Memoriale

Di

Editore: Einaudi Tascabili

3.8
(237)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 234 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806125125 | Isbn-13: 9788806125127 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
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  • 4

    Non sappiamo dove l'esistenza di Albino abbia deragliato, quando abbia perso il contatto con l'umanità omologata che lo circondava. È stata la guerra? La prigionia? Da quello che racconta Albino non s ...continua

    Non sappiamo dove l'esistenza di Albino abbia deragliato, quando abbia perso il contatto con l'umanità omologata che lo circondava. È stata la guerra? La prigionia? Da quello che racconta Albino non sembrerebbe. O almeno non in una forma consueta, niente morti, fucilazioni, torture; i ricordi traumatici di Albino legati alla guerra si limitano allo stato di emarginazione cui era relegato dai suoi commilitoni.
    La mia idea personale è che il protagonista è crollato nel momento in cui è stato costretto a uscire da quel piccolo universo fine a se stesso nel quale viveva: la fattoria, la chiesa, i campi coltivati, la vista del lago e la presenza silenziosa e opprimente della madre.
    Messo difronte alla società con la quale non riesce a comunicare, Albino espande il suo io fagocitando quanto lo circonda e rendendolo parte di un proprio universo distorto.

    PS: alla fiera della piccola editoria mi chiesero: "che libri ti piacciono? Gialli? Fantascienza?" Risposi "né gialli, né fantascienza" e la risposta rimase sospesa. Che libri mi piacevano? Questo bellissimo libro di Volponi era già sul mio comodino, ma ancora non ne avevo iniziato la lettura. Peccato, avrei saputo cosa rispondere.

    ha scritto il 

  • 5

    La fabbrica come malattia

    Capolavoro atipico della letteratura industriale italiana, per certi versi una via di mezzo tra Donnarumma all'assalto di Ottieri (ma dal punto di vista unico di un operaio) e il Padrone di Parise (m ...continua

    Capolavoro atipico della letteratura industriale italiana, per certi versi una via di mezzo tra Donnarumma all'assalto di Ottieri (ma dal punto di vista unico di un operaio) e il Padrone di Parise (ma senza il sarcasmo). Il Saluggia di Volponi è una vittima di un sistema impalpabile e incontrollabile, troppo grande per la sua esile forza mentale. Grande libro, a tratti davvero straziante.

    ha scritto il 

  • 4

    “L’ultima sera dell’anno cominciò a nevicare. Dalla parte del lago non si vedeva niente; si sentivano le anatre selvatiche: forse si mischiavano due branchi o si preparavano a partire. Insieme al loro ...continua

    “L’ultima sera dell’anno cominciò a nevicare. Dalla parte del lago non si vedeva niente; si sentivano le anatre selvatiche: forse si mischiavano due branchi o si preparavano a partire. Insieme al loro grido sentivo ancora, fermo sul lago, il mio, perché la neve conserva i rumori e le tristezze, come la paura”.

    Considerato un luminoso esempio della cosiddetta “letteratura industriale”, “Memoriale”, un romanzo che ha indubbiamente al suo centro la fabbrica e le modalità di vita e di rapporti umani che essa impone, contestualizzate negli anni del boom economico italiano, come tutte le opere geniali dello spirito e della creatività umane trascende ogni definizione o etichetta e, pur alludendo nell’ambientazione, in alcune tematiche, nella scelta di personaggi emblematici, nel racconto di alcuni avvenimenti genericamente riferibili ai rapporti di classe all’interno del mondo della produzione industriale, al rapporto tra l’uomo e le strutture produttive, spezza le barriere dell’incasellamento di genere e ne prende quasi le distanze, senza negarne validità o senso ma sopravanzandolo in complessità. Il lungo racconto di Volponi mi appare, addirittura, caratterizzato da una sfumatura decisamente intima; è in ogni sua parte e come annuncia il titolo, una articolata memoria, forse tesa ad assurgere in qualche modo ad esperienza condivisibile o emblematica, o comunque aperta a tale possibilità, memoria individuale che, rendendosi pubblica, assurge alla dignità di un memoriale. Saluggia Albino, voce narrante e protagonista del romanzo, ripercorre con scrupolo di recensore e con coinvolgente intensità emotiva l’insorgere e l’acuirsi di una paranoia che lentamente si manifesta e si aggrava, determina e ostacola la sua esistenza, fino a diventare l’essenza stessa della sua personalità. Un processo lungo e complesso, che occupa gli articolati spazi narrativi del romanzo, introdotti da un incipit nitido, classicheggiante e ritmicamente armonioso, ma anche lucidamente allusivo al contesto storico di riferimento – “I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla prigionia in Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco, mi rigettasse.” – e conclusi da una pagina di pura e disarmante poesia, talmente accorata e delicata nel delineare il nitore del paesaggio naturale della terra natale colta sul limitare della morta stagione, da provocare nel lettore un sobbalzo per lo strappo improvviso della categorica negazione con cui essa, insieme al romanzo, si chiude: “A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”. Quello che le lunghe memorie ripercorrono è il travaglio di un’anima pura aggrappata all’idealizzazione di sé, del suo mondo, del suo progetto di vita, drammaticamente ostacolata dalle condizioni esterne, dalle strutture sociali, ambigue ed estranianti, che, apparentemente accoglienti, essa avverte come subdolamente nemiche. “Io ho questa sorte del silenzio”, in questo modo Saluggia riconosce lo stigma della propria diversità, il male che si insinua nel suo essere, molto prima dell’insorgere della vera malattia – la tubercolosi che ne discende quasi come una conseguenza logica – quel mondo interiore troppo ricco ed esigente, quella incapacità di galleggiare nelle acque del sentire comune, di abituarsi ai ritmi della vita semplificandola e accettandone la superficialità. Saluggia vive perennemente nell’ansia della non appartenenza, guarda alla vita come ad un ininterrotto seguito di prove da superare o da fallire: superarle significa meritarsi a pieno titolo il diritto all’inserimento nel mondo e all’approvazione della società, ogni fallimento non è che la riprova evidente della propria inadeguatezza ma anche dell’esistenza di una cospirazione generalizzata che si accanisce contro di lui: “Riguardando la mia vita posso vedere che il male ha sempre lottato contro di me dal giorno in cui sono partito da Avignone e che da allora si è servito dei fatti più attesi e più innocenti, delle mie stesse speranze, per colpirmi facilmente e con forza”. Volponi ha il merito di aver esaltato la psicologia del suo personaggio, di averle permesso di mostrare i passi attraverso i quali si va via via evolvendo e complicando con il lento procedere e acuirsi della duplice malattia, mentale e fisica, la paranoia e la tubercolosi, ponendolo in contatto con l’estraniante realtà del mondo produttivo della fabbrica, con le problematiche legate al rapporto conflittuale tra il mondo contadino della campagna e la città con la sua spersonalizzante frenesia e i suoi ritmi innaturali. Di porre insomma la debolezza psicologica di un individuo in balia dell’alienazione massificante di un ambiente finalizzato alla produzione e quindi al profitto, senza cadere nella denuncia ideologica, ma indicando già chiaramente – il romanzo è del 1962 – il rischio di spersonalizzazione, l’ansia di prestazione, la frenesia per l’autoaffermazione, i ritmi frenetici, l’incapacità di vivere con soddisfazione ed equilibrio i momenti di solitudine, il distacco dalla dimensione naturale, che sono tutti aspetti ben riconoscibili del mondo contemporaneo. E’ molto netta nel romanzo la dicotomia tra la campagna e la città, tra il paese dove vive il protagonista sulle sponde del lago di Candia, e Torino, la grande metropoli dove si trova la fabbrica, netta non solo perché detta e affermata, ma soprattutto perché è lo stile stesso della narrazione che la sottolinea, facendosi addirittura lirico, disteso, rasserenante e idilliaco mentre percorre un mondo in armonia mentre il tempo trascolora da una stagione all’altra, dove persino la pena, quando c’è, appare riconoscibile e sicura perché viene da lontano come i cicli stessi della vita. “Io amo la campagna che dice prima, con strade e viottoli, che cosa si deve fare e che si fa vedere tutta, onestamente”. Paradossalmente è proprio questo il luogo in cui Saluggia soffre i suoi tormenti, nutre le sue paranoie ed elabora i suoi sconclusionati piani di rivalsa, forse perché è alla tana che torna ogni animale ferito. La città, al contrario, è il luogo dell’azione, organizzata ed equilibrata o assurda e maniacale che sia. E la città, quasi sempre, si identifica con la fabbrica e con il lavoro. Nella fabbrica, intorno alla fabbrica, nei luoghi in cui la fabbrica decide di mandare il povero Saluggia, nella umanità che la popola, il romanzo si dispiega e tocca la sua più dolorosa intensità. Perché la fabbrica è all’origine del drammatico fraintendimento in cui l’uomo, con tutta la sua fragilità, incappa, l’errore, o meglio l’illusione, di far parte, varcandone l’ingresso, di un luogo reale di aggregazione in cui potersi identificare o, come si suole dire, realizzare. L’illusione di essere finalmente parte di una socialità che lo riconosce e che è disposta a farsi da lui riconoscere ben presto si dissolve dando la stura ad un rovinoso processo di reale alienazione, mediante il quale il protagonista perde gradualmente il contatto con la realtà. La fabbrica, grande, pulita e misteriosa, “immobile come una chiesa o un tribunale” è un ordine perfetto, un motore funzionante, ligia a regole e procedure, un immenso guscio vuoto che assorbe energie e volontà ma che non è in grado di rendere in cambio nulla che attenga ai bisogni spirituali di un individuo fragile e solo. Quella di Saluggia diventa allora una lotta contro i mulini a vento, fatta ancora di illusione e disillusione, di ribellione contro la fabbrica, la società, il proprio corpo e la sua stessa misconosciuta malattia, una ribellione che Volponi fa vivere al lettore attraverso episodi grotteschi, dove anche la fede in Dio, l’amore, la superstizione, la malattia, gli stessi affetti familiari assumono un aspetto distorto e beffardo, come se permanessero sotto la lente deformante di una mente incapace di uscire dalla mania di persecuzione che la affligge. Le pagine si susseguono nello stesso ritmo vertiginoso e tormentato di questa mente che si racconta ma non si pacifica, finché su tutto, sul dolore della inadeguatezza e della solitudine, non appare il lago che respira piano tra le sue sponde, nel nitore del pomeriggio, ad indicare, forse, un significato muto.

    ha scritto il 

  • 4

    Un fulminante ritratto dell’alienazione, un libro di grande coraggio, rigorosissimo come sa esserlo la scrittura di Volponi. Chi non lo ha ancora fatto dovrebbe subito leggere Le mosche del capitale, ...continua

    Un fulminante ritratto dell’alienazione, un libro di grande coraggio, rigorosissimo come sa esserlo la scrittura di Volponi. Chi non lo ha ancora fatto dovrebbe subito leggere Le mosche del capitale, un romanzo perfetto; qui siamo un gradino sotto, c’è ancora evidentemente molto coinvolgimento personale che rende lo sguardo meno lucido.
    Siamo nel Dopoguerra, le ferite sono ancora aperte ma la fabbrica è una speranza, una possibilità che attrae e respinge alternativamente; viatico per una “normalità”, per l’abbandono finalmente della condizione di reduce; luogo austero, all’esterno immobile come una chiesa o un tribunale, ma internamente dotato di una vita, un rumore indistinto che è respiro, affanno, ansimare.
    Luogo dell’ambiguità, ci lavorano in tanti, condividendo i momenti, gli spazi, la mensa, ma ciascuno è irrimediabilmente solo; luogo di bellezza (sovrumana bellezza è l’espressione usata dall’Autore), perennemente offeso dagli urti, gli schiamazzi e la volgarità degli operai; ma anche luogo malsano, col caldo insopportabile e il sapore abituale della limatura in bocca. Modello di efficienza e attenzione alle condizioni di lavoro, con i campi di bocce, i giardini, l’infermeria, diventa però il covo del nemico, quel personale medico che fa di tutto per isolare il protagonista, tirargli fuori quei suoi mali sopiti, forse licenziarlo, forse portarlo alla pazzia perché si arrenda egli stesso, e liberi un posto di lavoro.
    Contrapposta all’ambivalenza della fabbrica, c’è la tranquilla dolcezza della campagna, il lago, i lenti ritmi di vita, il grembo materno. Ma l’uomo non è più a suo agio neanche lì: la madre è sempre più lontana e sofferente; le antiche macchie sul muro, un tempo conciliatrici di pensieri profondi, oggi sono portatrici di paranoie e manie di persecuzione.
    Dovrà vedersela da solo, inevitabilmente solo: non sarà mai del tutto un operaio, non tornerà mai più un contadino.
    In fondo, la storia dolorosa di un’intera generazione.

    ha scritto il 

  • 4

    Questo è un libro molto difficile da catalogare e anche da commentare. Si parla di letteratura industriale ma io penso che sia solo lo sfondo in cui si dipanano le vicende. Per prima cosa si parte da ...continua

    Questo è un libro molto difficile da catalogare e anche da commentare. Si parla di letteratura industriale ma io penso che sia solo lo sfondo in cui si dipanano le vicende. Per prima cosa si parte da uno stile niente affatto facile o scorrevole, anzi direi che in alcuni punti é persino lirico, soprattutto quando il protagonista, Albino Saluggia, fantastica sulla natura,sul lago, sulle stagioni e, sì, anche sulla fabbrica. Ma tutto la vicenda si dispiega in un drammatico e disperante soliloquio, in cui il protagonista è sopraffatto dalle sue “tare”, dalle sue manie, dai suoi conflitti interiori. La fabbrica è solo un pretesto, come lo è la sua malattia, il pretesto a quella solitudine interiore, preludio dell’incomunicabilità verso i rapporti interpersonali che il suo animo non riesce ad instaurare né nella fabbrica né fuori. Saluggia è completamente refrattario alle ideologie e ai legami seri e durevoli; la sua incrollabile sincerità, la sua mancanza di falsità, il suo perseguire imperterrito nelle proprie paranoie lo portano ad un insanabile conflitto con il mondo intero. Quel mondo intero che egli vivifica nelle macchie immaginarie sul muro cui egli dà quella importanza vitale che è tale solo nella sua immaginazione. Certo la fabbrica è una presenza ambigua e a due facce, lo aiuta e lo respinge, gli fa sperare alcune cose e poi lo fa cadere nella disperazione. Nella fabbrica non c’è quel nido, quella solidarietà, quel calore umano che forse lui si aspettava. Ma come dice bene nel finale, per lui nessuno può venire in aiuto, né uomo né ideologia politica identificabile. C’è solo un gran “male di vivere” che nulla può guarire!!!!

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Un uomo solo e disperato con manie di persecuzione che trova nel suo malessere psicofisico una giustificazione al disagio sociale che sente come un enorme peso, tanto da non riuscire a stabilire con n ...continua

    Un uomo solo e disperato con manie di persecuzione che trova nel suo malessere psicofisico una giustificazione al disagio sociale che sente come un enorme peso, tanto da non riuscire a stabilire con nessuno significativi rapporti interpersonali. ‘Mali e maligni’ sono i suoi aguzzini più crudeli da cui egli non può fuggire, perché non sa attribuire realmente al suo corpo ’una perfetta integrità’, non avendone gli strumenti adeguati; si nasconde e vive in campagna, l’unica ‘forte e onesta’, per sfuggire alla città, troppo ‘furba e interessata’, ma è qui che trova lavoro nella fabbrica che, pur immobile, può offrirgli quel tanto di serena compagnia fatta di rumori, di suoni e di ritmi più o meno calibrati, i soli che, comprendendo il suo disagio e la sua inadeguatezza, gli offrono la possibilità di acquisire le ‘abilità’ utili per il suo personale ‘progresso’ verso un riscatto necessario alla sua sopravvivenza dopo i ‘torti’ subiti nelle precedenti esperienze. Il suo migrare dalla Francia all’Italia, dopo un passaggio militare in Germania, può essere considerato quasi un lungo periodo di iniziazione verso una trasmigrazione di tutto il suo essere in identità altre e mai definite; si percepisce bene come sia coinvolto in un dolore che egli vede crescere passivamente intorno a sé e che si rifiuta di combattere perché in esso e da esso si sente salvato, anche se nutre la segreta speranza di liberarsene definitivamente grazie al lavoro, per lui fonte di 'giustizia'. Ma tra il desiderio e la realtà spesso è la certezza degli eventi ad indebolire l’illusoria consapevolezza della parziale fragilità dell’organismo: ”Erano dunque i miei mali di tanti anni che ritornavano. Erano mai cessati?...io potevo vincerli, se li tenevo dentro di me, anche ignorandoli…ma se altri li mettevano fuori di me e contro di me, non avrei più potuto dominarli e batterli.”. Se poi ripensa alle vicende legate alla sua esistenza, si rende conto che il suo tempo non può essere 'fisso', anzi lo percepisce 'ruotante', in quanto risponde ad una legge universale, così non esita a tornare in fabbrica per dimostrare la sua 'adattabilità fisica' più agli altri che a se stesso. In assoluto la sua massima aspirazione è quella di lavorare bene e vivere in pace, senza che nessuno gli imponga soluzioni che possano accentuare la sua condizione di 'malato senza essere malato'. “Dipendere da altri, senza nemmeno conoscerli ed essere confuso tra tutti gli altri” lo infastidisce, come il non godere di libertà e il non avere visibilità possono essere fonte di alienazione; se da una parte c'è la fabbrica e dall'altra il sanatorio, in mezzo esiste la terra che potrebbe salvarlo, se solo trovasse in essa se stesso come, invece, sente avvenire nella fabbrica da cui deriva un senso di oppressione ma anche di liberazione. "Non avevo famiglia...non avevo amici, il paese non contava", l'unica difesa diviene per lui la solitudine, fedele compagna della paranoia, di quella mania di persecuzione che induce all'autodistruzione.

    “Uscii dal sanatorio e giunsi a casa il 6 maggio 1956...Ormai le mie storie erano finite”.

    ha scritto il 

  • 4

    Vincenzina vuol bene alla fabbrica…..

    Un romanzo duro e straziante, una discesa nel buio di una mente sconnessa che lascia lividi e ferite anche nel lettore più tosto.
    La fabbrica, la condizione operaia sono ormai temi svaniti da ogni ori ...continua

    Un romanzo duro e straziante, una discesa nel buio di una mente sconnessa che lascia lividi e ferite anche nel lettore più tosto.
    La fabbrica, la condizione operaia sono ormai temi svaniti da ogni orizzonte culturale, quindi questo grande libro di Volponi vale ancora di più, perché ci mette davanti al problema esistenziale e umano della fabbrica. La fabbrica come luogo inumano, impossibile da vivere anche con le migliori intenzioni e le migliori strutture - forse una velata critica all'utopica azienda di Adriano Olivetti, per la quale Volponi lavorò?
    In ogni caso più che un romanzo sulla condizione operaia, questo è un romanzo sulla condizione umana e sullo iato traumatico tra società contadina e antica e mondo moderno e industriale.

    ha scritto il 

  • 4

    Potrebbe essere la storia di un paranoico qualunque, di quelli legatissimi alla madre e misogini, reduce dalla guerra e incapace di reintegrarsi nella società e invece c'è tutto un ambiente, intorno, ...continua

    Potrebbe essere la storia di un paranoico qualunque, di quelli legatissimi alla madre e misogini, reduce dalla guerra e incapace di reintegrarsi nella società e invece c'è tutto un ambiente, intorno, che amplifica la solitudine, non solo perché l'ambiente di fabbrica sarebbe alienante di per sé, ma proprio perché questa fabbrica ha una parvenza di volto umano. A me ha messo molta tristezza, ora, che gli operai quasi non ci sono più, che quel sogno industriale si è schiantato, leggere di quell'ambiente che sembra così lontano nel tempo. Ma non è una critica a quel mondo, è solo la storia di una lucida ossessione, narrata con toni lirici e accorati

    ha scritto il 

  • 5

    Con rispetto e in punta di piedi.

    “ A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”scrive l’operaio Albino Saluggia nell’ultimo rigo del suo memoriale.
    A quel punto l’impressione di trovarmi di fronte a un capolavoro (so ...continua

    “ A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”scrive l’operaio Albino Saluggia nell’ultimo rigo del suo memoriale.
    A quel punto l’impressione di trovarmi di fronte a un capolavoro (sottovalutato) avuta sin dai primi righi era una certezza assoluta. Che Volponi fosse stato un sinistrorso l’ho saputo (l’ho ricordato) solo dopo aver preso in mano Memoriale, perciò non mi si può imputare la faziosità.
    È certo che durante il tempo della lettura sono stata costantemente sovra-pensiero come se le sensazioni (forti) e la loro elaborazione non avessero la benché minima intenzione di lasciarmi a sfaccendare in pace, con conseguenti frittate bruciacchiate e affannate ricerche degli occhiali casa casa.
    Ho incrociato casualmente Volponi nel 2002, credo in seguito alla recensione sulle pagine culturali del Manifesto per l’uscita dei suoi Romanzi e Prose, nella NUE (meravigliosa collana Einaudi, scomparsa all’arrivo dei nuovi capitani d’industria, perché con la cultura non si mangia). L’ho comprato e messo in lettura e poi abbandonato e infine dimenticato. Erano anni in cui, il mio essere una fetta di prosciutto tra due di pancarré (figli piccoli e genitori anziani) e per giunta e fortunatamente lavoratrice, non mi permettevano di andare dietro all’illusione di essere una forte lettrice.
    Quando un gdl lo propone, corro agli scaffali del settore “Italiani”della libreria, ma tanta è la confusione sotto quel cielo che è stato più semplice comprare il tascabile.
    Chissà se allora sapevo qualcosa di più di più di Volponi al di là d’essere stato deputato del partito di cui avevo la tessera. Ne dubito, altrimenti non mi sarebbe sfuggito dalla mente così facilmente. Maturità nel ’70, e non era allora nel novero dei grandi della letteratura italiana e non lo è diventato neanche in seguito, come ho scoperto, rubricato già dal “famigerato” Menabò come uno scrittore della civiltà industriale. Limite e peccato originale di uno scrittore colpevole d’essersi tenuto alla larga dai postmodernisti e dalla loro stucchevole leggerezza dell’essere; condita anche, che non guastava, da una tenace volontà a rendersi incomprensibili al di là della mera analisi logica del periodo. Volponi non è un intellettuale astratto, per lui la cultura è lavoro e humanitas.
    La sua scrittura è complessa, pastosa, a tratti lirica o meglio epica, quell’epica che ci ha dato i primi e più bei romanzi dell’umanità. Mai involuta e aggrovigliata.
    Agli austeri critici e ai severi militanti della letteratura elitaria, guida del pensiero unico, mancava l’umiltà di riconoscere che l’unico sistema di segni per comprendere “la storia come realtà materiale” è proprio la letteratura che non deve temere di sporcarsi le mani.
    La storia è il set in cui si gira il film della vita di miliardi di esseri umani. A volte sta sullo sfondo, a volte interferisce pesantemente, ma nessuno si farà carico di queste vite anonime sbatacchiate dalla storia, ma carne e sangue, se non gli artisti.

    Lo sfondo del Memoriale di Volponi è il mondo di Volponi: l’Olivetti dove lui era una specie di direttore delle risorse umane. Il povero Cristo che il memoriale lo scrive è l’operaio Albino Saluggia affetto da un disturbo paranoide. Lo scrive in una lingua che è “colta” nella misura in cui ci si è dimenticati che la lingua non omologata, anche quella dei cafoni, si esprime attraverso metafore. Quella di Albino è prevalentemente metaforica tanto da farci sorgere il sospetto che Volponi si fosse messo a scrivere sotto dettatura del suo personaggio.
    Chiariamo subito che il poveretto non è pazzo, come comunemente viene inteso il paranoico, cioè de-realizzato e allucinato. E’ in grado di ragionare, di condurre gli atti quotidiani, capire la realtà che lo circonda e interpretarla come tutti facciamo ma distorcendola a uso e consumo della sua mania: quella di persecuzione. Tanto da farlo etichettare da coloro il cui ombelico è il centro del mondo come irriducibile e piagnona vittima del male di vivere.
    Albino non è il campione dell’alienazione nata nella catena di montaggio. Non è un personaggio esistenzialista. Non sogna di ritornare alla vita dei campi per sfuggire all’industrializzazione ma piuttosto ai suoi nemici, che ha individuato nei membri dell’infermeria della fabbrica. Alle fantasie di fuga si alternano quelle di spasmodico desiderio di ritornare in fabbrica sano, per rivalsa sui suoi persecutori , servi dei padroni che, con la falsa diagnosi di tubercolosi, si prestavano al loro disegno di annientamento non della classe operaia, ma dell’operaio Albino.
    Lui è un caso clinico, lo sarebbe stato in qualsiasi caso anche se rappresenta anche la condizione dell’operaio nella fabbrica neocapitalistica. Alla reificazione industriale si sovrappone la paranoia, e quella è vista e esperita attraverso quest’ultima.
    Non è un donchisciotte che lotta contro la disumanizzazione della catena di montaggio, né la subisce. E’ l’uomo del sottosuolo, il misogino, paranoide uomo del sottosuolo di Pietroburgo. Ciò che dice sono verità ma sue verità. Senza perdere però lo sguardo lucido sul resto della realtà.
    La fabbrica è quello che è. Anche quella di Ivrea, un modello, non riesce a essere quello che vorrebbe. I tempi e i modi del capitalismo la travolgono; arrivano gli scioperi e anche i celerini, convincendo finalmente Albino di non essere il solo perseguitato. Il linguaggio del volantino della Fiom – simile a quelli che negli anni del reflusso avrebbero bollato col termine “ deliranti” - lo fanno sentire per una volta parte di un tutto:” … mi pareva di averlo scritto io, parola per parola, in tanti anni di lotta in fabbrica, con ognuna di quelle parole sgualcite e nere … quindi tanti altri erano nella fabbrica nelle mie stesse condizioni”. Scopre in sé solidarietà e voglia di lottare ma per poco. La sospensione dal lavoro lo fa ricadere nella paranoia: nessuno potrà salvarlo. Niente di più vero nel disturbo paranoide.

    P.S. Ringrazio di cuore - e mi scuso- chi è arrivato fino alla fine.

    ha scritto il 

  • 5

    Attendevo questo libro da tempo. Leggerne molti porta alla ricerca di quello che sovrasta gli altri. Non in bellezza, tout court, ma in spessore. Memoriale lo metto tra quelli che hanno segnato in sen ...continua

    Attendevo questo libro da tempo. Leggerne molti porta alla ricerca di quello che sovrasta gli altri. Non in bellezza, tout court, ma in spessore. Memoriale lo metto tra quelli che hanno segnato in senso positivo le ultime letture. Non sarà un capolavoro, ma pur datato lancia strali ancora ai giorni nostri. Se avrete la pazienza di dargli corda, porrà nelle teste di ogni lettore domande su domande. Per le risposte, pregasi ripassare... dopo il lavoro! ;)

    ha scritto il 

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