentico protagonista spetta in realtà non a un personaggio, ma a un sentimento, a un'idea: quella del dolore. È quest'ultimo, infatti, il filo conduttore del racconto; al dolore sono ascrivibili, seppure indirettamente, tutti gli eventi della storia e quasi tutte le azioni dei personaggi; solo di fronte al dolore, le differenze di censo, classe, ed istruzione, vengono appianate, e gli esseri umani, superando i dissidi, tornano a riconoscersi come eguali, come fratelli.
    Peccato solo che, nel raccontarcelo, la scrittrice scivoli ancora una volta nella solita abitudine di voler interpretare tutto in chiave religiosa, e facendolo finisca col semplificare eccessivamente, e diventare stucchevole.
    Certo, è bello pensare che la mera lettura di un passo del Vangelo possa dissipare automaticamente ogni disappunto dal cuore umano, o che vedere una bimba generosamente disposta a scusare un torto subito, basti per convincere un padre, fino a un istante prima divorato dal rancore, a perdonare l'assassino del proprio figlio. Nella vita reale però - è inutile negarlo - la lotta tra impulsi contrastanti e la complessità dei sentimenti umani sono ben altra cosa!
    E così, per quanto né Tolstoj né Victor Hugo rientrino tra i miei autori favoriti, il pensiero corre automaticamente a loro, e ai conflitti interiori che ne dilaniavano i personaggi: dai tormenti di Aleksej Aleksandrovič Karenin, combattuto tra il risentimento per il tradimento subito e il profondo amore per la moglie fedifraga, al logorante supplizio di Jean Valjean, diviso tra la prospettiva di una vita onesta e rispettabile e l'obbligo morale di saldare il proprio debito col passato.
    La memoria, dicevo, mi riporta a loro, e si rafforza in me la convinzione che Elizabeth Gaskell, in questa sua prima prova, abbia puntato decisamente troppo in alto.

    Voltata l'ultima pagina, l'impressione persistente è quella di un libro che avrebbe potuto offrire tanto, ma che sfortunatamente non è riuscito ad esprimere, se non in minima parte, le sue molte potenzialità.
    Un aspetto, però, mi ha colpito sinceramente, ed è forse l'unico ricordo nitido che mi resterà di questa lettura: la fotografia priva di edulcoranti della così detta opinione pubblica, e della sua reazione di fronte alle vicende di cronaca nera; un'opinione pubblica che nel suo intimo giustifica facilmente un presunto assassino, e giudica con indulgenza il reprensibile comportamento di un giovanotto verso un'ingenua ragazza di umile estrazione, ma che, paradossalmente, fatica a perdonare alla ragazza in questione un'innocente vanità, un'irresistibile voglia di riscatto sociale, imprudente forse, ma di certo comprensibilissima.
    Ma c'è di più in questo ritratto: c'è l'interesse morboso per i fatti di sangue, l'assembramento dei curiosi fuori dai tribunali, la propensione a trasformare vittime e carnefici in celebrità da santificare o contro cui puntare il dito, spesso ancor prima di conoscere i fatti; e poi quell'abitudine di trattare le tragedie della vita reale come fossero prodotti della finzione letteraria, ostentando indignazione e sconcerto, ma dimenticando facilmente che dietro il sensazionalismo della stampa e la straordinarietà degli eventi accaduti, non ci sono gli eroi di un romanzo, ma autentici drammi umani, vite realmente distrutte, persone in carne ed ossa che il male l'hanno subito o inflitto per davvero.
    Tutto normale, familiare, incredibilmente attuale, proprio come una qualsiasi pagina tratta dalla cronaca dei giorni nostri.
    Ed è questa, in fondo, la consapevolezza che turba di più: quanto grandi siano, nel concreto, le affinità tra la nostra evolutissima mentalità moderna, e gli atteggiamenti consueti, e comunemente dileggiati, della tanto arretrata società ottocentesca.
    Un minimo di riflessione è doveroso.

    Infine, una rapida considerazione sulla presente edizione del romanzo: curatissima ed accattivante sul piano grafico, ma meno soddisfacente nella sostanza, sia per la massiccia presenza di refusi, sia a causa di alcune discutibili scelte di traduzione: si noti ad esempio come in casa Carson, genitori e figli si rivolgano gli uni agli altri dandosi del "voi"; va bene sottolineare le differenze di eloquio tra gli esponenti delle classi alte e quelli della classi basse, ma arrivare a tanto mi pare un tantino eccessivo!

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  • 5

    Appena terminato, un romanzo densissimo, una trama impeccabile e dei personaggi che ti entrano in testa e non puoi più dimenticare: ho amato Alice, la sua storia, la sua figura, il suo pensiero e chia ...continue

    Appena terminato, un romanzo densissimo, una trama impeccabile e dei personaggi che ti entrano in testa e non puoi più dimenticare: ho amato Alice, la sua storia, la sua figura, il suo pensiero e chiaramente Mary, protagonista indiscussa. L'introduzione di Francesco Marroni è impeccabile, puntuale nel ritrovare e analizzare tutti i punti di snodo dell'opera gaskelliana, utile poi per approfondire un'eventuale lettura critico-esegetica. Molto buono, infine, l'apparato paratestuale del testo. La chicca che la casa editrice ha voluto mettere alla fine del romanzo è stata una piacevolissima sorpresa. :)

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  • 4

    Un'esperienza molto forte incontrare Mary Barton, è stato come aprire una voragine di dolore. Etichettarlo come romanzo sociale è riduttivo; definirei romanzo corale perché non solo storia degli opera ...continue

    Un'esperienza molto forte incontrare Mary Barton, è stato come aprire una voragine di dolore. Etichettarlo come romanzo sociale è riduttivo; definirei romanzo corale perché non solo storia degli operai vs padroni, non solo storia d'amore, ma di fede e di miseria umana. Tanti eroi disegnati sullo sfondo desolato di un'esistenza disperata.

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  • 4

    Una storia più dura rispetto a quelle a cui ci hanno abituato le scrittrici inglesi, fatta di rivendicazioni sindacali, operai, padroni, violenze, processi… un bellissimo romanzo.

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  • 3

    Tanti romanzi dell'800 hanno tratti fortemente accomunanti. Anche qui, come protagonista c'è una ragazza bella, buona, semplice e pura, pagine in cui si legge di gioia e bontà delle persone e del bene ...continue

    Tanti romanzi dell'800 hanno tratti fortemente accomunanti. Anche qui, come protagonista c'è una ragazza bella, buona, semplice e pura, pagine in cui si legge di gioia e bontà delle persone e del bene e piacere che possono farsi reciprocamente, pianti a getto continuo (e qualche svenimento, che ce lo facciamo mancare?), e Dio ("Thee"), qui un po' meno del solito. La Gaskell riflette da un punto di vista esterno sulle tensioni e disuguaglianze sociali, costruendoci su una vicenda (altro punto in comune...) in cui di rado viene meno il piacere della lettura, ma tirata per troppe pagine in cui tutto viene detto e ripetuto, e in cui la retorica, quando non emerge, è spesso sul punto di farlo. Vivida la riproduzione del linguaggio dei dialoghi tra i popolani, che introduzione all'edizione Oxford-The World's Classic ci dice essere qualcosa di nuovo nella letteratura coeva alla Gaskell; un po' stufanti le citazioni colte di poesia all'introduzione di ogni capitolo.

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  • 3

    Mentre Marx scriveva il Manifesto...

    Elizabeth Gaskell scrisse Mary Barton nel 1848, e di fatto questo è uno dei primi, se non il primo, romanzo a porre al centro della vicenda la condizione operaia nell'Inghilterra industriale del primo ...continue

    Elizabeth Gaskell scrisse Mary Barton nel 1848, e di fatto questo è uno dei primi, se non il primo, romanzo a porre al centro della vicenda la condizione operaia nell'Inghilterra industriale del primo ottocento.
    E' questo indubbiamente un grande merito del libro, che gli fruttò tra l'altro – oltre che una fulminea notorietà – le ire degli ambienti conservatori britannici.
    La Gaskell era all'epoca una giovane signora di estrazione borghese che, avendo sposato un ecclesiastico di Manchester, era entrata in contatto con la dura condizione di vita degli operai delle industrie delle Midlands, che proprio in quegli anni subivano gli effetti di una delle più tremende crisi da sovrapproduzione del primo capitalismo.
    Colpita dalla morte di un figlioletto, scrive Mary Barton con funzione quasi catartica rispetto al proprio dolore.
    Visto con gli occhi di oggi Mary Barton è un romanzo contraddittorio, che unisce ad aspetti di indubbia importanza rispetto allo sviluppo di una letteratura “degli umili”, anche elementi discutibili e, come dire, già datati all'epoca della stesura.
    Sicuramente di grande rilevanza, come detto, è l'ambientazione del romanzo: la Manchester dei quartieri operai è descritta in tutta la sua crudezza, con i suoi vicoli bui e maleodoranti, le case annerite dal fumo, gli scantinati umidi dove si ammassano intere famiglie.
    Molto lucida è anche l'analisi degli spietati meccanismi dello sfruttamento attivati dal capitalismo industriale: ci sono passi nei quali l'autrice rivela di avere compreso appieno come le forze del mercato determinino la mercificazione del lavoro, e come questa mercificazione – con l'appropriazione da parte dei padroni di buona parte del frutto del lavoro degli operai - sia la causa prima del dolore, della fame e dell'ignoranza in cui questi ultimi sono costretti a vivere.
    La storia, poi, è indubbiamente una bella storia, in cui si mescolano una vicenda collettiva – quella degli operai che anelano ad una vita migliore e lottano per questo – e una personale – quella della protagonista, giovane e bella figlia di un operaio cartista, che si affaccia alla vita e fatica a riconoscere il vero amore. Le vicende collettive e familiari si dipanano in parallelo, e non mancano i momenti di suspance e di attesa legati alla drammaticità degli avvenimenti narrati. Molti personaggi sono dotati di una loro specifica umanità, che l'autrice ci comunica con tratti a volte brillanti.
    Se questi sono gli elementi che colpiscono positivamente, non si possono tacere gli aspetti che considero negativamente.
    Innanzitutto la tendenza ad una narrazione fortemente melodrammatica, in cui i dialoghi – in particolare - risultano molte volte artificiosamente pomposi, soprattutto considerando che i protagonisti sono rudi operai di Manchester. La lingua, il tono della Gaskell non si adattano all'ambiente che descrive, e questo accentua la sensazione - crescente con l'avanzare della lettura – che il libro sia frutto di un atteggiamento paternalistico.
    Il paternalismo religioso emerge poi appieno se si considera la tesi di fondo del libro: padroni e operai hanno gli stessi interessi, e basta che gli uni guardino agli altri con occhi cristiani e trovino le occasioni per cooperare che tutto andrà meglio. La contrapposizione delle classi, la dura lotta per i propri diritti non può che generare lutti e disgrazie. Ora, è vero che il romanzo è del 1848, ma incidentalmente si può far notare che è proprio di quell'anno la pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista di Mark & Engels.
    Per questi motivi non concordo con Anna Luisa Zaso che nella sua prefazione parla di un romanzo rivoluzionario: è il romanzo di una signora che sicuramente prova pietà per la vita degli operai, che sicuramente si sente moralmente vicina a loro, che sente quanta umanità e quanto talento inespresso vi sia in quelle vite, ma che ha paura della rabbia che si accumula nelle menti, delle lotte che il movimento può esprimere, e propone quindi una prospettiva di concordia universale basata sui valori cristiani, non accorgendosi che le cause dello sfruttamento, peraltro dall'autrice come detto comprese, impediscono una tale prospettiva. In definitiva Mary Barton è un romanzo che oggi definiremmo buonista.
    Un punto della prefazione della Zaso invece mi convince, ed è quello della funzione centrale del dolore, che viene visto nel romanzo come mezzo per purificarsi e migliorare: molti sono i morti che costellano le pagine di Mary Barton, ed è proprio attraverso le sofferenze e i lutti che i protagonisti costruiscono o “migliorano” la propria personalità. Probabilmente a questo aspetto del romanzo non è estranea, oltre alla concezione etico-religiosa della Gaskell, anche la vicenda personale della perdita del figlio.

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  • 4

    ‘John Barton became a Chartist, a Communist, all that is commonly called wild & visionary.’

    Il problema colla Gaskell è la sua appartenenza di classe – e, naturalmente, la sua visione religiosa. Si deve farne tara per meglio apprezzarne l’opera – almeno cosí è per me.
    Perché questi aspetti r ...continue

    Il problema colla Gaskell è la sua appartenenza di classe – e, naturalmente, la sua visione religiosa. Si deve farne tara per meglio apprezzarne l’opera – almeno cosí è per me.
    Perché questi aspetti rendono conciliante e prudente la sua narrazione; e il suo discorso morale, piuttosto che politico, dunque inutile e inefficace: l’antifona si capisce d’altra parte fin dalla prefazione, ove lamenta che ‘bound to each other by common interests, as the employers and the employed must ever be’ invece siano in conflitto! – Questo soltanto costituirebbe un difetto invero grande...
    Ma tutto –o quasi– è riscattato dalla sua onestà intellettuale che la fa essere molto empatica verso i lavoratori: prova ne sia che fu criticata da amici, e da personaggi della sua stessa parte, che la videro schierata coi ‘men’ piuttosto che coi ‘masters’ – ovvero non neutrale, non obbiettiva... d’altra parte nulla di nuovo: solo i padroni –è cosa notoria– conoscono il bene generale, oltre ai loro sicofanti e lacchè vari...
    La Gaskell non volendo esser, con tutta la sua pietà e discernimento morale (se non precisamente economico...) né l’uno né l’altro narra una buona storia, – ottima se non fosse, appunto, per le concessioni al tentativo (religioso) di conciliare ed escludere ogni implicazione «sovversiva»: come la trama stessa, la sua conclusione, la figura di John Barton mostrano.
    Confesso di preferire ancora North & South (e la sua intraprendente protagonista!) – ma la prima parte sopra tutto, che si concentra sulla vita degli operai di Manchester –sulla loro vita privata, in verità, più che quella di fabbrica– è davvero pregevole, narrata con tono affatto realistico e, come già detto, empatico: mostrandone aspetti anche particolari –e spesso ignorati– come la passione entomologica dell’autodidatta Job Legh!
    Comunque, un libro importante, politicamente quanto artisticamente – per rammentarsi di quale insulto clamoroso fosse un volta ‘Owenite’: il nome del padre, per molti aspetti, del sindacalismo, un benefattore che si trova usato come paradigma della nefandezza di voler l’eguaglianza dei godimenti... solo la cialtroneria dei ‘masters’ (che tali rimangono, quale che sia il nome che si vuol loro attribuire!) può arrivare a tanto... quindi – viva Owen!
    P.S Naturalmente trattare come atto politico -in relazione al Cartismo, ma non solo– il gesto di John Barton è fuorviante, di là da ogni questione morale!

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  • 5

    Finalmente un libro in cui la fervente religiosità dell'autrice ben si fonde e si bilancia con la storia dei suoi personaggi.
    Stupisce un po' che, in questo suo primo romanzo, non esista alcuna figura ...continue

    Finalmente un libro in cui la fervente religiosità dell'autrice ben si fonde e si bilancia con la storia dei suoi personaggi.
    Stupisce un po' che, in questo suo primo romanzo, non esista alcuna figura ecclesiastica. La storia è pregna di drammi che coivolgono Mary e quelli a lei cari, ben ci sarebbe stato un uomo di chiesa, invece qui i "consigli" religiosi si limitano a passare per bocca della gente comune. Ne vien fuori un lavoro molto più godibile rispetto agli altri letti in precedenza, non appesantito da continue citazioni bibliche e sermoni vari.

    Opera prima che, anche se nata in età ormai matura, porta evidenti tutti segni della genuina passione che solo le iniziazioni possono generare.

    La storia non si discosta molto dalle solite del periodo in cui è ambientato il libro, Mary Barton è o potrebbe essere una delle tante ragazze perdute. Fa da sfondo la Manchester del 1840 circa, una metropoli minacciata dalla crisi industriale, dalla fame e dallo sciopero, tutti temi cari all'autrice. Il padre di Mary è un membro del sindacato attivamente coinvolto nella lotta operaia dei tessitori. La sua stessa famiglia si ritrova, come tante, a scivolare inesorabilmente verso la povertà. La fame, la rabbia e la disperazione lo spingeranno a compiere scelte deprecabili.
    Le vicende di Mary Barton sono totalmente coinvolgenti, la storia d'amore si alterna a quella più dura e realista dei lavoratori. Le pagine volano via velocemente e ci si ritrova a leggere spasmodicamente per giungere al finale, salvo poi chiudere improvvisamente il libro per il motivo opposto.
    E qui riconosco la Sherazade di Dickens.
    E questo è tutto ciò che mi aspetto da un buon libro.

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