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Mason & Dixon

Di

Editore: Rizzoli (La scala)

4.0
(179)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 736 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Francese , Danese

Isbn-10: 8817862061 | Isbn-13: 9788817862066 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Massimo Bocchiola

Disponibile anche come: Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
L'astronomo Mason e il topografo Dixon, scienziati britannici del XVIII secolo, hanno personalità opposte ma sono accumunati, oltre che dalla tendenza a bere più del dovuto, dalla fede assoluta nella ragione. Impegnati, in coppia, in numerose ricerche astronomiche per incarico del re d'Inghilterra, i due passano alla storia come i creatori di quella che tutti gli americani conoscono come la "linea Mason-Dixon", cioè il tracciato di confine tra la Pennsylvania e il Maryland. E questa è una delle immagini chiave del libro.
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  • 4

    Non so se è il Pynchon migliore, preferisco V. a dirla tutta, e forse anche l'Arcobaleno, ma di certo il più ostico. Si resta sempre tramortiti, nel migliore dei casi una botta in testa salutare, dall ...continua

    Non so se è il Pynchon migliore, preferisco V. a dirla tutta, e forse anche l'Arcobaleno, ma di certo il più ostico. Si resta sempre tramortiti, nel migliore dei casi una botta in testa salutare, dalla mole di informazioni e dettagli tecnici di cui Pynchon è a conoscenza e che infarciscono le girandole delle sue pagine: siano leggi fisiche, termodinamiche, economiche, astronomiche, addirittura culinarie; e dati storici, citazioni da erudito, ad esempio una en passant in cui riesce, facendolo sembrare facile come bere un bicchier d'acqua minerale, a citare i cicinielli napoletani sulla pizza, ingrediente che effettivamente al tempo si usava. Decisamente, una mente MOSTRUOSA. Come scrittore, che dire? Pynchon cambia registro in continuazione, la comicità a volte è semplicemente geniale, in settecento pagine la stanchezza spesso potrà assalirvi ma vale la pena andare avanti. Non perché finito potrete dire di aver concluso il Pynchon più difficile, col suo linguaggio-parodia settecentesco, né per vantarvi con gli amici di esservelo fatto piacere a forza. Se tutto va come deve andare, vi sarà difficile separarvi definitivamente da Mason e Dixon. Vi affezionerete molto, troppo. E Pynchon è pur sempre un uomo. Negli ultimi capitoli, la Melanconia scenderà sui vostri occhi. E finire l'ultimo paragrafo, chiudere con uno scatto secco il libro e tirare il proverbiale sospiro di sollievo non sarà come l'avevate immaginato quando leggevate il primissimo capitolo.
    Come tutti i libri di Pynchon, avvertimento: chiede di essere riletto. A gran voce.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi perplimo ammirato, come quando vedo il gigante più bisboccione far piano piano piano per non turbare il sonno alla formichina incontrata a caso su un prato del suo tragitto trotterellante a più non posso.

    In media ci metto un tre letture in cinque anni, per arrendermi all’opera di genio che è ogni romanzo di Pynchon. Lo leggo, lo obietto, interrompo la lettura. Lo ricomincio, magari lo finisco pure, lo ...continua

    In media ci metto un tre letture in cinque anni, per arrendermi all’opera di genio che è ogni romanzo di Pynchon. Lo leggo, lo obietto, interrompo la lettura. Lo ricomincio, magari lo finisco pure, lo bollo “Quanto blablableggia questo, caspitazzo…”. Lo leggo la terza volta, mi abbandono alla serenità, al benessere, il mio giudizio ‘autonomo e critico e sfaccimmoso’ l’ho già deposto come da ligia anitra meccanica, allora Pynchon mi fa entrare nel mondo spettacolare del suo immaginario e io, che più di pochi giorni non voglio stare da nessuna parte, altrimenti “mi affeziono”, mi riscopro contentissimo, di averci piantato le tende pure per qualche mese. Perché gli altri posti, gli altri libri cioè, sono posticini, luoghi scialbi, comuni va’. Pynchon invece è un mondo. E stare in un mondo per qualche mese, in proporzione, è come esser stato in un posto qualche ora. Resto in linea.

    Con “L’arcobaleno della gravità” fu la più dura, e fu bellissimo, infine. Con “Vineland”, l’ultimo letto, è stato quasi troppo facile, al confronto, ma è stato bello lo stesso – e è Pynchon che ti porta a coltivare dubbi di questo tipo: - Come può essere stato bello senza esser stato un’impresa? Quale Lancillotto si innamorarebbe perdutamente di Ginevra impegnando tutto se stesso nel perdere tutto per averla, se Ginevra per darglisi tutta non gli avesse lasciato neanche il tempo di fare il cambio di lancia, anzi, se nella speranza di fiondarsi su quella che impugna più spesso, l’avesse pregato di far tutto lì su due piedi, lui ancora vestito: in armatura!, o se non su due piedi, sul cavallo: o col cavallo!

    Con “Mason & Dixon” m’è bastato una prima sveltina di lettura (seguirà una seconda lettura, precisa, tra uno o due anni, e solo tra un tre o quattro anni una lettura-lettura) a farmi avvertire, oltre all’evidente necessità di leggerlo in lingua originale per godermene il gioco, un maggior senso di specchiamento dello scrittore nel suo narrato e come Pynchon, salutato dalla fiacca critica letteraria a corto di neologismi come post-moderno, sia il più classico degli scrittori: uno scrittore classico scrive, e si legge, per fare l’esperienza di un mondo a parte, un mondo possibile, con le sue altre regole e la sua allegria di eccezioni una più necessaria e indispensabile dell’altra. Lo scrittore non ha fretta, non ha causa, non ha condizioni, non ha senso se non quello o quelli che decide di darsi. Pynchon è uno scrittore al di fuori e al di sopra delle competizioni delle province della letterarietà. Si diverte, e diverte. Quindi ci sta che a pelle mi respinga, la sua totale indipendenza dal lettore, il bastare a se stessa della sua letteratura che barrisce di vita. Io ho un brutto rapporto con gli immortali da vivi.

    Divento – dunque già lo sono – un lettore ansioso, un pessimo lettore, sempre meno un lettore e più un uomo qualunque alle prese con le ragionerie del tempo-che-non-basta-mai e che se proprio si deve perdere: “che lo si perda bene”(??).

    Quando leggo Pynchon inizio dicendomi “Non gli mi darò!” e finisco pensando “Voglio darmigli dippiù!”. Come certi uomini e certe donne, che lo sanno!, che se vogliono avere qualche speranza di conquista verso l’uomo o la donna dei loro desideri dovrebbero procurarsi una dignità come non ne hanno mai avuta prima, e che lo stesso finiscono a grattare alla loro porta offrendogli la lingua come stuoino, e di tutto il resto ne facciano comunque quel che meglio o peggio credono. Quindi la mia preventiva avversione emotivo-intelletuale verso Pynchon è di natura difensiva. È brutto vedersi nell’atto di offrire il proprio corpo perché gliene si facciano di ogni e sentirsi rispondere “Non saprei cosa farmene, di quel corpo là; non puoi leggerti il romanzo in buona pace come una di quelle persone normali che non esistono più e che chissà se sono mai esistite, nei miei romanzi no di certo?”

    Quando cominci a pronunciare, o a ipotizzare di poter pronunciare, parole come “tempo-di-qualità” o “razionalizzazione-del-tempo”, è tempo di rassegnarsi al proprio fallimento esistenziale e di lasciare due righe e poi via!, a correre gagliardi verso il prossimo emozionante e mezzofiato fallimento esistenziale! Quelle due righe non le lascia quasi nessuno. Lo vedi, allora?, che non è mica vero che oggi possono scrivere tutti, o che a scrivere tutti almeno ci provano? Scrivono sempre in pochi. Per saper scrivere due righe devi essere uno scrittore. Per mandare tre trilogie a stampa, beh, per quello basta averci la voglia o lo sfizio.

    Ieri pomeriggio, mentre saltellavo tra i capitoli del romanzo manco la linea di Mason e Dixon fosse una corda di quelle con cui quando ero ragazzino io ci giocavano ancora le ragazzine (ma di che secolo sono??), di sottecchi ho guardato una intervista da nastroteca targata RAI a Giorgio De Chirico, che per il solo fatto di non aver scaraventato dal balcone il giornalista andava premiato con qualcosa di memorabile. De Chirico dipingeva un suo quadro (poi l’ha venduto pure), il giornalista fuori campo gli faceva domande del tipo “Quella è una marina greca dei suoi ricordi?” e lui “Sono montagne, e no, non è un mio ricordo.” “E quel sole sul cavalletto cosa significa?” “Non significa niente, è un sole sul cavalletto.” “Maestro, ci fa il filo tra le due lune? Ci sta finendo la pellicola?” “D’accordo, lo faccio.” “Maestro, lei non vuole rispondere.” “Mi dica lei cosa vuole che le dica, che si fa prima.” De Chirico dipinge un sole su un cavalletto e al giornalista non basta: lui vuole sapere di più, e il suo di-più è il da dove è venuto questo sole, di che marca è il cavaletto, e soprattutto: cosa significa? Ovvero: per chi avrebbe votato quel sole? Quale banalità risentita un miliardo di volte poteva comunicare, alla gente-a-casa, quel quadro? Il giornalista chiedeva a De Chiriico di non essere De Chirico e di diventare un giornalista della RAI come lui. Come non bastasse da sé l’invenzione di un sole su un cavalletto, all’interno di un quadro su un cavalletto, dipinto in uno studio diventato per l’occasione un set televisivo, a aver scombussolato le percezioni e le convenzioni. Che imbecille immortalato, il giornalista RAI e la sua intervista con la quale alla fine non ha detto niente in più su De Chirico ma tantissimo sui limiti del giornalista e sul giornalismoculturale(…) e sui limiti di chiunque non voglia accettare l’evidenza: l’arte ha il suo linguaggio e è con quel linguaggio che si esprime, e tutto ciò che prova a prescinderne (De Chirico odia le parole ‘foschia’ e la locuzione ‘a prescindere’, per questo ho scritto a-prescindere, anzi ora dopo la chiusura della parentesi lo scrivo ancora più antidechiricamente) tutto ciò che prova foscamente a prescindere dall’opera d’arte è testimonianza dell’incompetenza e dell’insensibilità, della pigrizia, della stupità, della mancanza di rispetto dunque di ascolto, da parte del fortunato usufruitore che prova sempre a diventare un disgraziato sfruttatore. L’opera d’arte è quel che è, il resto sono cazzi, e i tuoi!

    Dovevo ascoltare De Chirico, greco-italiano, per comprendere un’altra volta quanto ogni volta sia balordo il mio approccio a un’opera di Thomas Pynchon l’americano ‘troppo americano,’ come talvolta mi dico lui sia per fornirmi una balla consolatoria.

    “Mason & Dixon” in un giorno puoi sfogliarlo per bulleggarti nel dire che sfogliarlo è quasi lo stesso che leggerlo, osservazione valida per chi crede che un quadro un colpo d’occhio e via, l’hai visto, e in una giornata passata in malattia dal lavoro ho disbrigato il carico di lettura di una-due settimane, questa la stima nel caso l’avessi letto sul-serio ovvero divertendomi nel farlo senza badare minimamente a quanto tempo ci stavo mettendo o a quanto ce ne avrei messo (la capacità di sapersi abbandonare al godimento senza badare al tempo che il godimento consuma dicono ce l’abbiano i bambini e chi abbia trovato il modo di farseli sopravvivere dentro, io non ce l’ho mai avuto, credo che la mia bambinità si sia consumata alla sveltissima, e verso i cinque anni già ricordo che qualsiasi gioco era crepato all’interno della consapevolezza della fine-dei-giochi a cui era destinato, quindi volevo finalizzare il gioco a uno scopo, a un ricavato, a qualcosa da trattenere, e una lotta tra pupazzi diventava non uno svago ma un esperimento per quando la lotta avrei dovuta farla io e quindi, per dare un senso – una scusa – al gioco, poi dovevo assicurarmi di darmi a botte con qualcuno quanto prima).

    Il piacere della lettura l’ho trasformato, si trasforma, in un dovere di presa visione. Si disimpara a godere così, ammesso lo si sia imparato. Pynchon è il godimento della scrittura. Chi non sa godere, non è un lettore per lui, che se lo sappia meritare. A me, che non me lo sappia mai godere a-prima-botta, ‘sta cosa fa rosicare parecchio.

    Utilizzo il mio degrado intellettuale (se la sola ragione, chiamata ‘ragione’ per comodità lessicale, di una tua esperienza letteraria non è una curiosità pura 90 parti su 100, la tua non sarà una esperienza ma il tentativo di sfruttamento di qualcosa su qualcosa – e te e il libro sarete due qualcosa qualsiasi a pari grado) però come banco di prova per la letteratura.

    Quando un’opera se ne frega del tempo che voglio concederle e sa estorcermi il tempo che pretende per sé, nonostante il disagio, l’irritazione e talvolta la sofferenza che mi provoca l’obbedire al suo ritmo, sono alle presa con un’opera di letteratura. Dostoesvkij è il primo a avermi domato. Ultimamente, a avermi domato (oltre alla donna che ho sposato e che è la sola a provocarmi quel che altrove mi provoca la letteratura) sono stati Heine, Mann, Mo Yan, Vollmann, Turgenev. O Kafka. Ma Kafka – sarà pure per questo che nessuno gli contesta il suo essere uno degli immortali novecenteschi – in tutta la sua vita non ha scritto quanto Pynchon in un suo romanzo! Un libro di Kakfa, per quanto ti vedi costretto a ritornare su una delle sue bastarde frasi sprofondanti, in un mese te lo fai fuori. Se a Pynchon concedi l’attenzione che si merita un Kafka potresti creparci, in un suo romanzo, non arrivando che alla sua metà. Neppure il crudele Kafka avrebbe progettato una tortura talmente kafkiana. Pynchon, e concludo il ragionamento!, invece non mi doma. Sono sempre io a dovermi dare la forza per farmi dono di un’opera di Pynchon. In lui non c’è niente della ‘violenza’ seduttrice delle opere di altri grandi scrittori. Non usa la forza della scrittura per avvincerti. No, non ti cattura. Sei proprio tu, se così vuoi o se così credi di volere, che devi entrare nella sua opera. È una scrittura titanica che ti lascia liberissimo, non applicandoti più pressione di una farfalla quanto ti si posa sul naso.

    Pynchon, e per ora la pianto a fagiolo qui, è lo scrittore più nonviolento e il più onesto che abbia mai letto.

    ha scritto il 

  • 2

    Agotador

    Llegué a esta novela tras muchas lecturas de críticas situándola como una de las cumbres de la Literatura. Como buena alta cumbre me ha costado una barbaridad culminarla. Casi ocho meses de lectura co ...continua

    Llegué a esta novela tras muchas lecturas de críticas situándola como una de las cumbres de la Literatura. Como buena alta cumbre me ha costado una barbaridad culminarla. Casi ocho meses de lectura con idas y venidas a otros textos para descansar (el libro requiere tirar de Wikipedia constantemente para poder seguir sin perderse en los detalles políticos, científicos y sociales del siglo XVIII).
    Como demostración de capacidad técnica, la novela es un prodigio. El autor maneja estilos y géneros con una maestría excepcional y la cantidad de referencias y homenajes es pasmosa.
    Sin embargo, el libro no tiene alma. Conectas con los personajes en contadas ocasiones. Pynchon escribe para que admiremos sus capacidades, no para hacer disfrutar al lector: nos pone deliberadamente complicado acceder a la historia (leí algún capítulo en inglés y es aún más demencial pues emplea contracciones, mayúsculas y alteraciones de grafía simulando la escritura del XVIII sin más propósito que hacer el texto más impenetrable. Es de agradecer que el traductor (impecable) de la obra al español haya decidido prescindir de esa complicación absurda).
    Abstenerse aquellos que busquen una novela de aventuras o divulgación científica. Se trata de un maratón intelectual sin otra recompensa que la satisfacción personal de ser capaz de terminarlo.

    ha scritto il 

  • 3

    come sempre con Pynchon, fascino e complessitá vanno di pari passo.
    devo dire che rispetto alle atmosfere hippy e post-68ine es. in Vineland e Vizio di Forma, l´ambientazione "d´epoca" giova allo scri ...continua

    come sempre con Pynchon, fascino e complessitá vanno di pari passo.
    devo dire che rispetto alle atmosfere hippy e post-68ine es. in Vineland e Vizio di Forma, l´ambientazione "d´epoca" giova allo scrittore, anche se poi rimane un´opera fortemente pynchoniana. Niente trama, miriadi di personaggi, canzoncine, fantasticherie, riferimenti a volte reali, a volte fallci, tanto per far compulsare inutilmente Wikipedia.
    Molti critici hanno visto un filo conduttore sulla Globalizzazione (il tema c´é), o sulla storia dell´America (anche questo), ma io ci ho visto in primis la descrizione di un´amicizia virile e due personaggi umani, veri (in effetti la storia é vera...) come non sempre a Pynchon riesce.
    Come spesso capita, a volte ti senti quasi preso in giro, o Ubriacato dalle FInte di Corpo, lui vuole dimostrare di essere il piú bravo, il piú colto, il piú inventivo, il piú folle, qui ci si mette anche un linguaggio ricalcato sul romanzo dell´epoca, orologio diventa "Oriuolo"; strumento "Istromento"; i sostantivi sono maiuscoli, e cosí via, cosa che certamente é un´ulteriore sfida al lettore.
    Ma ne vale la pena davvero, tanto da chiedersi (come spesso succede con Pynchon) se dopo una prima lettura diciamo tra spontanea e "ragionata" non sarebbe giusto ri- leggerlo una seconda volta in maniera SOLO spontanea e una terza in maniera SOLO ragionata
    (ecco la seconda e la terza magari tra qualche anno, eh?)

    http://www.recensireilmondo.com/

    ha scritto il 

  • 3

    Per continuare a scroccare l’ospitalità dei parenti ed evitarsi così i rigori dell’inverno, il non certo specchiatissimo rev. Cherrycoke (l’onomastica dei personaggi è, come al solito, superlativa) ra ...continua

    Per continuare a scroccare l’ospitalità dei parenti ed evitarsi così i rigori dell’inverno, il non certo specchiatissimo rev. Cherrycoke (l’onomastica dei personaggi è, come al solito, superlativa) racconta alla famiglia l’avventura dell’astronomo Mason e del topografo Dixon, inglesi incaricati di disegnare la linea che divide la Pennsylvania dal Maryland e che, più tardi, separerà Unione e Confederazione. Se, però, dovessimo sottoporre Pynchon alla stessa prova affrontata dal reverendo, probabilmente qualche giretto fuori al freddo finirebbe per farlo: questo ponderoso librone di oltre settecento pagine, infatti, è sì pieno di spunti brillanti e divagazioni fantasiose, ma il risultato complessivo finisce per essere inferiore a quello di altre opere dello scrittore di Glen Cove. Ad esempio, sarà anche per colpa della circostanza che tutti quanti bevono in quantità imbarazzanti, ma sono davvero troppi i momenti in cui non si capisce bene dove ci si trovi o chi stia parlando – emblematico può essere il capitolo 23 – e, inoltre, c’è qualche spunto interessante che viene abbandonato troppo presto, come il Cane Sapiente (e parlante) d’Inghilterra che dopo poche pagine ci assicura che siamo entrati di nuovo nel mondo pynchoniano, a confronto di altri tirati un po’ per le lunghe e in merito si veda l’episodio di Sant’Elena. Si tratta, in ogni caso, di imperfezioni che non spingono a rinunciare a fare il piccolo sforzo per seguire le avventure e le elucubrazioni della coppia protagonista, nonché dei millanta personaggi che li circondano. Siccome il libro è ambientato nel Settecento, lo scrittore utilizza l’inglese del tempo (o quello che potrebbe essere l’inglese del tempo, con il sovrappiù delle maiuscole per tantissimi sostantivi) e bisogna dare merito a Massimo Bocchiola di aver tradotto il tutto in stile con notevole efficacia: la musicalità della frase è spesso un valore in sé a prescindere da quel che racconta, come nel meraviglioso incipit, e la resa riesce a essere all’altezza. Il malinconico Mason, che incontra con frequenza il fantasma della moglie deceduta, e l’effervescente Dixon incrociano le loro vite su di una nave diretta in Sudafrica dove i due si recano per studiare il transito di Venere, battibeccano sovente e senza risparmiarsi cattiverie, ma finiscono per attrarsi come tutti gli opposti: attorno a loro si muovono innumerevoli figure, ora di fantasia ora reali (gli sballi elettrici di Franklin, la ganja di Washington, Jefferson che prende a prestito una chiacchiera di Dixon per la ricerca della felicità), che vivono ogni sorta di avventura accennando o proclamando teorie che non si capisce mai se abbiano un fondamento storico o siano state inventare lì per lì (non che abbia poi qualche importanza stabilirlo, perché suona comunque bene questo discettare di geomanzia, terra cava, deismo, rapimenti alieni e molto altro). Non possono mancare, ovviamente le situazioni e i momenti – spesso racconti nel racconto - difficili da dimenticare: le donne ninfomani di casa Vroom che concupiscono tutte Mason, la parabola del cuoco Armand e l’anatra meccanica che lo segue ovunque, il giardino dei vegetali giganti e il formaggio di analoghe dimensioni che rotola spiaccicando ogni cosa sul suo cammino, il rapimento di Eliza e la sua fuga dal Canada in compagnia di uno fuso mica male come il cinese Zhang, la rivisitazione del verme di Lambton, lo svedese Stig e la sua inquietante ascia, il piccolo popolo che vive all’interno della Terra dalle parti del Polo Nord, per non parlare dei gesuiti visti come una sorta di Spectre. Dove lo scrittore ritorna all’improvviso serio è quando guarda alla storia della nascita del suo Paese, con i miti fondativi messi a confronto con la brutalità nei confronti degli schiavi e degli indiani in aggiunta alla considerazione del fatto che tracciare un confine tirando semplicemente una linea (o, forse, tracciare un confine e basta) sarà, prima o poi, foriero di disgrazie tra coloro che vivono da una parte e quelli che stanno dall’altra.

    ha scritto il 

  • 5

    Mason & Dixon è un altro tassello nel mondo surreale di Pynchon.Non dà un affresco dell'America nel settecento.Non è un romanzo storico.Ci troviamo di fronte al vecchio Thomas che racconta la storia d ...continua

    Mason & Dixon è un altro tassello nel mondo surreale di Pynchon.Non dà un affresco dell'America nel settecento.Non è un romanzo storico.Ci troviamo di fronte al vecchio Thomas che racconta la storia di un astronomo e un topografo in un mondo folle e grottesco.Le peripezie iniziano a Capo di Buona Speranza per studiare il transito di Venere e si spostano poi in un America in formazione,in conflitto ma sicuramente non pre-rivoluzione americana piuttosto inserita in quel contesto ma pienamente post-moderna.In realtà questo romanzo risulta essere leggermente meno ostico dell'Arcobaleno della Gravità.Meno schizofrenico,non lineare e forse più diretto e classico nel suo svolgersi.Naturalmente per quel che vale;stiamo sempre parlando di Pynchon.Dobbiamo abituarci a un inglese del settecento che richiama Dickens,un ritmo nella lettura quasi musicale che si era ed è completamente perso nei romanzi contemporanei.Un valore aggiunto all'opera non è solo l'utilizzo dell'inglese del settecento ma anche la splendida traduzione.Massimo Bocchiola utilizza un italiano (oriuolo=orologio per fare un esempio)ormai completamente dimenticato e riesce nella sua difficoltà a rendere benissimo l'opera nonostante la diversità delle due lingue.Sarebbe in ogni caso d'uopo leggerlo in inglese.Ritornando al ritmo della scrittura,non ci troviamo,quindi,di fronte alle "mitragliate" di parole che permeavano l'Arcobaleno ma a un uso delle frasi degne di una danza.Il romanza analizza il fenomeno della globalizzazione,l'uso della storia e forse in tono minore la critica al sistema americano.Per Pynchon la globalizzazione non è un fenomeno degli ultimi 20 anni ma una parte integrante della storia dell'uomo sin dai tempi coloniali.La colonizzazione è in realtà globalizzazione e segue gli stessi iter.Imperi o sistemi occidentali che delocalizzano in paesi non industrializzati per portare un sistema fascista e imporre un modo di vivere completamente diverso da quel contesto.Oltre a questo,abbiamo la ridiscussione del concetto di Storia;ma sopratutto il bisogno di un confronto mai come ora necessario per ridisegnare certi luoghi comuni della civiltà umana.Uno dei concetti più forti è riassunto nella frase: Who claims truth,truth abandons. Chi si crede vincitore e depositario della storia non può che vedersi scippare da se stesso la verità della sua percezione storica.
    Si potrebbe continuare all'infinito ma credo che mi debba fermare per non risultare esageratamente noioso.Cani parlanti,anatre meccaniche(ricorda tanto Le Canard digérateur -l'anatra digeritrice-di Jacques de Vaucanson),il vermo (il verme di lambton),fantasmi inglesi (il fantasma di baker street)c'è veramente di tutto per non annoiarsi.Credo che un comportamento da intellettuale radical-chic non sia chi affronti una lettura del genere cercandola di capirla senza mitizzarla, ma il suo contrario,ovvero chi vuole per pregiudizio svilirla dipingendola come "masturbazione letteraria"senza arte né parte.Mi mancherete Mason,Dixon,Rev.Cherrycoke,Maskelyne....mi mancherete.Non perdete tempo con altri autori,la letteratura post-
    moderna inizia e si completa qui.

    ha scritto il 

  • 4

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    fraudio, spring-2013, adventure, african-continent, amusing, biography, britain-england, dodgy-narrator, doo-lally, epic-proportions, execution, historical-masturbation, historical-fiction, london, fantasy, north-americas, philosophy, poetry, published-1997, sciences, seven-seas, slaves, tbr-busting-2013, teh-brillianz, too-sexy-for-maiden-aunts, war
    Read from May 18 to 21, 2013

    Jenny found this helpful link: http://masondixon.pynchonwiki.com/wik...

    Opening: Snow-balls have flown their Arcs, starr’d the Sides of Outbuildings, as of Cousins, carried Hats away into the brisk Wind off Delaware, - the Sleds are brought in and their Runners carefully dried and greased, shoes deposited in the back Hall, a stocking’d-foot Descent made upon the great Kitchen, in a purposeful Dither since Morning, punctuated by the ringing Lids of various Boilers and Stewing-Pots, fragrant with Pie-Spices, peel’d Fruits, Suet, heated Sugar, - the Children, having all upon the Fly, among rhythmic slaps of Batter and Spoon, coax’d and stolen what they might, proceed, as upon each afternoon all this snowy Advent, to a comfortable Room at the rear of the House, years since given over to their carefree Assaults.

    Need to have the beautiful Knopfler/Taylor song

    I find this useful too: http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_...

    Sheer genius, and I've saved the file for a re-visit in my rocking chair years.

    TBR Busting 2013
    mp3
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    ha scritto il 

  • 2

    Un tempo probabilmente lo avrei gradito di più.
    Ora leggo veramente con difficoltà libri dallo stile così volutamente complesso e arzigogolato da non capire cosa sta succedendo anche per diverse pagin ...continua

    Un tempo probabilmente lo avrei gradito di più.
    Ora leggo veramente con difficoltà libri dallo stile così volutamente complesso e arzigogolato da non capire cosa sta succedendo anche per diverse pagine di fila.
    C'è da dire che quando ci si fa l'abitudine, la situazione migliora e si apprezza l'umorismo, l'ingegnosità, l'infinità di aneddoti e la cultura enciclopedica di questo comunque straordinario autore. Ma lo scoglio iniziale è durissimo (ero lì per lasciare giù il libro, cosa che avrò fatto non più di 2-3 volte in vita mia).
    Inoltre ho letto una versione senza note a pie' di pagina e moltissimi riferimenti sono quasi impossibili da cogliere (e dire che sono anche appassionato di quel periodo storico). Certo che con l'aggiunta delle note necessarie la mole del libro comincerebbe a trascendere le umane possibilità...
    Insomma per me questo romanzo è stato "troppo" in tutti in sensi, forse anche l'Arcobaleno delle Gravità non mi piacerebbe più se lo rileggessi oggi. A chi volesse approcciare qualcosa di Pynchon consiglierei sicuramente "L'incanto del lotto 49", che dà un assaggio della genialità dell'autore in un formato ancora accessibile.

    ha scritto il 

  • 5

    DIS-UMANO

    E' stato quando l'ho letto la seconda volta che ho fatto questo pensiero:" Questo scrittore non compare mai in pubblico perchè, probabilmente, uno che scrive così non può esistere realmente.

    ha scritto il